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Altro che ecodiesel: a Valencia il pieno alla macchina si fa con le arance

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 12:15

Entro il 2030 la metà dei valencianos verserà nei serbatoi delle loro utilitarie una spremuta di bucce d’arancia. L’idea, che prevede l’estrazione di bioetanolo dagli scarti di lavorazione delle aziende, strizza l’occhio a tutti quei territori che producono agrumi. Compresa la nostra Sicilia.

La terza città spagnola si tinge di verde. Ma anche di giallo e arancio per prendere la strada dell’ecosostenibilità. Entro il 2030 la metà dei valencianos verseranno nel serbatoio delle loro utilitarie una spremuta di bucce d’arancia, e non più di antichi, maleodoranti e inquinanti carbonfossili. L’idea di produrre bioetanolo dalla buccia delle arance, scartate dalla lavorazione industriale delle aziende di succhi di frutta e marmellate, ha un’antica storia che inizia nel 1989 con le ricerche di Karen Gorhmann, professore di biochimica e ricercatore presso l’Università della Florida.

Nel 2008 i suoi studi (e brevetti) sono arrivati sulla sponda mediterranea valenciana, territorio che produce, assieme all’Andalusia, il 65 per ento della produzione totale d’arance in Europa (segue l’Italia con il 25 percento e la Grecia col 10). E non solo: negli ultimi trent’anni, grazie al contributo della Ue, la sola Comunitat de Valencia ha costruito dieci siti per produrre energia solare ed eolica, tanto che attualmente, il 38 per cento dell’elettricità nella case dei valenziani è “green”. Più del contributo che viene dal nucleare, oggi precipitato al 15 percento, dopo la chiusura di una centrale nel 2013 e lo smantellamento entro il 2050 di altre due.

Così, con buona pace di petrolieri, taglieggiatori, sceicchi, padroni dell’oro nero e degli inutili garanti dei prezzi del barile che decidono se aprire o chiudere i rubinetti, gli spagnoli da Valencia lanciano un progetto ambizioso ed ecosostenibile: entro il 2030 si vuole ridurre della metà le emissioni di CO2 prodotte dalle automobili, grazie all’utilizzo, al posto della benzina e del diesel, di bioetanolo estratto dalla lavorazione delle bucce d’arancia. Negli ultimi cinque anni il processo di lavorazione si è affinato migliorando l’utilizzo di una risorsa agricola che non scarseggia mai: nel 2017, causa un autunno insolitamente secco, si perse il 22 percento della produzione d’arance, ma intervennero le vicine comunità di Andalusia e Catalogna, forzieri d’arance, a risolvere il problema con la loro ricca produzione.

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Tutto sul caso Cucchi: dall’arresto al colpo di scena dell’Arma dei Carabinieri

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 10:33

Roma, 15 ottobre 2009. Stefano Cucchi, geometra romano, viene fermato dai Carabinieri per detenzione e spaccio di stupefacenti. Viene quindi decisa la custodia cautelare in attesa dell’udienza per la conferma del fermo fissata al giorno seguente; Cucchi prima dell’arresto e dell’arrivo in caserma non presenta alcun trauma fisico, ma il giorno dell’udienza si notano difficoltà a camminare e a parlare e mostra evidenti ematomi agli occhi. Il giudice, nonostante le precarie condizioni in cui versa Stefano, fissa l’udienza per il processo il mese successivo, con detenzione sino ad allora presso il carcere Regina Coeli. Tra la negligenza medica e il disinteresse delle guardie, le condizioni di Cucchi peggiorano notevolmente tanto che, dopo una visita presso il Fatebenefratelli, viene richiesto il ricovero, che però non avviene per il mancato consenso del paziente. In carcere le sue condizioni peggiorano ulteriormente, finché il 22 ottobre 2009 Cucchi muore all’ospedale Sandro Pertini. Le cause delle morte e le responsabilità sono state oggetto di procedimenti giudiziari che hanno coinvolto alcuni militari dell’arma dei carabinieri e i medici del Regina Coeli. La determinazione della sorella Ilaria per cercare verità e giustizia ha attirato sin da subito l’attenzione dell’opinione pubblica e dalla stampa nazionale. Oggi, dopo 10 anni, ci sono degli sviluppi e la famiglia (forse) potrà dire di aver avuto giustizia.

Cosa si dice in Italia? Approfondiamo:

Caso Cucchi, svolta dell’Arma: “Pronti a costituirci parte civile contro carabinieri infedeli” Il comandante dei carabinieri, il generale Giovanni Nistri, in una lettera ha annunciato a Ilaria Cucchi quella che appare come una vera e propria svolta nell’atteggiamento dell’Arma sul caso di Stefano. L’Arma è pronta a costituirsi parte civile nel processo a carico dei carabinieri coinvolti nel depistaggio nel caso in cui dalle indagine emergesse un chiaro danno di immagine. “Abbiamo la vostra stessa impazienza che su ogni aspetto della morte di Suo fratello si faccia piena luce e che ci siano infine le condizioni per adottare i conseguenti provvedimenti verso chi ha mancato ai propri doveri e al giuramento di fedeltà”, con questa lettera fatta recapitare nei giorni scorsi a Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, il comandante dei carabinieri, il generale Giovanni Nistri, ha annunciato quella che appare come una vera e propria svolta nell’atteggiamento dell’Arma sul caso Cucchi. Continua a leggere…

Fonte: FANPAGE.IT – Antonio Palma

Caso Cucchi, depone in aula il militare super teste del pestaggio a Stefano. Depone in Aula oggi Francesco Tedesco, il militare super teste e imputato per omicidio preterintenzionale che ha accusato i colleghi coimputati nel processo per la morte di Stefano Cucchi. Tedesco viene sentito in aula, davanti alla prima Corte d’assise di Roma e ha scelto di essere ripreso televisivamente. Sono cinque i carabinieri alla sbarra nel procedimento bis in corso davanti alla prima Corte d’Assise: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Tedesco e rispondono di omicidio preterintenzionale. Tedesco risponde anche di falso nella compilazione del verbale di arresto di Cucchi e calunnia insieme al maresciallo Roberto Mandolini, all’epoca dei fatti a capo della stazione Appia, dove venne eseguito l’arresto. Vincenzo Nicolardi, anche lui carabiniere, è accusato di calunnia con gli altri due, nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria che vennero accusati nel corso della prima inchiesta sul caso. Altri otto carabinieri sono indagati nel fascicolo sui presunti depistaggi sul caso, e rispondono di reati che vanno dal falso, all’omessa denuncia, la calunnia e il favoreggiamento. Continua a leggere…

