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Questo non è un gioco!

People For Planet - Lun, 06/25/2018 - 05:19

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Nella Prima parte della nostra indagine sul fenomeno della ludopatia abbiamo raccontato della diffusione del gioco d’azzardo in Italia. Non vi è alcun dubbio, le cifre parlano chiaro… urge uno STOP!

La pubblicità è l’anima della ludopatia

Nei primi 9 nove mesi del 2017 la spesa negli investimenti pubblicitari nei giochi è stata di 45,9  milioni (+ 1,8% contro i 45,1 milioni di euro dello stesso periodo 2016). Secondo uno studio Agimeg, su dati elaborati dalla Nielsen l’85, il 7% degli investimenti è stato destinato alla televisione, che ha segnato un +3,8% con 39,4 milioni. La radio, con investimenti per oltre 2 milioni (rispetto ai 204 mila euro del 2016) registra un +900%. In diminuzione la pubblicità sui giornali (1,5 milioni contro 2,9 milioni) e periodici (358 mila euro contro 511mila); Internet vede un calo di oltre il 32% degli investimenti, da 3,1 milioni del 2016 a 2,1 milioni del 2017.

Per pubblicizzare il gioco online, dei 12 milioni impiegati nei primi 9 mesi del 2017, il 96% è stato speso in televisione. La quota per promuovere il poker online ha sfiorato i 2,2 milioni di euro (+4%).

Secondo dati Nielsen, categoria comprendente Scommesse, Lotto, Superenalotto e Totocalcio, le aziende che hanno più investito in pubblicità nei giochi nel periodo gennaio-settembre 2017 sono Sisal, a seguire Bet365, William Hill, Lottomatica e Bwin. Nel gioco online, invece, Pokerstars seguita da Betsson, 888, William Hill e Tombola.

La legge di Stabilità 2016 – l. n.208 del 2015 – vieta la pubblicità dei giochi con vincita in denaro nelle trasmissioni radiofoniche e televisive “generaliste” – dalle ore 7 alle ore 22 – e in quelle indirizzate in prevalenza a un pubblico di minori.

E allora come mai la parte più grande degli investimenti pubblicitari nel gioco si concentra sulla televisione? Perché sono esclusi dal divieto i media specializzati come le tv a pagamento, le radio, le tv locali e i canali tematici sulle piattaforme a pagamento.

I canali generalisti sono gruppo minoritario. Per esempio: il divieto di pubblicità nella fascia oraria stabilita è valido per Rai1, Rai2 e Rai3, ma non per Rai4, RaiMovie, RaiPremium, RaiSport, etc, perché individuati dalla legge come canali semi-generalisti o tematici.

Gioco lecito non vuole dire innocuo

Secondo i dati di un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità le strutture che prevedono attività cliniche specifiche per il gioco di azzardo sono 184 su 612 SerT/SerD (Servizi per Tossicodipendenze / Dipendenze) e 95 su 769 centri del privato sociale: nel periodo d’indagine gennaio 2014 – agosto 2015 hanno preso in carico poco meno di 24mila persone per DGA (Dipendenza da Gioco d’Azzardo).

Probabilmente la punta dell’iceberg: il Dipartimento delle Politiche Antidroga stima un numero di giocatori patologici da un minimo di 300mila a un massimo di 1.300.000.

Attenti al gioco!” è il nome del progetto Codacons, in cooperazione con S.I.I.PA.C. (Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive) e co-finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per contrastare e prevenire il Gioco d’azzardo Patologico: oggi sul nostro territorio ci sono 20 sportelli informativi e on-line è scaricabile una app, con tanto di test “Scopri se sei ludopatico”, concepita per sensibilizzare e identificare i problemi legati al gioco d’azzardo patologico, oltre che base per iniziare percorsi riabilitativi (mappa e maggiori informazioni sul sito www.attentialgioco.it).

C’è chi dice no

Molti Enti locali (regioni, province, comuni) hanno intrapreso iniziative per arginare il fenomeno della ludopatia. E’ notizia di poche settimana fa che il Tar del Friuli Venezia Giulia ha confermato la legge regionale che istituisce una distanza obbligatoria di almeno 500 metri da scuole, chiese e bancomat – intesi come luoghi sensibili – per l’installazione dei giochi.

Altri Comuni hanno imposto l’affissione di cartelli che ricordano i rischi del gioco d’azzardo e negano l’autorizzazione all’installazione di slot nei nuovi esercizi commerciali.

Molte volte sono gli stessi proprietari di bar a decidere di rinunciare al guadagno derivante dalle macchinette “mangiasoldi” e non è una scelta da poco visto che si tratta spesso di cifre che vanno dai 1000 ai 1500 euro al mese.

Esiste un vero e proprio movimento NO SLOT (www.noslot.org) “Per contrastare il gioco d’azzardo di massa, per informare su leggi e normative, per promuovere la cultura del buon gioco”. Il sito è promosso da Vita.it

Il programma del nuovo Governo

Come si diceva in apertura della nostra inchiesta, nel programma di governo Lega-M5S è previsto il contrasto all’azzardo: basta macchinette, divieto assoluto di pubblicità, tutela di sicurezza, dignità e salute prima di ogni cosa. Per la prima volta la questione entra in un’agenda di governo. E per noi – che di questo tema abbiamo cominciato ad occuparci ben prima dell’insediamento del nuovo esecutivo – non può che essere un’ottima notizia!

Anche su questo punto attendiamo che le promesse siano mantenute… Vedremo!

Intanto People for Planet chiede a gran voce che almeno la pubblicità ai casino on line e al gioco d’azzardo, così come avviene per le sigarette, sia vietata in modo assoluto da tutti i mezzi di comunicazione. Da subito.

Leggi anche la Prima parte dell’inchiesta: A che gioco stiamo giocando?

Ricerca e fonti a cura di Alessandra Colaiacovo 

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Questo non è un gioco!

