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Ettore Meglioracconto a Sanremo!

People For Planet - Mer, 04/03/2019 - 11:10

Chi è Ettore?

Salve, sono Ettore Buonocunto, ma il mio nome d’arte è Ettore Meglioracconto. Tutto nacque da una rappresentazione teatrale. Influenzato altrettanto da alcuni comici pugliesi che volevano fare la parodia di Carmelo Bene, declamarne delle poesie evidentemente sciocche sostenendo di farlo… MEGLIO! Altrettanto io interpretavo un personaggio da me inventato per l’occasione estremamente pieno di sé che forse aveva esagerato nell’immedesimarsi con la poesia “all’amato se stesso”, forse non comprendendo che la poesia si risolve con un nichilismo esasperato, insomma “così grande e così… inutile”. Sfruttando poi il mio cognome: buono cunto, buon racconto, ecco a voi Ettore Meglioracconto, perché io non vi racconto bene ciò che ho da dire, lo faccio MEGLIO!

Ho 26 anni anche se sembro molto più giovane (modestamente) e circa due anni fa ho anche conseguito una laurea magistrale in giurisprudenza, ecco perché ho deciso di mettermi in gioco con la musica, logico no?

Da poco ho aperto un canale su YouTube con cui sfido il pubblico: arrivare entro due anni sul palco di Sanremo sfruttando due strumenti musicali che mi propongo di studiare: l’armonica e il trombone. Colorando tutto con delle vignette (perché sì, c’è anche una mia pagina di vignette e ogni aspetto anche quello grafico è curato da mani con qualche carenza di dita). Un completo home made dal sapore piacevolmente rustico ma che mi permetterà di evidenziare i progressi, ma anche le cadute e i fallimenti. Non siamo super man, smontiamo la cultura del sempre perfetti che alla fine ci rende tutti inadeguati. E come farò? Grazie al pubblico stesso. Con ogni mezzo. Dal consiglio su come impugnare l’armonica, un incoraggiamento, una donazione per un nuovo paio di auricolari da musicisti (se… magari), una birra, una semplice condivisione, una pacca sulla spalla o un insulto (meglio, così si fa audience).

Il progetto nel suo complesso ha l’obiettivo di usare modi dissacranti per sfottere chi utilizza il caso umano per ottenere un briciolo di visibilità che tanto va di moda nei programmi noti dei canali televisivi. Portare due mondi opposti a scontrarsi: la dedizione, “lo studio matto e disperatissimo” (per la musica in questo caso) arrivando però ad essere un po’ altezzosi, contro chi sfrutta la cresta dell’onda (e nel mio caso la crosta dell’onda), arrivando a vendere se stessi per un pizzico di notorietà, per un misero like, per i big money, il mondo del tutto subito e facile, ma che in alcuni casi veste i panni pop della tanto bella semplicità.

E poi, perché no? mostrare anche le difficoltà di una vita un po’ fuori dal comune, un po’ pazza, la vita di “un ultimo” affetto da una malattia rara dal nome impronunciabile epidermolisi bollosa che compromette tutta la pelle del corpo riducendoci di fatto ad essere come delle patate lesse. Anche se preferisco definirmi una splendida farfalla. Bella, rara ma altrettanto delicata. Non la si può toccare perché altrimenti si rovina. Ok ok, calo. Sono un bruco (un bel bruco però) che deve scalare le montagne dei gesti quotidiani che possono risultare non affatto semplici delle volte. Vedremo ad esempio “come il nostro eroe affronterà una consegna del postino usando “la forza”! Ah no, la testa! Va be’ … vedremo…

Ovviamente tutto ciò è solamente il pretesto per trasmettere un messaggio importante che è servito anche per darmi una motivazione di vita in un momento ancor più difficile dovuto al peggiorare della mia condizione fisica. Infatti, venendo da un periodo davvero complicato dopo aver corso per 6 anni di vita universitaria autonoma e a tutto gas, aver toccato la vetta e strappato la corona di alloro della laurea, sono stato costretto per lungo tempo ad essere dipendente completamente per ogni cosa dai miei cari per ogni piccola azione fisiologia (ci siamo capiti), la frustrazione di non poter ritornare alla vecchia gloria, di vedere mandati in fumo i propri progetti di vita per sempre mi ha costretto ancora una volta a due possibilità: lasciarsi morire o sfruttare i propri talenti come Gesù comanda. Insomma vivere o lasciarsi morire.

Era il periodo in cui trasmettevano il festival e a quel punto mi è scattata l’idea.

Leggendo e studiando la Bibbia infatti sapevo che Giacobbe era un imbroglione, Pietro un impulsivo, il re Davide cuccava con le mogli dei soldati approfittando del fatto che fossero in guerra, Noè si ubriacò di brutto, Giona era un vigliacco, Paolo un persecutore, Marta era ansiosa, Tommaso diffidente, Sara impaziente, Elia un pazzo scatenato, Mosè balbettava, Abramo un emigrato, e Lazzaro morto. E io? Come potevo fare a trasmettere la verità di Dio? Dovevo sfruttare i miei talenti. In ogni caso, nonostante tutto e nonostante il tutto ce l’avrei fatta proprio perché il messaggio da comprendere per ognuno di noi non è essere capaci, Dio non sceglie persone capaci, rende capaci chi lui sceglie. Ahhh se tutti lo comprendessero certamente nessuno si sentirebbe inadeguato e ciao ciao problemi esistenziali. Non è detto che riuscirò nel mio intento, può essere che ne uscirò sconfitto. Sarò un fallito ma ciò comunque mi rende vincitore seppure nessuno coglierà questo tesoro: il fallire, lo sprofondare è all’ordine del giorno per chiunque e c’è solo l’amore di Dio che ti accoglierà in ogni caso. Nonostante tutto e nonostante il tutto… Come era? Ah sì, gli ultimi saranno i primi.

Sì insomma, ce la faremo e se non ce la faremo? Ce la faromolo! Un momento… ce la Sanremo ! E se non ce la Sanremo? Ce la sanromolo…

QUI il video di presentazione al Festival: Vota Ettore!

Gli scienziati hanno stabilito se è più importante lo sport o la dieta per dimagrire

People For Planet - Mer, 04/03/2019 - 10:22

Per porre fine alla polemica di lunga data è stato condotto uno studio su persone che hanno perso peso con successo, condotto presso l’Università del Colorado.

Esistono diversi approcci per combattere l’obesità: alcuni esperti raccomandano di limitare il numero di calorie consumate, mentre altri insistono sull’aumento dell’attività fisica. Allora i ricercatori dell’Università del Colorado hanno deciso di porre fine a questa disputa, il cui lavoro racconta Science Daily.

l team ha analizzato l’esperienza di persone che sono state in grado di perdere peso e mantenerle su una media di 68 kg. Questo gruppo è stato confrontato con altri due: nella prima c’erano persone con peso normale e nell’altra con peso in eccesso, in media 97 kg.

Per stimare il dispendio energetico giornaliero di tutti e tre i gruppi, gli scienziati hanno dato loro acqua, in cui le molecole degli atomi d’idrogeno e ossigeno sono state sostituite da isotopi, cioè varianti di questi elementi con un peso diverso.

Calcolando il loro consumo nel corpo è stato possibile rispondere alla domanda di quanta energia consuma una persona. Questo è un metodo molto più affidabile dei questionari o dei diari alimentari.

