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Mense scolastiche, dal Consiglio di Stato sì al panino da casa

People For Planet - Mer, 09/05/2018 - 11:02

Il Consiglio di Stato dice sì al diritto al pasto da casa al posto della refezione scolastica e nega alle amministrazioni comunali il potere di impedire l’introduzione in mensa di cibo fatto dalle famiglie. La battaglia per “il panino libero”, partita da un gruppo di genitori che protestavano contro il costo eccessivo delle mense a Torino, riceve per la prima volta una legittimazione nazionale, dopo le tante sentenze di tribunali civili e amministrativi in giro per l’Italia. Questa mattina l’organo supremo della giustizia amministrativa ha respinto l’appello che il comune di Benevento aveva proposto contro la sentenza del Tar Campania che aveva dato già il via libera.
“Questa sentenza è destinata ad avere un respiro nazionale” spiega l’avvocato torinese Giorgio Vecchione…

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In Venezuela costa meno usare le banconote anziché la carta igienica

People For Planet - Mer, 09/05/2018 - 04:13

Com’è possibile che un Paese come il Venezuela, ricco di risorse e di petrolio, abbia ridotto alla fame il suo popolo?

È opinione comune individuare nel crollo del prezzo del petrolio, avvenuto nel 2014, la causa principale della crisi in Venezuela. Opinione in parte condivisibile, perché la garanzia di possedere petrolio in abbondanza ha inibito l’evoluzione di modelli economici alternativi. Fin quando il prezzo e la produzione del petrolio svettavano toccando i massimi storici, non si è ritenuto necessario avere un piano B. Con la crisi mondiale e la diminuzione dei consumi di petrolio, il prezzo dell’oro nero si è abbassato gradualmente e gli Stati Uniti, da sempre uno dei principali importatori di petrolio, hanno iniziato a estrarre shale oil per svincolarsi dall’OPEC (Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio), che a sua volta si è trovata impossibilitata a tagliare la produzione per tenere alti i prezzi. L’OPEC ha così tentato il tutto per tutto, abbassando di molto il prezzo del petrolio e aumentandone la circolazione, nella speranza di riallettare l’appetito degli Stati Uniti. L’operazione si è rivelata fallimentare e i prezzi, già bassi, hanno iniziato a scendere inesorabilmente. Complice l’isolamento da parte della comunità internazionale, sempre meno sono i Paesi aperti al dialogo con il Presidente Maduro, per il Venezuela è il tracollo. E a nulla servono le recenti riforme da lui introdotte per risolvere l’inflazione, giunta oltre il 1000% annuo e destinata a raggiungere livelli presto incalcolabili.

Il blocco dei prezzi dei beni di prima necessità imposto dallo Stato per tutelare la fascia medio bassa della popolazione e risollevarsi di fronte al proprio elettorato è inefficace contro la svalutazione del bolivar, la moneta nazionale venezuelana. Le banconote diventano carta straccia. Un pollo costa 14 milioni. Per pagare 1 kg di pomodori servono quasi 3 kg di bolivar.

Che tradotto nella vita quotidiana significa fare la spesa carichi di un peso – fisico, non soltanto metaforico – maggiore all’andata rispetto che al ritorno. Significa possedere e trasportare più soldi inservibili che cibo necessario.

Come sempre capita nei regimi isolati sottoposti a forte inflazione, anche in Venezuela le cose si trovano quasi solo al mercato nero, al punto che molti venezuelani hanno preso l’abitudine di acquistare beni di prima necessità in Colombia. Moltissimi altri migrano direttamente. Secondo un reportage pubblicato dal National Geographic, sono 35.000 i rifugiati venezuelani che ogni giorno attraversano il Simón Bolívar, il ponte che collega la città colombiana di Cúcuta con la venezuelana San Antonio.

In Venezuela, però, cibi come latte liquido o in polvere – e a rivelarlo è stavolta un reportage del New York Times – scarseggiavano già nel 2012, sotto Chávez. I deficit di bilancio pubblico non sono iniziati con Maduro. Semmai sono peggiorati. È per coprire i deficit che lo Stato ha iniziato a farsi stampare dalla banca centrale le banconote necessarie, facendo lievitare l’inflazione che ha colpito tanto le aziende produttrici quanto i consumatori.

Recentemente è stato approvato un nuovo conio, si è passati dal bolivar al bolivar sovrano, che rimarrà ancorato al Petro, una criptovaluta. Di colpo la vecchia moneta è stata svalutata quasi del 90%. Maduro ha inoltre autorizzato l’aumento dei futuri stipendi fino a 35 volte. L’intenzione è quella di porre freno all’inflazione bloccando lo stampo di altre banconote e spingendo i cittadini a produrre più ricchezza, i quali, nel frattempo, vedono i propri guadagni perdere il 90% del valore. Più concretamente: chi negli anni era riuscito a mettere in banca 10, se ne ritrova 1.

Inutile nascondere che le vicende del Venezuela sembrano ricordarci che le leggi dell’economia valgono sempre, anche in sistemi economici non capitalisti.