People For Planet - Lun, 06/25/2018 - 02:33
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Nella Prima parte della nostra indagine sul fenomeno della ludopatia abbiamo raccontato della diffusione del gioco d’azzardo in Italia. Non vi è alcun dubbio, le cifre parlano chiaro… urge uno STOP!

La pubblicità è l’anima della ludopatia

Nei primi 9 nove mesi del 2017 la spesa negli investimenti pubblicitari nei giochi è stata di 45,9  milioni (+ 1,8% contro i 45,1 milioni di euro dello stesso periodo 2016). Secondo uno studio Agimeg, su dati elaborati dalla Nielsen l’85, il 7% degli investimenti è stato destinato alla televisione, che ha segnato un +3,8% con 39,4 milioni. La radio, con investimenti per oltre 2 milioni (rispetto ai 204 mila euro del 2016) registra un +900%. In diminuzione la pubblicità sui giornali (1,5 milioni contro 2,9 milioni) e periodici (358 mila euro contro 511mila); Internet vede un calo di oltre il 32% degli investimenti, da 3,1 milioni del 2016 a 2,1 milioni del 2017.

Per pubblicizzare il gioco online, dei 12 milioni impiegati nei primi 9 mesi del 2017, il 96% è stato speso in televisione. La quota per promuovere il poker online ha sfiorato i 2,2 milioni di euro (+4%).

Secondo dati Nielsen, categoria comprendente Scommesse, Lotto, Superenalotto e Totocalcio, le aziende che hanno più investito in pubblicità nei giochi nel periodo gennaio-settembre 2017 sono Sisal, a seguire Bet365, William Hill, Lottomatica e Bwin. Nel gioco online, invece, Pokerstars seguita da Betsson, 888, William Hill e Tombola.

La legge di Stabilità 2016 – l. n.208 del 2015 – vieta la pubblicità dei giochi con vincita in denaro nelle trasmissioni radiofoniche e televisive “generaliste” – dalle ore 7 alle ore 22 – e in quelle indirizzate in prevalenza a un pubblico di minori.

E allora come mai la parte più grande degli investimenti pubblicitari nel gioco si concentra sulla televisione? Perché sono esclusi dal divieto i media specializzati come le tv a pagamento, le radio, le tv locali e i canali tematici sulle piattaforme a pagamento.

I canali generalisti sono gruppo minoritario. Per esempio: il divieto di pubblicità nella fascia oraria stabilita è valido per Rai1, Rai2 e Rai3, ma non per Rai4, RaiMovie, RaiPremium, RaiSport, etc, perché individuati dalla legge come canali semi-generalisti o tematici.

Gioco lecito non vuole dire innocuo

Secondo i dati di un’indagine dell’Istituto Superiore di Sanità le strutture che prevedono attività cliniche specifiche per il gioco di azzardo sono 184 su 612 SerT/SerD (Servizi per Tossicodipendenze / Dipendenze) e 95 su 769 centri del privato sociale: nel periodo d’indagine gennaio 2014 – agosto 2015 hanno preso in carico poco meno di 24mila persone per DGA (Dipendenza da Gioco d’Azzardo).

Probabilmente la punta dell’iceberg: il Dipartimento delle Politiche Antidroga stima un numero di giocatori patologici da un minimo di 300mila a un massimo di 1.300.000.

Attenti al gioco!” è il nome del progetto Codacons, in cooperazione con S.I.I.PA.C. (Società Italiana di Intervento sulle Patologie Compulsive) e co-finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per contrastare e prevenire il Gioco d’azzardo Patologico: oggi sul nostro territorio ci sono 20 sportelli informativi e on-line è scaricabile una app, con tanto di test “Scopri se sei ludopatico”, concepita per sensibilizzare e identificare i problemi legati al gioco d’azzardo patologico, oltre che base per iniziare percorsi riabilitativi (mappa e maggiori informazioni sul sito www.attentialgioco.it).

C’è chi dice no

Molti Enti locali (regioni, province, comuni) hanno intrapreso iniziative per arginare il fenomeno della ludopatia. E’ notizia di poche settimana fa che il Tar del Friuli Venezia Giulia ha confermato la legge regionale che istituisce una distanza obbligatoria di almeno 500 metri da scuole, chiese e bancomat – intesi come luoghi sensibili – per l’installazione dei giochi.

Altri Comuni hanno imposto l’affissione di cartelli che ricordano i rischi del gioco d’azzardo e negano l’autorizzazione all’installazione di slot nei nuovi esercizi commerciali.

Molte volte sono gli stessi proprietari di bar a decidere di rinunciare al guadagno derivante dalle macchinette “mangiasoldi” e non è una scelta da poco visto che si tratta spesso di cifre che vanno dai 1000 ai 1500 euro al mese.

Esiste un vero e proprio movimento NO SLOT (www.noslot.org) “Per contrastare il gioco d’azzardo di massa, per informare su leggi e normative, per promuovere la cultura del buon gioco”. Il sito è promosso da Vita.it

Il programma del nuovo Governo

Come si diceva in apertura della nostra inchiesta, nel programma di governo Lega-M5S è previsto il contrasto all’azzardo: basta macchinette, divieto assoluto di pubblicità, tutela di sicurezza, dignità e salute prima di ogni cosa. Per la prima volta la questione entra in un’agenda di governo. E per noi – che di questo tema abbiamo cominciato ad occuparci ben prima dell’insediamento del nuovo esecutivo – non può che essere un’ottima notizia!

Anche su questo punto attendiamo che le promesse siano mantenute… Vedremo!

Intanto People for Planet chiede a gran voce che almeno la pubblicità ai casino on line e al gioco d’azzardo, così come avviene per le sigarette, sia vietata in modo assoluto da tutti i mezzi di comunicazione. Da subito.

Leggi anche la Prima parte dell’inchiesta: A che gioco stiamo giocando?