I risultati hanno mostrato che le persone che hanno ridotto e mantenuto con successo il loro peso non dipendevano dalla dieta, ma dall’esercizio fisico.

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Il centro di Londra è stato invaso da giganteschi seni gonfiabili

People For Planet - Mer, 04/03/2019 - 08:00

Nessuno all’inizio ha capito il perché di quella che sembrava una trollata, ma si è rivelata un’iniziativa con un fine molto serio.

Cinque seni gonfiabili di diverse dimensioni e sfumature sono comparsi nelle scorse ore a Londra nel quartiere à la page di Shoreditch, a est del centro città. Quelle che a un occhio poco attento o inesperto potrebbero sembrare zucche capovolte, sono state collocate in punti ben visibili non per solleticare le pulsioni più becere dei londinesi, ma per sensibilizzare i londinesi sul tema dell’allattamento in pubblico.

A pensarci è stata la startup di tecnologia femminile Elvie, che, non a caso, ha scelto il 31 marzo (giorno delle mamme) per gonfiare le mammelle-dirigibili. Il problema – se così possiamo definirlo – è che quasi nessuno è riuscito a cogliere il messaggio sotteso, riversandosi sui social per interrogarsi sul significato dell’iniziativa. L’importante però, come sempre nel mondo della comunicazione, è che se ne parli; e su questo possiamo serenamente dire che l’obiettivo è stato raggiunto.

Guarda la gallery WIRED.IT

There’s a boob in shoreditch, what does this mean? pic.twitter.com/l3OiCWVLZ9

— Fraser (@fraser_hawkshaw) 31 marzo 2019

Le Autostrade del Mare: il futuro dei trasporti a convegno

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 19:11

La penisola italiana, con il suo contorno di isole, rappresenta un contesto perfetto per lo sviluppo delle “Autostrade del Mare”.
La conformazione della nostra penisola rende particolarmente onerosa la costruzione e la gestione delle altre quattro infrastrutture (reti elettrica e del gas, autostrade e ferrovie), che hanno pesato e pesano in maniera fondamentale nel gap di indebitamento pubblico tra il nostro paese e paesi come, ad esempio, la Germania e la Francia. Le “Autostrade del Mare”, invece, avrebbero un costo enormemente inferiore rispetto alle autostrade e alle ferrovie, necessitando, infatti, soltanto dei porti e dei vettori, ma non della rete come infrastruttura.

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Qui la locandina del convegno

Cosa succederà dopo la morte della regina Elisabetta?

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 19:00

La regina Elisabetta II è la sovrana più longeva della storia della Gran Bretagna e, nonostante stia per compiere 93 anni, continua a essere più attiva che mai e a prendere parte agli impegni ufficiali tutte le volte che può. Il giorno del suo decesso sembra dunque ancora lontano ma sono moltissimi i curiosi che si chiedono cosa succederà quando non ci sarà più. La cosa che in pochi sanno è che l’evento avrà delle ripercussioni anche sui sudditi: ecco la cosa che non potranno più fare a causa di un preciso divieto reale.

Cosa accadrà alla morte di Elisabetta II
Anche se il giorno della morte della regina Elisabetta II sembra ancora lontano, prima o poi accadrà e saranno moltissime le cose che cambieranno a capo del regno britannico. Non solo sul trono salirà il suo diretto successore, il principe Carlo, ma verrà dato il via anche a un piano chiamato “Operation London Bridge”, pensato appositamente per affrontare il decesso della sovrana. Anche i sudditi verranno coinvolti nel progetto, visto che gli verrà imposto un preciso divieto: per 12 giorni non potranno ridere. In segno di lutto, infatti, la BBC dovrà cancellare tutte le trasmissioni comiche in programmazione.

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Donne ai vertici delle ONG, il terzo settore fa tre volte meglio delle imprese e del pubblico

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 16:00

E’ questo il dato più significativo riguardante la parità di genere che emerge dagli opendata inseriti dalle organizzazioni non governative italiane nel portale Open Cooperazione. 
Al vertice delle ONG italiane a ricoprire la carica di presidente c’è una donna nel 30,9% dei casi contro il 69,1% degli uomini. Un dato simile riguarda i top manager e/o segretari generali: la percentuale di cariche ricoperte da donne si attesta al 33,7% mentre quella degli uomini è del 66,3%.

Più in generale, delle 20.127 risorse umane impiegate dalle ONG nella cooperazione internazionale, il 46% sono donne il 54% uomini. Un sostanziale pareggio che si squilibra leggermente quando si considerano solo le risorse umane operanti all’estero, dove il numero degli uomini aumenta sensibilmente. Nove operatori uomini su dieci lavorano all’estero mentre sono otto su dieci le operatrici donne.   

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Merluzzo gonfiato in Cina e rimpicciolito nell’Adriatico

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 15:30
Lo scandalo in Francia: merluzzi pescati in Norvegia e gonfiati in Cina

I francesci  mangiano molto merluzzo. Gli ultimi dati dell’Osservatorio europeo del mercato dei prodotti della pesca e dell’acquacoltura (Eumofa) indicano che è la seconda specie più consumate in Francia, dopo il salmone. Perché il merluzzo in Francia riporta la dicitura “Prodotto importato dalla Cina”? Se lo sono chiesti a France5, l’emittente francese che ha divulgato l’inchiesta  Le doc: Mollo sur le Cabillaud che svela l’impensabile tragitto del merluzzo, pescato nella acque del Mare Atlantico del Nord, trattato  (meglio sarebbe dire gonfiato di acqua in Cina) e venduto in Francia.

La Norvegia è tra i maggiori esportatori di Merluzzo e da qualche tempo adotta metodi di pesca industriale dannosi per gli ecosistemi marini, ricorrendo a scelte discutibili per garantirsi vantaggi economici sul mercato internazionale, ormai sempre più competitivo a fronte della crescita della domanda dei prodotti ittici (argomento già trattato in questo articolo sugli scandali che si celano dietro la formula all you can eat del sushi).

Per abbassare i costi di produzione, la Norvegia spedisce in Cina il merluzzo dove il costo di manodopera per la sfilettatura è nettamente inferiore. La fase successiva alla sfilettatura però prevede iniezioni d’acqua o bagni d’acqua del pesce sfilettato in modo tale che se ne aumenti il volume e quindi il prezzo. “In realtà pagano per l’acqua più che per il pesce in sé” ha detto il ricercatore Stephane Desorby.  Circa poi i metodi per preservare il pesce dall’ossidazione in vista del viaggio a ritroso per tornare in Europa e sulla tavola dei francesi, nelle industrie ittiche cinesi si utilizza l’E-451, un trifosfato pentasodico che contrasta l’ossidazione del pesce. L’E-451  è consentito anche nell’Unione europea, ma entro parametri e misure assai più controllate che altrove.

Adriatico: merluzzi sempre più piccoli a causa delle microplastiche

Il merluzzo nel Mare Adriatico sta scomparendo e quello rimasto continua a rimpicciolire a causa delle microplastiche ingerite. Ingerendo le microplastiche e non riuscendo ad espellerle, molti esemplari di pesci stanno infatti manifestando segni di un fenomeno chiamato “pseudo-sazietà”:  hanno lo stomaco pieno di microplastiche, perciò mangiano meno e crescono meno. A Genova si è tenuta l’assemblea dell’Associazione nazionale cooperative di consumatori – Coop, dove sono emersi i risultati di diversi studi di laboratorio che testimoniano il fenomeno della “pseudo-sazietà” dei pesci e spiegano la predisposizione a tale fenomenico in un mare come l’Adriatico, di conformazione semichiusa.