Fonte: REPUBBLICA.IT – Stefano Ciafani  

Tutte le tappe del caso Stefano Cucchi. Dall’arresto del 2009 alla morte qualche giorno dopo al Pertini di Roma, fino alle minacce ai difensori di Francesco Tedesco.  Continua a leggere…

Fonte: PANORAMA.IT – Redazione

Così nei sogni diciamo addio alla dipendenza

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 09:28

Verso una nuova identità, non basata sul rapporto con la sostanza

sogni in cui si rivive il consumo di alcol e droghe sono ricorrenti tra le persone in fase di recupero. Questi sogni sono spesso brevi ma assai intensi, molto più precisi e chiari del solito. Il sognatore ha l’impressione fortissima che la ricerca, il desiderio della sostanza e il suo consumo siano eventi reali, come anche gli effetti[. Può anche provare il sollievo di aver soddisfatto un desiderio a lungo soppresso nell’astinenza, oppure il rimorso per esserci ricaduto. Di solito il sogno termina con un improvviso risveglio, che può essere accompagnato dalla sensazione di frustrazione perché l’uso non è realmente avvenuto. Da qui, spesso, consegue un aumento del desiderio della sostanza, il craving vissuto nelle ore successive. Talora, invece, al risveglio permane il senso di colpa vissuto nel sogno.

Nella trama dei sogni le fasi del recupero

“In dreams begins responsibility”, scriveva William Yeats nel frontespizio di una sua raccolta di poesie pubblicata nel 1915. Parole che sembrano alludere proprio al mutare dei sogni con il procedere del percorso di recupero. Nel tempo, infatti, con il prolungarsi dell’astinenza, questi sogni si fanno meno frequenti, lasciando eventualmente il campo a esperienze oniriche in cui la persona riesce a controllare il desiderio e a evitare l’uso della sostanza pur avendone l’opportunità. Ad esempio, nel sogno il soggetto in recupero può osservare gli amici usare la sostanza senza assumerla anch’egli oppure rifiutandola espressamente.

In qualche modo il sogno sembra riflettere gli stadi della riabilitazione, le dinamiche del desiderio della sostanza. Le trame dei sogni in astinenza e nel recupero racconterebbero cioè l’evoluzione degli equilibri/squilibri neurofarmacologici prodotti nel cervello dalla sostanza e dal campo di forze emotive, motivazionali, ambientali, affettive e materiali dentro cui vive l’individuo. I sogni delle droghe sembrano così coerenti con la capacità di regolare il desiderio della sostanza e il controllo del suo uso.

Nonostante il grande potenziale scientifico e terapeutico, le ricerche sperimentali, cliniche e epidemiologiche sui sogni delle droghe e delle sostanze sono ancora poco sviluppate. Per comprendere meglio e curare più efficacemente le dipendenze sarebbe invece assai utile avere conoscenze precise sulle eventuali interconnessioni tra meccanismi cerebrali del sogno, del sonno e determinanti del desiderio, del craving e dell’autocontrollo. Come anche sulle correlazioni tra tipologia dei sogni delle sostanze e rischio di ricadute, tra vissuto affettivo nel sogno e motivazione al recupero, capacità di gestione del desiderio.

Verso una nuova identità personale

La natura di questi sogni delle droghe potrebbe indicare gli snodi dell’itinerario verso una nuova identità personale, non più assimilata a quella di soggetto dipendente, non più costruita sul rapporto con la sostanza e con l’identità riflessa degli altri soggetti con cui si condivide l’esperienza della dipendenza. È qualcosa che per molti versi richiama le associazioni tra le dinamiche dell’identità delle persone in cui si sono spezzati rapporti affettivi lunghi e profondi (per lutto o per separazione) e l’evolvere dei sogni in cui si rivedono le persone perdute.

Anche attraverso il sogno, un individuo in recupero può ricostruirsi una sua identità propria, coerente, unita e singolare, per questo bisognerebbe porre più attenzione ai sogni nella fase di recupero. Come suggeriscono le scienze cognitive, la coerenza, l’unità e la consapevolezza dell’identità personale sono le condizioni necessarie per migliorare il controllo volontario, la capacità di scegliere, vale a dire per l’effettivo esercizio della libertà, che è in-dipendenza, autonomia e autoregolazione (ne ho parlato in questo post,dove è anche possibile vedere la registrazione di una mia lezione sull’argomento).

di Stefano Canali
FONTE: GALILEONET.IT

L’atleta disabile che gira il mondo fabbricando e regalando protesi ai bisognosi

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 08:00

Dopo tante medaglie ora gira in mondo fabbricando e regalando protesi a chi ne ha bisogno

Wojtek ha iniziato la sua carriera nello sport come calciatore, giocando in Germania da professionista nel Fc Fortuna Koln di Colonia, un giorno un incidente sportivo lo costringe all’amputazione delle gamba. 
Una sventura che per tanti potrebbe essere la fine del mondo, gli fa trovare la forza di non abbattersi e di diventare ancora più forte di com’era stato fino a quel momento,.

Non molla mai con lo sport e passa dal calcio all’atletica, fino ad arrivare ad essere un atleta paralimpico in diverse specialità, tra cui il salto in alto e la corsa. Nella sua nuova vita, senza un arto, e nella sua nuova carriera sportiva conquista molte medaglie e partecipa a diversi giochi paralimpici Atene, Pechino, Londra, dal 2004 al 2012.

Vincitore di 4 medaglie d’oro, 1 argento e 1 bronzi in tre Paraolimpiadi, ha avuto l’opportunità di incontrare in diverse parti del mondo persone portatrici di handicap, facendosi cosi’ un’idea di come venga vissuta e di come venga approcciata la disabilità in paese come l’Ucraina, il Kenya, l’India o la Thailandia.

Wojtek è sposato con un’altleta italiana , campionessa di salto in lungo, Elena Brambilla, insieme a cui due anni fa ha deciso di ritirarsi dalle scene sportive per intraprendere il loro progetto più grande, girare insieme in mondo in barca, in una barca speciale che ha al suo interno un piccolo laboratorio, in cui la coppia produce protesi da donare una volta scesi sulla terra, alle persone che incontrano nel loro viaggio, in due anni hanno prodotto 37 protesi, che hanno poi regalato ad altrettante persone che non se le sarebbero potute permettere, in Venezuela, Cuba, Galapagos ecc

” quando ci siamo ritirati dall’attività agonistica abbiamo deciso di investire i nostri soldi in una barca, che è la nostra casa, e in un progetto che potesse aiutare gli altri, così è nato Sailingforhandicap”

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Fonte immagine THEDARKROOM.IT

Arriva il superlegno con cui costruire automobili, astronavi e case

People For Planet - Lun, 04/08/2019 - 02:43

Arriva dagli Stati Uniti il trattamento in grado di rendere il legno più resistente della fibra di carbonio. Il sistema, per ora elaborato e testato soltanto in laboratorio, è il frutto di anni di ricerche di un gruppo di ingegneri dell’Università del Maryland (USA). Un superlegno, un legno più resistente dell’acciaio e del titanio da potere usare in svariati settori, dalle infrastrutture alla automobilistica, dall’edilizia all’astronautica. Senza contare i pregi che il legno già possiede: è un materiale economico, reperibile in natura, ed è a ridotto impatto ambientale, considerata la facilità con cui crescono e si rigenerano i boschi destinati alla produzione industriale.