Ricerca e fonti a cura di Alessandra Colaiacovo 

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5 modi per salvaguardare i nostri mari

People For Planet - Lun, 06/25/2018 - 02:09

Circa il 70% dell’aria che respiriamo è prodotta da piante marine e il 97% delle riserve di acqua sono negli oceani.
Eppure, ben consapevoli di queste informazioni, non ci curiamo affatto della salute dei nostri mari. Anzi, continuiamo a pescare in modo indiscriminato distruggendo i delicati equilibri marini, disperdiamo nell’ambiente rifiuti in plastica mortali per tutte le specie che abitano nel mare e siamo la ragione principale dell’inquinamento che porta al riscaldamento globale. Il nostro impatto sulla salute dei mari è tale che si stima che nel 2050 vi troveremo più plastica che pesci.  In attesa di decisioni su ampia scala che dipendono dai governi dei vari Paesi impegnati sul fronte climatico, anche noi possiamo fare la differenza nella salvaguardia di questo bene preziosissimo per la vita, in (almeno) 5 modi diversi.

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La customer satisfaction non è solo uno spot

People For Planet - Lun, 06/25/2018 - 02:08

Arrivano spot pubblicitari che sembrano scritti da Maurizio Crozza: sono talmente parossistici che fanno sorridere.
Ne ho sentito uno ultimamente prodotto da una grande banca che recita più o meno così: «Noi vi parliamo in maniera semplice!». Semplice? Io aggiungerei «fin troppo semplice, quasi non parlate».
Forse è il caso che lo faceste in maniera più completa, dicendo tutto ai clienti, non solo ciò che vi interessa e soprattutto cercando di dare informazioni non fuorvianti.
Tutta questa premessa semplicemente per dire che in Italia non si fa customer satisfaction nelle banche: è solo forma, la pubblicità è solo un costo da ‘scaricare’ fiscalmente. Perché la customer satisfaction si fa con i fatti.

La soddisfazione del cliente deve essere intesa come offerta coordinata di comunicazione, prodotti, comportamenti e servizi ‘coerenti’ tra loro ma soprattutto intonati alle necessità del consumatore bancario.
Perché è evidente che un cliente soddisfatto riacquista il prodotto, diventa un alleato della banca e incide sul conto economico della stessa molto più di quanto non facciano derivati e polizze assicurative che, venduti secondo la logica del tanto e subito, allontanano definitivamente il consumatore dal rapporto di fiducia che si dovrebbe instaurare con il commerciante così come avviene al supermercato.
Nel corso del mio ultimo viaggio in Usa, ho visitato una banca che negli ultimi otto anni anni, quindi in piena crisi e mentre in Italia fanno esattamente il contrario, ha raddoppiato numero di sportelli e masse intermediate!
Aldilà della organizzazione di eventi attraenti come corsi di yoga e mostre permanenti di pittura, ho visto tre cose semplici.
In primis, un benvenuto efficace da parte del personale di sportello. Un sorriso e una domanda facile e diretta: «Di cosa ha bisogno?». Provate a entrare in una banca italiana e osservate gli sguardi degli operatori di sportello sempre cupi (tranne rare eccezioni), incazzati, spesso con gli occhi abbassati sulla scrivania. A stento bofonchiano un rumore che assomiglia a un «buongiorno».
Secondo: un ‘ indirizzamento’ verbale altrettanto efficace (che prescinde dalla cartellonistica): «Gentile cliente, per aprire un conto corrente deve andare dal collega seduto dietro quella scrivania».
Stessa verifica nelle banche italiane comprova un totale disinteressamento da parte del personale della esatta esigenza del cliente: pur di liberarsi di una incombenza che potrebbe coinvolgerlo, il bancario italiano fa girovagare, spesso a vuoto, l’ignaro cliente tra le varie scrivanie.
Ma soprattutto questo poveretto trova la porta dell’ufficio del direttore sempre chiusa.
Il direttore. Colui che dovrebbe garantire con l’esempio il rispetto dei principi basici di customer satisfaction, il totem che non si può abbattere, sempre più orientato a mostrare la stellina sulla giacca che ne amplifica la presunzione (da presuntuoso) che deriva dallo status: tutto ciò allunga le distanze dal cliente, accentua la consapevolezza del disservizio.
Ebbene in questa banca Usa ho trovato una novità assoluta e incredibilmente efficace: in ogni agenzia/filiale esiste all’ ingresso un apparecchio telefonico che permette a chiunque ne avesse bisogno di mettersi direttamente in contatto con il presidente dell’istituto. Avete capito bene. Non il capoarea, capo distretto, capo territorio, capo agenzia, capo filiale (e quanti più capi ci sono, più è difficile individuare le responsabilità del disservizio): semplicemente il presidente della banca che risponde a qualsiasi reclamo o segnalazione di inefficienza, un deterrente efficacissimo per i ‘non allineati’.
Terzo e ultimo, un ‘riconoscimento ‘ che gratifica sempre il consumatore. Entrare in banca ed essere, se tutto va bene, un semplice codice anagrafico non motiva il cliente a sentirsi parte di quel negozio, a sentirlo suo.
Sempre in questa banca Usa quando entra un cliente striscia la carta bancomat su un display che gli apre le porte. In tal modo si produce un flusso informativo basato su un efficace Crm (customer relationship management) che viene inviato all’operatore di sportello libero. Questi lo accoglie già sapendo chi è, cosa fa e semmai se oggi è anche il compleanno del figlio.
Quando il cliente si avvicina e si sente dire «Buongiorno Signor X, tutto bene? Oggi faccia gli auguri a suo figlio per il compleanno», non ha bisogno di altro per capire che lui in quella banca non è solo un numero di conto corrente.
Tre semplici mosse per farci capire che qui c’è ancora tanto da lavorare.

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Insieme senza muri

People For Planet - Dom, 06/24/2018 - 20:00

Una tavolata-record al Parco Sempione, con 10 mila commensali, lunga quasi 3 km, con cibi da tutto il mondo: ognuno portava qualcosa da condividere con gli altri. Cibo come simbolo di cultura, di scambio, di convivialità. Prima e dopo una festa, spettacoli, musica, dj set e interventi delle tante associazioni che hanno aderito al mese di eventi promosso dall’assessorato alle politiche sociali del Comune di Milano.