«Le ricerche ci confermano come il Mare Adriatico sia sicuramente molto vulnerabile alle micro plastiche», spiega la biologa marina Martina Capriotti,  «per la sua conformazione semi chiusa, la bassa profondità nella parte settentrionale, l’alta antropizzazione delle coste e dei fiumi e il ridotto ricircolo dell’acqua. Abbiamo due correnti costiere, una verso Nord e una verso Sud, fuori da queste il materiale plastico tende ad accumularsi con gravi danni sui pesci».

I pesci ingeriscono le microplastiche scambiandole per plancton, perché su queste quando stanno sulla superficie del mare «aderiscono batteri e micro alghe che le rendono appetibili al pesce», e creano «aree stagnanti dove le micro plastiche si accumulano come nelle isole di plastica formatesi nel Pacifico».

Dove è finito il Salvator Mundi di Leonardo Da Vinci?

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 15:05

Il Salvator Mundi è il dipinto più costoso della storia. Battuto all’asta di Christie’s nel novembre 2017 per 450milioni di dollari  è letteralmente scomparso dalla circolazione, tra i persistenti dubbi degli esperti sulla sua reale paternità attribuita al geniale artista, inventore e scienziato italiano Leonardo Da Vinci. Stando alle dichiarazioni della più grande casa d’aste al mondo, il Salvador Mundi sarebbe stato l’ultimo quadro di Leonardo ancora in mano a privato e ad oggi, secondo quanto accordato con l’acquirente, il principe saudita Bader bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan al-Saud, sarebbe dovuto essere esposto nel 2018 al Louvre Abu Dhabi e nell’anno corrente sarebbe dovuto finire appeso alle pareti del museo madre di Parigi in occasione dei 500 anni di Leonardo, ma nessuno ha idea (o vuole dire) dove sia finita l’opera.

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Il Salvator Mundi di Leonardo che fine ha fatto? Dov’è finito il “Salvator Mundi”? Il dipinto più costoso mai venduto a un’asta è diventato la “Primula Rossa” del mondo dell’arte. Attribuito con qualche contestazione al pennello di Leonardo e venduto per 450 milioni di dollari nel novembre 2017, avrebbe dovuto costituire il perno a cui ancorare la già favolosa collezione del Louvre di Abu Dhabi, ma, da quando ha lasciato i saloni di Christie’s a New York dopo la vendita, il quadro è letteralmente scomparso dalla circolazione. Nessuno sa dove sia finito il dipinto e se qualcuno lo sa sta tenendo la bocca cucita, ha concluso il New York Times dopo una indagine a tutto campo tra New York, Parigi, la Svizzera e le sabbie degli Emirati.
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Fonte: Ansa – Alessandra Baldini

Il Salvator mundi di Leonardo è sparito, Sgarbi a TPI: “Qualcuno forse vuole tenerlo nascosto, ecco perché”. Nessuno sa dove sia, eppure si tratta del dipinto più costoso della storia: è il Savator mundi di Leonardo da Vinci. […] Il principe saudita Bader bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan al-Saud, era indicato da più parti come l’acquirente dell’opera e divenuto poco dopo il primo ministro della Cultura nella storia saudita. Ma l’opera, attribuita proprio al maestro vinciano nonostante i dubbi sollevati nel tempo, è totalmente irrintracciabile. Qualche mese fa la decisione di esporlo al Louvre di Abu Dhabi, ma adesso, a più di un anno di distanza e nel cinquecentenario della morte del suo autore, Leonardo da Vinci, la vicenda del Salvator mundi si è trasformata in un vero mistero.
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Fonte: The Post Internazionale – Lara Tomasetta 

Nuovi dubbi sulla paternità del Salvator Mundi. Ad Oxford dicono: non è di Leonardo, ma di Luini. Non c’è pace per il Salvator Mundi di Leonardo. Da quando Christie’s ha annunciato ad ottobre 2017 che avrebbe messo all’asta il dipinto su tavola attribuito a Leonardo da Vinci (Anchiano, 1452 – Amboise, 1519), è stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Sì, perché l’opera più costosa della storia, venduta all’asta a New York per la cifra stratosferica di 450 milioni di dollari, è indubbiamente anche la più mediatica. […] Il dipinto è stato oggetto, infatti, fin dalla sua apparizione, di voci, ipotesi, teorie e complotti legati alla sua attribuzione e alla sua provenienza. È di Leonardo oppure no?
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Fonte: Artribune –  Mariacristina Ferraioli

Farmaci: antibiotici sì o no?

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 15:00

Oggi in Italia gli antibiotici sono i farmaci più utilizzati in età pediatrica, soprattutto per il trattamento delle infezioni respiratorie
Dall’otite alla faringite, dalla febbre reumatica alle infezioni urinarie fino alla meningite. E’ sempre necessario l’antibiotico? A fare chiarezza è il Manifesto ‘Profilassi antibiotica sì, profilassi antibiotica no‘, lanciato in occasione del Congresso della Società italiana di medicina di emergenza ed urgenza pediatrica (Simeup) Sezione Umbria, che si è concluso recentemente a Perugia. L’obiettivo dell’iniziativa è combattere l’abuso di antibiotici e il conseguente fenomeno dell’antibiotico-resistenza.

Oggi in Italia gli antibiotici sono i farmaci più utilizzati in età pediatrica, soprattutto per il trattamento delle infezioni respiratorie: vengono somministrati nel 42% dei bambini di età inferiore a 1 anno, nel 66% di quelli di 1 anno, nel 65% tra i 2 e i 5 anni, nel 41% tra i 6 e gli 11 anni e nel 33% degli adolescenti tra i 12 e i 13 anni. Numeri che fanno dell’Italia uno dei Paesi europei con maggior uso di antibiotici e, dunque, con livelli più elevati di antibiotico-resistenza. Ad alimentare tale fenomeno è proprio l’uso inappropriato di questi farmaci in ambito umano. Basti pensare che nel 50% dei casi in cui sono prescritti non sono necessari, come accade in casi di influenza.

Ogni medico, nella prescrizione di un antibiotico, dovrebbe seguire un iter ben preciso – ha dichiarato Susanna Esposito, coordinatore Congresso Simeup Sezione Umbria e ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia – Abbiamo voluto lanciare questo Manifesto per contrastare un problema, quello dell’abuso di antibiotici, di enorme rilevanza per la salute pubblica. Definire se si tratta di una condizione clinica di origine batterica, capirne se possibile la natura, scegliere l’antibiotico che abbia maggiore possibilità di successo sulla base della microbiologia o delle linee guida esistenti, ma anche considerarne gli effetti collaterali e indesiderati, valutare la compliance dalla parte del bambino/famiglia e scegliere la formula che più si adatta alla situazione sono tutti passi fondamentali per limitare l’utilizzo inappropriato di antibiotici e, dunque, il fenomeno dell’antibiotico-resistenza“.

In quali condizioni è richiesta l’assunzione di antibiotici nella profilassi? E in che modo? Nel Manifesto, fra l’altro, si parla di otite media acuta, una patologia “dovuta ad un’infezione batterica o virale a carico dell’orecchio medio, spesso conseguente ad infezione delle vie respiratorie superiori come il raffreddore. E’ molto frequente nei bambini e si manifesta con dolore persistente, febbre, ma anche nausea, vomito e diarrea. In alcuni casi, se trascurata, può comportare complicanze importanti come il calo dell’udito. Nel 30% dei bambini si verificano episodi ricorrenti (almeno 3 in 6 mesi o 4 in un anno)“.