Da anni si studia la nanotecnologia naturale delle fibre lignee al fine di poter sfruttare il legno in ambito strutturale e molto si è già fatto per affinare il processo di densificazione per rendere il materiale più stabile e resistente all’umidità. La lavorazione messa in atto da Jianwei Song e dal suo team di ingegneri si affida a processi molecolari in parte già utilizzati.

Inizialmente il legno viene immerso in una soluzione di idrossido di sodio (NaOH, soda caustica) e solfito di sodio (Na2SO3) mediante un processo paragonabile a quello che si applica nelle cartiere che estraggono la polpa del legno per farne la carta. Si ripulisce infatti il legname della lignina (che viene decrementata fino al 45%) e dalla emicellulosa. Al termine di questa prima fase, ciò che rimane del legno è la cellulosa, la parte più importante ai fini produttivi.

Il legno viene poi sottoposto a una pressione in grado di far collassare le pareti cellulari. Costantemente pressato e sottoposto a determinate temperature, il legno forma legami chimici a idrogeno che lo rinforzano dal suo interno. Si ottiene così un materiale ben tre volte più denso del legno tradizionale, con una resistenza che varia da dieci volte superiore (senza l’ausilio trattamenti) fino a cinquanta volte maggiore (tramite trattamenti). Trattamenti che non ricorrono alle colle altamente inquinanti, utilizzate ad esempio per creare la fibra di carbonio, che a detta dei ricercatori potrebbe venire presto sostituito dal superlegno.

Quanto a rigidezza i dati sono già ora impressionanti: quasi 11 volte maggiori rispetto a quella del legno naturale, 51,6 GPa contro 4,8 GPa. La compressione assiale raggiunge valori di 5,5 volte maggiori rispetto ad un legno naturale pressato (163,6 MPa contro 29,6 MPa), mentre la compressione perpendicolare diventa fino a 52,3 volte superiore (203,8 MPa contro 3,9 MPa).

In questa fase intermedia, il biomateriale si presenta come un materiale idoneo a sopportare gli urti e le abrasioni, conservando tuttavia l’adattabilità tipica del legno, e può assumere forme diverse con ridotti costi economici e minori ricadute sull’ambiente.

Del legno originario, il superlegno conserva anche la leggerezza, proprio perciò il suo utilizzo in ambito automobilistico e aerospaziale non è soltanto possibile, ma auspicabile, spiegano da Maryland.

In un futuro non remoto si potrebbe vivere in case di legno costruite in sette ore resistenti ai terremoti e guidare automobili in legno, senza timore delle piogge.

I test hanno infatti dimostrato che il superlegno resiste all’umidità. Sottoposto ad ambienti estremamente umidi per più di cinque giorni, il superlegno si è deformato appena del 10%. Rivestendolo con una vernice contro l’umidità si è già ottenuto un campione di materiale che non si deforma nemmeno dopo prolungate esposizioni in ambienti umidi. E siamo solo all’inizio.

Arti marziali curative: la Tai Chi Therapy

People For Planet - Dom, 04/07/2019 - 20:00

Parkinson, sclerosi multipla, cefalee, sono molti i disturbi legati anche al movimento, che potrebbero essere ridotti con l’aiuto della Tai Chi Therapy, un percorso ispirato dall’antica arte cinese di combattimento.
People For Planet è andato a intervistare il precursore della Tai Chi Therapy, il Maestro Mattia Lorenzi.

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I villaggi indiani che vivono in armonia con i leopardi

People For Planet - Dom, 04/07/2019 - 19:15

A Bera, nel Rajasthan, grazie anche alle particolari credenze religiose della popolazione Rabari, il numero di leopardi è più alto che in qualsiasi riserva naturale. Circostanza che promuove il turismo e l’emancipazione delle donne.

Le probabilità di vedere un leopardo a Bera, nell’India Nord-occidentale, sono del 90%. Lo racconta Shatrunjay Pratap, ex produttore di vino oggi conservazionista e cameraman che si occupa di fauna selvatica. Sul momento, si hanno tutte le ragioni per pensare che stia scherzando. Non solo non ci troviamo in una riserva naturale, ma la regione pullula di persone e bestiame. Non è propriamente l’habitat di un grande predatore.

Eppure questa regione di pastori, grande neanche 20 chilometri quadrati e situata sulle colline Aravalli tra le mete turistiche di Udaipur e Jodhpur, ospita la più grande concentrazione di leopardi del Pianeta. Sono 50 quelli che vivono qui, sulle rocce che sporgono tra i campi irrigati e la spinosa vegetazione desertica.

“I visitatori sono increduli”, racconta Pratap, che gestisce un alloggio per i turisti che vengono a vedere i leopardi. “Ci sono persone che in anni e anni di safari in Africa non hanno mai visto un leopardo, e nel giro di un’ora o due dal loro arrivo qui gliene mostriamo uno, a volte due”.

La presenza cospicua di leopardi è dovuta al rapporto unico con gli abitanti dei villaggi. Casta tribale di allevatori semi-nomadi e pastori, devoti induisti, si pensa che i Rabari abbiano migrato dal Rajasthan all’Iran attraverso l’Afghanistan mille anni fa. In particolare venerano Shiva, dio delle cose selvagge, avvolto in una pelle di leopardo.

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Chi sono gli italiani che vivono senza produrre rifiuti

People For Planet - Dom, 04/07/2019 - 16:00

Di pari passo col movimento #FridaysForFuture, l’interesse per il tema della sostenibilità ambientale e i coming out sullo spreco di risorse sotto forma di forchette di plastica—parlo per esperienza personale—sono aumentati considerevolmente.

La presa di coscienza, avallata da studi sulla salute cagionevole del nostro pianeta, riguarda da tempo anche l’impegno delle Istituzioni—per esempio dei comuni che emettono ordinanze per vietare negli stabilimenti balneari i prodotti di plastica, o ancora dell’Unione Europea per bandirne altri entro il 2021. Non è certo sufficiente per arginare l’inquinamento, ma sono passi doverosi.