Chi vaneggia il sovranismo monetario demonizzando economia e mercati, dovrebbe tenerlo a mente. Non si può trarre lezioni da un popolo in ginocchio, e nemmeno è possibile attribuire con certezza la causa di un fenomeno – rovinoso e doloroso che sia – a questo e a quel fattore, escludendo le possibilità che possono sfuggire.

Prevedere il futuro è del resto fatica inutile, perché ogni previsione è sempre viziata dall’abitudine. “Tutti i ragionamenti che riguardano la causa e l’effetto sono fondati sull’esperienza e tutti i ragionamenti che derivano dall’esperienza sono fondati sulla supposizione che il corso della natura continuerà ad essere uniformemente lo stesso”, ha scritto David Hume nel Trattato sulla natura umana del 1739. Ma ha anche aggiunto:

“Ciò che è possibile non si può mai dimostrare che è falso; ed è possibile che il corso della natura possa cambiare, dal momento che noi possiamo concepire tale cambiamento”.

Non c’è migliore assunto da cui ripartire.

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Taser alla Polizia: ma chi lo vuole?

People For Planet - Mar, 09/04/2018 - 03:46

Questo non vuole essere l’ennesimo articolo polemico contro l’attuale Governo e per forza ostruzionista nei confronti del nostro Ministro dell’interno, già largamente messo sotto i riflettori. No, questo vuole essere una riflessione apolitica sull’andamento della nostra società, su quello che quotidianamente accade intorno a noi.

Andiamo con ordine: Il giorno 5 luglio è stato firmato il decreto che autorizza la sperimentazione del Taser in 11 città italiane: Milano, Napoli, Torino, Bologna, Firenze, Palermo, Catania, Padova, Caserta, Reggio Emilio e Brindisi. La pistola elettrica sarà data in dotazione alle forze dell’ordine come arma di dissuasione non letale il cui uso e solo possedimento, come riporta il ministro dell’Interno Matteo Salvini: “è un importante deterrente soprattutto per gli operatori della sicurezza che pattugliano le strade e possono trovarsi in situazioni border line”.

Pionieri di questa sperimentazione, a seguito di un percorso di formazione ad hoc, saranno gli agenti appartenenti alla Polizia di Stato, all’Arma dei Carabinieri e alla Guardia di Finanza. Gli agenti scelti deterranno un totale di 30 dispositivi modello X2, in grado di colpire un bersaglio fino a un massimo di sette metri di distanza e che rilascia una scarica elettrica per una durata di cinque secondi capace di immobilizzare i muscoli. Per evitare abusi di potere, agli agenti in possesso dello storditore elettrico verrà applicata sulla divisa una telecamera speciale che si attiverà nel momento in cui viene tolta la sicura alla pistola elettrica.

“Aiuterà migliaia di agenti a fare meglio il loro lavoro.” Riporta il Ministro dell’Interno. “Per troppo tempo le nostre Forze dell’Ordine sono state abbandonate, è nostro dovere garantire loro i migliori strumenti per poter difendere in modo adeguato il popolo italiano. Orgoglioso del lavoro quotidiano delle forze di Polizia e Carabinieri.”

Si può essere orgogliosi di chi ha scelto di difendere il popolo giurando di essere sempre al servizio dei cittadini ma non sono convinta che la dotazione di un’ulteriore arma sia la risposta all’abbandono a cui sopra si fa riferimento, soprattutto considerando che, come riportato nell’ultimo rapporto del Censis del giugno 2018,  che ci crediate o no, in Italia si è registrato un calo dei reati rispetto agli ultimi anni.

Siamo sicuri che siano questi gli strumenti che servono alle forze dell’ordine per tutelare gli italiani? Ci vorrebbero più fondi sì ma per stipendi più dignitosi e per garantire maggiori assunzioni. Perché invece non cominciare con il riportare in strada quelle centinaia di divise che vedono solo scrivanie e carte? Non è armando chi è già armato che si garantisce la nostra tutela ma al massimo aumentando il numero di persone formate nelle strade.

L’investimento fatto per aggiungere un’altra pistola nella fondina poteva, ad esempio, essere sfruttato per dei corsi mirati sui nuovi fenomeni di cui siamo spettatori. Per fare degli esempi: corsi di lingua per poter comunicare in un mondo sempre più multiculturale, conoscenza delle basi della psicologia e della scienza comportamentale per riuscire a interagire con chi si ha davanti e fronteggiare i nuovi fenomeni del millennio come la migrazione, la dipendenza di sostanze stupefacenti già in giovanissima età…

Nel mondo sono circa 107 i Paesi che fanno uso del Taser, tra cui Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Svizzera, Canada, Brasile, Australia, Nuova Zelanda, Kenya e in Europa Finlandia, Francia, Germania, Repubblica Ceca, Grecia e Regno Unito. Le Nazioni Unite però lo inseriscono tra gli strumenti di tortura e anche le associazioni che si battono per i diritti umani lo hanno criticato: Amnesty International ha dichiarato che dal 2001 nel Nordamerica (Usa e Canada) il numero delle morti direttamente o indirettamente correlate al Taser è superiore al migliaio. Motivo per cui ne ha chiesto il ritiro.