Il mega pranzo di oggi andava a chiudere un mese di eventi per promuovere quella che è la Ricetta di Milano per l’inclusione: un percorso complesso ma che in questa città ha spesso portato esiti positivi. “Milano le paure le gestisce, non le butta addosso agli altri” – ha detto il sindaco Giuseppe Sala dal palco – “Milano non ha paura della diversità, ma ci costruisce sopra il futuro, lo facciamo da 26 secoli: questa magnifica città è arrivata dove è arrivata integrando e mettendo assieme le qualità di tutti noi. Quindi affrontiamo le nostre paure e amiamo la diversità. Noi ovviamente siamo qui per dire dei no, ma in sé questi non bastano, serve costruire e avere una proposta. Non saremo mai accondiscendenti verso un atteggiamento che sta dilagando da Trump all’Europa. Non possiamo accontentarci di sentirci diversi, questo è il momento di allontanare da noi il senso di superiorità morale. Dobbiamo tirare fuori le nostre idee, che ognuno faccia la sua parte”.

“Milano è una città che, ricordiamoci, ha il 20% di immigrati, voglio dimostrare nei fatti qual è il valore dell’integrazione” – ha aggiunto il sindaco. Nel mese trascorso, i vari municipi milanesi hanno ospitato incontri, feste, proiezioni di film a tema, organizzati dalle tante associazioni che hanno aderito, dai circoli culturali, dalle comunità delle tante etnie che ospita questa città.

Non sappiamo se la ricetta di Milano sia quella giusta perché è una ricetta che si sta ancora scrivendo. Immigrazione è sinonimo di complessità. E quello che non si può negare è che Milano sia una città che ha sempre gestito la complessità, una città difficilmente inquadrabile, in cui gli stessi abitanti dicono che si vive bene e si vive male allo stesso tempo. Una città che ha ancora tanti problemi, soprattutto nelle periferie, ma che in questi anni è cresciuta globalmente perché i sindaci che si sono avvicendati hanno costruito sulle basi lasciate dalle giunte precedenti, anche se di colori diversi.

La ricetta milanese allora pare essere questa: cominciare dal concetto che al giorno d’oggi non ci si può permettere di semplificare e si cresce solo se si collabora per comprendere e gestire la complessità, senza urlarsi addosso.

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Insieme senza muri

People For Planet - Dom, 06/24/2018 - 07:36

 

Una tavolata-record al Parco Sempione, con 10 mila commensali, lunga quasi 3 km, con cibi da tutto il mondo: ognuno portava qualcosa da condividere con gli altri. Cibo come simbolo di cultura, di scambio, di convivialità. Prima e dopo una festa, spettacoli, musica, dj set e interventi delle tante associazioni che hanno aderito al mese di eventi promosso dall’assessorato alle politiche sociali del Comune di Milano.

Il mega pranzo di oggi andava a chiudere un mese di eventi per promuovere quella che è la Ricetta di Milano per l’inclusione: un percorso complesso ma che in questa città ha spesso portato esiti positivi. “Milano le paure le gestisce, non le butta addosso agli altri” – ha detto il sindaco Giuseppe Sala dal palco – “Milano non ha paura della diversità, ma ci costruisce sopra il futuro, lo facciamo da 26 secoli: questa magnifica città è arrivata dove è arrivata integrando e mettendo assieme le qualità di tutti noi. Quindi affrontiamo le nostre paure e amiamo la diversità. Noi ovviamente siamo qui per dire dei no, ma in sé questi non bastano, serve costruire e avere una proposta. Non saremo mai accondiscendenti verso un atteggiamento che sta dilagando da Trump all’Europa. Non possiamo accontentarci di sentirci diversi, questo è il momento di allontanare da noi il senso di superiorità morale. Dobbiamo tirare fuori le nostre idee, che ognuno faccia la sua parte”.

“Milano è una città che, ricordiamoci, ha il 20% di immigrati, voglio dimostrare nei fatti qual è il valore dell’integrazione” – ha aggiunto il sindaco. Nel mese trascorso, i vari municipi milanesi hanno ospitato incontri, feste, proiezioni di film a tema, organizzati dalle tante associazioni che hanno aderito, dai circoli culturali, dalle comunità delle tante etnie che ospita questa città.

Non sappiamo se la ricetta di Milano sia quella giusta perché è una ricetta che si sta ancora scrivendo. Immigrazione è sinonimo di complessità. E quello che non si può negare è che Milano sia una città che ha sempre gestito la complessità, una città difficilmente inquadrabile, in cui gli stessi abitanti dicono che si vive bene e si vive male allo stesso tempo. Una città che ha ancora tanti problemi, soprattutto nelle periferie, ma che in questi anni è cresciuta globalmente perché i sindaci che si sono avvicendati hanno costruito sulle basi lasciate dalle giunte precedenti, anche se di colori diversi.

La ricetta milanese allora pare essere questa: cominciare dal concetto che al giorno d’oggi non ci si può permettere di semplificare e si cresce solo se si collabora per comprendere e gestire la complessità, senza urlarsi addosso.

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Dalle donne Algonquin la canzone dell’acqua

People For Planet - Dom, 06/24/2018 - 04:01

 

La canzone dell’acqua delle donne indiene Algonquin è stata scritta da Irene Wawatie Jerome per il raduno Grandfather William Commanda’s 2002 Circle of All Nations. Questa “water song” esprime gratitudine per l’acqua e fa crescere la consapevolezza e la connessione delle donne con questo grande dono di Madre Natura. La canzone è semplice da imparare «e la nostra speranza – dicone le donne Algonquin – è che milioni di donne la cantino, crescendo nella loro consapevolzza e connessione con l’acqua».
La canzone è stata registrata con il permesso delle famiglie Wawatie e Commanda e del Circle of All Nations Foundation and the Elders in Canada.