La profilassi antibiotica, però, non è necessaria in tutti i casi ricorrenti e deve essere riservata a pazienti selezionati: dopo tentativo di riduzione/eliminazione dei fattori di rischio; dopo immunoprofilassi attiva (per esempio vaccinazione influenzale e pneumococcica); a fronte di 3 episodi di otite media acuta in 6 mesi documentati e trattati adeguatamente; in bambini di età inferiore a 2 anni; dopo un tampone nasofaringeo; per durata limitata (3-6 mesi); l’utilizzo dei macrolidi deve essere evitato.
Invece, nella faringotonsillite gli esperti ricordano che “solo nel 30% dei pazienti la causa è batterica: le faringotonsilliti causate dallo Streptococco beta-emolitico di gruppo A (Sbea) rappresentano solo il 15-30% dei casi nei giovani con meno di 18 anni d’età e il 5-10% negli adulti. La profilassi a lungo termine a basse dosi di penicillina è raccomandata nei bambini con tonsillite acuta ricorrente da Sbea e/o portatori persistenti esclusivamente se in famiglia vi sia un membro ha avuto febbre reumatica acuta. Non vi è indicazione alla profilassi in bambini con Tas elevato e/o aspecifici dolori articolari“.

FONTE: METEOWEB.EU

Giornata dell’autismo 2019: dieci personaggi famosi con la sindrome di Asperger

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 12:30

Il 2 aprile si celebra la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, istituita nel 2008 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per migliorare la qualità della vita delle persone con autismo.

Non esiste un solo autismo, ogni persona autistica è a se stante e per questo si parla di spettro autistico, un’ampissima fascia di tipologie che vanno dal “basso” all’”alto funzionamento” meglio noto come sindrome di Asperger. Una forma della malattia più volte raccontato in molti film: da Rain man all’ultimo, in ordine cronologico, The good doctor che racconta di un chirurgo con questo disturbo in forma lieve e dotato di abilità speciali. E tra i due film c’è tutta la storia di un’evoluzione comunicativa di una patologia di cui si conosce ancora molto poco. Shaun Murphy, il protagonista del serial tv non è Rain man, è un personaggio più complesso capace di suscitare empatia e di raccontare se stesso. Cambia il punto di vista. Attraverso gli occhi del protagonista vediamo un mondo diverso, che non spaventa, ma che fa comprendere quali siano i pregiudizi che ruotano attorno a questa patologia.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, a livello globale, 1 bambino su 160 ha un disturbo dello spettro autistico. Ancora più alta la percentuale del nostro paese dove l’autismo colpisce 1 bambino su 100, coinvolgendo oltre 500mila famiglie. Il 2 aprile si celebra la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, istituita nel 2008 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per migliorare la qualità della vita delle persone con autismo, permettere loro di godere di pari opportunità e di condurre una vita significativa come parte integrante della società.

Nella gallery fotografica trovate i personaggi famosi a cui è stato diagnosticato lo spettro autistico. Come la giovanissima – ha solo 16 anni – attivista per il clima Greta Thunberg capace di parlare ai “potenti del mondo” e far loro cambiare l’agenda degli impegni per contrastare i cambiamenti climatici.

Guarda la gallery su IODONNA.IT

Dove è finito il Salvator Mundi di Leonardo Da Vinci?

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 11:32

Il Salvator Mundi è il dipinto più costoso della storia. Battuto all’asta di Christie’s nel novembre 2017 per 450milioni di dollari  è letteralmente scomparso dalla circolazione, tra i persistenti dubbi degli esperti sulla sua reale paternità attribuita al geniale artista, inventore e scienziato italiano Leonardo Da Vinci. Stando alle dichiarazioni della più grande casa d’aste al mondo, il Salvador Mundi sarebbe stato l’ultimo quadro di Leonardo ancora in mano a privato e ad oggi, secondo quanto accordato con l’acquirente, il principe saudita Bader bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan al-Saud, sarebbe dovuto essere esposto nel 2018 al Louvre Abu Dhabi e nell’anno corrente sarebbe dovuto finire appeso alle pareti del museo madre di Parigi in occasione dei 500 anni di Leonardo, ma nessuno ha idea (o vuole dire) dove sia finita l’opera.

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Il Salvator Mundi di Leonardo che fine ha fatto? Dov’è finito il “Salvator Mundi”? Il dipinto più costoso mai venduto a un’asta è diventato la “Primula Rossa” del mondo dell’arte. Attribuito con qualche contestazione al pennello di Leonardo e venduto per 450 milioni di dollari nel novembre 2017, avrebbe dovuto costituire il perno a cui ancorare la già favolosa collezione del Louvre di Abu Dhabi, ma, da quando ha lasciato i saloni di Christie’s a New York dopo la vendita, il quadro è letteralmente scomparso dalla circolazione. Nessuno sa dove sia finito il dipinto e se qualcuno lo sa sta tenendo la bocca cucita, ha concluso il New York Times dopo una indagine a tutto campo tra New York, Parigi, la Svizzera e le sabbie degli Emirati.
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Fonte: Ansa – Alessandra Baldini

Il Salvator mundi di Leonardo è sparito, Sgarbi a TPI: “Qualcuno forse vuole tenerlo nascosto, ecco perché”. Nessuno sa dove sia, eppure si tratta del dipinto più costoso della storia: è il Savator mundi di Leonardo da Vinci. […] Il principe saudita Bader bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan al-Saud, era indicato da più parti come l’acquirente dell’opera e divenuto poco dopo il primo ministro della Cultura nella storia saudita. Ma l’opera, attribuita proprio al maestro vinciano nonostante i dubbi sollevati nel tempo, è totalmente irrintracciabile. Qualche mese fa la decisione di esporlo al Louvre di Abu Dhabi, ma adesso, a più di un anno di distanza e nel cinquecentenario della morte del suo autore, Leonardo da Vinci, la vicenda del Salvator mundi si è trasformata in un vero mistero.
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Fonte: The Post Internazionale – Lara Tomasetta 

Nuovi dubbi sulla paternità del Salvator Mundi. Ad Oxford dicono: non è di Leonardo, ma di Luini. Non c’è pace per il Salvator Mundi di Leonardo. Da quando Christie’s ha annunciato ad ottobre 2017 che avrebbe messo all’asta il dipinto su tavola attribuito a Leonardo da Vinci (Anchiano, 1452 – Amboise, 1519), è stato detto e scritto tutto e il contrario di tutto. Sì, perché l’opera più costosa della storia, venduta all’asta a New York per la cifra stratosferica di 450 milioni di dollari, è indubbiamente anche la più mediatica. […] Il dipinto è stato oggetto, infatti, fin dalla sua apparizione, di voci, ipotesi, teorie e complotti legati alla sua attribuzione e alla sua provenienza. È di Leonardo oppure no?
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Fonte: Artribune –  Mariacristina Ferraioli


Giornata mondiale autismo, i monumenti illuminati di blu

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 09:59

In Italia anche Palazzo Montecitorio si veste di luce blu nella notte del primo aprile e fino all’alba, ma la lista delle piazze e dei monumenti che in tutto il mondo si illumineranno del colore scelto dall’Onu come simbolo dell’autismo è lunga, dall’Empire State Building di New York al Cristo Redentore di Rio de Janeiro. L’occasione è la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, che celebra domani la sua 12/ma edizione: circa 600mila, secondo le ultime stime, le famiglie italiane coinvolte (1 bambino su 100 ne è colpito), mentre da medici ed esperti giunge forte l’appello a realizzare una vera “inclusione” per le persone affette da questa patologia, a partire dai bambini.