Secondo altri studi le morti dipenderebbero dai problemi cardiaci delle persone colpite. Perché una scarica elettrica su un portatore di pacemaker può avere gravi conseguenze cardiologiche ma anche di carattere neurologico. Così anche per chi fa uso di cocaina e sostanze estremamente eccitanti che già da sole possono provocare aritmia e infarti. In uno di questi casi, chi sarebbe il responsabile? L’allora presunto delinquente o il detentore dell’arma autorizzato all’uso? Troppe domande simili sono ancora in attesa di una risposta.

Ma perché nessuno ci ha chiesto se eravamo d’accordo? Fatemi capire, si fanno consultazioni pubbliche sulle disposizioni relative all’ora legale dove ci sono state 4,6 milioni di risposte e nessuno ci chiede se siamo d’accordo o meno sul fatto che anche il mio Stato finanzi ulteriormente il mercato delle armi? Se acconsento a far circolare per le strade altre armi?

Questa disposizione non servirà a garantirci una migliore tutela ma avrà come unico risvolto un ulteriore finanziamento del mercato delle armi, legale ed illegale, che si ingrassa dell’odio delle persone.

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Immaginate se fosse un arbitro a sbloccare psicologicamente Cristiano Ronaldo

People For Planet - Mar, 09/04/2018 - 02:57

Immaginatevi la scena. L’arbitro Doveri approfitta della fine del primo tempo di Parma-Juventus. Si avvicina a Cristiano Ronaldo ancora a digiuno di gol e gli dice: “Tu sei meglio di così, Cristiano. Ti voglio aiutare. Non è un bello spettacolo quello che stai offrendo”. Il portoghese lo guarda, lo ascolta. E quando torna in campo, trascina la Juventus alla vittoria e segna almeno due gol. Dopo aver immaginato la scena, immaginatevi quel che sarebbe successo.

Un episodio simile è accaduto a Flushing Meadows dove si stanno giocando gli Us Open di tennis. Il protagonista assoluto della settimana è stato l’arbitro svedese Mohamed Lahyani. Giudice di sedia dell’incontro tra l’australiano di origine greca Kyrgios, un talento discontinuo, e il francese Herbert. Kyrgios stava gettando via l’ennesima partita. Aveva perso il primo set ed era sotto 3-0 nel secondo, aveva appena buttato malamente una palla in rete. A quel punto l’arbitro è sceso dal sediolone e gli ha parlato come se il tennista fosse suo figlio. Aggiungendo che avesse continuato così, sarebbe stato costretto a infliggergli una penalità per scarso impegno. “Una scena surreale” ha scritto L’Equipe che ha dedicato all’episodio un paginone. Un episodio che, a memoria, non era mai accaduto.

Kyrgios si è ripreso e ha vinto

Sta di fatto che l’australiano ha finalmente cominciato a giocare e ha finito col vincere la partita. Apriti cielo. Il torneo ha dovuto diramare un comunicato ufficiale in cui ha provato a spiegare il comportamento dell’arbitro, in soldoni hanno scritto che era preoccupato per le condizioni fisiche del tennista e che ha deciso di scendere perché al cambio di campo c’era troppo rumore per avere una conversazione col giocatore. L’organizzazione ha cercato di smussare i toni dello sconfitto prima della conferenza stampa. «Me lo hanno chiesto – ha spiegato Herbert – ma non devono prendermi per un coglione».

Nemmeno Federer ha gradito

Il diretto interessato ha provato a difendersi: «L’arbitro non mi ha aiutato. Non ho rimontato subito – si è difeso Kyrgios -. Non è il mio coach. Mi ha detto solo che stavo offrendo un brutto spettacolo per lo sport. Succede anche nel calcio quando qualcuno entra duro e l’arbitro gli parla ed evita di ammonirlo».

Tesi che non ha convinto Federer: «Con me non succederà – ha detto infastidito -. Non è compito dell’arbitro scendere dalla sedia. Deve rimanere seduto e non parlare in quel modo. Non mi interessa quel che gli ha detto. È stato lì per troppo tempo». Non è compito dell’arbitro. Sua maestà Roger ha poi incontrato e battuto l’australiano, e nel corso dell’incontro l’arbitro è rimasto al suo posto.

Mandzukic

L’altro protagonista della settimana, oltre a Lahyani, è stato Mario Manduzkic. L’eterno brutto anatroccolo che però al momento opportuno compie sempre il proprio dovere. Ricorda Massimo Troisi in “Ricomincia da tre”, quando raccontava del bambino che gli aveva rovinato l’infanzia perché conosceva tutte le tabelline a memoria, tutte le capitali del mondo. “Se è un mostro, mettetelo nella classe dei mostri”.

In questo calcio di metrosexual e personaggi copertina, Mandzukic è fuori posto. Sgraziato, tecnicamente non eccelso, decisamente poco patinato, il croato è sempre lì lì per finire nella cantina della Juventus. Prima per fare spazio a Higuain e poi a Cristiano Ronaldo. Nelle foto di copertina non c’è spazio per lui. Non è l’uomo da portare a casa per presentarlo ai genitori.