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L’auto solare tutta italiana che attraverserà il deserto americano

People For Planet - Dom, 06/24/2018 - 02:40

“Emilia 4” è il nome dell’auto solare a quattro posti tutta made in Italy che sarà molto probabilmente l’unico veicolo europeo a partecipare all’American Solar Challenge 2018 in programma a luglio nel Nebraska, dove dovrà affrontare un percorso di circa 3.460 Km , divisi in varie tappe, fra Nebraska e Oregon, a una velocità media di 60 Km orari.

Quattro posti, 6 mq in pianta, meno di 300 kg di peso, 120 km/h di velocità massima e 200 km di autonomia grazie ai raggi del sole.
Il progetto intende dimostrare come il sole possa rappresentare una valida alternativa ai combustibili tradizionali. È convinzione infatti, sia dei progettisti che realizzatori di Emilia 4, che adottando opportuni accorgimenti progettuali e costruttivi, è possibile trasformare il solare nella più importante fonte di energia per la mobilità urbana ed extraurbana, in grado di contrastare l’inquinamento urbano ed il riscaldamento globale.

La vettura è stata realizzata dal Team Onda Solare in meno di due anni, un progetto strategico dell’università di Bologna, che coinvolge enti pubblici, professionisti e imprese, ma soprattutto, come essi stessi si definiscono, un gruppo affiatato, entusiasta ed eterogeneo, composto da tecnici e professionisti attivi nel settore della mobilità alternativa e dell’energia pulita, ingegneri, studenti e docenti di istituti d’eccellenza, superiori ed universitari, tutti uniti da una passione comune: realizzare veicoli da competizione ad energia solare e portarli a misurarsi e a gareggiare in giro per il mondo nelle varie competizioni specifiche per questo tipo di veicoli “solari”.
Onda solare ormai ha un’esperienza più che decennale nel settore e rispetto ai modelli precedenti- (Emilia 3, presentata nel 2013-la nuova vettura ha un design nuovo, impiega materiali quali resine/fibre “green” o ibridate e ha inserito freni al carbonio. Il risultato è stato ottenuto anche grazie a sponsor quali Enel Green Power, Avio, l’Alma Mater Studiorum Università di Bologna e il fondo UE per lo sviluppo regionale della Regione Emilia-Romagna.

Onda Solare è stata l’unico team italiano a prendere parte in Australia al World Solar Challenge 2013, ad Abu Dhabi nel 2015, alla Carrera Solar Atacama in Cile nel 2016 (seconda classificata) all’Albi Echo Race nel 2017 in Francia, dove ha conquistato il primo posto.

Il progetto si è sviluppato in quattro fasi principali:
– si parte da un design nuovo ed accattivante (anche frutto di una gara internazionale di idee) e si continua con la creazione dei modelli CAD 3D (software per la progettazione tridimensionale) di insieme, l’esecuzione dei tanti dettagli funzionali per ciascun componente, le verifiche strutturali e di fluidodinamica;
– si passa poi alla prototipazione dei modelli in scala, utilizzando tecniche e materiali più e meno tradizionali, alle prove in galleria del vento, all’ottimizzazione multi-obiettivo delle geometrie anche attraverso lo sviluppo di appositi codici open source;
– si arriva infine alla costruzione del veicolo grazie a tecniche innovative: impiego di resine/fibre “green” o ibridate, di grandi stampi polimateriali fresati in CNC (Computer Numerical Control), di soluzioni di hybrid manufacturing (la lavorazione ibrida ha molteplici vantaggi, tra cui una notevole riduzione del tempo di lavorazione totale, la diminuzione del materiale di scarto e la riduzione del tempo dedicato alla preparazione del materiale, ad esempio per le operazioni di forgiatura e fusione).

Emilia 4 è quindi pronta per sfidare le vetture concorrenti realizzate da atenei prestigiosi di Giappone, Germania e Stati Uniti, che godono di budget milionari grazie alla sponsorizzazione di multinazionali quali Panasonic, Yamaha e Ford e questo è già un merito.

Ma soprattutto questa auto ha il proposito di essere la prima italiana a energia solare che auspica di essere omologata per circolare su strada, e questa è  la sfida più importante.

Fonti:

http://www.repubblica.it/motori/sezioni/attualita/2018/06/14/news/emilia_4_l_auto_solare_tutta_italiana-198920349/

https://www.tomshw.it/emilia-4-auto-solare-italiana-consuma-come-phon-95007

http://ondasolare.com/lassociazione

Fonti immagini: infomotori.com e millionaire.it

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Choose Water, la bottiglia biodegradabile in venti giorni

People For Planet - Sab, 06/23/2018 - 04:57

Oggi vi presentiamo Choose Water’s Plastic-less Bottle una campagna crowdfunding su Indiegogo che sta riscuotendo grande successo e ha già raggiunto e superato l’obiettivo prefissato di  25mila sterline (all’incirca 28 mila €), iniziata da James Longcroft l’inventore britannico della bottiglia d’acqua monouso senza plastica che può decomporsi entro tre settimane.

CONTINUA A LEGGERE SU THEMARSICANBEAR.COM

 

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Le 6 diete più assurde (e pericolose)

People For Planet - Sab, 06/23/2018 - 04:54

Molte delle diete pubblicizzate su Internet non solo sono assurde e deliranti ma addirittura pericolose per la salute di chi le attua.

L’unico vantaggio è quello economico per chi le propone, che si tratti di libri, tisane, preparati, ecc.

Certo è che a farsi un giro nel Web si scopre che il mondo delle diete è ampio e variegato e se alcune sono decisamente pericolose e disequilibrate, altre sono solo sconcertanti,  altre ancora divertenti perché magari, perché no, funzionano…

Vediamone alcune:

1 – La dieta visiva
Prima di sedersi a tavola bisogna indossare occhiali dalle lenti azzurre. Il colore azzurro smorza il giallo e il rosso degli alimenti rendendoli così meno appetitosi e quindi inducendo la persona a mangiare di meno. Innocua.