A pensare che lo spreco di risorse sia un problema che va gestito tanto dalle Istituzioni quanto dai singoli sono gli zero waster: persone che hanno adottato uno stile di vita volto a ridurre drasticamente i rifiuti che producono. In Italia, nel novembre 2017, è nata la Rete Zero Waste Italia il cui obiettivo, come mi dice la cofondatrice Marianna, “è quello di dare suggerimenti, consigli e risorse a chi si vuole approcciare a uno stile di vita zero waste.” Ecco, di seguito ne trovate un bel po’, scaturiti dalle conversazioni che ho avuto con lei e altre due zero waster con cui ho parlato.

Caterina, Marianna e Antonella continua a leggere le loro storie su VICE.COM

Pediatria: troppi esami inutili

People For Planet - Dom, 04/07/2019 - 15:00

Nel nuovo numero di ‘A Scuola di Salute’ i consigli degli esperti sui test che vanno effettuati

Roma, 5 apr. (AdnKronos Salute) – Troppi esami e analisi inutili sui bimbi italiani. Test che fanno sprecare tempo e denaro, oltre a procurare uno stress del tutto evitabile per i genitori, ma soprattutto per il bambino. Lo sostengono gli esperti dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma che dedicano il nuovo numero di ‘A scuola di salute’ – magazine digitale a cura dell’Istituto per la Salute del Bambino e dell’Adolescente – proprio agli esami più comuni e a quelli veramente utili, rispondendo a domande comuni quali: cos’è un emocromo? A cosa serve? Come si raccolgono i campioni delle urine? Come si fa a capire se il bambino ha un’infezione grave o un’anemia? Esistono dei test che vanno effettuati prima dei vaccini?

“Spesso si è convinti – spiegano gli esperti del Bambino Gesù – che gli esami possano essere uno strumento imprescindibile per fare delle diagnosi precise. Oppure crediamo che sia fondamentale eseguire periodicamente degli esami del sangue per verificare che un bambino in condizioni di salute apparentemente buone non nasconda qualche problema”. Invece non è così: “Gli esami del sangue dovrebbero essere sempre prescritti in base all’osservazione clinica, e sono le condizioni cliniche che devono guidare il medico all’interpretazione dei risultati”.

Nel numero del magazine vengono quindi descritti e ‘spiegati’ in modo dettagliato i principali e più comuni esami, quali emocromo, transaminasi, Pcr e Pct, colesterolo e trigliceridi, esame delle urine, i test per le allergie. Quanto a eventuali esami prima di fare dei vaccini, gli esperti avvertono: “Prima di eseguire le vaccinazioni di routine non è necessario effettuare alcun esame diagnostico”.

Non esistono infatti al momento test capaci di prevenire il rischio di reazioni avverse, per cui “l’esecuzione di esami di laboratorio per individuare persone a rischio di sviluppare effetti collaterali da vaccini è inutile”. Solo in casi molto particolari, che vengono gestiti in ospedale, possono essere utili test allergologici preliminari per scongiurare reazioni allergiche gravi, che sono comunque “rarissime”, chiariscono.“

FONTE: TODAY.IT

Educazione e relazione affettiva coi bambini: sono compatibili?

People For Planet - Dom, 04/07/2019 - 13:00

Altro che modello rigido obsoleto, anche un’educazione “scortese” fallisce. L’unico modo funzionale a raggiungere obiettivi educativi coi bambini è una relazione tra pari basata sull’amore e sull’interesse per l’altro, dove non si devono ignorare preferenze individuali, né nascondere fragilità

L’educazione ha spesso un “brutto carattere” che non ci fa raggiungere gli obiettivi che ci si pone coi bambini, ma se invece che dall’educazione si partisse dalla relazione con loro, fondandola esclusivamente sull’amore e sul mutuo rispetto? E se si trasmettesse subito, fin da piccolissimi, con il nostro esempio, la scoperta delle passioni, la gioia e il piacere di vivere insieme, la creatività, l’ottimismo e la gentilezza?

Sono queste le domande a cui ha cercato di dare risposte Renato Palma, psicoterapeuta, scrittore e fondatore del “Centro Studi per la Democrazia Affettiva”.

«La scelta non è tra educazione e relazione, ma tra scortesia e cortesia» spiega Renato Palma. «Si fa un gran parlare, in pedagogia, del rapporto tra educazione e relazione. Se tra loro vanno d’accordo, tutto funziona per il meglio e nessuno si fa del male. Quando però l’educazione litiga con la relazione, accusandola di viziare troppo e di non ottenere gli obiettivi educativi che si è posta, ognuna torna a frequentare le vecchie amicizie. La relazione continua a vedersi con la cortesia, mentre l’educazione si butta tra le braccia del suo vecchio amore: la scortesia”.

Renato Palma ha scritto più di un libro su queste tematiche e tenuto molti corsi; definisce “democrazia affettiva” questo tipo di relazioni basate sulla generosità e cortesia: da parte degli adulti che rispettano le preferenze dei bambini e da parte dei bambini, che hanno imparato a collaborare grazie alla generosità degli adulti.

Un sistema di relazioni tra pari, anche se di età diversa, basato sull’affetto e non sulla forza che rispetti le preferenze individuali: nella democrazia affettiva non ci sono conflitti, sia per l’empatia che si crea nelle relazioni, sia perché si comprende quanto inutili essi siano per il conseguimento dell’obiettivo e per la disparità delle forze in campo. Dal conflitto, chi è genitore lo sa, se ne esce tutti sconfitti e insoddisfatti, genitori e figli.

L’idea di Renato Palma è che l’educazione sia un modo non funzionale di entrare in relazione e di condizionare lo stare insieme, perché, spiega, scherzando ma non troppo, «l’educazione ha spesso un brutto carattere», con aspetti che tutti noi, come genitori, possiamo subito verificare: l’educazione infatti

  • 1. Pensa sempre di avere ragione
  • 2. Pensa che quando non ha ragione, ha ragione lo stesso perché agisce per il fin di bene
  • 3. Quando le cose non funzionano non si assume nessuna responsabilità dell’insuccesso
  • 4.  Non rispetta i segnali di arresto di coloro che vuole educare
  • 5. Impone dosi sempre piuttosto alte di fatica per raggiungere i risultati che propone
  • 6. Non fa amicizia con nessuna delle cose importanti della vita
  • 7. Non va d’accordo con la democrazia e la parità tra le parti
  • 8. Scambia l’asimmetria di competenze con l’asimmetria del potere
  • 9. Frequenta il gioco solo fin quando lo trova utile, ma poi decide qual è il tempo di smettere e cominciare a fare le persone serie
  • 10. Spesso litiga con il divertimento
  • 11. Usa più la bocca di quanto dovrebbe usare le orecchie
  • 12. Fa finta di conoscere la libertà, ma poi, appena può, ne parla male
  • 13. Ha in antipatia le preferenze individuali e crede di avere il diritto di avere preferenze sulle preferenze di chi educa.