Poi, però, quando serve, Mandzukic c’è sempre. Soprattutto nelle partite che contano. Quando la sostanza conta decisamente più della presenza. Perché Mandzukic è maledettamente efficace. Per dirla alla Deng Xiao Ping, il topo lo acchiappa sempre. È lui a tenere la Juve in vita, con un gol bellissimo, nella famosa finale di Cardiff persa 4-1 contro il Real Madrid. È sempre lui a segnare al Bernabeu i due gol che avviano il tentativo di rimonta nei confronti dei madrileni. Prima del rigore all’ultimo minuto e dell’indimenticabile show di Buffon. Ed è lui, mentre l’Italia del giornalismo è in angoscia per l’assenza di gol di Cristiano Ronaldo, a essere decisivo a Parma con una rete e un assist. Perché non saranno da copertina, ma dei brutti anatroccoli c’è tanto bisogno.   

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Milena Gabanelli: zucchero, la dose giornaliera da non superare

People For Planet - Mar, 09/04/2018 - 02:50

Resistere allo zucchero sarebbe davvero una gran brutta vita, ma siccome pare responsabile di qualunque malattia, meglio sapere cosa fin qui è stato dimostrato. Gli studi dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), dell’Agenzia Internazionale della ricerca sul cancro (Airc), e le ultime «revisioni» in materia sulle più prestigiose riviste scientifiche, hanno accertato che il consumo eccessivo è causa di una lunga serie di problemi.
Ma quando è «eccessivo»?
Dopo aver digerito qualche chilo di studi proviamo a darvi una sintesi. Che faccia venire la carie lo sappiamo fin da piccoli . L’80% della prevenzione si farebbe mangiando meno dolci e caramelle. Il resto è legato alla corretta igiene orale.

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Prodotti per l’edilizia ecocompatibile: i marchi o le etichette ecologiche più affidabili per il settore

People For Planet - Mar, 09/04/2018 - 00:29

Vorrei ristrutturare la mia casa e vorrei farlo utilizzando prodotti che siano il più possibile ecocompatibili: materiali da costruzione, isolanti, finiture, arredi, mobili, vernici, ecc. che abbiano una certificazione o che siano dotati di attestazioni, regolamentate e veritiere, per dare garanzia di basso impatto sull’ambiente e di salubrità e benessere dello spazio abitativo. Come posso orientarmi per essere sicura che siano effettivamente prodotti con queste garanzie?

Leggendo una scheda tecnica di un prodotto si possono avere delle informazioni, sulle caratteristiche tecniche dell prodotto stesso, come per esempio: carico rottura, snervamento, analisi chimica, ma non quelle più rilevanti a garanzia di eco-compatibilità. Per cui, possiamo fidarci del nostro rivenditore, oppure possiamo orientarci meglio in questo campo e capire cosa dobbiamo richiedere e cosa dobbiamo valutare per avere maggiori certezze.

Ci vengono in aiuto i marchi ambientali o etichette ecologiche o eco-etichette, alcuni già presenti sullo scenario europeo da molti anni, di tipo volontario, ovvero non richieste da norme di legge, ma di libera iniziativa dell’azienda produttrice e comunque soggette a regole all’interno dell’UE quali le norme ISO specifiche.

Le etichette ecologiche rappresentano difatti quel marchio apposto su un prodotto o un imballaggio che fornisce informazioni su una pluralità di prestazioni ambientali durante tutto ciclo di vita oppure che può riferirsi ad un solo fattore ambientale (riciclabilità, emissioni prodotte nella produzione, consumi energetici, materie prime impiegate, ecc.)

Tra le etichette ecologiche obbligatorie e riferite ad un solo criterio ambientale si inserisce, per fare un esempio, l’etichetta sui consumi energetici (energy label), obbligatoria in tutta l’Unione Europea su molti elettrodomestici già da alcuni anni (D.Lgs. n. 104/2012, Regolamento UE n. 1060/10 e n. 518/14). E’ un’etichetta obbligatoria anche il marchio sugli imballaggi (packaging label) che indica anche qui la conformità a degli standard stabiliti per legge.

Le etichette ecologiche, analizzando più in generale, possono far capo a organismi pubblici internazionali o nazionali (iniziativa pubblica) oppure far capo a Organismi non governativi, gruppi industriali o associazioni di categoria, come ad esempio l’etichetta FSC sul legname: Forest Stewardship Council, gestita da una ONG (iniziativa privata).

Possono dunque essere di tipo volontario o obbligatorio, e, se volontarie, suddivisibili in: certificate da ente terzo o autodichiarate.

Le eco-etichette di tipo volontario si dividono infatti a loro volta in Tipo I, Tipo II, Tipo III, a seconda del fatto che si possono riferire a marchi ecologici certificati o dichiarazioni ambientali di prodotto che un’azienda o organizzazione ottiene (certificati da ente terzo) o di cui si dota (autodichiarando) senza obbligo di legge.

Le etichette ecologiche volontarie non certificate da enti terzi, sono definite e classificate come di Tipo II: si tratta di autodichiarazioni del produttore e costituiscono semplicemente uno strumento di informazione sulle caratteristiche ambientali dei prodotti dichiarate dai fabbricanti, dai produttori, importatori o distributori dei prodotti, che riportano “autodichiarazioni” e simboli di valenza ambientale non convalidati da organismi indipendenti. Generalmente questo tipo di informazioni ambientali sono relative a singoli aspetti ambientali del prodotto.