2 – Senza olfatto
Prima di iniziare a mangiare ci si tappa il naso per non sentire l’odore del cibo. Anche in questo caso si inibisce un po’ il gusto e si smette di mangiare appena sazi. Se ci pensate è quello che ci accade quando siamo raffreddati: il cibo non ha sapore e quindi è meno appetibile. Innocua.

E fin qui tutto bene, in fondo mettersi occhiali colorati o tapparsi il naso non procura un gran danno se non alla nostra immagine quando andiamo al ristorante, e in fondo perdere peso val bene una figuraccia.

Più andiamo avanti nella ricerca, però, e più incontriamo soluzioni che sono anche pericolose come ad esempio:

3 – La dieta del batuffolo di cotone
Prevede di mangiare cinque batuffoli di cotone (o di carta di giornale) precedentemente immersi in un succo o in un frullato. L’idea è che il cotone riempie lo stomaco e passa la sensazione di fame e quindi si dimagrisce. Può anche darsi… ma qualcuno dovrebbe spiegare a chi la propone che né il cotone, né la carta da giornale sono commestibili e anche senza essere specialisti della materia si può immaginare che alla lunga, e forse anche alla corta, una dieta di questo genere provochi danni allo stomaco o all’intestino.

4 – La dieta del gelato
Prevede di mangiare 3 kg di gelato al giorno. Preferibilmente da farsi in estate, ché in inverno si rischia l’assideramento interno. Che sia una dieta completamente sconclusionata da punto di vista nutrizionale appare evidente.

Altre diete del genere prevedono per esempio l’ingestione di un chilo di ghiaccio al giorno, o l’assunzione di soli liquidi: frullati proteici, estratti o anche sola acqua.

Questi “regimi alimentari”, chiamati anche “detox”, sono di solito estremamente efficaci nel breve periodo, fanno dimagrire molto in pochi giorni con una controindicazione non da poco: nello stesso breve periodo i chili persi si riprendono e di solito anche con qualche interesse.

Poi ci sono le pratiche alimentari decisamente pericolose, in particolare:

5 – La dieta della Tenia
La leggenda racconta che questa “pratica” sia stata la responsabile del forte dimagramento in pochissimi mesi di Maria Callas. Pare che la cantante lirica abbia ingerito una Tenia (il verme solitario) da una coppa di champagne. Il parassita si attaccò così alle pareti intestinali “mangiando” tutto quello che arrivava, impedendone l’assorbimento da parte dell’organismo.

E’ estremamente pericoloso ingerire un parassita come la Tenia. Nausea, stanchezza, diarrea o costipazione sono alcuni degli effetti di questa strana ospitalità, e ancora peggio: se le larve arrivano al cervello i danni possono essere davvero gravi, basti pensare che la neurocisticercosi – l’infezione causata dalla Tenia – è responsabile del 30% dei casi di epilessia in Asia e Africa (http://www.who.int/en/news-room/fact-sheets/detail/taeniasis-cysticercosis)

In conclusione, se le altre non funzionano potete provare:

6 – La dieta della preghiera
Cioè, bisogna pregare ogni giorno che si perda peso. E non mangiare mentre si prega, ovviamente.

 

 

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Piccolo spazio di relax quotidiano

People For Planet - Sab, 06/23/2018 - 02:54

Un drone filma un paio di balene grigie in migrazione mentre si corteggiano e vengono affiancate da un gruppo giocoso di pacifici delfini dai lati bianchi. I delfini saltano e “surfano” davanti ai due animali da 30 tonnellate. Nel frattempo, le balene, apparentemente divertite dall’attenzione dei delfini, girano e nuotano il “dorso”. Se si pensa che quasi 1.000 delfini e balene muoiono ogni giorno, in tutto il mondo, per mano dell’uomo, è plausibile pensabile che questo è uno spettacolo imperdibile.

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I porti chiudono ma sempre più italiani aprono le loro case

People For Planet - Sab, 06/23/2018 - 02:24

È un’altra Italia quella raccontata dai dati di Refugees Welcome. L’associazione che promuove l’accoglienza in famiglia dei rifugiati negli ultimi otto giorni ha registrato un aumento di oltre l’80% nelle iscrizioni alla piattaforma. «È come se avessimo assistito ad un’esplosione della società civile. Tra le motivazioni per cui decidono di fare questo passo, molti riportano il bisogno di attivarsi in un momento di fortissima chiusura da parte del governo», spiega Fabiana Musicco, Presidente di Refugees Welcome Italia, che oltre all’aumento delle iscrizioni ha ricevuto anche un forte incremento nella richiesta di volontariato.

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Milena Gabanelli sui migranti

People For Planet - Sab, 06/23/2018 - 02:14

 

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Donald Trump vuole diventare l’Erode dei tempi moderni?

People For Planet - Sab, 06/23/2018 - 02:01
Al confine con il Messico, da indicazioni dell’amministrazione Trump, le guardie di frontiera per giorni hanno separato i bambini messicani dai genitori senza documenti. Diversi reportage raccontano che i bambini vengono lasciati da soli in gabbie di ferro, numerati (ci sono foto di bimbi con un numero appiccicato sul braccio) e lasciati lì, soli, senza parenti, per essere mandati in centri detentivi appositi, in attesa di decidere se saranno o meno rimpatriati. E’ di poche ore fa la notizia che Trump ha optato per fare marcia indietro, dopo le prese di posizione di molti politici e della società civile, firmando un decreto esecutivo che prevede che minori e genitori rimangano assieme, ma che pare non dia indicazioni maggiori, soprattutto per i bambini già detenuti, più di duemila. Diversi articoli raccontano che i militari stanno continuando a organizzare veri e propri campi di detenzione. C’è una registrazione audio, che sconsiglio di ascoltare ai deboli di cuore, in cui si sentono questi bambini piangere terrorizzati e i funzionari scherzare dicendo “c’è un concerto, qui!”. Trump è un mostro, ma anche chi mette in pratica le sue indicazioni dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza. Torna in mente “La zona grigia” di cui parlava Primo Levi, quella che lui vide crearsi quando era prigioniero in lager: quella zona intermedia di collaborazionisti, di persone che, per salvarsi in qualche modo o ottenere un piccolo vantaggio, non protestano ma si adeguano ai diktat e aiutano i peggiori uomini del mondo a mettere in atto i loro piani. Probabilmente, come anche Levi faceva notare, sono comportamenti che l’animo umano è tentato di produrre in tutte quelle situazioni collettive in cui un vertice ha il potere e comanda e una base deve ubbidire. Ma quello che si capisce anche è che senza questa zona grigia nessun mostro avrebbe potere. Senza persone che accettano come fosse una cosa ineluttabile ciò che accade, o che si adeguano ai comandi di un superiore che chiede di fare qualcosa che va contro tutte le leggi e l’umana pietà, queste cose non succederebbero. Una delle più grandi prerogative dell’essere umano è la possibilità di scegliere coscientemente come comportarsi. Se questa scelta non viene esercitata, seguire la massa, il gregge o il capobranco più potente ci avvicina sempre di più agli animali. Anzi, più correttamente: a robot senza coscienza.