«I bambini imparano per imitazione e nascono curiosi, appassionati, molto ben disposti a stare nella relazione con noi. Noi spegniamo tutte queste belle cose proprio attraverso la nostra presunzione di dover insegnare con le parole quello che non riusciamo a proporre nei fatti» prosegue Renato Palma, che riassume molto bene il concetto con le parole: “Litigare per educare educa a litigare”.

Palma ha indagato anche il rapporto tra educazione e frustrazione nella relazione educativa nel corso degli anni, un rapporto sbilanciato verso la frustrazione ancor più in passato, quando in nome dell’educazione venivano giustificate tante forme di violenza fisica o oppressione nei confronti dei bambini. Più complesso forse oggi riconoscere le forme più sottili di cattiva relazione-educazione. È diffusa però ancora oggi la convinzione che assecondare i bambini significhi viziarli e che l’educazione debba comportare necessariamente una certa dose di frustrazione e una dose minima di “maltrattamento”. La relazione così però diventa una specie di braccio di ferro fra il bambino che cerca di affermare le sue preferenze e l’adulto che gli impone la sua volontà.

E se questo è il modello che impara il bambino, questo stesso verrà da lui replicato in età adulta. Per contro là dove gli adulti, con il loro esempio, creano un rapporto di parità affettiva basato sulla gentilezza, costruiscono una relazione che farà del bambino un uomo o una donna in grado di trasmettere a sua volta questi valori e, soprattutto, di condurre una vita felice.

“Giudici robot” per smaltire le cause di modesta entità

People For Planet - Dom, 04/07/2019 - 12:15

In Estonia è allo studio l’impiego di Intelligenze Artificiali per risolvere controversie di modesta entità, che intasano i tribunali e sottraggono tempo prezioso a giudici e avvocati. Le sentenze dei robot potranno comunque essere impugnate dai giudici in carne e ossa.

In Estonia è allo studio un progetto per l’integrazione di “giudici robot” nei tribunali, a cui affidare controversie di modesta entità, per cifre inferiori a 7.000 euro. Sono ancora molti i dettagli da definire, l’idea è che le parti in causa carichino online la documentazione e altre informazioni pertinenti, sulla base delle quali un’Intelligenza Artificiale formulerà una sentenza che potrà essere impugnata da un giudice umano.

Per comprendere la fondatezza del progetto è bene fare qualche precisazione. L’Estonia è uno dei Paesi al mondo con l’eGogvernment (amministrazione digitale) più evoluto. Gli 1,3 milioni di residenti utilizzano da tempo una carta d’identità elettronica e servizi come l’e-voting e il deposito fiscale digitale. I database governativi sono collegati tra loro attraverso un’infrastruttura efficiente, che facilita la condivisione dei dati. Ad esempio, i bambini nati in Estonia vengono automaticamente iscritti alle scuole locali alla nascita, perché i registri ospedalieri sono automaticamente condivisi con le scuole. In un contesto di questo tipo è più facile applicare l’idea di un dibattimento processuale virtuale, rispetto che in altri Paesi.

Appurato che esiste l’infrastruttura necessaria, perché c’è bisogno di un giudice robot? Perché i tribunali sono intasati, l’arretrato da dibattere è corposo, e smaltirlo sarebbe un doveroso servizio al cittadino. Molte dispute sono di minima entità, spesso amministrative e ripetitive, come per esempio le multe o le controversie contrattuali.

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Cielo di aprile 2019: occhi all’insù

People For Planet - Dom, 04/07/2019 - 11:23

Sarà davvero stupendo il cielo di aprile 2019. Si potrà infatti ammirare la Luna Rosache ci si sarà il 19 ovvero nel giorno del venerdì santo e lo sciame di meteore “Liridi” per la serata di Pasquetta che sarà il 22. Il cielo di aprile, inoltre, sarà costellato di meravigliose congiunzioni astrali.

La bellissima Luna rosa di aprile e le congiunzioni astrali

Tale termine è quello che i nativi americani ed in particolar modo la tribù degli Algonchini diedero alla luna di aprile a causa del muschio rosa. Quest’ultimo era un fiore molto diffuso in America e fioriva prima degli altri.

Ad aprile vi saranno inoltre bellissime congiunzioni astrali come nella serata del 9 aprile quando la Luna crescente incontrerà Marte (nel cuore della costellazione del Toro) nel cielo occidentale. Tale incontro sarà davvero suggestivo in quanto vicino ai due corpi celesti si potrà non solo ammirare la stella Aldebaran ma anche l’ammasso aperto delle Pleiadi. Nella notte tra il 22 ed il 23 aprile, invece, la Luna duetterà con Giove mentre nella notte tra il 24 ed il 25 aprile con Saturno.

Il 19 aprile ed esattamente alle ore 13.12 la Luna raggiungerà la fase di plenilunio chiamato anche Luna Rosa.

Lo sciame di meteore di aprile nonché i pianeti

La notte di Pasquetta e quindi il 22 aprile ci sarà lo sciame meteorico delle Liridi. Chi è appassionato di fiammate in tale nottata potrà vederne 15-10 all’ora che saranno prodotte dai detriti e dalle polveri lasciate dalla cometa G1 Thatcher. Tra i pianeti visibili nel mese di aprile, invece, ci sarà Marte, visibile di sera nel cielo occidentale. Nel cielo orientale, invece, tra la seconda parte della notte e l’alba alzando gli occhi verso il cielo, si potranno scrutare Giove e Saturno. Urano, invece, non potrà essere visto mentre Nettuno con un buon telescopio si potrà scrutare ad Est ma poco prima che sorga il Sole.

Per quanto concerne le costellazioni, infine, si potrà ancora scorgere quella di Orione con le stelle Rigel e Betelgeuse che hanno dominato il cielo dell’inverno ma anche i Gemelli con Polluce e Castore.

Nel cielo orientale, invece, sorgerà Vega che è la stella più luminosa del cielo estivo nella costellazione della Lira insieme ad Arturo del Bootes che si trova invece nella costellazione del Bifolco.

FONTE: INVESTIREOGGI.IT

Se sei felice ti ammazzo

People For Planet - Dom, 04/07/2019 - 09:00

Al di là che la notizia sia vera o meno – il condizionale è d’obbligo -, al di là che senz’altro si tratta di un atteggiamento malato e oltre il limite, quello che fa riflettere è l’idea che vedere una persona felice quando si è giù di morale o incavolati ci faccia arrabbiare ancora di più.

«Che cazzo ridi?» è una frase che abbiamo sentito spesso e di solito chi la dice è fuori di sé dalla rabbia. Per non parlare della “saggezza popolare” che dichiara: «Il riso abbonda sulla bocca degli stolti».

