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Kenya l’agricoltore che porta acqua agli animali selvatici per salvarli dalla siccità

People For Planet - Mar, 04/09/2019 - 16:00

Patrick Kilonzo Mwalua, agricoltore keniota di 46 anni, dal 2016 ha fatto la sua missione di vita quella di abbeverare gli animali minacciati dalla grave siccità.

Patrick è nato e cresciuto in un villaggio in Kenya vicino a parco nazionale Tsavo, ha sempre portato al pasco le mucche e le capre della famiglia, per lui era normale incontrare animali selvatici sulla sua strada, pian piano si accorge che gli animali che vedeva nei anni diminuivano sempre di più, intorno a lui, (ma in realtà intorno a tutti noi) la natura era cambiata e stava continuando a cambiare molto rapidamente, il bracconaggio, i cambiamenti climatici, la siccità, stavano e stanno decimando gli animali selvatici.

Patrick sente che non può stare a guardare, non può non intervenire, è proprio nel 2016, quando l’agricoltore decide di aiutare gli animali, che il Kenya vive una delle maggiori siccità degli ultimi decenni, rigogliose pozze d’acqua erano ridotte a fango, elefanti e bufali si avvicinavano cercando acqua, dove non c’era più nulla.

“Alcuni animali, arrivati alle buche ormai secche annusavano e scavavano alla ricerca dell’acqua, altri rimanevano immobili come se si aspettassero di vedere arrivare l’acqua da un momento all’altro”

Una siccità terribile nel 2016 stermino migliaia di animali e capi di bestiame, 17mila solamente in Zimbabwe, e l’anno dopo, nel 2017 ancora peggio, la situazione va peggiorando di anno in anno, Patrick interviene, va dall’amministrazione del parco naturale vicino a cui vive, gli spiega che bisogna fare qualcosa, che gli animali sono stremati dalla sete e che lui, vuole portargli l’acqua, così ottenuta l’autorizzazione del direttore del parco, l’agricoltore improvvisa: va al villaggio più vicino, a 70km di distanza, affitta un camion con un serbatoio e compra pagando di tasca sua 10 mila litri d’acqua da portare al parco.

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Mangiare male uccide più del fumo

People For Planet - Mar, 04/09/2019 - 15:00

Mangiare male uccide più del fumo, della pressione alta e di qualunque altro fattore di rischio“. E’ lapidaria la conclusione di uno studio pubblicato su ‘The Lancet’, definito “l’analisi più completa degli effetti della dieta sulla salute”. Vi hanno contribuito oltre 130 scienziati di quasi 40 Paesi del mondo, coordinati da Ashkan Afshin dell’Institute for Health Metrics and Evaluation (Ihme) dell’università di Washington negli Usa. Secondo gli autori, a livello globale una morte su 5 è riconducibile a un’alimentazione scorretta – povera di cibi ‘amici’ come i cereali integrali e i vegetali, e ricca di ingredienti poco sani fra cui sale e bevande zuccherate – e dunque un quinto dei decessi potrebbe essere evitato adottando una dieta salutare, che per gli esperti avrebbe in pratica l’impatto di un farmaco blockbuster.

Afshin, che già 2 anni fa ha firmato un report mondiale sull’obesità, precisa che il nuovo lavoro si è concentrato sui legami fra alimentazione e patologie croniche come malattie cardiovascolari e diabete, indipendentemente dall’associazione tra queste condizioni e l’eccesso patologico di peso. Emerge che un regime alimentare sbagliato è stato responsabile nel 2017 di 10,9 milioni di morti (contro gli 8 mln di decessi associati al tabacco e i 10,4 mln da ipertensione), pari al 22% delle morti registrate fra gli adulti. Prima causa le malattie cardiovascolari, seguite da tumori e diabete. Non solo: una dieta scorretta è risultata complessivamente responsabile di 255 milioni di anni persi per morte prematura determinata da una patologia o perché vissuti con disabilità (Dalys).

“La cattiva alimentazione è un killer ‘attento’ alle pari opportunità”, sottolinea Afshin: “Tutti noi siamo quello che mangiamo – avverte – e il rischio riguarda trasversalmente persone diverse per età, sesso e status economico”. Oltre che ai singoli, l’appello dello scienziato è rivolto anche alle Istituzioni (“Le politiche dietetiche focalizzate sulla promozione di una dieta sana – dice – possono ottenere più benefici rispetto a quelle che si concentrano sulla lotta ai cibi a rischio”) e al mondo dell’industria: “C’è un bisogno urgente e impellente di cambiamenti a vari stadi del ciclo di produzione alimentare – ammonisce il ricercatore – dalla coltivazione alla lavorazione, dall’imballaggio al marketing”.

Più nel dettaglio, secondo lo studio, nel 2017 le malattie cardiovascolari sono state la prima causa di morte correlata a una dieta sbagliata (circa 9,5 milioni di decessi) e di Dalys (207,2 mln), seguite da cancro (oltre 900mila morti e 20,2 mln di Dalys), diabete (più di 330mila decessi e 23,7 mln di Dalys) e patologie renali (oltre 130mila morti e 3,4 mln di Dalys). Tra i 20 Paesi più popolosi del pianeta, nell’anno in esame è stato l’Egitto a riportare il più alto tasso di decessi legati all’alimentazione e il numero maggiore di Dalys, mentre all’estremo opposto c’è il Giappone.

Benché, sempre stando all’analisi, l’effetto dei singoli fattori dietetici sia variabile da un Paese all’altro, ci sono 3 abitudini che ‘coprono’ più della metà dei decessi associati a una cattiva alimentazione e 2 terzi (66%) dei Dalys: basso apporto di cereali integrali, poca frutta, alto consumo di sodio. L’altra metà delle morti e il 34% dei Dalys vengono invece ricondotti a un elevato consumo di carne rossa, carni lavorate, bibite zuccherate e acidi grassi trans. In altre parole, commenta Afshin, “stiamo evidenziando che ‘pesa’ di più mangiare pochi cibi sani che consumarne tanti malsani”. Ed è proprio basandosi su questo elemento che l’esperto ritiene politicamente più vantaggioso promuovere l’assunzione di ingredienti alleati, rispetto al demonizzare i prodotti più insidiosi.

“L’adozione di diete che privilegiano cibi a base di soia, fagioli e altre fonti di proteine ​​vegetali potranno avere importanti benefici per la salute sia umana sia dell’ambiente”, sostiene Walter Willett, docente di Harvard e co-autore del nuovo lavoro. “Mentre sale, zuccheri e grassi sono stati al centro del dibattito sulle politiche alimentari negli ultimi anni”, osservano gli studiosi, l’analisi indica che i fattori dietetici più a rischio di morte sono sì “un alto apporto di sodio”, ma anche un basso consumo di cereali integrali, frutta, verdura, noci e semi. “Ognuno di questi elementi spiega oltre il 2% di tutti i decessi a livello globale”.

FONTE: ADNKRONOS

L’installazione di Pesce in Piazza Duomo fa discutere: “sessista”

People For Planet - Mar, 04/09/2019 - 14:00

Inizia oggi il Salone del Mobile, la settimana dedicata al design che oggi anno attrae a Milano curiosi, addetti ai lavori e capitali da tutto il mondo. Puntualmente la città si riempie di installazioni e di individui che per l’occasione si svegliano critici d’arte. Come per le amnesie, l’infusa scienza dura pochi giorni, fino a domenica, vivaddio.

Il 6 aprile in Piazza Duomo compare un’installazione di Gaetano Pesce alta 8 metri dal titolo ‘Maestà sofferente’. L’installazione si ispira a una poltrona progettata nel 1969, l’iconica ‘Up 5_6’, l’intento è mettere il dito nella piaga dell’Italia: la violenza sulle donne. L’installazione infatti è antropomorfa come la poltrona originale ma il corpo riprodotto è trafitto da centinaia di frecce, in perfetto stile S. Sebastiano.