Il fatto che non vi sia una certificazione ufficiale da una parte terza, non significa che queste etichette non debbano avere dei requisiti di attendibilità e serietà nei riguardi del consumatore e dell’utenza in genere; infatti, secondo lo standard ISO 14021, queste etichette devono contenere dichiarazioni non ingannevoli, verificabili (ad esempio la documentazione relativa alle qualità ambientali dichiarate deve essere resa disponibile a richiesta), specifiche e chiare, non suscettibili di errori di interpretazione. Sono del tipo B2C- business to consumer, ma possono essere anche B2B -business to business.

Le etichette ecologiche volontarie certificate da enti terzi indipendenti– a seguito della verifica di rispondenza dei prodotti ai criteri ecologici prestabiliti da quel sistema specifico- sono a loro volta divisibili in due tipologie definite dalle norme: di Tipo I e di Tipo III.

Le etichette di Tipo I seguono i criteri ed i dettami della norma ISO 14024, sono multi criteriali e dunque valutano l’intero ciclo di vita del prodotto, si applicano a prodotti e servizi che rispettano valori soglia e limiti prestazionali, la cui conformità è appunto certificata dall’organismo preposto. Si tratta in questo caso di etichette del tipo B2C, ovvero business to consumer. E’ un’etichetta di Tipo I l’Ecolabel (rappresentato dal simbolo della margherita), il marchio europeo di qualità ecologica nato nel 1992 e oggi il più diffuso. Si trova su una ventina categorie di prodotti e due di servizi. Tra questi ci sono alcuni prodotti che possiamo utilizzare in edilizia, quali: le coperture per pavimenti, sia per interni che per esterni, le pitture e i prodotti vernicianti, i prodotti tessili, i materassi e gli oggetti di arredo, i prodotti elettronici.

Le etichette di Tipo III sono le Dichiarazioni ambientali di prodotto, le EPD (conosciute con il termine inglese EPD Environmental product declaration): riportano informazioni ambientali su prodotti in base a criteri predefiniti all’interno della norma tecnica ISO 14025 e sono sottoposte ad un controllo indipendente da parte di organismi accreditati pubblici o privati, che garantiscono credibilità e veridicità delle dichiarazioni rese.

Queste etichette sono indirizzate sia nel ramo da “impresa a consumatore”, B2C che “da impresa a impresa”, B2B. Attraverso il confronto tra EPD differenti, all’interno di gruppi di prodotti equivalenti, il consumatore può avere le informazioni necessarie a valutare le singole caratteristiche di ecocompatibilità ed effettuare confronti.

La metodologia del Life Cycle Assessment (LCA), ovvero della valutazione degli aspetti ambientali di un prodotto durante tutto l’arco della sua vita (dalle materie prime allo smaltimento), rappresenta il supporto fondamentale allo sviluppo di schemi di etichettatura ambientale in entrambi i casi sopracitati, ovvero:

– come principale strumento atto ad ottenere una Dichiarazione ambientale di prodotto EPD, ossia un’etichetta ecologica di Tipo III;

– nella definizione dei criteri ambientali di riferimento per un dato gruppo di prodotti (etichette ecologiche di tipo I: Ecolabel per primo).


L’LCA che è definibile come un metodo nato per aiutare a quantificare, interpretare e valutare gli impatti ambientali di uno specifico prodotto o servizio, durante l’intero arco della sua vita, rappresenta l’analisi più puntuale per valutare l’eco compatibilità di un prodotto, è applicabile in ogni settore industriale e può, assolvere a molti altri scopi, utili nella gestione d’impresa (nella gestione ambientale, nell’organizzazione dei processi, nella ricerca dell’efficienza), oltre all’obiettivo ultimo della certificazione del prodotto.

L’Ecolabel e l’EPD, sono dunque i principali marchi di riferimento per definire l’ecocompatibilità dei prodotti in maniera scientifica, condivisa ed affidabile.

In particolare lo è l’EPD per il settore delle costruzioni, dove è stata elaborata una norma specifica che affianca la ISO 14025, dando regole più specifiche e mirate. Si tratta dello Standard Internazionale ISO 21930:2007 Sustainability in building constructions – Environmental Declaration of building Products, che ha lo scopo di specificare meglio e regolare i principi, i requisiti e la struttura della dichiarazione ambientale di Tipo III dei prodotti da costruzione al fine di dare uniformità dei mezzi, delle modalità e di garantire trasparenza, coerenza e solidità scientifica della metodologia con cui si giunge all’EPD. Ovvero, questa norma, definisce le regole quadro per ogni categoria di prodotto (PCR – Product Category Rules), a partire dalle quali è possibile definire l’EPD dei prodotti da costruzione.

Si citano due importanti database di prodotti con etichettatura EPD: uno di questi è consultabile al sito https://www.environdec.com/it/, il sistema si chiama EPD® International ed è il programma principale per le aziende europee per le dichiarazioni ambientali basate su ISO 14025 e EN 15804. Nel database inserendo la tipologia di prodotti che stiamo cercando e, se vogliamo, la nazionalità dell’azienda produttrice, si estrapola una lista di prodotti con EPD e relativa ditta produttrice. Il database contiene attualmente 820 EPD registrate dalle aziende in 40 paesi.