Quando ero bambina andai con i miei genitori al matrimonio di un collega di mio padre, insieme erano stati a costruire una centrale termica in India; ai tempi un lavoro all’estero significava mesi di lontananza e l’unico contatto con le famiglie erano le lettere che arrivavano con un ritardo di una settimana. Significava, come in quel caso, passare lontano Natale e tutte le altre feste.

Quella volta la distanza era stata di un anno intero e dopo pochi mesi dal ritorno tutto il gruppo si era ritrovato per festeggiare il matrimonio di questo collega a Udine.

Fu una bella festa e a un certo punto mio padre mi disse: «Vedi, non è vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno, gli amici veri si vedono quando sei felice e sono felici con te».

Altro che saggezza popolare, questa sì che era alta filosofia.

Il bisogno dell’altro ci fa sentire utili, migliori ma cosa accade quando l’altro è contento?

Perchè i felici fanno incazzare gli infelici? Tutta colpa dell’invidia? Forse ma anche, sempre ricorrendo alla “saggezza” popolare, che tanto saggezza non è, semplicemente si tratta di “mal comune, mezzo gaudio”. Che in pratica significa: «Io sono nella cacca, ma lo sono anche tutti gli altri, quindi se ci siamo immersi tutti fino al collo dobbiamo solo stare attenti a non fare l’onda».

E poi, diciamocelo, viviamo in un mondo che gratifica la sofferenza, a partire da un povero Cristo in croce – vuoi mettere con la paciosità del Buddha? – e se chiedi a un amico «Come stai?» e ti risponde «Bene!» la conversazione finisce lì, mentre se ti deve raccontare che ha avuto un guaio te ne parla nei minimi particolari e se ne va la mattinata.

Nel 1999 alla Libera Università di Alcatraz – l’agriturismo di Jacopo Fo – fu organizzato il festival della Comicoterapia; allora di clown di corsia si parlava poco, fu un evento epocale con più di 80 operatori. L’ultimo giorno di una settimana entusiasmante ospitammo 350 persone che si emozionarono, risero e ascoltarono Patch Adams, il mitico medico statunitense.

Patch, durante il suo workshop ci fece fare un esercizio veramente terribile: chiese di metterci in coppia e, mentre uno ascoltava in silenzio, l’altro doveva raccontare in silenzio un episodio felice della sua vita. Per 5 lunghi, interminabili minuti. Dopo ci si scambiava di posto e toccava all’ascoltatore narrare.

Una faticaccia incredibile. Perché sì, ognuno di noi ha avuto dei momenti felici nella vita ma prima dell’esercizio accadeva a molti un fenomeno strano: la mente si svuotava e proprio non veniva in mente niente, una lavagna vuota.

Eppure, accidenti, se ci avessero chiesto di un dolore, di quella volta che ci eravamo rimasti proprio male, sai che chiacchierate? Altro che 5 minuti, potevamo parlarne ore, entrando nel merito di come ci si torceva lo stomaco, di quante lacrime avevamo versato, di quanto eravamo stati male…

E invece a ricordare quel momento felice niente: il vuoto pneumatico.

Negli anni ho riproposto questo esercizio durante i corsi di Yoga Demenziale ad Alcatraz e ogni volta vedevo le facce sgomente, gli occhi vuoti o disperati alla ricerca di quel ricordo bello, e anche quando lo si trovava pecepivo la difficoltà nel raccontarlo per 5 minuti.

E poi finalmente ci si sbloccava, quando si iniziava a parlare, wow! Cambiavano i visi, si illuminavano gli occhi, altro che chirurgia plastica! Diventavamo tutti più belli!

Manda in rovina estetisti e chirurghi plastici: sii felice!

E guarda gli altri felici quando tu non lo sei e pensa: la felicità esiste! Si tratta solo di cercarla. Mettiamoci al lavoro!

Dovremmo recuperare la cacca che abbiamo lasciato sulla Luna

People For Planet - Dom, 04/07/2019 - 08:05

Tra pochi mesi ci sarà l’anniversario del primo allunaggio, quando gli astronauti statunitensi Neil Armstrong e Buzz Aldrin misero piede sulla Luna: i primi esseri umani a esplorare un mondo diverso dal nostro. La missione dell’Apollo 11 – ambiziosa quanto folle, a ripensarci oggi – fu un successo e mantiene il record di moltissime “prime volte” per i due astronauti e il loro collega Michael Collins (non scese sulla Luna) che la compirono. Tra i loro primati, ci fu anche quello di essere le prime persone a fare i loro bisogni sulla Luna a centinaia di migliaia di chilometri di distanza dalla Terra.

Come i colleghi che li avrebbero seguiti nelle successive missioni lunari, anche Armstrong e Aldrin lasciarono sulla Luna buste contenenti cacca, pipì e altri fluidi: ora alcuni ricercatori pensano che sarebbe interessante recuperarli, per capire se qualcosa sia sopravvissuto e comprendere meglio se e come possa funzionare la vita fuori dal nostro pianeta.

Dal 1969 al 1972 le missioni del programma Apollo che portarono esseri umani sulla Luna furono sei, ciascuna con due astronauti (e un collega che rimaneva in orbita lunare). Prima di ripartire verso la Terra, questi esploratori spaziali si lasciarono alle spalle nel complesso 96 sacche di “rifiuti umani”, cioè prodotti per lo più dal loro organismo; oltre alla cacca e alla pipì, lasciarono sacche di vomito e resti di cibo, per esempio. Furono lasciati anche molti altri oggetti, compresi un rametto di ulivo in oro, degli zaini, pellicole per cineprese e un paio di palline da golf. E, certo, anche 5 su 6 delle bandiere statunitensi portate sulla Luna e finite in alcune delle fotografie spaziali più famose di sempre.

A seconda delle missioni Apollo, gli astronauti restarono sulla Luna fino a un massimo di tre giorni. Avevano scorte di acqua e cibo, facevano attività molto faticose nelle loro ingombranti tute, e non avevano molto spazio per fare i loro bisogni. La dieta era pensata per ridurre al minimo la necessità di doverli fare, ma la NASA aveva comunque pensato a queste evenienze.

Quando si trovavano protetti all’interno dei moduli spaziali dell’Apollo, gli astronauti potevano utilizzare una piccola sacca che veniva fatta aderire alle natiche attraverso un nastro adesivo. Le feci venivano raccolte nel sacchetto, che veniva poi sigillato. Al suo interno venivano anche riposte le salviette per pulirsi e quelle disinfettanti per mantenere un minimo d’igiene.