Gaetano Pesce è uno dei massimi architetti, designer e scultori italiani, ha esposto al Met di New York, al Victoria and Albert di Londra, passando, ça va sans dire,  per il Centre Pompidou di Parigi. Non esattamente uno sprovveduto, insomma. L’installazione è enorme, brutta, disturbante, esattamente come la violenza di genere in Italia. È collocata davanti al Duomo di Milano, intitolato a Santa Maria Nascente: quanto a contesto, il contrasto ideologico che ne scaturisce è perfetto. È insomma un’opera concettuale, va ‘capita’, come si dice in questi casi, non deve piacere. Al collettivo transfemminista Non Una di meno non è piaciuta, per niente. E giudica via Facebook:

“A Milano succede che per il salone del mobile è stata installata ieri in Duomo l’opera di Gaetano Pesce, intitolata: “Maestà sofferente”, dedicata al problema della violenza sulle donne (dicono). L’opera richiama la famosa poltrona oggetto di design realizzata da Pesce nel 1969: un accogliente corpo femminile e materno sui cui adagiarsi comodamente. Ma non bastava l’utilizzo del corpo femminile reso oggetto ai fini del design, ora l’idea viene rielaborata per rappresentare la violenza sulle donne. Il risultato? Una poltrona-donna trafitta da centinaia di frecce (rievocazione del martirio?). Una rappresentazione della violenza che è ulteriore violenza sulle donne perché reifica ciò che vorrebbe criticare. La donna per l’ennesima volta è rappresentata come corpo inerme e vittima, senza mai chiamare in causa l’attore della violenza. E tutto questo senza passare dalla forma umana: alla poltrona e al puntaspilli mancano infatti testa, mani e tutto ciò che esprime umanità in un soggetto.
Ma cosa potevamo aspettarci? L’opera è prodotta da un uomo e oggi all’inaugurazione delle 17 ne parleranno soltanto uomini: quel sesso che storicamente così poco si è interrogato sul proprio essere autore di violenza e sull’immaginario cui attinge quando “crea” opere sul femminile”.

L’opera può non piacere, più che legittimo, ma bollarla come sessista perché acefala e perché opera di un uomo anziché di una donna è un’operazione quanto meno ingenua. Sommessamente, diremmo anzi che è un’operazione ideologica. E poi, diciamolo, questo mantra della reificazione sta sfuggendoci un po’ di mano. A nessuno è venuto in mente di dire che i cadaveri della Guernica fossero un tributo alla guerra e non la sua denuncia. A memoria nessuno ha accusato De Chirico di avere reificato il genere umano riducendolo a manichino. La Guernica e Le muse inquietanti nascono come opere d’arte, l’installazione di Pesci si inserisce nel Salone del Mobile, nella convention commerciale italiana per eccellenza. Reificazione che?

“Non Una di Meno” ha partecipato all’inaugurazione dell’installazione di Pesci al grido di “Ceci n’est pas une femme”, con l’intento di denunciare il sessismo e la reificazione del corpo della donna alla base dell’opera di Pesci, ma il confronto con l’artista francese Poisson e con le autorità municipali, tra cui il Sindaco Beppe Sala, pare che abbia fatto cambiare idea al collettivo, che aggiusta il tiro, e scrive, sempre via Facebook: 

“L’opera infatti non oggettivizza e non vittimizza le donne e soprattutto non estetizza la violenza. Ha dichiarato l’artista (ndr. riferendosi a Poisson): ‘La violenza non è spettacolo, con quest’opera, a differenza di quanto avviene di solito, non ho voluto normalizzarla, estetizzarla o feticizzarla, trasformando corpi vessati e cadaveri in oggetto di contemplazione (erotica)’”.

Un’ipotesi semplice, bastava rifletterci un attimo.

E ancora, prosegue il comunicato del collettivo transfemminista:

“Nella didascalia dell’installazione si legge come la violenza sia un fatto sociale grave in “altri paesi”. Non Una di Meno ha evidenziato i dati riferiti all’Italia: una donna ogni 3 giorni è vittima di femminicidio, l’obiezione di coscienza rispetto all’aborto è al 70%, più di 1.400.000 donne hanno subito molestie sul luogo di lavoro e la percentuale tocca l’85% nella categoria delle giornaliste.”

“Se l’opera d’arte serve ad accendere i riflettori su una tematica sociale importante, ci auguriamo che il dibattito generato riconosca la strutturalità e sistemacità del problema della violenza di genere, e ci auguriamo altresì che artiste femministe e LGBTQIA+ non siano più invisibilizzate soprattutto quando il tema le riguarda in prima persona”, si legge al termine del post, che finisce con l’auspicio che si destini ai centri antiviolenza presenti sul territorio una donazione di 100.000 euro. Reificazione che?

Foto in copertina: Ansa.it

Inter, Candreva paga la mensa alla bimba che deve pranzare coi crackers

People For Planet - Mar, 04/09/2019 - 12:00

La famiglia della piccola, in una scuola elementare del veronese, non può permettersi la retta e per lei non c’è lo stesso cibo dei compagni: così il centrocampista nerazzurro ha telefonato al sindaco, se ne occuperà lui.

Un piccolo gesto a volte risolve un grande problema. Il problema era quello di una bambina della scuola elementare Giacomo Zanella di Minerbe, in provincia di Verona: visto che la sua famiglia, di origine straniera, non è in grado di pagare la retta, per lei alla mensa il pasto è stato ridotto. Niente di preparato, niente di cucinato: solo a una scatoletta di tonno e un pacchetto di crackers al giorno.

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Il Senatore della Lega, Simone Pillon, è sotto processo per omofobia

People For Planet - Mar, 04/09/2019 - 11:40

Avvocato e mediatore familiare, membro fondatore del Comitato Family Day, Simone Pillon, è un ferreo difensore della famiglia tradizionale, antiabortista convinto e promotore dei valori “Dio, patria e famiglia”. Oggi,il Senatore leghista, è stato trascinato sul banco degli imputati dall’Omphalos, associazione affiliata ad Arcigay ed impegnata da oltre 25 anni a promuovere e garantire diritti umani e civili, attraverso la rimozione delle discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. L’episodio ha avuto luogo al liceo scientifico Alessi di Perugia dove l’associazione era stata invitata a tenere un incontro con gli studenti sul tema “Lotta al bullismo omofobico”; insomma, decisamente un tema serio dove l’ironia non trova alcun senso. «Spesso veniamo chiamati nelle scuole a dare il nostro contributo nella sensibilizzazione contro le discriminazioni, come riconoscere il bullismo omofobico. Portiamo anche materiale didattico sulla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili e volantini informativi delle nostre iniziative — spiega Stefano Bucaioni, presidente di Omphalos — Pillon ha distorto i fatti, alterando il nostro materiale, omettendo quello (che ovviamente c’era) sull’amore tra due persone eterosessuali, facendoci passare per adescatori».

Il Senatore Pillon è al centro di discussioni da diversi mesi per il Ddl omonimo che prevede: affido condiviso, mantenimento diretto, bigenitorialità e mediazione obbligatoria nel caso di figli minorenni.

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Simone Pillon; il senatore ultrà della famiglia sotto processo per omofobia. Lei…lei lo sa come si fa l’amore?” (Risate) “Quali sono i due ingredienti che servono?” (Risate) “Un maschio e…?” (Risate) “Una femmina”, grida qualcuno dal pubblico. “Allora lei è un bullo omofobico” (Risate Fragorose). È un siparietto collaudato, ripetuto in giro per l’Italia, quello che – proprio mentre in Commissione giustizia entra nel vivo la discussione sul suo contestato ma mai ritirato disegno di legge sulla riforma dell’affido condiviso – potrebbe costare molto caro (200.000 euro la richiesta di risarcimento) al senatore leghista Simone Pillon, trascinato sul banco degli imputati da Omphalos, associazione Lgbt di Perugia affiliata ad ArcigayAdditati come adescatori di minorenni, si sono rivolti al giudice che ha rinviato a giudizio Pillon e ha fatto sequestrare e cancellare dal web il videoperformance del senatore che, di platea in platea delle sue tanto amate associazioni di famiglie, ha sostenuto, con tanto di volantini taroccati ad arte, che “quelli di Arcigay vanno nei licei e spiegano ai vostri figli che per fare l’amore bisogna essere o due maschi o due femmine e non si può fare diversamente e…venite a provare da noi, nel nostro welcome group“. Tranne poi provare a giustificarsi in aula richiamando la sua “ironia sferzante” Continua a leggere…