In Italia sono 284 ad oggi i prodotti con EPD all’interno dell’EPD® International, di questi 77 (ad oggi) rientrano nella categoria materiali da costruzione; ci sono prodotti di vario tipo: pannelli isolanti, pannelli acustici, profilati in alluminio, pitture murali, cemento, pavimenti e rivestimenti, ecc.

A livello italiano troviamo l’EPDItaly, un programma appartenente al circuito Eco Platform, associazione nata con lo scopo di sostenere l’armonizzazione delle Dichiarazioni Ambientali di Prodotto europee, in modo che EPD relative allo stesso prodotto, convalidate sotto due Program Operators diversi, possano essere tra loro confrontabili.

Il database anche qui contiene EPD di ogni Paese e non solo di materiali da costruzione, che comunque sono numerosi ed è consultabile al sito www.epditaly.it.

Fonti:

http://www.greenadvisor.it/certificazioneepd/

https://www.csqa.it/CSQA/Norme/Sostenibilita-Ambientale/ISO-14040-LCA

https://www.csqa.it/Energia/Documenti/LCA-labelling-(EPD)

https://www.ingenio-web.it/20433-dichiarazione-ambientale-di-prodotto-la-norma-iso-21930

http://www.harpomanagement.it/faq-topmenu-209/142-ambiente/763-ecolabel-che-differenza-cra-lecolabel-e-la-epd

http://www.epditaly.it/il-programma-epditaly/

 

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Meno traffico grazie a droni, sensori e auto intelligenti

People For Planet - Lun, 09/03/2018 - 05:19

La mobilità del prossimo futuro sarà all’insegna di veicoli elettrici o ibridi, con le stesse case automobilistiche in prima fila contro le emissioni di CO2 e prototipi tutto sommato realistici di auto zero emission. Tutti veicoli che parleranno sempre più il linguaggio dell’hi-tech e saranno sempre più intelligenti. Ma resta il problema del numero di questi veicoli che circolano sulle nostre strade. Traffico, ingorghi, stress persone in coda per ore. Anche su questo fronte gli esperimenti sono molteplici, soprattutto nei centri abitati ad alta densità di popolazione (e di veicoli), in quelle città che sognano di diventare davvero smart city. Il problema del traffico, anche non considerando la questione inquinamento, è complicato da risolvere. La soluzione più scontata sarebbe quella di costruire nuove strade per uno scorrimento più fluido dei veicoli, ma non sempre la morfologia del territorio lo consente, oppure semplicemente non c’è spazio. Suggerire alle persone di scegliere la bicicletta o di andare a piedi non è sempre possibile, quindi che fare? Potrebbero salvarci la tecnologia e le stesse automobili.

Le auto parlanti scelgono la strada più sgombra

Ricordate i vecchi cellulari? Ci servivano soltanto per effettuare chiamate, pagavamo lo scatto alla risposta e i minuti effettivi di conversazione. Quando dagli sms siamo passati agli mms (da semplici messaggi di testo a messaggi multimediali) ci è sembrata una rivoluzione e i costi sembravano proibitivi. Poi sono arrivati nuovi modelli più evoluti, i touch screen e gli smartphone con le loro app. Esistono app per giocare, per distrarsi, per comunicare, per sfogare il nostro istinto social, ma esistono anche app per monitorare, raccogliere dati o controllare da remoto i dispositivi presenti all’interno delle nostre abitazioni. Oggi siamo abituati a questo scenario. E, tutto sommato, non c’è voluto poi molto tempo perché quest’evoluzione si perfezionasse.

Cosa c’entrano le automobili? C’entrano perché oggi le nostre auto sono sempre più connesse. Quando saliamo a bordo, da buoni smartphone-addicted, avvertiamo subito l’esigenza di auto che ci consentano di rispondere al telefono, di ricevere messaggi, di non perdere in nessun caso i contatti con il mondo. Le auto non sono più semplici mezzi di trasporto, chiediamo loro di comunicare con noi e per noi. E loro lo fanno, grazie a sensori, grazie a device che ci avvertono del pericolo o di eventuali anomalie. E che dire del navigatore satellitare? Ormai quello integrato non è nemmeno più un optional, consideriamo indispensabile che una guida ci indichi dove dirigerci. Sono questi stessi sensori presenti nelle auto a rivelarsi preziosi nel monitoraggio del traffico, fornendo dati sugli spostamenti dei veicoli a centraline in grado di raccoglierle e trasformarle in informazioni, che il guidatore può poi ricevere indietro real-time.
Tecnicamente, si parla di tecnologia Vehicle-to-vehicle (V2V) per indicare la capacità di un veicolo di comunicare con un altro nei pressi grazie a sensori che ‘capiscono’ cosa c’è intorno, e di tecnologia Vehicle-to-infrastructure (V2I) per indicare la capacità del singolo veicolo di ricevere o inviare informazioni. Nel primo caso l’esempio classico è la guida autonoma, nel secondo caso basti pensare ai sistemi di allerta meteo o, appunto, a segnalazioni sul traffico inviate alle vetture.