I numeri, secondo le più recenti stime epidemiologiche, segnalano che l’autismo è una condizione in aumento, anche per l’introduzione di strategie di screening e individuazione precoce che consentono la diagnosi anche di disturbi lievi che in passato non erano individuati: si stima 1 bambino affetto su 56 nati, per un totale di circa 60 milioni di persone colpite nel mondo. Tanti i problemi per le persone autistiche, inclusi quelli di tipo economico, come sottolinea l’Istituto Serafico di Assisi, in prima linea nella promozione di progetti di assistenza e inclusione: “Gli elevati costi delle terapie – avverte l’Istituto – mettono letteralmente in ginocchio le famiglie. Si stima che per assistere i propri bimbi, spendano in media tra i 1000 e i 2000 euro al mese, per tutta la vita. Purtroppo non tutte le Aziende Sanitarie offrono sostegno e anche quando il servizio è previsto, le liste d’attesa lunghissime non consentono di intervenire precocemente”.

Ed un richiamo arriva dagli specialisti della Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (Sinpia), che sottolineano la necessità di maggiori investimenti per i disturbi neuropsichiatrici dell’età evolutiva. Il vero obiettivo, è l’appello lanciato da Maria Nicoletta Aliberti, neuropsichiatra infantile del Gruppo INI-Istituto Neurotraumatologico Italiano, resta operò l’inclusione: “Non solo un’inclusione limitata alla scuola ma in tutti i contesti di vita, da quello ludico ricreativo a quello sportivo, per una partecipazione che favorisca il diritto alla normalità”. Altro fonte è quello della ricerca scientifica: ad oggi non esiste una cura anche se una diagnosi precoce e interventi riabilitativi possono potenziare le capacità del bambino e ridurre i comportamenti problematici.

E proprio per sostenere la ricerca, torna la Campagna di sensibilizzazione e raccolta fondi #sfidAutismo19 della Fondazione Italiana Autismo (FIA), dall’1 al 14 aprile. Per la Giornata mondiale, tante le iniziative. A Roma, la Fondazione Policlinico Tor Vergata organizza una giornata ‘Autism Friendly’: anche l’Ospedale si colora di blu e promuove eventi coinvolgendo i ragazzi autistici in attività ricreative, artistiche e sportive. Tanto c’è da fare ma, alla vigilia della Giornata mondiale, è un invito alla speranza il messaggio che arriva dalla mamma di una ragazza autistica venticinquenne, che su di lei ha scritto un libro, ‘Mi dispiace, suo figlio è autistico’: “Bisogna trovare la forza per non mollare mai, perché c’è sempre una possibilità di miglioramento, anche quando sembra tutto nero”.

FONTE: ANSA.IT

Spalletti è il Braghettone del calcio italiano

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 09:00

Sono una quarantina i chilometri che separano Volterra da Certaldo. Toscana. Certaldo è il luogo di nascita di Luciano Spalletti oggi allenatore dell’Inter. Sei secoli fa, invece, Volterra diede i natali a Daniele Ricciarelli, pittore e scultore italiano passato alla storia soprattutto come il Braghettone. Fu lui, infatti, allievo di Michelangelo, a coprire con antiche mutande o foglie di fico le parti intime dell’affresco del Giudizio Universale del Buonarroti. Lo fece perché costretto, e il suo intervento salvò l’opera. Il Concilio di Trento aveva condannato le nudità del capolavoro e così grazie a lui quella magnificenza fu salva.

Facendo le dovute proporzioni, Luciano Spalletti si ritrova per la seconda volta a interpretare il ruolo di Braghettone. Mette le mutande al genio calcistico e, a modo suo, lo fa a fin di bene. Almeno così vuol far apparire. Cominciò con Totti alla Roma. L’allenatore avviò un estenuante braccio di ferro col Pupone. Provò in tutti i modi a far comprendere all’ambiente che quel calciatore che ormai si avviava ai quaranta anni era diventato un peso per la squadra, soprattutto troppo ingombrante per la gestione dello spogliatoio. Avrebbe voluto normalizzare Roma. Operazione tanto ardita quanto non priva di ragionevolezza.

Ne uscì stritolato dal punto di vista emotivo, tutto sommato vincente da quello calcistico. Anche se Totti gli procurò non pochi problemi. Spalletti gli lasciava gli ultimi dieci minuti, al massimo un quarto d’ora. E puntualmente in quei minuti il Capitano – l’unico capitano – risolveva la partita. Sbrogliava matasse intricatissime. Siglava rimonte impossibili. Segnava gol a ripetizione. Sembrava una maledizione per il povero Spalletti. Finì con lo stadio gremito per l’addio di Totti, e Spalletti trattato come un nemico anche se aveva portato la Roma al secondo posto.

La storia, sia pure con altri contorni, si sta ripetendo a Milano. Dove Spalletti ha avviato un braccio di ferro con un altro calciatore di talento: Mauro Icardi. Lo ha addirittura degradato dal ruolo di capitano per motivi a tutt’oggi ufficialmente ignoti. Ufficiosamente legati alle dichiarazioni della moglie (di Icardi) Wanda Nara o a un litigio in cui Icardi avrebbe osato difendere la squadra da una sfuriata del suo allenatore. Tesi, quest’ultima, di Repubblica, mai smentita. Fatto sta che da quel momento, dal momento dell’affronto della sottrazione della fascia di capitano, Icardi si è dato malato. Dolore al ginocchio. Non gioca dal 14 febbraio. Tra campionato e Europa League, ha saltato dieci partite.

Compresa Inter-Lazio che si è giocata domenica sera. Ma Icardi non era più malato. La scorsa settimana, dopo un mese e mezzo lontano dal gruppo, Icardi ha firmato un armistizio con l’Inter ed è tornato ad allenarsi. Eppure Spalletti non solo non lo ha convocato per la partita contro la Lazio ma in tv, dopo la sconfitta, si è reso protagonista di un’autentica performance. Spalletti è uno dei pochissimi allenatori, forse l’unico, che sembra più eccitato dal post-partita che dalla partita. La telecamera gli piace. E con grande senso televisivo, si è preso la ribalta e ha dato vita a uno di quegli show che in genere tanto piacciono ai tifosi. Ha detto chiaro e tondo che Icardi non meritava di giocare dopo il suo comportamento di questi cinquanta giorni. Che è umiliante dover condurre una trattativa per far re-indossare la maglia dell’Inter a un giocatore (in questo caso Icardi). Ha poi detto che i giocatori decisivi sono altri: Messi, Ronaldo. E che l’Inter ha perso, e tanto, anche con Icardi. Sembrava voler indossare a tutti i costi i panni del sergente maggiore Hartman protagonista di Full Metal Jacket.

C’è però qualcosa che non ha convinto della sua performance televisiva. Ed è stato sia l’aver così tanto cercata (sembrava che non aspettasse altro). E sia l’apparizione del fantasma di Francesco Totti. In entrambi i casi, Spalletti ha avuto problemi con le rispettive consorti: entrambe anche donne di spettacolo, tra l’altro.