Fonte: REPUBBLICA.IT – Alessandra Ziniti

Ddl Pillon: ecco le ombre che fanno discutere. Bocciato. O congelato. Non in Parlamento, ma dai commenti al vetriolo che si susseguono: in primis dall’opposizione, ma anche nelle file degli alleati di governo. È un provvedimento che divide il ddl Pillon, il contestato disegno di legge sull’affido condiviso dei figli di genitori separati, che secondo i critici non terrebbe in considerazione i diritti dei minori. Proposto da Simone Pillon, senatore leghista e vice presidente della commissione bicamerale Infanzia e adolescenza, il ddl è al centro di polemiche da mesi. E ha incassato moltissimi no illustri. A partire dell’allarme lanciato alle Nazioni Unite in una lettera inviata al governo dalle relatrici speciali dell’Onu Dubravka Šimonović e Ivana Radačić, datata 22 ottobre, per le quali il testo «introdurrebbe disposizioni che potrebbero comportare una grave regressione, alimentando la disuguaglianza e la discriminazione basate sul genere, e privando le vittime di violenza domestica di importanti protezioni». Continua a leggere…

Fonte: ILSOLE24ORE.COM – Nicoletta Cottone  

Il disegno di legge Pillon è nel Contratto di governo Lega-M5s. Intervistato dall’Agi il primo aprile, il capogruppo della Lega al Senato Massimiliano Romeo ha sostenuto che «il problema non è il ddl Pillon [il disegno di legge sulla riforma del diritto di famiglia, n.d.r.], ma quello che c’è scritto nel Contratto di governo». Qui infatti «è chiaramente scritto che la rivisitazione dell’affido condiviso deve partire dal principio di bigenitorialità», nel Contratto si «parla espressamente di tempi paritari tra i genitori» e di rivisitazione «dell’assegno di sostentamento». Insomma, secondo Romeo «il ddl Pillon dovrà essere il cuore del testo, il punto di partenza», perché «corrisponde a quanto c’è scritto nel Contratto di governo e quindi il cuore del ddl non si tocca». Il disegno di legge in questione, in discussione nella Commissione Giustizia del Senato, è tornato di attualità dopo che Vincenzo Spadafora, sottosegretario alla presidenza del Consiglio in quota M5s, ha dichiarato che quel testo “non arriverà mai in aula, non se ne parla più, è archiviato”, mentre la Lega lo ha difeso come un buon punto di partenza. Continua a leggere…

Fonte: AGI.IT – Pagella Politica

Fonte immagine TODAY.IT

“Invasione aliena” in Norvegia

People For Planet - Mar, 04/09/2019 - 09:35

Nel cielo norvegese sono comparse misteriose luci colorate dalla forma bizzarra, che in molti hanno scambiato persino per un attacco alieno. Si è trattato invece dell’esperimento AZURE finanziato dalla NASA, volto a studiare le dinamiche del flusso di particelle alla base delle aurore polari. Sono stati lanciati due razzi che, una volta esplosi, hanno liberato traccianti chimici che hanno dato vita allo spettacolo di luci.

Uno spettacolare esperimento della NASA condotto nel cielo norvegese, caratterizzato dalla comparsa di bizzarre e suggestive luci colorate, ha meravigliato – e in molti casi preoccupato – chi ha avuto la fortuna di osservarlo con i propri occhi. C’è chi ha addirittura pensato a un attacco alieno, tanto era peculiare il “gioco di luci” messo in piedi dagli scienziati americani; non a caso i centralini della polizia sono stati tempestati di chiamate con la richiesta di informazioni. Ma cosa è successo esattamente nel freddo Paese nordico?

L’esperimento. Tutto ha avuto inizio con il lancio di due razzi suborbitali dall’Andøya Space Center – nella Norvegia settentrionale – in seno al progetto AZURE (Auroral Zone Upwelling Rocket Experiment), messo a punto per studiare le aurore polari. Uno dei principali obiettivi della ricerca è quello di analizzare la quantità totale di energia che entra e lascia il sistema geospaziale della Terra durante questi meravigliosi fenomeni naturali, causati dall’impatto delle particelle del vento solare con gli strati superiori dell’atmosfera. Per comprendere le dinamiche del flusso di particelle nella ionosfera, sostenuto da venti verticali e orizzontali, gli scienziati hanno lanciato i due razzi che hanno liberato dei traccianti chimici in grado di evidenziare visivamente gli spostamenti. Le esplosioni sono avvenute a 115 e 250 chilometri di altezza dalla superficie terrestre, dopo che i sensori hanno monitorato densità e temperatura atmosferiche.

Luci meravigliose. I razzi hanno rilasciato trimetilalluminio e una combinazione di bario e stronzio, che hanno dato vita alle spettacolari luci dalle tonalità verde acqua e viola sfumato. A rendere particolarmente suggestivo il fenomeno artificiale anche le forme “disegnate” nel cielo. Nella parte più alta i razzi hanno creato globi luminosi che si sono rapidamente trasformati in una densa nube violacea; subito sotto di essa sono invece comparse una decina di sfere brillanti con code e tonalità simili a quelle delle comete. Ancora più in basso sono emerse serpentine giallognole. Tutte le strutture hanno iniziato a deformarsi e disperdersi sotto la spinta dei venti che gli scienziati intendevano analizzare. I dati sono stati raccolti dalle varie stazioni di ricerca sparse nella regione.

FONTE E VIDEO: SCIENZE.FANPAGE.IT

Diventare una principessa Disney per lavoro…

People For Planet - Mar, 04/09/2019 - 08:00

E’ inutile negarlo, ogni donna è cresciuta guardando i film di animazione della Disney e sognando di diventare una principessa con una vita da fiaba. Da oggi il loro desiderio potrà diventare realtà e la cosa particolare è che non serve incontrare nessun principe azzurro per farlo. In Inghilterra, infatti, una coppia di genitori va alla ricerca di baby-sitter disposte a vestirsi da eroine Disney con tanto di corone e abiti pomposi per intrattenere i propri figli. Il dettaglio che fa più gola alle candidate, però, non è tanto la possibilità di trasformarsi in principesse quanto piuttosto lo stipendio, che si aggirerebbe intorno ai 46.000 euro l’anno.

I requisiti richiesti per lavorare come principessa Disney

Avete sempre sognato di essere delle principesse? Da oggi il vostro desiderio potrà trasformarsi in realtà, vi basterà volare in Inghilterra. Una coppia di genitori di Brookmans Park, nella contea di Hertfordshire, ha infatti pubblicato un annuncio di lavoro molto particolare sul portale Childcare: va alla ricerca di baby-sitter disposte a travestirsi e a interpretare il ruolo delle principesse Disney più famose della storia, da Cenerentola a Biancaneve, fino a Rapunzel e a Elsa di “Frozen”. L’impegno sarebbe part-time, non prevede esibizioni in parchi o teatri, bisognerebbe semplicemente intrattenere ed educare due gemelle di 5 anni indossando ogni mese i panni di una eroina differente

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Arianna Errigo, la schermitrice che lotta per la libertà di tirare di fioretto e di sciabola

People For Planet - Mar, 04/09/2019 - 07:28

La vicenda è molto semplice. Elementare. C’è un’atleta che ama il suo sport e il suo lavoro, e che vorrebbe raddoppiare i suoi impegni: tirare sia di fioretto sia di sciabola. Dall’altro lato, c’è una Federazione che invece non gradisce questo progetto. Che giudica lo sdoppiamento propedeutico a un indebolimento in entrambe le discipline. E da mesi le ha posto un aut aut: o il fioretto o la sciabola. Lei, Arianna Errigo, non vuole saperne. Tira sulla pedana e tira dritto nella vita.

Domenica giorni, sulla sua bacheca Facebook, ha scritto:
“Peccato, speravo che l’incontro con il presidente Giorgio Scarso andasse meglio visto anche le dichiarazioni fatte nella lettera inviatami il 29 ottobre 2018. Sebbene i risultati e il regolamento mi diano ragione, ancora oggi mi viene richiesto di scegliere.
Io ho scelto fioretto e sciabola. Confido in lui visto che a breve mi ha promesso di farmi partecipare ad una riunione del consiglio federale anche per chiarire e capire le vere motivazioni di questo assurdo atteggiamento”.

È decisamente il caso politico più interessante dello sport italiano. Arianna Errigo è un talento puro della nostra scherma. Per alcuni, con qualche ragione, un talento che si è in parte perduto. L’Italia si accorse di lei alle Olimpiadi di Londra 2012 quando nella semifinale di fioretto individuale eliminò il monumento Valentina Vezzali. Col suo stile aggressivo, votato all’attacco, era ed è praticamente impossibile non innamorarsi dell’atleta nata a Monza. Allora aveva 24 anni. In finale stava dominando la rivale Elisa Di Francisca; poi, però, qualcosa si inceppò e lei mise al collo soltanto la medaglia d’argento.