Traffic Congestion Management: città diverse, esperimenti diversi

In molte città del mondo sono già in vigore strategie di Traffic Congestion Management e misure specifiche per decongestionare le zone più critiche, se non altro per rendere gli spostamenti meno stressanti per i cittadini e abbattere l’inquinamento.
Oltre a progettare nuove infrastrutture, grazie all’esistenza di auto smart e app, si sfrutta la possibilità di comunicare con i guidatori in tempo reale fornendo informazioni su tempi di percorrenza ed eventuali imprevisti. Sembra banale, ma una segnaletica più efficace e messaggi con informazioni su percorsi più brevi o strade alternative possono aiutare parecchio.
Questi ad esempio sono gli ultimi step messi in atto a Perth, in Australia.

Anche chi viaggia a piedi contribuisce a creare caos sulle strade cittadine, ecco perché informazioni chiare sui percorsi dei mezzi pubblici, sulle modifiche alla viabilità, sulle ztl, sui parcheggi o sulle postazioni di bike sharing e car sharing sono preziose. Qualche anno fa è nato “Muoversiatorino”, che citiamo come esperimento italiano: tutte le informazioni su mobilità e traffico provenienti da varie piattaforme dei singoli gestori sono state unite in un unico portale, utilissimo anche per i turisti.

Sensori e dati per un monitoraggio più efficace

Per ridurre il traffico nelle grandi città occorre studiarne a fondo le cause: l’afflusso quotidiano verso il centro, dove ha sede la vita economica, la mancanza di strade e la difficoltà di costruirne altre, la mancanza di servizi pubblici efficienti quali navette, treni o autobus e così via. Parte del traffico è però generato dal numero massiccio di pedoni che attraversano la strada o guidatori fermi un dato incrocio in certe ore del giorno. Un monitoraggio costante realizzato attraverso tecnologie moderne può consentire previsioni accurate e un adeguamento della segnaletica – i semafori in primis – perché reagisca al minore o al maggiore afflusso. In altre parole, se in un certo momento i pedoni sono concentrati in massa in una certa zona allora le auto saranno indirizzate dalla segnaletica verso strade meno trafficate. Questo significa anche che tutti potranno camminare e guidare in sicurezza.

Non è nulla di utopico. A Los Angeles si è già andati oltre: i dati su pedoni e veicoli sono stati resi pubblici, in questo modo soggetti terzi come i costruttori possono capire meglio quali zone sono più vantaggiosi per il proprio ritorno economico, magari perché meglio servite dagli autobus o perché meno congestionate di altre. A Columbus, in Ohio, proprio la tecnologia V2I è stata invece usata per monitorare le tempistiche di sosta delle auto ai semafori e regolarli di conseguenza.

Droni al posto dei veicoli ingombranti

Ma la vera rivoluzione potrebbe arrivare dal cielo. Molte attività che oggi vengono svolte su strada utilizzando veicoli grandi e lenti, che bloccano il traffico per ore, potrebbero essere svolte da remoto o inviando droni. Basti pensare al controllo dei livelli dell’acqua o dello stato dei viadotti, ad azioni programmate lungo l’arco dell’anno che non necessitano ad ogni costo di uno spostamento di uomini e mezzi. Los Angeles addirittura pensa ai droni come aiuto per spegnere gli incendi, nulla di impossibile grazie alla tecnologia attuale.
In Texas i gestori del servizio elettrico hanno provato ad utilizzare i droni al posto degli operai che solitamente svolgevano il proprio lavoro sulle strade a bordo di veicoli ingombranti. Un progetto pilota ha dimostrato che con i droni è possibile velocizzare e massimizzare i risultati dei controlli alle centraline e alla linea di distribuzione, di solito svolti su piattaforme di lavoro elevabili, con gli operai posizionati su mezzi voluminosi che li portano all’altezza dei pali dove si trovano le centraline.
I droni guidati a distanza hanno permesso alla New Braunfels Utilities il controllo di circa 250 centraline su una linea elettrica di circa 5 miglia, con un notevole risparmio in termini di costi ed un bottino di informazioni cruciali per creare una reportistica dettagliata su aspetti quali perdite di connessione, deterioramento dei materiali e surriscaldamento. Preziose le immagini termiche raccolte da questi droni, dotati anche di telecamere a infrarossi. A beneficiarne è anche il traffico cittadino e i guidatori che così, se non altro, possono evitare di fare lo slalom per oltrepassare i tradizionali mezzi dei “men at work”.

Fonte foto 1 | Facebook, New Braunfels Utilities  – Fonte foto 2 | Ron Cortes /For The San Antonio Express-News

La soluzione definitiva al traffico: gli esseri umani non devono guidare

Riesumiamo un video di qualche anno fa per sdrammatizzare e riflettere. Spesso quando si chiama in causa l’intelligenza artificiale o si pensa alle auto a guida autonoma si ha qualche timore. Eppure per risolvere il problema del traffico vorremmo proprio auto che aiutassero i guidatori a limitare gli errori, a mantenere una velocità ideale, ad essere più ‘robotici’ e meno esseri umani. Tutti alla guida tendiamo invece a distrarci, abbiamo bisogno di musica e stacchiamo le mani dal volante, ci soffermiamo a guardare qualcosa oltre il finestrino e per un secondo rallentiamo o non premiamo sull’acceleratore quando scatta il verde… tutto questo genera ingorghi. E aggiungiamo la stanchezza di chi entra in auto dopo una giornata di lavoro.
Noi umani non possiamo fare calcoli mentre guidiamo, ma le nostre auto possono farlo. E possono farlo già adesso. Se le auto non fossero guidate da esseri umani rispetterebbero sempre le regole, le distanze di sicurezza e le precedenze. E nessuno insulterebbe nessuno.