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Autobus gratuiti in Estonia

People For Planet - Ven, 06/22/2018 - 09:36

Non solo turismo, bellezze naturali e patrimonio culturale: l’Estonia è nota anche per la spinta costante alla digitalizzazione e all’innovazione, che nel 2013 ha convinto la capitale, Tallinn, ad avviare una sperimentazione per rendere gratuita l’intera rete di trasporto pubblico. Un provvedimento che ha riscosso un grande successo, contribuendo a ridurre traffico, inquinamento e incidenti, e che ha spinto il governo ad allargare la sperimentazione all’intero Stato.

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Si può finalmente vendere l’energia autoprodotta

People For Planet - Ven, 06/22/2018 - 09:19

Stanotte il Parlamento Europeo ed il Consiglio UE – l’altro co-legislatore europeo – hanno raggiunto l’accordo sulla direttiva per le energie rinnovabili che guiderà lo sviluppo del settore fra il 2020 ed il 2030. Il target di rinnovabili da raggiungere a livello UE entro quella data è pari al 32%, con la possibilità di alzarlo ulteriormente (ma non di abbassarlo) nel 2023. Un ottimo risultato, dato che sia la proposta legislativa della Commissione Europea sia la posizione iniziale del Consiglio UE erano ferme ad un misero 27%.
La direttiva riconosce il diritto dei cittadini e delle comunità per l’energia ad autoprodurre, autoconsumare, stoccare l’energia rinnovabile, e a vendere quella in eccesso ad un prezzo pari come minimo al valore di mercato.

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Le ricette di Angela Labellarte: biscotti della mamma

People For Planet - Ven, 06/22/2018 - 03:31

Ingredienti

Farina 500 gr.
Zucchero semintegrale 150 gr + zucchero per spolverizzare
Olio EVO 100 gr.
Uova 2
Latte tiepido 100 ml.
Lievito per dolci 1 bustina (14/16 gr)
Buccia di 1 limone non trattato


Preparazione

Mescolate la farina setacciata con lo zucchero e con il lievito e ponete il tutto su una spianatoia. Aggiungete la buccia del limone non trattato e fatta una fontana al centro aggiungete l’olio e le uova. Iniziate a mescolare e man mano aggiungete il latte tiepido fino a ottenere un impasto omogeneo senza comunque lavorarlo troppo.
Date ai biscotti la forma che preferite (qui abbiamo prima fatto dei salsicciotti e poi li abbiamo tagliati in pezzi da 2 cm e leggermente schiacciati). Mettete i biscotti su una teglia da forno. Spennellateli con latte freddo e spolverizzateli con lo zucchero semintegrale.
Infornate in forno preriscaldato a 180° per 15 minuti.
Questi biscotti sono perfetti per la prima colazione o per la merenda dei bambini e si conservano a lungo in una scatola di latta o in un vaso di vetro.

N.B.: al posto dell’olio si può utilizzare il burro.

Tempo di preparazione: 30 minuti

Ph: Angela Prati

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Cannabis “legale” e “terapeutica”: facciamo chiarezza

People For Planet - Ven, 06/22/2018 - 03:01

Sono parole di Arianna Capri, vicepresidente di Federfarma Verona.

“Tanta confusione a danno dei pazienti. Va puntualizzato che solo nelle farmacie si possono trovare medicinali e preparati curativi a base di cannabis: attenzione alle proposte poco chiare o ingannevoli”. Sono queste le parole con cui Arianna Capri, vicepresidente di Federfarma (Federazione nazionale dei titolari di farmacia italiani) Verona, punta a distinguere le forme commerciali di canapa “di recente liberalizzazione che non presentano alcuna specificità di carattere farmaceutico ad uso medico”, la cosiddetta canapa light, “dalle varietà botaniche della pianta che possono avere effetti terapeutici/curativi”. E ribadisce che “la cannabis medicinale può essere erogata esclusivamente dalle farmacie ospedaliere e di comunità capillarmente distribuite sul territorio”, mentre “la cannabis acquistabile fuori dal canale delle farmacie non ha alcun effetto terapeutico definito”.

Thc e Cbd, nella cannabis terapeutica concentrazioni più alte
“Fare chiarezza sui preparati a base di cannabis ad azione terapeutica e sulla loro dispensazione è un nostro dovere, in primis per non creare false aspettative o insinuare dubbi nei pazienti veramente bisognosi di cure e nelle loro famiglie che vivono quotidianamente drammi reali”, continua Capri. “Una prima puntualizzazione deve essere fatta in merito alla concentrazione dei principi attivi quali il Thc (tetraidrocannabinolo) e Cbd (cannabidiolo), presenti in concentrazioni utili all’attività terapeutica solo nei medicinali. Infatti, mentre nei prodotti commercializzati nei punti vendita di recente apertura la concentrazione di Thc deve essere per legge inferiore allo 0,6%, nei medicinali preparati nelle farmacie la concentrazione è compresa mediamente tra 7 e 22% e la concentrazione di Cbd (cannabidiolo) raggiunge il 10%”. Non solo. Va inoltre precisato, continua la vicepresidente di Federfarma Verona, che “il rapporto Thc/Cbd nelle specie a uso medicinale è variabile, cosicché il medico può avere facoltà di specificare al farmacista che realizza il medicinale la composizione in Thc e Cbd in base all’effetto terapeutico che desidera ottenere per il singolo paziente”.