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La vita che abita i marciapiedi

People For Planet - Sab, 04/06/2019 - 19:15

Sarti, arrotini, lustrascarpe, manicure, aggiusta-pentole e venditori di ghiaccio o di alcool di contrabbando. La gente povera, a Niamey, prova a inventare ogni giorno la sopravvivenza e resiste grazie ai marciapiedi, dove la vita è informale quanto irregolare. Anche i mendicanti sono preziosi e, a loro modo, insostituibili: difficile salvarsi l’anima senza di loro. Si voleva cancellare l’economia informale, ma la sera stessa della distruzione prevista si vendevano spiedini nell’unico spazio rimasto intatto. Così, la vita rinasce proprio ai margini delle strade, magari con una mamma che allatta dietro una sequenza incredibile di quaderni, patate, scarpe coi tacchi, galline, piccoli pannelli solari, medicinali e un lungo eccetera, il tutto disordinatamente esposto alla vista e affastellato come si usa fare solo nei meravigliosi mercati del sud del mondo, quelli con la m minuscola che non fanno sparire le relazioni tra le persone dentro le cose, i surgelati o il denaro.

La vita del popolo reale abita i marciapiedi della città. I piccoli mestieri nascono, si inventano, si sommano e si susseguono freschi di giornata. Possono anche sparire senza lasciare traccia e se domandate dov’è finito il giovane che vendeva carte telefoniche sarete osservati con curiosità come si fa con un estraneo.

Ci si occupa delle scarpe, da lucidare o da riparare, delle unghie per le signore, finte o da dipingere sul posto, dei vestiti da rammendare grazie ad una una macchina da cucire migrante tra un angolo e l’altro del marciapiede. Anche gli arrotini e i riparatori di pentole al dettaglio passano in giro e, come i venditori di alcool di contrabbando, fanno suonare la bottiglia col ferro per annunciarsi.

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Fonte immagine COMUNE-INFO.NET

Perché Amazon non ha distribuito l’ultimo film di Woody Allen

People For Planet - Sab, 04/06/2019 - 16:00

Amazon ha depositato in un tribunale di New York gli atti in cui risponde alla causa legale fattagli dal regista Woody Allen per non aver distribuito il suo ultimo filmA Rainy Day in New York, e per aver recisso senza valida ragione il contratto per 4 suoi film: Allen chiede un risarcimento di più di 68 milioni di dollari (quasi 60 milioni di euro). Amazon ha confermato che la ragione sono le nuove accuse di abusi sessuali contro Allen oltre a suoi commenti ambigui nei confronti del movimento femminista del #MeToo.

Amazon ha confermato che la ragione sono le nuove accuse di abusi sessuali contro Allen oltre a suoi commenti ambigui nei confronti del movimento femminista del #MeToo. Secondo l’accusa, Amazon avrebbe interrotto il contratto per via della vecchia storia di accuse di molestie fatte ad Allen dalla figlia adottiva Dylan Farrow: secondo Allen non sarebbe una «ragione sufficiente per chiudere il contratto» perché al momento della firma Amazon era a conoscenza della storia. Amazon ha invece mostrato di aver firmato il contratto nel 2017, due mesi prima dell’inizio di una nuova serie di polemiche contro Allen.

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Fonte immagine TGregione.it

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La forza di dire «non so’ d’accordo»

People For Planet - Sab, 04/06/2019 - 15:00

È diventato virale in poche ore il video del ragazzo di 15 anni di Torre Maura, periferia di Roma, che affronta un gruppo di militanti di CasaPound rimanendo calmo e lucido e spiegando che il gruppo stava cercando di strumentalizzare gli abitanti.

Qualche giorno fa il Comune di Roma ha deciso di spostare – scelta poi revocata – un gruppo di 70 rom in un centro di accoglienza di Torre Maura, nella periferia est di Roma. I residenti del quartiere hanno iniziato a protestare contro il trasferimento. Alla contestazione si sono uniti anche alcuni militanti di CasaPound e di Forza Nuova. Nel corso delle proteste sono stati incendiati anche alcuni cassonetti e calpestato il cibo destinato alle persone che dovevano essere trasferite. 

La situazione di disagio e di mancanza di servizi della periferia romana è nota da tempo e le politiche di gestione dei rom sono da altrettanto tempo in discussione. La creazione di campi per i rom è stata contestata da più parti, come ricostruisce bene articolo di Internazionale sul tema. 

In tutto questo caos, un ragazzo di 15 anni si è avvicinato ai militanti di CasaPound e in un video diventato virale (qui il video su Fanpage) ha spiegato in poche e semplici parole di non essere d’accordo con loro, dicendo che secondo lui stavano sfruttando la rabbia delle persone per fare propaganda e che il disagio del quartiere non poteva essere collegato alla presenza o meno di 70 persone. Il ragazzo è rimasto calmo anche quando i militanti gli si sono avvicinati toccandolo e puntandogli il dito addosso e la sua frase di protesta «Io so’ di Tore Maura e non so’ d’accordo», e la sua spiegazione educata del fatto che non sia giusto che qualcuno venga lasciato indietro, che i bisogni di qualcuno vengano dimenticati, ha fatto il giro del web ed è diventato lo slogan delle manifestazioni che si stanno svolgendo oggi in quartiere, indette da Anpi, Arci, Libera, Cgil e Acli ed altre realtà romane. Parallelamente si sta svolgendo anche una contromanifestazione di CasaPound e il quartiere è presidiato dalle forze di polizia. 

Molti residenti si sono rivoltati contro il modo incivile con cui si è protestato ieri ma sottolineano come il quartiere fosse lasciato indietro, richiamando l’attenzione anche dei partiti e delle associazioni di sinistra dalle quali dicono di essere stati dimenticati. 

Immagine di copertina: Foto di Andrea Brusa, Fonte TGCom

‘Pillole’ di natura di 20 minuti contro lo stress

People For Planet - Sab, 04/06/2019 - 14:59

Troppo stressato? Basta prendere una ‘pillola’ di natura (di appena 20 minuti). Ritagliarsi almeno 20 minuti al giorno per passeggiare o sedersi in un giardino, un parco, un terrazzo fiorito o qualsiasi posto che ci faccia sentire a contatto con la natura, ridurrà significativamente i livelli dell’ormone dello stress. E’ quanto emerge da uno studio che ha stabilito per la prima volta la ‘dose’ più efficace di un’esperienza di natura urbana. I medici potranno utilizzare questa scoperta, descritta su ‘Frontiers in Psychology‘, per prescrivere ‘pillole di natura’ con un effetto anti-stress reale e misurabile.

“Sappiamo che passare del tempo nella natura riduce lo stress, ma fino ad ora non era chiara la durata minima, quanto spesso ripetere l’esperienza o anche quale tipo di esperienza fosse più utile”, afferma MaryCarol Hunter, associato presso l’Università del Michigan e autrice principale di questa ricerca. “Il nostro studio dimostra che per ottenere il massimo guadagno, in termini di livelli di cortisolo, dovresti trascorrere 20 o 30 minuti seduto o camminando in un luogo che ti faccia sentire a contatto con la natura“. Un rimedio gratuito e davvero naturale per alleviare lo stress.