Peggio andò quattro anni dopo, alle Olimpiadi di Rio, quando da grande favorita venne precocemente eliminata nel fioretto individuale.

È difficile andare alle origini di questo scontro. Le ragioni, sulla carta, sarebbero dalla parte di Arianna. Nella scherma non c’è alcun ostacolo alla partecipazione in due armi diverse. Ci sono precedenti illustri nella scherma italiana: da Edoardo Mangiarotti che ha vinto con spada e fioretto, a Nedo Nadi che nella lontanissima Olimpiade del 1920 vinse cinque medaglie d’oro in tre armi diverse: fioretto, spada, sciabola.

Altri tempi, potrebbe obiettare qualcuno. Non mancano coloro i quali fanno notare che negli ultimi anni il rendimento di Errigo è calato: è da tanto che manca una sua vittoria individuale. Come se la doppia disciplina avesse finito realmente per indebolirla. Lei ribatte che è tra le prime quattro sia nella sciabola che nel fioretto.

La mancanza di risultati è una delle ragioni della Federazione. Ma lo scontro, a questo punto e a questo livello, è diventato una battaglia di principio. Che vive e ha vissuto momenti di alta tensione, come quando la Federazione non la autorizzò a partecipare alla tappa di sciabola a Baltimora, oppure quando Arianna saltò il Grand Prix di fioretto di Anaheim per partecipare a un torneo di sciabola di Atene.

Il ct della sciabola tace, parla con i fatti: ha recentemente convocato Errigo nella squadra nazionale. Il collega del fioretto, invece, sembra gradire meno il doppio impegno.

A questo punto, e da un bel po’, la logica si è ritirata. È e sarà soltanto una prova di forza. In cui il più debole rischia di essere stritolato. E il più debole tra la federazione e l’atleta, sia pure un’atleta che combatte come una leonessa, è facile intuire chi possa essere.

Fonte immagine: Io Donna

La scomparsa degli insetti: “Solo il biologico ci può aiutare”

People For Planet - Mar, 04/09/2019 - 02:42

Diversi allarmi stanno gettando luce negli ultimi anni, e nelle ultime settimane, sul vasto e complesso problema della scomparsa di insetti: le api sono tra le categorie maggiormente a rischio, ma non sono la sola specie in forte e costante declino. «Il principale problema riguardo agli insetti è che ne sappiamo poco, si pensa che siano numerosi e non rischino. Invece non è così. Un primo fondamentale lavoro è stato quello degli entomologi tedeschi che, dall’89 al 2013, hanno monitorato la quantità, la massa di insetti presente in certe aree protette del Paese. Ebbene in 24 anni, e sottolineo che si trattava di aree protette, la diminuzione registrata è stata del 78%, il che significa un disastro nella rete ecologica alimentare, perché gli insetti sono la base della catena alimentare, garantiscono la sopravvivenza di talpe, pipistrelli, uccelli e via dicendo». Stefano Mazzotti è il direttore del Museo civico di Storia Naturale di Ferrara, è un entomologo e studia da anni questi fenomeni.

Dopo questo primo imponente lavoro, racconta, ne sono arrivati altri. «Su Plos One uno studio su 60 aree protette in Germania ha confermato la prima analisi, registrando diminuzioni variabili dal 76 all’82% in 27 anni».

Ancora: l’anno scorso un lavoro simile, portato avanti in Costa Rica, ha trovato una perdita paragonabile, sempre nel medio termine, parlando della sesta estinzione di massa per quanto riguarda gli insetti. 

Una review di quest’anno, pubblicata su Biological Conservation, ha sancito nuovamente l’estinzione delle prime specie e perdite ingentissime: la massa di insetti si è ridotta dal 60 al 90 per cento. 

Insomma, la gravità di questi fenomeni sta emergendo solo adesso, e rimediare sembra molto difficile. «Questi dati sono una novità, anche perché solo adesso stiamo iniziando a studiare il fenomeno» continua il Direttore. «Scarabeidi, farfalle e farfalle notturne, carabidi, cioè insetti del suolo, dove inevitabilmente si concentrano le sostanze tossiche, insetti acquatici e api sono ad oggi le specie più a rischio, molte delle quali già estinte. Le api selvatiche sono a forte rischio, alcune specie sono ormai estinte: ed è un processo irreversibile». 

Eppure, nonostante questi primi studi, stiamo parlando ancora di ambiti molto poco noti. «Mentre sappiamo molto dei vertebrati, abbiamo liste precise ad esempio sui mammiferi a rischio di estinzione, conosciamo i numeri e le stime, non sappiamo quasi nulla degli insetti e non facciamo nulla per cambiare, né per investire in ricerca, né per bloccare i sistemi che sappiamo che generano questo collasso. Devo dire ad esempio che la polemica in atto nel governo riguardo il biologico (si discute in Senato sull’utilità di promuovere o meno l’agricoltura biologica, considerata da molti politici e alcuni esperti troppo poco produttiva, n.d.r.) si basa su questa ignoranza. Ci sono sì ricercatori contrari al biologico, ma le loro tesi si basano sull’assenza di dati storici e sulla gravissima scarsità di dati recenti». 

«Il biologico andrebbe certamente incentivato, e non sono solo io a dirlo» sottolinea Mazzotti. « Sul sito dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) si parla del declino di varie specie di insetti e si spiega chiaramente che il principale responsabile è l’agricoltura intensiva chimico industriale, che è anche una delle principali cause dell’alterazione climatica in atto, oltre che dell’avvelenamento di acque e suolo. Le alternative ci sono. Se la biodinamica è una pratica religiosa ed esoterica che va sicuramente circoscritta tra i fenomeni dell’antropologia culturale, è invece fondamentale sapere e valutare le sostanze chimiche ammesse nel biologico (il rame) e il peso del loro impatto rispetto ad esempio ai glifosati. In questo momento stiamo facendo regredire la realtà delle cose, in natura, a una sola specie, come facciamo per le monocoltura… ma il mondo, la natura… non funzionano così: non posso semplicemente cancellare dalla faccia della terra le cosiddette erbacce disperdendo veleni nel suolo. Visto il collasso di insetti e il loro ruolo fondamentale per l’impollinazione, ci sono stime dei danni già oggi portati all’agricoltura da questo fenomeno (cioè la mancata impollinazione, n.d.r.). Questi processi sono molto complessi e articolati, e in gran parte sconosciuti, ed è dunque difficile stabilire una linearità di causa ed effetto. Ma da quel che sappiamo è lampante che l’agricoltura intensiva deve prendere altre strade, e rivolgersi al biologico». 

Artico: bloccate da un giudice le trivellazioni oceaniche concesse da Trump

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 19:00

Un giudice della corte USA dello stato dell’Alaska, ha bloccato le trivellazioni concesse da Donal Trump, i mari dell’Artico non si toccano. Una battuta d’arresto quindi per il presidente americano ed il suo tentativo di annullare i divieti di perforazione al largo delle coste artiche. Ed una piccola vittoria per la conservazione di questi delicati ambienti e per la lotta al cambiamento climatico. Finalmente una buona notizia per il nostro Pianeta.

I divieti imposti da Barack Obama nel 2015 e nel 2016

Il giudice della corte distrettuale, Sharon Gleason ha infatti respinto l’ordine esecutivo di Donald Trump, che annullava i divieti imposti dall’amministrazione Obama nel 2015. L’ex presidente USA aveva infatti deciso di imporre divieti specifici in queste zone per tutelarne gli ecosistemi, nel corso degli anni fortemente danneggiati dalla trivellazione per la ricerca di petrolio e dai cambiamenti climatici. Per questo motivo Obama aveva posto fine alle esplorazioni nel Mare di Beaufort e nel Mare di Chukchi, come nella secca di Hanna Shoal, un sito molto importante per i trichechi.

Alla fine del 2016 e dunque poco prima di lasciare il comando a Donald Trump, l’ex presidente Barak Obama, aveva di fatto imposto il divieto di esplorazione ed estrazione di idrocarburi. Le navi con cannoni sonici ad aria e le trivelle, furono quindi bandite da un ampio tratto di costa statunitense, sull’Oceano Atlantico.