Cannabis terapeutica, ecco chi può avere la prescrizione
“L’uso medico della cannabis costituisce un trattamento sintomatico di supporto ai trattamenti standard come nei casi di sclerosi multipla per il trattamento della spasticità e in poche altre ben definite gravi patologie”, conclude Capri. “La prescrizione viene fatta dal medico quando riconosca la necessità dell’utilizzo anche in casi non riconducibili alle indicazioni prescrittive sopra menzionate, su consenso informato del paziente. La discrezionalità di accesso alla terapia con medicinali a base di cannabis è quindi di competenza esclusiva del medico”.

 

INDICE INCHIESTA CANAPA

Cannabis “legale” e “terapeutica”: facciamo chiarezza

Cannabis light “bocciata” dal Consiglio superiore di sanità

Ma questa è marijuana?!? Sì ma senza THC! (VIDEO)

Cannabis per uso terapeutico: realtà dal 2006. Ma serve la prescrizione medica

Tetraidrocannabinolo e cannabidiolo: come agiscono

Lo giuro, non è una canna vera! (VIDEO)

Canapa light, ecco come è nato il fenomeno dell’erba che non “sballa”

Canapa legale: cosa dice la circolare del Ministero sulla cannabis

Le proprietà nutritive della canapa (VIDEO)

Le stupefacenti proprietà nutritive della canapa nell’alimentazione quotidiana

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Ikea vieta la plastica monouso entro il 2020, e non solo

People For Planet - Ven, 06/22/2018 - 02:57

Ikea vieterà i prodotti di plastica monouso nei suoi negozi e nei suoi ristoranti dal 2020, anno entro il quale punta a usare solo materiali rinnovabili e riciclabili per i suoi prodotti.
Insieme alla graduale eliminazione della plastica non riciclata, l’azienda implementerà altri cambiamenti sulle materie prime che vanno da una colla più verde nei pannelli truciolari e più cibo vegetariano nei suoi ristoranti.

“Diventare veramente circolari significa soddisfare i mutevoli stili di vita delle persone, prolungare la vita di prodotti e materiali e utilizzare le risorse in modo più intelligente – sostiene Lena Pripp-Kovac, Sustainability Manager del gruppo svedese. Per mettere in pratica questi principi progetteremo tutti i prodotti fin dall’inizio per essere riutilizzati, riparati, riqualificati per altri usi, rivenduti o riciclati”.
“Il cambiamento sarà possibile solo collaborando e coltivando l’imprenditorialità – aggiunge il CEO del gruppo Torbjörn Lööf – Siamo impegnati nel guidare questo processo lavorando tutti insieme, dai fornitori di materie prime fino ai nostri clienti e partner”.

L’iniziativa ‘verde’ rientra quindi in una più ampia strategia di sostenibilità, in cui il colosso si impegna a lavorare sulle materie prime e in maniera più ampia, a fare consegne a domicilio a zero emissioni entro il 2021, ad aumentare l’offerta di piatti vegetariani in mense e ristoranti, a usare solo energia rinnovabile e materiali riciclati entro il 2030.

L’obiettivo sarà quello di ridurre l’impatto climatico dei negozi e di altre attività dell’80% in termini assoluti entro il 2030 rispetto al 2016. Attualmente il 60% della gamma IKEA si basa su materiali rinnovabili, mentre quasi il 10% contiene materiali riciclati.

Un piano che sortirà effetti positivi anche per le nostre imprese dell’indotto e fornitrici, dato che l’Italia è uno dei principali fornitori di mobili, componenti e impianti del gruppo svedese, portando questa aumentata sensibilità anche nelle richieste di fornitura e sensibilizzando anche i partner.

Positivo il commento di Giuseppe Ungherese, della campagna Inquinamento di Greenpeace sull’iniziativa annunciata dalla multinazionale – ovvero l’eliminazione entro il 2020 di tutta la plastica monouso presente nei suoi prodotti venduti in tutto il mondo, ma anche il ripensamento delle sue produzioni secondo i principi dell’economia circolare, con l’obiettivo di utilizzare solo energia rinnovabile e materiali riciclati entro il 2030.

«La decisione di Ikea di rimuovere la plastica monouso dai suoi negozi è un passo importante nella giusta direzione. È giunto il momento anche per altre multinazionali di fare lo stesso e di ridurre drasticamente la quantità di plastica usa e getta immessa sul mercato. Ogni minuto che passa, nei mari del Pianeta finisce l’equivalente di un camion pieno di plastica, un quantitativo inaccettabile di rifiuti che ha raggiunto anche località remote come l’Antartide, l’Artide e il punto più profondo dell’oceano, la Fossa delle Marianne. Ikea ha dunque deciso di intervenire nel modo giusto, andando a ridurre l’inquinamento da plastica alla radice, anche se ci auguriamo che l’iniziativa non si limiti semplicemente alla sostituzione con bioplastiche o altri materiali comunque dannosi per l’ambiente», afferma Ungherese nel comunicato.


Fonti:

http://thenexttech.startupitalia.eu/66573-20180611-ikea-verso-la-circolarita-entro-2020-solo-materiali-rinnovabili
https://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/comunicati/Plastica-Greenpeace-Bene-annuncio-Ikea-altri-grandi-marchi-seguano-lesempio/

Foto di copertina:

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:IKEA_Flags_Alam_Sutera,_Indonesia_RT.jpg
By Rantemario [CC BY-SA 4.0], from Wikimedia Commons

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