Le pillole di natura potrebbero diventare una soluzione a basso costo per ridurre gli impatti negativi sulla salute della crescente urbanizzazione e di uno stile di vita al chiuso, ‘armati’ di tablet.

Per aiutare i medici a ‘prescrivere’ in modo corretto e mirato le pillole di natura, Hunter e i suoi colleghi hanno progettato un esperimento con l’obiettivo di fornire una stima realistica della dose più efficace. Nel corso di un periodo di 8 settimane, i partecipanti sono stati invitati ad ‘assumere’ una pillola di natura della durata di 10 minuti o più, almeno 3 volte a settimana. I livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, sono stati misurati nei campioni di saliva prelevati prima e dopo la sosta nel verde, una volta ogni 2 settimane.

“I partecipanti erano liberi di scegliere l’ora del giorno, la durata e il luogo della loro esperienza”, spiega la ricercatrice. Unici vincoli: doveva essere alla luce del sole, non bisognava fare esercizio aerobico e si doveva evitare l’uso di social media, Internet, ma anche telefonate, conversazioni e letture. “Così abbiamo potuto identificare la durata ottimale di una pillola di natura”. I dati hanno rivelato che un’esperienza di appena 20 minuti è sufficiente per ridurre significativamente i livelli di cortisolo. Ma se si passa un po ‘più di tempo immersi in un’esperienza ‘green’ – da 20 a 30 minuti – i livelli di cortisolo diminuiscono al massimo. Dopodiché, si registrano ulteriori benefici, ma a un ritmo più lento.

Hunter spera che lo studio costituisca la base per ulteriori ricerche in questo settore. “Il nostro approccio sperimentale – conclude – può essere utilizzato per consentire prescrizioni personalizzate di pillole di natura” per i cittadini alle prese con lo stress della vita moderna.

FONTE: ADN KRONOS

Chi nasce oggi vivrà due anni in meno a causa dell’inquinamento

People For Planet - Sab, 04/06/2019 - 12:15

L‘aspettativa di vita dei bambini di oggi sarà più breve in media di venti mesi a causa dell’aria inquinata. Quello che non è più solo un allarme, ma un dato di fatto è stato pubblicato nel rapporto State of Global Air SOGA 2019 pubblicato in sinergia da alcuni istituti universitari statunitensi.

Come si legge nel rapporto, l’inquinamento globale dell’aria ha contribuito a circa un decesso su dieci nel 2017, il che lo rende una causa di morte più grave della malaria e degli incidenti stradali, e paragonabile agli effetti del fumo.

Gli effetti più gravi sono concentrati nelle aree dove la tutela ambientale è minore come nell’Asia meridionale: qui l’aspettativa di vita crolla addirittura di trenta mesi, ma anche nell’Africa subsahariana a causa sia dell’inquinamento industriale che dei fuochi domestici l’aspettativa di vita è attesa in calo di 24 mesi. 

E in Italia? Nel nostro paese come nel resto dei Paesi sviluppati la diminuzione dell’aspettativa di vita è di circa cinque mesi per i rischi connessi a smog e inquinamento. Nel solo 2017 il report stima almeno 30mila decessi per fattori legati all’inquinamento dell’aria.

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Mobilità: studio, «I ciclisti sono considerati subumani»

People For Planet - Sab, 04/06/2019 - 11:00

Un recente studio australiano sulla percezione dei ciclisti li categorizza come non-umani o più precisamente, meno che umani. Lo studio, condotto con un sondaggio tra circa 500 australiani dal dipartimento di Ingegneria civile del Monash Institute of Transport Studies della Monash University di Victoria, sottolinea che, nonostante i numerosi e ben documentati vantaggi che i ciclisti apportano alla comunità, in molti paesi del mondo si mantiene e cresce un atteggiamento estremamente negativo nei loro confronti, che spesso sfocia in violenza verbale o fisica.

Perché?

Prima di tutto perché sono una minoranza, dice lo studio. In altre parole, è questo il motivo per cui se un’auto parcheggia sul marciapiede o in seconda fila è tollerata, mentre se un ciclista non ha strutture adeguate come una ciclabile, e approfitta di un marciapiede per brevi tratti, viene facilmente insultato dagli stessi pedoni. Accettiamo il noto, mentre non accettiamo il nuovo, anche se il primo partecipa attivamente e notoriamente a farci ammalare e a vivere meno (qui i dati Who ), in ambiente meno bello e sicuro (qui le statistiche sugli incidenti stradali ).

Ora, la bici non è propriamente il nuovo. È casomai il vecchio. Ma negli ultimi anni tutti i Paesi sviluppati e non solo hanno rilanciato e promosso l’utilizzo delle bici proprio per ridurre le perdite umane ed economiche che l’utilizzo diffuso dei mezzi a motore privati ha causato nel mondo. La bici oggi è emblema di una rivoluzione dal basso che non accetta più il rischio di morire precocemente, per sé o i propri figli, che chiede strade e piazze più piacevoli e vivibili, e apprezza ed enfatizza i benefici fisici e psicologici che l’attività fisica regala (qui una review scientifica).

Lo studio australiano include tra le possibili spiegazioni del fatto che i ciclisti siano considerati sub-umani la circostanza che difficilmente si vede la loro faccia e che si muovono meccanicamente. Ora, questa sembra proprio una considerazione eccessiva, ma potrebbe bastare il dubbio a promuovere manifestazioni come ad esempio la celebre Milano Fancy Bike Ryde che punta proprio a umanizzare al massimo la bellezza della bici, o i progetti come il Bike to School promossi in molte città d’Italia per sollecitare il buono spirito e l’indipendenza dei bambini, oltre che salvaguardare la loro salute e il futuro del loro pianeta.

In conclusione, è così: la gente non pensa a dedicare monumenti ai ciclisti, come dovrebbe, ma li odia. Come ricorda Paolo Pinzuti, del resto, solo recentemente Il Giornale e Il Corriere della Sera si sono apertamente schierati contro la categoria. Sappiamo anche che l’Italia sembra proprio un Paese inadatto all’utilizzo della ragione, quando si parla di mobilità (qui un buon parallelo, un confronto tra noi e il resto d’Europa). Tuttavia restiamo convinti che tra le meraviglie che solo un ciclista conosce – la velocità, il tempo, l’equilibrio, gli odori e la luce – ci sia in un angolo nascosto anche l’orgoglio di remare controcorrente. Siamo contro il sistema, siamo contro di voi: sentirci esclusi ci rafforza.