Spalletti appare sempre più un allenatore che ha difficoltà col talento. E, a differenza di Braghettone, non ha alcun Concilio di Trento che lo ha messo con le spalle al muro.

New York, proposta di legge per vietare la vendita di pellicce

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 07:00

Presto a New York potrebbe essere vietato vendere pellicce nei negozi. Il presidente del Consiglio comunale Corey Johnson ha presentato una legge per proibire la vendita. La ha riportato il New York Post. e la notizia è stata ripresa anche dal britannico «The Guardian». «In una città progressista e moderna come New York – ha detto Johnson – il divieto di vendere abbigliamento e accessori in pelliccia è necessario da tempo. Dire no alla pelliccia è simbolo di progresso. Questa proposta serve a proteggere gli animali e la loro inutile uccisione». I negozi che non si adeguano, secondo la norma proposta, potrebbero ricevere una multa tra i 500 e i 1.500 dollari.

La proposta ha suscitato allarme nel settore, che conta 130 aziende, impiega circa 1.100 persone a New York e ha nella Grande Mela il mercato americano più importante. «Ci sono centinaia di aziende di pellicce a New York», ha detto un portavoce del gruppo FurNYC. Una legge simile è già stata approvata a Los Angeles, a San Francisco e in altre due piccole città della California. E la sensibilità verso gli animali è già arrivata anche nella moda.

Diversi brand della moda hanno deciso di non produrre più pellicce. Il sasso era stato lanciato da Stella McCartney che nel 2015 ha lanciato la Fur Free Fur (la pelliccia senza pelo). Poi lo hanno fatto, negli ultimi anni, Gucci, Armani, Versace, Hugo Boss, Burberry, Michael Kors, Furla, Diane von Furstenberg e altri operatori del settore moda, non necessariamente marchi, come il sito dell’e-commerce d’abbigliamento Ynap (Yoox Net-A-Porter-Group).

L’elenco dei marchi e delle aziende che hanno aderito agli appelli delle associazioni ambientaliste si trova sul sito della Lav (Lega italiana antivivisezione) e in particolare su Animal Free.

Fonte CORRIERE.IT

La Casa Passiva di Cuggiono (Milano)

People For Planet - Mar, 04/02/2019 - 03:31

Che cos’è una “Passive House”?
La casa passiva è un edificio che non ha praticamente bisogno di un sistema di riscaldamento tradizionale (impianti a pavimento, termosifoni etc) ed è probabilmente una delle migliori “invenzioni” degli ultimi decenni.
Nel video abbiamo anche intervistato Roberto Viazzo, ingegnere RV Consulting+Design srl.

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Passa la direttiva UE sul copyright. E adesso?

People For Planet - Lun, 04/01/2019 - 20:00

Il Parlamento dell’Unione Europea ha approvato il testo finale del progetto di direttiva sul diritto d’autore. Entrerà in vigore nell’UE dal 2021, se approvata dagli stati membri, e ha vari problemi.

  • La direttiva rischia di creare leggi differenti per ciascun paese UE.
  • È un salto nel buio, perché (come nota l’avvocato Guido Scorza su AgendaDigitale e sul Fatto Quotidiano) non è supportata da nessuno studio economico sul suo impatto, per cui non si sa quanto (e nemmeno se) i titolari dei diritti guadagneranno più soldi come promesso dai sostenitori della direttiva. Esperimenti analoghi in Germania non hanno ottenuto un soldo.
  • Il suo articolo 15 (ex articolo 11) crea in sostanza una sorta di tassa sulle citazioni: gli editori dovranno autorizzare espressamente ogni ripubblicazione delle loro notizie, salvo che si tratti di singole parole o “estratti molto brevi”. Quanto brevi? Non è specificato. Questo dovrà essere chiarito dalle norme più dettagliate basate sulla direttiva. Ma una norma dello stesso genere esiste già in Spagna e ha prodotto la concentrazione del traffico sui grandi editori, svantaggiando quelli piccoli. Piccoli come il blog che state leggendo, per esempio.
  • Il suo articolo 17 (ex articolo 13) impone che tutti i grandi siti che permettono agli utenti di caricare contenuti debbano ottenere una licenza su quei contenuti e debbano filtrare quelli che violano il diritto d’autore; inoltre saranno responsabili per i contenuti immessi dagli utenti.

In pratica si tratta di un filtro preventivo sugli upload, ossia una soluzione tecnica irrealizzabile (come si filtra un modello per stampante 3Dsotto copyright?), oltre che uno strumento di censura formidabile (se ne volete un assaggio, guardate come si comporta il ContentID di Youtube). Per non parlare dell’assurdità di procurarsi una licenza preventiva per ogni possibile contenuto coperto da copyright: non solo musica e film, ma libri, foto, video, software, disegni, testi. Chi potrà negoziare una licenza a tappeto del genere? Solo chi ha tanti soldi.

  • L’articolo 17 prevede alcune esenzioni per l’esercizio del diritto di critica, recensione, parodia e collage, per cui i memi dovrebbero essere salvi. Sono esentati anche i siti come Wikipedia (le enciclopedie online non a scopo di lucro), le piattaforme di sviluppo di software open source, i servizi cloud, i negozi online e i servizi di comunicazione.

In sintesi, la direttiva crea un pantano legale che solo chi ha stuoli di avvocati potrà permettersi di gestire e comporta il rischio serio di zittire le voci dei piccoli o dei singoli.

Per esempio, si chiede la BBC, cosa succederà a chi condivide le proprie sessioni di videogioco su Youtube o Twitch? Il video di una sessione è una nuova opera, i cui diritti spettano al giocatore, ma include opere di proprietà dell’azienda creatrice del gioco. Opereal plurale, perché un videogioco contiene grafica, musica, dialoghi e software, ciascuno vincolato da un diritto d’autore separato. Verrà filtrato automaticamente? Un video di una festa di compleanno che contiene una canzone in sottofondo verrà bloccato?

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Cambiare la finanza: ecco come si può salvare davvero il Pianeta (prima che sia troppo tardi)

People For Planet - Lun, 04/01/2019 - 17:20

Ecco perché è necessario che scenda in campo la finanza (che sta diventando sempre più verde). E perché la carbon tax è un ottima idea.

Per mitigare gli effetti del cambiamento climatico e adattare il nostro pianeta ad un mondo già oggi sensibilmente più caldo serve attivare il mondo finanziario. Secondo l’ultimo report del Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC) per decarbonizzare solo il settore energetico si dovranno investire, circa 900 miliardi di dollari l’anno. Ovvero moltiplicare per fattore cinque gli attuali investimenti. Più decine di miliardi di euro solo per adattamento che aumenteranno con il peggiorare della situazione fino ad arrivare ad un esborso di 300 miliardi l’anno al 2050.
Non ci sono alternative, insomma. Se vogliamo raggiungere una quota di emissioni nette a livello zero intorno al 2050 servono transizioni “rapide e di ampia portata”, nell’uso di suolo, produzione di energia (riduzione drastica delle fonti fossili), industria, edifici, trasporti e città: questo ci viene richiesto dalla comunità scientifica internazionale. E per farlo servono un sacco di soldi.