Per proteggere orsi polari, ghiacciai, trichechi, i villaggi autoctoni dell’Alaska, ma sopratutto il nostro Pianeta, era stato imposto un divieto permanente di trivellazione su 465 mila m², il 98% delle acque federali statunitensi nell’Oceano Artico.

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Fanno il saluto romano a scuola: sospesi, dovranno studiare la Resistenza e le storie dei migranti

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 16:00

Sei giorni di sospensione dalle lezioni scolastiche ma soprattutto l’obbligo di studiare la Resistenza al nazifascismo e il sacrificio di migliaia di Partigiani. Accade a Cuneo, dove un gruppo di quattro studenti del liceo De Amicis due mesi fa durante l’intervallo si è reso protagonista di una stupida bravata: dopo essersi messi in fila hanno inscenato il saluto romano davanti a un manifesto di “Lager SS”, una mostra fotografica allestita nell’aula magna della scuola e dedicata ai deportati politici nei campi di sterminio in occasione della “Settimana della Memoria”. Come racconta La Stampa i quattro, approfittando dell’assenza degli insegnanti, hanno fatto il saluto fascista ignorando che qualcuno li stava però riprendendo con il cellulare e che quel video, fatto girare tra gli studenti, alla fine è arrivato alla preside, Mariella Rulfi. La donna, dopo aver consultato il Consiglio di classe, ha ottenuto il via libera per una “punizione esemplare”.

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Il Mare Nostrum dimenticato torna ad essere al centro

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 15:37

Sul convegno di Carrara vi rimando al bell’articolo di Duccio Braccaloni che sta divenendo sempre di più il cuore giovane e organizzativo di Ecofuturo e di Ecquologia su cui troverete oltre la cronaca anche gli atti e la presentazione rapporto.

Vorrei entrare quindi nel cuore della discussione che è divenuta subito frizzante con il moderatore che ha preso come una critica il fatto che nell’introduzione facevo notare che le autostrade del mare attualmente in Italia spostano meno mezzi in un anno di un solo tratto autostradale come quello che ha fatto la strage di agosto.

Io credo che gli armatori abbiano preso sul serio la sfida di Duel e che dovendo contare solo sui propri mezzi stiano facendo molto e pagando spesso un prezzo salatissimo ma non capiscono che loro, i gestori dei porti (che invece stanno facendo di tutto per rendere complicata la vita di chi va per mare), i lavoratori del mare e i sindaci delle città portuali dovrebbero chiedere ai governi almeno la par condicio con le altre infrastrutture.

6 miliardi al trasporto su gomma e ferroviario per garantire le linee prive di convenienza economica che altrimenti dovremmo chiudere. ATTENZIONE: contributi annuali e non alle infrastrutture ma al semplice funzionamento e rinnovamento dei mezzi, 1,3 miliardi al trasporto aereo per il risparmio sulle accise dei carburanti che ovviamente fanno due danni all’ambiente e che appesantiscono il conto delle ferrovie per una concorrenza inutile e dannosa.
Ovviamente regioni, politici, comuni, ecc tutti a chiedere più fondi per il trasporto pubblico locale invece sugli aerei tutti zitti perché è solo una dazione inutile, dannosa e vergognosa.

Sul mare, nel complesso, si investono per sostenere le rotte delle isole meno di 200 milioni l’anno!

Ovvero l’infrastruttura che emette emissioni, pur utilizzando per i motori un carburante peggio dell’asfalto delle strade che deve essere portato a 140 gradi di temperatura per poter essere immesso nel motore, inferiori al 98% del trasporto su strada e faremo il confronto presto con il trasporto aereo ma ovvio che il confronto sarà impietoso, ottiene finanziamenti ridicoli e quindi manca di rotte per gran parte dei porti e dei percorsi nazionali.

Sui finanziamenti al mare tutti ma proprio tutti sempre contro, interrogazioni in Parlamento e gli armatori che invece di alzare la voce quasi se ne vergognano. Processi di privatizzazione su cui nessuno o quasi ha avuto nulla da ridire, insomma il mondo del mare non ha la forza mentale di uscire allo scoperto, di unirsi e chiedere che si crei finalmente la infrastruttura che manca al paese ovvero LE AUTOSTRADE DEL MARE con rotte che siano quotidiane con arrivi e partenze certe, con la sburocratizzazione delle procedure mettendo intorno a un tavolo ministeriale TUTTi gli attori, dalle Capitanerie di Porto alle Porto Authority che oggi ci danno giù di fantasia, ognuno a casa loro.

La “Riforma Delrio” che ha creato di nuovo Le Repubbliche Marinare dimenticandosi che allora erano quattro e invece ne ha fatte 18 per moltiplicare campanili accontentati e poltronifici, sta determinando la paralisi su tutte le scelte e basta un bischero seduto sulla poltrona sbagliata per inceppare 17 intelligenti per cui occorre un decreto urgente che obblighi la semplificazione ed unificazione delle procedure sia Capitanerie che Porto Authority prima ovviamente di cancellarle tutte e di creare un unica autorità portuale e un unico comportamento delle capitanerie.

Occorre che il Green Port su cui lavorarono a lungo i tecnici del ministero nel precedente governo ma che evidentemente a Galletti non interessava e che invece Costa ha subito adottato sia applicato e implementato con le nuove tecnologie dagli ecodragaggi al bio gnl per disinquinare le aree portuali e rendere friendly per tutti gli abitanti delle coste l’aumento del traffico navale che deriverà dalla nascita delle autostrade del mare.

Gli Ecodragaggi per ripulire i porti dai vecchi inquinanti e per approfondire i fondali dove serve per gli attracchi oltre che per ripascere le spiagge andate in erosione per la sciagurata moltiplicazione dei porti, porticcioli, porticini (certo siamo dei geni del mare abbiamo nel complesso quasi 500 tra porti ed attracchi ovvero le stazioni ma non abbiamo fatto le rotte ovvero i binari del mare), la riconversione dei motori navali per andare a gnl e bio gnl è oggi indifferibile e possibile grazie allo sviluppo della tecnica di liquefazione microscale e alla diffusione della rete del metano e degli impianti di biogas trasformabili in biometano sempre che si smuovano degli incagli procedurali di cui il ministero ha preso visione e che ha promesso di affrontare.

Il convegno sulle Autostrade del mare, non dimentichiamocelo, è stato possibile grazie all’impegno di Ecofuturo e Giga ma anche di Fiera di Carrara e del Gruppo Grendi che ha sponsorizzato l’iniziativa e ha presentato un innovativo e proprio sistema di carico che minimizza del 125% i consumi globali di carburante per pezzo imbarcato.
Ovvero il gruppo più longevo e più piccolo di tutti gli attori presenti, grazie alla lungimiranza del suo amministratore Musso, ha consentito questo evento, speriamo che gli altri attori mettano altrettanto impegno perché avvenga questo fantastico cambiamento.

Permettetemi di ringraziare però tutti gli interlocutori intervenuti e di cuore per aver accettato di esserci e a cui diamo appuntamento presto al Senato per riproiettare la puntata di Ambiente Italia del 2004, ovvero l’evento da cui presero a crescere in maniera esponenziale le autostrade del mare con la presenza del Presidente Coltorti, della senatrice Ricciardi e del Sen. Mallegni che erano presenti all’evento assieme al sottosegretario Rixi.

Finisco con i conti del Rag. Roggiolani come faccio nelle puntate di Ecofuturo in onda su 81 reti private locali e internazionali oltre che sul sito del Fatto Quotidiano: “Le infrastrutture via terra costano all’Italia 6 volte in più della media europea, quelle del mare costerebbero 6 volte in meno della media europea, non le facciamo solo perché i gestori autostradali ci hanno clonato una parte del cervello facendoci diventare un popolo di navigatori pentiti e diciamocelo… un po’ fessi no?”.

P.S.: Le autostrade del Mare saranno al centro di una giornata del prossimo Ecofuturo dal 25 al 29 giugno a Padova.

Autostrade del mare

Pubblicato da Fabio Roggiolani su Venerdì 5 aprile 2019

Pubblicato da Fabio Roggiolani su Venerdì 5 aprile 2019

Il Comitato per l’Intelligenza artificiale di Google dura solo due settimane

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 15:00

A fine marzo l’azienda aveva annunciato la nascita di un gruppo indipendente di esperti per affrontare i problemi etici legati al machine learning. Ma tra i membri c’era un’esperta nota per il suo appoggio a Trump e le prese di posizione contro la comunità transgender.