La finanza climatica
Una delle soluzioni per movimentare la finanza climatica risiede nel completamento del negoziato finale sull’implementazione dell’accordo di Parigi. A dicembre, in Cile, si discuteranno le regole per attivare, conteggiare e fare reporting dei proposti 100 miliardi di dollari l’anno, a partire dal 2020, per sostenere mitigazione e adattamento al climate change nei paesi meno sviluppati. L’Unione Europea ha promesso che il 20% della sua spesa estera sarà allocata a questo scopo. Gli Usa con Trump hanno congelato i finanziamenti, ma c’è da scommettere che – qualora perda nel 2020 – il prossimo presidente americano riallocherà una parte importante del budget del Dipartimento di Stato USA.

Soldi pubblici? Non solo. «Tutta la finanza pubblica del mondo non servirà a portare avanti la rivoluzione climatica. La vera svolta verrà dagli investimenti privati», ha spiegato Miguel Arias Cañet, capo (uscente) della strategia climatica europea. Al momento per attivare questi finanziamenti sono in vigore alcuni meccanismi come l’ETS, l’Emission Trading Scheme (che dovrà essere modificato con il pensionamento il prossimo anno del protocollo di Kyoto), il sistema REDD+ per la lotta alla deforestazione e riforestazione, e soprattutto il GEF e il Green Climate Fund (GCF), il fondo strategico creato all’interno del framework delle Nazioni Unite per stimolare investimenti pubblico-privati per la mitigazione e l’adattamento del clima.

Il GCF raccoglie soldi dagli Aiuti Pubblici allo Sviluppo (APS) e finanziamenti multilaterali(ad esempio la Banca Mondiale ha promesso investimenti per 200 miliardi in 5 anni, di cui un quarto per adattamento) anche attraverso co-partecipazione finanziaria tra pubblico e privato con sistemi di matching e blending (Banca mondiale, riceverà 100 miliardi da International Finance Corporation e MIGA e soggetti privati). Per tanti la domanda non è solo quanto le singole imprese investano nella decabonizzazione del proprio business, ma quando entrerà il settore finanziario, le banche e gli assicuratori per sostenere sia questo tipo di fondi sia per indirizzare sempre di più le imprese nella giusta direzione.


«Tutta la finanza pubblica del mondo non servirà a portare avanti la rivoluzione climatica. La vera svolta verrà dagli investimenti privati» Miguel Arias Cañet, capo della strategia climatica europea



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La “Pompei” dei dinosauri: gli animali estinti per l’impatto con l’asteroide

People For Planet - Lun, 04/01/2019 - 16:00

Sepolti da un’onda causata dal terremoto seguito alla caduta del meteorite, pochi minuti dopo l’evento, si sono preservati fino a noi. La prova è nei “lapilli” scesi dal cielo

E’ UNA PICCOLAPompei dell’ultima grande estinzione quella che hanno restituito i calanchi sulle colline del North Dakota, negli Stati Uniti. Fissate, congelate nel fango diventato roccia, ci sono le vittime dello tsunami che seguì all’impatto con l’asteroide, quello che spazzò via i dinosauri e una buona parte delle forme viventi sulla Terra. Dopo 66 milioni di anni i paleontologi dell’Università di Berkeley hanno trovato gli indizi per ricostruire quello che accadde subito dopo, da 10 a 20 minuti dall’impatto che cambiò per sempre il destino del Pianeta. E il nostro.

Sulle pareti della Hell Creek Formation, colline brulle formatesi durante milioni di anni, là dove al tempo dei dinosauri c’era un mare interno, una linea scura divide il prima dal dopo. È quella dell’Iridio, l’elemento chimico formatosi dall’impatto del meteorite che colpì la zona dove ora c’è lo Yucatan, e piovve in tutto il mondo. Quello strato è il marcatore del confine tra Cretaceo e Paleocene, tra il tempo dei dinosauri e quello che ha portato all’esplosione dei mammiferi.

Travolti dall’onda

Sotto quella linea c’è il cimitero degli animali, scoperto da Robert DePalma, ricercatore dell’Università californiana, sei anni fa. Già nel 2013, quando iniziò lo studio, si faceva strada in lui il sospetto che davanti a sé ci fosse qualcosa di unico. Ed è quello che è emerso: lì ammassati ci sono fossili di pesci, un mosasauro (rettile marino ‘cugino’ dei dinosauri), insetti, la carcassa parziale di un triceratopo, microrganismi marini e ammoniti, mischiati con alberi bruciati e rami di conifere.

La morte ha sorpreso tutti, sotto forma di un’onda gigantesca, scaturita dal terremoto innescato dall’impatto del meteorite, migliaia di chilometri più a sud: “Gli tsunami dall’impatto sono ben documentati – spiega DePalma – ma nessuno sa quanto distante qualcosa del genere sarebbe arrivato in un mare interno. Ma abbiamo Mark Richards ha constatato che le onde sismiche sarebbero arrivate circa allo stesso momento dei materiali proiettati in atmosfera. Quella è stata la nostra grande scoperta”. Non sarebbe dunque lo tsunami generato direttamente dall’impatto ad arrivare fin qui, ma lo scuotimento, un sisma di magnitudo 10-11 secondo gli scienziati, a far “ribollire” l’acqua sollevandola fino a diversi metri.

Le prime vittime

La ricostruzione dei paleontologi riavvolge il nastro fino a 66 milioni di anni fa circa. Al momento dell’impatto. Il meteorite (probabilmente un asteroide del diametro di una decina di chilometri) entra in atmosfera e colpisce la zona dell’attuale Yucatan. Un’onda sismica si genera e scuote zone molto distanti. Anche quella del mare interno americano. Da lì si solleva l’onda che vomita a riva migliaia di creature marine. Da dieci a venti minuti dopo, inizia a scendere dal cielo la pioggia infuocata di vetro incandescente. Sono i ‘lapilli’ generati dall’impatto dell’asteroide, proiettili a temperature altissime con velocità superiori anche a 300 chilometri all’ora.

Tracce di queste sferule di “tectite” sono state trovate proprio accanto ai resti degli animali, secondo i ricercatori è la prima volta che un ritrovamento ha entrambi questi elementi. La prova che è avvenuto tutto in quei pochi minuti: “Le onde sismiche cominciano a manifestarsi entro nove o dieci minuti dall’impatto, così hanno avuto la possibilità di scuotere l’acqua prima che tutte le sferule piovessero dal cielo – spiega Mark Richards, professore emerito di Scienze terrestri e planetarie a Berkeley – queste, arrivando, hanno creato crateri sulla superficie, come imbuti (si vedono gli strati deformati in quello che era fango soffice)”. Una seconda onda segue la prima e copre tutto quanto con detriti, sigillando tutto per 66 milioni di anni. Fino all’arrivo del team guidato da DePalma.

Lo studio del team guidato da DePalma uscirà nei prossimi giorni su Proceedings of the National Academy of Sciences e promette di essere una pietra miliare nella comprensione di quello che successe durante l’ultima, grande, “sliding door” della storia geologica e dell’evoluzione: “È importante perché non abbiamo trovato nulla di simile in nessun altro posto del mondo: un giacimento di fossili di animali morti proprio nel giorno in cui è caduto l’asteroide – sottolinea Federico Fanti, professore di Paleontologia dell’Università di Bologna, che non ha partecipato allo studio – è una foto scattata nel momento del disastro e ci dice cosa è successo a migliaia di chilometri dal luogo dell’impatto. Perché assieme ai fossili troviamo anche le prove della caduta del meteorite. Di solito o ci sono gli uni o le altre”.