Nuova vittoria dei dipendenti di Google che negli ultimi mesi hanno messo a segno diverse petizioni per orientare l’operato della società. L’azienda di Mountain View ha sciolto il neonato comitato etico sull’Intelligenza Artificiale dopo le accuse, per un componente, di discriminazione nei confronti dei transessuali. È Kay Coles James, considerata una figura di spicco nella scena conservatrice americana, scelta forse per strizzare l’occhio ai legislatori repubblicani.

A fine marzo Google aveva ufficializzato la nascita di un comitato indipendente di esperti che aiutasse la società a dipanare i problemi etici legati allo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale (AI). La task forse si chiamava Advanced Advisory Council (Ateac) e avrebbe avuto il compito di esaminare progetti in materia, anche con possibilità di veto. Non aveva un’agenda fissa, ma erano previsti quattro incontri entro il 2019.

Google aveva inserito anche due italiani, Alessandro Acquisti, docente di Information technology e public policy all’Heinz College della Carnagie Mellon University; e Luciano Floridi, professore di Filosofia ed etica dell’informazione all’Università di Oxford. Gli altri esperti della task-force erano Bubacarr Bah, De Kai, Dyan Gibbens, Joanna Bryson, William Joseph Burns e Kay Coles James. Proprio quest’ultima ha fatto esplodere il caso. Fa parte del think tank ultraconservatore The Heritage Foundation, già presa di mira negli Usa per le posizioni contro la comunità transgender, a favore del muro ai confini con il Messico voluto da Trump e per lo scetticismo sui cambiamenti climatici. La petizione ha avuto il supporto di alcuni ricercatori e anche alcuni membri del comitato hanno espresso perplessità: Luciano Floridi, in un post su Facebook, ha chiesto a Google le dimissioni della signora Coles James, giudicando la scelta «un grave errore che ha inviato un messaggio sbagliato sulla natura e gli obiettivi dell’intero progetto». Mentre Alessandro Acquisti ha ufficializzato le sue dimissioni su Twitter.

«Appare chiaro che il comitato non può funzionare come volevamo. Quindi lo chiudiamo per riprogettarlo. Continueremo ad essere responsabili sulle questioni importanti sollevate dall’Intelligenza Artificiale e troveremo altri modi per raccogliere opinioni su questo tema», ha spiegato Google al sito Vox. A destare perplessità, anche la figura di Dyan Gibbens, Ceo di una società di droni, che ha riaperto le vecchie divisioni nell’azienda per l’utilizzo dell’Intelligenza artificiale di Google in campo militare.

Anche su questo tema c’erano state pressioni dei dipendenti di Google, fino a che il progetto Maven con il Pentagono è stato accantonato. E non ha visto la luce neanche Dragonfly, il motore di ricerca epurato per la Cina che la società stava mettendo a punto. Anche in questo caso è stata determinante una lettera aperta dei lavoratori di Mountain View che ha provocato la reazione anche di un gruppo di organizzazioni non governative, tra cui Amnesty International e Human Rights Watch.

FONTE: LASTAMPA.IT

Banche: attenzione al web!

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 15:00

C’è una massima di Henry Ford che apprezzo particolarmente e che riassume il mio pensiero circa l’evoluzione tecnica: “c’è vero progresso solo quando i vantaggi di una nuova tecnologia diventano per tutti”.

Le nuove tecnologie per tutti non lo sono ancora. Però, molti dei mezzi venuti fuori in questi anni, se utilizzati in maniera sana e consapevole, possono aiutare a intraprendere battaglie senza precedenti o, per paura, mai iniziate. Come la battaglia contro le banche.

Ma “Come si può fare la guerra alle banche? Come può un topolino contrastare un elefante? Con quale armi?”
Criticandole! Analizzandone le malefatte (ma anche le best practice) tutti insieme, tutti i topolini contro l’elefante. Denunciandole con l’utilizzo dell’unica arma a nostra disposizione: il web, veleno per le banche.

Dal punto di vista legale, criticare una banca giustamente, anche in modo forte e piccato (restando sempre nei limiti della decenza), via siti web, via social o blog è possibile, è lecito.

Qualche tempo fa, proprio su queste pagine, vi ho raccontato una storia. La storia di un giudice che la dà vinta ad un piccolo imprenditore, accusato di diffamazione aggravata e tentata estorsione da una banca, la più importante banca italiana, Unicredit.

L’imputato, all’epoca dei fatti, lanciò una vera e propria azione di branding contro la banca, diffondendo dappertutto, grazie alla rete, il suo messaggio (da quasi 5 anni pubblica riflessioni critiche e mini inchieste tutti i giorni sotto il nome di “UsuraUnicredit”).

Risultato: lo scontro tra uno dei maggiori esponenti del potere economico e una persona qualunque vide prevalere il secondo e la verità. È possibile.

Quella fu una lezione. Il web ci insegna che, nelle situazioni difficili, senza perdere l’entusiasmo possiamo canalizzare il nostro senso di rivalsa in opere costruttive con fantasia e determinazione, ricavandone veleno per le banche, qualcosa che possa destarle davvero.

Veleno da somministrare, quando il caso lo richiede, a piccole dosi ovunque.

Perché la tecnologia ci permette di trovare strade e luoghi nuovi in cui portare la nostra denuncia e perché gli eserciti di anticorpi degli istituti di credito sono obsoleti e a questo veleno sembrano non poter rispondere.

Le grosse e pesanti banche sistemiche non possono contrastare l’intruglio di critiche che inonda i principali motori di ricerca e i social network.

Per prepararlo, però, bisogna essere preparati a propria volta.

Allora vi dico di più: il web non solo ci offre gli ingredienti per preparare il veleno, ci dice anche come prepararlo, quando e dove servirlo.

Se la nostra opinione deve far male, deve avere un certo spessore, avere sostanza.
In questo caso a rafforzarci, a fornirci la conoscenza atta ad affrontare una simile campagna offensiva troviamo la piattaforma Top Manager Reputation, nata nel 2013 in partnership con Affari&Finanza de La Repubblica che ne presenta mensilmente i risultati.

Vi spiego, “l’Osservatorio permanente Top 100 Manager analizza mensilmente l’andamento della Web Reputation delle figure apicali delle più importanti aziende del panorama nazionale”, tra cui le banche.

Per ciascun Top Manager in classifica è presente un breve profilo e un indicatore reputazionale, aggiornato mensilmente. In pratica tutti i segnali (articoli, video, immagini, social) che arrivano dal web si sommano e restituiscono un’immagine, della figura ricercata, spesso in contrasto da quella presentataci dai media tradizionali.

Parliamo di punteggi che costituiscono la percezione reale dei manager in questione e degli effetti concreti scatenati dalle strade sulle quali portano le aziende che guidano.

Ma attenzione, la metodologia che porta alla definizione dello score è ben definita e multilivello, affidando ai segnali proveniente dal web diversi pesi reputazionali e mediando tra la reputazione istantanea e quella storica. Parliamo di parametri attendibili e indicativi.

Basta digitare nome e cognome del dirigente ricercato per avere una stima e uno storico del suo operato, uno score aggiornato della sua “notorietà”.

Se cercate, ad oggi, gli ad che hanno portato al default di Carige, Mps, ecc… vi accorgerete della loro attuale (scarsa) posizione in classifica e di un grafico mensile e annuale che presenta flessioni a ridosso dei momenti più bui delle loro aziende.

In pratica abbiamo gli strumenti per conoscere le inefficienze, per Confucio avremmo vinto mezza battaglia.

Che non sia l’inizio di una nuova era? Che la rete e la tecnologia non possano sovvertire i rapporti di forza tra clienti vessati e le banche mangiafuoco?

È arrivato il momento di rispondere agli abusi bancari, di aver paura ma farlo lo stesso perché, probabilmente, per la prima volta nella storia la casta è perforabile dalle nuove armi messe a nostra disposizione dall’evoluzione.

L’unica cosa peggiore della cattiva salute, in cui quel mondo già versa, è la cattiva fama. Avvelenare la reputazione apparente delle banche e far prevalere una reputazione reale potrebbe cambiare davvero le cose in maniera radicale.

Foto di Thomas Ulrich da Pixabay

Altro che ecodiesel: a Valencia il pieno alla macchina si fa con le arance

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 12:15

Entro il 2030 la metà dei valencianos verserà nei serbatoi delle loro utilitarie una spremuta di bucce d’arancia. L’idea, che prevede l’estrazione di bioetanolo dagli scarti di lavorazione delle aziende, strizza l’occhio a tutti quei territori che producono agrumi. Compresa la nostra Sicilia.

La terza città spagnola si tinge di verde. Ma anche di giallo e arancio per prendere la strada dell’ecosostenibilità. Entro il 2030 la metà dei valencianos verseranno nel serbatoio delle loro utilitarie una spremuta di bucce d’arancia, e non più di antichi, maleodoranti e inquinanti carbonfossili. L’idea di produrre bioetanolo dalla buccia delle arance, scartate dalla lavorazione industriale delle aziende di succhi di frutta e marmellate, ha un’antica storia che inizia nel 1989 con le ricerche di Karen Gorhmann, professore di biochimica e ricercatore presso l’Università della Florida.

Nel 2008 i suoi studi (e brevetti) sono arrivati sulla sponda mediterranea valenciana, territorio che produce, assieme all’Andalusia, il 65 per ento della produzione totale d’arance in Europa (segue l’Italia con il 25 percento e la Grecia col 10). E non solo: negli ultimi trent’anni, grazie al contributo della Ue, la sola Comunitat de Valencia ha costruito dieci siti per produrre energia solare ed eolica, tanto che attualmente, il 38 per cento dell’elettricità nella case dei valenziani è “green”. Più del contributo che viene dal nucleare, oggi precipitato al 15 percento, dopo la chiusura di una centrale nel 2013 e lo smantellamento entro il 2050 di altre due.

Così, con buona pace di petrolieri, taglieggiatori, sceicchi, padroni dell’oro nero e degli inutili garanti dei prezzi del barile che decidono se aprire o chiudere i rubinetti, gli spagnoli da Valencia lanciano un progetto ambizioso ed ecosostenibile: entro il 2030 si vuole ridurre della metà le emissioni di CO2 prodotte dalle automobili, grazie all’utilizzo, al posto della benzina e del diesel, di bioetanolo estratto dalla lavorazione delle bucce d’arancia. Negli ultimi cinque anni il processo di lavorazione si è affinato migliorando l’utilizzo di una risorsa agricola che non scarseggia mai: nel 2017, causa un autunno insolitamente secco, si perse il 22 percento della produzione d’arance, ma intervennero le vicine comunità di Andalusia e Catalogna, forzieri d’arance, a risolvere il problema con la loro ricca produzione.

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Tutto sul caso Cucchi: dall’arresto al colpo di scena dell’Arma dei Carabinieri

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 10:33

Roma, 15 ottobre 2009. Stefano Cucchi, geometra romano, viene fermato dai Carabinieri per detenzione e spaccio di stupefacenti. Viene quindi decisa la custodia cautelare in attesa dell’udienza per la conferma del fermo fissata al giorno seguente; Cucchi prima dell’arresto e dell’arrivo in caserma non presenta alcun trauma fisico, ma il giorno dell’udienza si notano difficoltà a camminare e a parlare e mostra evidenti ematomi agli occhi. Il giudice, nonostante le precarie condizioni in cui versa Stefano, fissa l’udienza per il processo il mese successivo, con detenzione sino ad allora presso il carcere Regina Coeli. Tra la negligenza medica e il disinteresse delle guardie, le condizioni di Cucchi peggiorano notevolmente tanto che, dopo una visita presso il Fatebenefratelli, viene richiesto il ricovero, che però non avviene per il mancato consenso del paziente. In carcere le sue condizioni peggiorano ulteriormente, finché il 22 ottobre 2009 Cucchi muore all’ospedale Sandro Pertini. Le cause delle morte e le responsabilità sono state oggetto di procedimenti giudiziari che hanno coinvolto alcuni militari dell’arma dei carabinieri e i medici del Regina Coeli. La determinazione della sorella Ilaria per cercare verità e giustizia ha attirato sin da subito l’attenzione dell’opinione pubblica e dalla stampa nazionale. Oggi, dopo 10 anni, ci sono degli sviluppi e la famiglia (forse) potrà dire di aver avuto giustizia.

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Caso Cucchi, svolta dell’Arma: “Pronti a costituirci parte civile contro carabinieri infedeli” Il comandante dei carabinieri, il generale Giovanni Nistri, in una lettera ha annunciato a Ilaria Cucchi quella che appare come una vera e propria svolta nell’atteggiamento dell’Arma sul caso di Stefano. L’Arma è pronta a costituirsi parte civile nel processo a carico dei carabinieri coinvolti nel depistaggio nel caso in cui dalle indagine emergesse un chiaro danno di immagine. “Abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi ha mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà”, con questa lettera fatta recapitare nei giorni scorsi a Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il comandante dei carabinieri, il generale Giovanni Nistri, ha annunciato quella che appare come una vera e propria svolta nell’atteggiamento dell’Arma sul caso Cucchi. Continua a leggere…

Fonte: FANPAGE.IT – Antonio Palma

Caso Cucchi, depone in aula il militare super teste del pestaggio a Stefano. Depone in Aula oggi Francesco Tedesco, il militare super teste e imputato per omicidio preterintenzionale che ha accusato i colleghi coimputati nel processo per la morte di Stefano Cucchi. Tedesco viene sentito in aula, davanti alla prima Corte d’assise di Roma e ha scelto di essere ripreso televisivamente. Sono cinque i carabinieri alla sbarra nel procedimento bis in corso davanti alla prima Corte d’Assise: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Tedesco e rispondono di omicidio preterintenzionale. Tedesco risponde anche di falso nella compilazione del verbale di arresto di Cucchi e calunnia insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l’arresto. Vincenzo Nicolardi, anche lui carabiniere, è accusato di calunnia con gli altri due, nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso. Altri otto carabinieri sono indagati nel fascicolo sui presunti depistaggi sul caso, e rispondono di reati che vanno dal falso, all’omessa denuncia, la calunnia e il favoreggiamento. Continua a leggere…

Fonte: REPUBBLICA.IT – Stefano Ciafani  

Tutte le tappe del caso Stefano Cucchi. Dall’arresto del 2009 alla morte qualche giorno dopo al Pertini di Roma, fino alle minacce ai difensori di Francesco Tedesco.  Continua a leggere…

Fonte: PANORAMA.IT – Redazione

Così nei sogni diciamo addio alla dipendenza

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 09:28

Verso una nuova identità, non basata sul rapporto con la sostanza

sogni in cui si rivive il consumo di alcol e droghe sono ricorrenti tra le persone in fase di recupero. Questi sogni sono spesso brevi ma assai intensi, molto più precisi e chiari del solito. Il sognatore ha l’impressione fortissima che la ricerca, il desiderio della sostanza e il suo consumo siano eventi reali, come anche gli effetti[. Può anche provare il sollievo di aver soddisfatto un desiderio a lungo soppresso nell’astinenza, oppure il rimorso per esserci ricaduto. Di solito il sogno termina con un improvviso risveglio, che può essere accompagnato dalla sensazione di frustrazione perché l’uso non è realmente avvenuto. Da qui, spesso, consegue un aumento del desiderio della sostanza, il craving vissuto nelle ore successive. Talora, invece, al risveglio permane il senso di colpa vissuto nel sogno.

Nella trama dei sogni le fasi del recupero

“In dreams begins responsibility”, scriveva William Yeats nel frontespizio di una sua raccolta di poesie pubblicata nel 1915. Parole che sembrano alludere proprio al mutare dei sogni con il procedere del percorso di recupero. Nel tempo, infatti, con il prolungarsi dell’astinenza, questi sogni si fanno meno frequenti, lasciando eventualmente il campo a esperienze oniriche in cui la persona riesce a controllare il desiderio e a evitare l’uso della sostanza pur avendone l’opportunità. Ad esempio, nel sogno il soggetto in recupero può osservare gli amici usare la sostanza senza assumerla anch’egli oppure rifiutandola espressamente.

In qualche modo il sogno sembra riflettere gli stadi della riabilitazione, le dinamiche del desiderio della sostanza. Le trame dei sogni in astinenza e nel recupero racconterebbero cioè l’evoluzione degli equilibri/squilibri neurofarmacologici prodotti nel cervello dalla sostanza e dal campo di forze emotive, motivazionali, ambientali, affettive e materiali dentro cui vive l’individuo. I sogni delle droghe sembrano così coerenti con la capacità di regolare il desiderio della sostanza e il controllo del suo uso.