L’intuizione dell’Iridio ‘nata’ in Italia

Oltre quarant’anni fa Walter Alvarez, all’epoca professore proprio a Berkeley, propose la teoria dell’impatto con un meteorite per spiegare l’estinzione planetaria del Cretaceo. E la ricerca dell’Iridio come “marcatore” per riconoscere l’evento: “È una storia nata in Italia – continua Fanti – perché Alvarez, padre e figlio, si trovavano a Gubbio quando notarono su una parete di roccia una riga nera di Iridio. La datarono e scoprirono che era antica di circa 65 milioni di anni. Così proposero la teoria del meteorite per spiegare la grande estinzione”.

L’iridio è infatti un elemento raro sulla Terra ma molto presente negli asteroidi. Alvarez ora ha 79 anni e questo studio, che porta anche la sua firma, è una nuova conferma alla sua teoria: “Quando abbiamo proposto l’ipotesi dell’impatto per spiegare la grande estinzione, era basato solo sul trovare una concentrazione anomala di Iridio (l’impronta digitale di un asteroide o cometa) – ricorda Alvarez – da allora questa teoria è stata gradualmente verificata. Ma non mi sarei mai aspettato di trovare un ‘letto di morte’ simile”.

FONTE: REPUBBLICA.IT

La legge sul biologico va avanti?

People For Planet - Lun, 04/01/2019 - 15:00

La legge sull’agricoltura biologica è stata approvata alla Camera in dicembre e attende il suo passaggio in Senato.

Come abbiamo raccontato in un precedente articolo, il disegno di legge recepisce ed aggiorna le nostre normative in linea con quelle europee ed è stato approvato in maniera bipartisan. Ora si attende il suo esame in Senato, anche se non è ancora stato calendarizzato.

Le principali organizzazioni di categoria hanno salutato positivamente questa legge, e tra queste FederBio, che raggruppa gran parte delle rappresentanze della filiera del biologico, che ha chiesto anche che avvengano in fretta i prossimi passaggi legislativi. «Ritengo che la legge sull’agricoltura biologica, recentemente approvata a grande maggioranza alla Camera, sia urgente perché è attesa da tre legislature: il primo testo risale al 2003 mentre il primo Regolamento europeo sul bio è addirittura del 1991. Siamo il principale Paese in Ue per dimensioni del settore bio, ma non abbiamo ancora né una norma né una politica nazionale a tutela del settore, mi chiedo come possiamo in queste condizioni contare nella UE», ha affermato Paolo Carnemolla, presidente FederBio, per il quale questa legge «è necessaria, perché contiene tutti gli strumenti per una crescita strutturata del biologico, che oggi sta attraversando una delicata fase di forte cambiamento senza il supporto di fondi dedicati a livello nazionale, di organizzazioni dei produttori e della filiera, e senza un logo nazionale in grado di promuovere con caratteristiche distintive la produzione biologica italiana»,tutti elementi che il disegno di legge attuale dovrebbe prendere in considerazione.

Nel frattempo si è creato un certo dibattito sia sui giornali che nel mondo scientifico, con esperti e scienziati che si sono combattuti a suon di lettere. Non solo relativamente alla legge in sé, ma anche sul metodo di coltivazione bio in generale. Una prima lettera, firmata da alcuni esperti, agronomi e docenti universitari, sostiene che il biologico sia un sistema di coltivare “bello e impossibile”, soprattutto per via di una minor produttività, e che questa legge sia da modificare profondamente. La lettera riporta dati e argomenti a sfavore del metodo di coltivazione biologico e analizza dettagliatamente i punti ritenuti deboli nel disegno di legge e dell’attuale sistema di produzione del settore. Trovate il testo completo della lettera qui.

Qualche settimana dopo, un secondo gruppo di agronomi, esperti e docenti di varie Università ha replicato con un contro-documento, di cui trovate il testo completo qui, per contestare punto per punto le affermazioni della lettera “anti-bio”, sostenendo che i dati e le affermazioni riportate sul primo documento sono opinabili, replicando con altri dati e numeri e dando il via a una seconda raccolta di firme tra gli esperti del settore favorevoli al biologico.

Gli argomenti di entrambe le lettere sono piuttosto dettagliati e meriterebbero un ulteriore approfondimento perché non sarebbe corretto affrontali in poche righe (anche se avete a disposizione link per leggere entrambi i documenti originali). Ovviamente sono state prese anche posizioni più forti e tranchant, raccontate anche in maniera sbrigativa dagli stessi organi di informazione. Ci sono in gioco non solo sovvenzioni ed etichette, ma anche concetti diversi di sviluppo tecnologico e scientifico, declinazioni di un dibattito che nel mondo scientifico prosegue da tempo. In questo caso, ha preso la forma di due lettere-saggio, in cui esperti del settore si confrontano apertamente. Comunque la si pensi, finché la discussione rimane su questo piano e non scade nella tifoseria è sempre un buon segno per il percorso democratico di una legge.

Gli italiani sono sempre più verdi: solo la politica non se n’è accorta

People For Planet - Lun, 04/01/2019 - 14:50

E non è il solo dato sorprendente che svela la nostra anima ecologista. Peccato che la politica sia l’unica a non accorgersene. Altrimenti, staremmo raccontando un altro Paese.

In un’ipotetica sfida tra chi ritiene che la sostenibilità ambientale sia un tema importante e chi invece ritiene sia solo una moda, i primi vincerebbero 47 a 41 (per cento). Ancora: il 97% degli italiani è d’accordo per limitare l’uso della plastica, il 92% fa (o dice di fare) la raccolta differenziata, il 74% acquista elettrodomestici a basso consumo anche se costano di più, il 71% sceglie un investimento sostenibile anche in presenza di un rendimento inferiore alla media e il 75% nello scegliere un posto di lavoro, preferisce un’azienda attenta ai temi della sostenibilità. Ancora, il 32% vorrebbe progetti di riforestazione urbana, il 28% un piano di riqualificazione energetica degli edifici esistenti. Più in generale, gli italiani coinvolti dai temi della sostenibilità sono 34 milioni, il 67% della popolazione.

Sono solo alcuni dei dati raccolti ed elaborati da EumetraMr e presentati a Milano dallOsservatorio Nazionale sullo stile di vita sostenibile promosso da Lifegate. Sono dati che fotografano un Paese con un fiera coscienza ambientalista, che nessuno racconta, e nessuno rappresenta. Soprattutto, è un mondo maggioritario, lontano dagli stilemi dell’ambientalista fricchettone e o comunista. È una coscienza che tra mille sfumature viaggia trasversale dagli elettori della Lega a quelli di Sinistra Italiana, passando per il Pd e i Cinque Stelle, da Nord a Sud. È la green Italy di cui parla da quasi dieci anni Ermete Realacci, che alla faccia di chi crede ancora che ambiente faccia rima con decrescita, mette in fila oltre 345.000 imprese italiane dell’industria e dei servizi con dipendenti che tra il 2014 e il 2018 hanno investito in prodotti e tecnologie green.

È paradossale che proprio la politica non sia in grado di dare corpo a questa domanda di sostenibilità tutta italiana, a questa coscienza ecologista di cui a volte nemmeno ci rendiamo conto, salvo poi stupirci del fatto che il 15 marzo scorso nessuno è sceso in piazza per il clima come gli italiani.

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