Nonostante il grande potenziale scientifico e terapeutico, le ricerche sperimentali, cliniche e epidemiologiche sui sogni delle droghe e delle sostanze sono ancora poco sviluppate. Per comprendere meglio e curare più efficacemente le dipendenze sarebbe invece assai utile avere conoscenze precise sulle eventuali interconnessioni tra meccanismi cerebrali del sogno, del sonno e determinanti del desiderio, del craving e dell’autocontrollo. Come anche sulle correlazioni tra tipologia dei sogni delle sostanze e rischio di ricadute, tra vissuto affettivo nel sogno e motivazione al recupero, capacità di gestione del desiderio.

Verso una nuova identità personale

La natura di questi sogni delle droghe potrebbe indicare gli snodi dell’itinerario verso una nuova identità personale, non più assimilata a quella di soggetto dipendente, non più costruita sul rapporto con la sostanza e con l’identità riflessa degli altri soggetti con cui si condivide l’esperienza della dipendenza. È qualcosa che per molti versi richiama le associazioni tra le dinamiche dell’identità delle persone in cui si sono spezzati rapporti affettivi lunghi e profondi (per lutto o per separazione) e l’evolvere dei sogni in cui si rivedono le persone perdute.

Anche attraverso il sogno, un individuo in recupero può ricostruirsi una sua identità propria, coerente, unita e singolare, per questo bisognerebbe porre più attenzione ai sogni nella fase di recupero. Come suggeriscono le scienze cognitive, la coerenza, l’unità e la consapevolezza dell’identità personale sono le condizioni necessarie per migliorare il controllo volontario, la capacità di scegliere, vale a dire per l’effettivo esercizio della libertà, che è in-dipendenza, autonomia e autoregolazione (ne ho parlato in questo post,dove è anche possibile vedere la registrazione di una mia lezione sull’argomento).

di Stefano Canali
FONTE: GALILEONET.IT

L’atleta disabile che gira il mondo fabbricando e regalando protesi ai bisognosi

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 08:00

Dopo tante medaglie ora gira in mondo fabbricando e regalando protesi a chi ne ha bisogno

Wojtek ha iniziato la sua carriera nello sport come calciatore, giocando in Germania da professionista nel Fc Fortuna Koln di Colonia, un giorno un incidente sportivo lo costringe all’amputazione delle gamba. 
Una sventura che per tanti potrebbe essere la fine del mondo, gli fa trovare la forza di non abbattersi e di diventare ancora più forte di com’era stato fino a quel momento,.

Non molla mai con lo sport e passa dal calcio all’atletica, fino ad arrivare ad essere un atleta paralimpico in diverse specialità, tra cui il salto in alto e la corsa. Nella sua nuova vita, senza un arto, e nella sua nuova carriera sportiva conquista molte medaglie e partecipa a diversi giochi paralimpici Atene, Pechino, Londra, dal 2004 al 2012.

Vincitore di 4 medaglie d’oro, 1 argento e 1 bronzi in tre Paraolimpiadi, ha avuto l’opportunità di incontrare in diverse parti del mondo persone portatrici di handicap, facendosi cosi’ un’idea di come venga vissuta e di come venga approcciata la disabilità in paese come l’Ucraina, il Kenya, l’India o la Thailandia.

Wojtek è sposato con un’altleta italiana , campionessa di salto in lungo, Elena Brambilla, insieme a cui due anni fa ha deciso di ritirarsi dalle scene sportive per intraprendere il loro progetto più grande, girare insieme in mondo in barca, in una barca speciale che ha al suo interno un piccolo laboratorio, in cui la coppia produce protesi da donare una volta scesi sulla terra, alle persone che incontrano nel loro viaggio, in due anni hanno prodotto 37 protesi, che hanno poi regalato ad altrettante persone che non se le sarebbero potute permettere, in Venezuela, Cuba, Galapagos ecc

” quando ci siamo ritirati dall’attività agonistica abbiamo deciso di investire i nostri soldi in una barca, che è la nostra casa, e in un progetto che potesse aiutare gli altri, così è nato Sailingforhandicap”

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Fonte immagine THEDARKROOM.IT

Arriva il superlegno con cui costruire automobili, astronavi e case

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 02:43

Arriva dagli Stati Uniti il trattamento in grado di rendere il legno più resistente della fibra di carbonio. Il sistema, per ora elaborato e testato soltanto in laboratorio, è il frutto di anni di ricerche di un gruppo di ingegneri dell’Università del Maryland (USA). Un superlegno, un legno più resistente dell’acciaio e del titanio da potere usare in svariati settori, dalle infrastrutture alla automobilistica, dall’edilizia all’astronautica. Senza contare i pregi che il legno già possiede: è un materiale economico, reperibile in natura, ed è a ridotto impatto ambientale, considerata la facilità con cui crescono e si rigenerano i boschi destinati alla produzione industriale.

Da anni si studia la nanotecnologia naturale delle fibre lignee al fine di poter sfruttare il legno in ambito strutturale e molto si è già fatto per affinare il processo di densificazione per rendere il materiale più stabile e resistente all’umidità. La lavorazione messa in atto da Jianwei Song e dal suo team di ingegneri si affida a processi molecolari in parte già utilizzati.

Inizialmente il legno viene immerso in una soluzione di idrossido di sodio (NaOH, soda caustica) e solfito di sodio (Na2SO3) mediante un processo paragonabile a quello che si applica nelle cartiere che estraggono la polpa del legno per farne la carta. Si ripulisce infatti il legname della lignina (che viene decrementata fino al 45%) e dalla emicellulosa. Al termine di questa prima fase, ciò che rimane del legno è la cellulosa, la parte più importante ai fini produttivi.

Il legno viene poi sottoposto a una pressione in grado di far collassare le pareti cellulari. Costantemente pressato e sottoposto a determinate temperature, il legno forma legami chimici a idrogeno che lo rinforzano dal suo interno. Si ottiene così un materiale ben tre volte più denso del legno tradizionale, con una resistenza che varia da dieci volte superiore (senza l’ausilio trattamenti) fino a cinquanta volte maggiore (tramite trattamenti). Trattamenti che non ricorrono alle colle altamente inquinanti, utilizzate ad esempio per creare la fibra di carbonio, che a detta dei ricercatori potrebbe venire presto sostituito dal superlegno.

Quanto a rigidezza i dati sono già ora impressionanti: quasi 11 volte maggiori rispetto a quella del legno naturale, 51,6 GPa contro 4,8 GPa. La compressione assiale raggiunge valori di 5,5 volte maggiori rispetto ad un legno naturale pressato (163,6 MPa contro 29,6 MPa), mentre la compressione perpendicolare diventa fino a 52,3 volte superiore (203,8 MPa contro 3,9 MPa).

In questa fase intermedia, il biomateriale si presenta come un materiale idoneo a sopportare gli urti e le abrasioni, conservando tuttavia l’adattabilità tipica del legno, e può assumere forme diverse con ridotti costi economici e minori ricadute sull’ambiente.

Del legno originario, il superlegno conserva anche la leggerezza, proprio perciò il suo utilizzo in ambito automobilistico e aerospaziale non è soltanto possibile, ma auspicabile, spiegano da Maryland.

In un futuro non remoto si potrebbe vivere in case di legno costruite in sette ore resistenti ai terremoti e guidare automobili in legno, senza timore delle piogge.

I test hanno infatti dimostrato che il superlegno resiste all’umidità. Sottoposto ad ambienti estremamente umidi per più di cinque giorni, il superlegno si è deformato appena del 10%. Rivestendolo con una vernice contro l’umidità si è già ottenuto un campione di materiale che non si deforma nemmeno dopo prolungate esposizioni in ambienti umidi. E siamo solo all’inizio.

Arti marziali curative: la Tai Chi Therapy

People For Planet - Dom, 04/07/2019 - 20:00

Parkinson, sclerosi multipla, cefalee, sono molti i disturbi legati anche al movimento, che potrebbero essere ridotti con l’aiuto della Tai Chi Therapy, un percorso ispirato dall’antica arte cinese di combattimento.
People For Planet è andato a intervistare il precursore della Tai Chi Therapy, il Maestro Mattia Lorenzi.

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