 

 

Immagine di copertina: fotomontaggio di Armando Tondo, luglio 2018

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Tutto quello che c’è da sapere sul Bike Sharing

People For Planet - Lun, 09/03/2018 - 04:09

A Milano funziona molto bene il bike sharing, la bicicletta in condivisione. Con un’app sullo smartphone si noleggia il mezzo, la geolocalizzazione trova quello più vicino e lo sblocca rendendolo disponibile. Il nuovo bike sharing free floating permette di lasciare la bicicletta dove preferiamo.
Se non conoscete il bike sharing e volete capire come funziona questo video fa per voi.

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Chi sono i Foodbusters

People For Planet - Lun, 09/03/2018 - 03:30

I Foodbusters sono un gruppo di persone che hanno fondato la prima associazione Onlus di recupero cibo nelle Marche, fra le primissime in Italia.
Chiamare i Foodbusters significa quindi decidere di far parte di un mondo di folli “supereroi” che, compiendo un gesto di generosità equa e solidale a 360°, pensano che sia giusto impegnarsi per provare a contribuire ad una giusta causa.
Dunque, sottrarre cibo allo spreco significa eco-sostenibilità, ovvero attivare un circolo virtuoso: il potenziale alimento-rifiuto mantiene le sue qualità intatte divenendo risorsa che sfama, offre un’occasione di reintegro sociale e crea valore etico.
Donare il cibo in eccesso, inoltre, rende ogni evento più gradevole in chi vi partecipa e un’importantissima testimonianza di valori etici in chi decide di scommettere insieme a noi sul recupero, siano essi coppie di sposi, aziende o organizzatori di eventi.

CLICCA QUI PER VEDERE IL SITO DEI FOODBUSTERS

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Copiamo la Cina per combattere gli inganni della finanza

People For Planet - Lun, 09/03/2018 - 02:07

Un appello per il governo: perché non proviamo, una volta tanto, a seguire la Cina per combattere gli inganni della finanza?

Il regolatore bancario cinese, infatti, da circa un anno, ha richiesto agli intermediari finanziari, al fine di proteggere meglio gli investitori, di registrare in video e audio tutte le vendite di prodotti d’investimento.

Perché nel nostro paese sembra che i consulenti finanziari si siano già attrezzati per eludere le barriere di protezione (per il risparmiatore) rafforzate con la introduzione, a partire dal 3 gennaio 2018, della disciplina della Direttiva Comunitaria MiFID II.

L’ultima diavoleria mi è stata rivelata da un consulente di una primaria rete bancaria, una “gola profonda” , che mi ha fatto scoprire l’ennesimo inganno tra l’altro “suggerito e consigliato” dal suo manager.

Il raggiro riguarda le operazioni di switching, ovvero quelle operazioni che prevedono il disinvestimento da un fondo (con relativa liquidazione) e il contestuale reinvestimento in un altro fondo.

Il motivo e’ semplice: per oltre un decennio, nonostante le limitazioni gia’ presenti in Mifid I, le banche hanno operato un ingannevole e subdolo processo di sistematica ricomposizione del portafoglio di un risparmiatore solo per fare ricavi attraverso l’incasso delle commissioni e senza alcun beneficio (se non perdite) per il cliente.

Al fine di prevenire il protrarsi di questi fenomeni di sciacallaggio commerciale, Mifid II ora prevede che le banche debbano raccogliere le necessarie informazioni sia sugli investimenti esistenti del cliente che sui nuovi investimenti raccomandati e verificare che i benefici derivanti dalle modifiche di portafoglio siano superiori agli eventuali maggiori costi che il cliente dovrebbe sostenere.

Però, mentre i costi (commissioni in ingresso, commissioni di gestione e commissioni di uscita) sono parametri oggettivi e misurabili, i benefici sono valutati con criteri alquanto soggettivi e poco quantificabili divenendo entità prospettiche immateriali e astratte come i benefici di prodotto (es. copertura, protezione/garanzia, efficienza) e i benefici di portafoglio (avvicinamento al profilo di rischio del cliente, aumento della diversificazione, diminuzione rischio di credito e rientro in adeguatezza).

Con l’entrata in vigore della normativa in tutti (o quasi) gli istituti di credito e’ stata pertanto adottata una soluzione che prevede il controllo automatizzato dei benefici di prodotto e consente, laddove i benefici di prodotto non siano sufficienti a coprire i maggiori costi derivanti dal nuovo portafoglio, di indicare quali sono i benefici del nuovo portafoglio.

In altri termini, se i benefici di prodotto risultano minori dei costi (anche scontati) e non vi sono benefici di portafoglio, la proposta è considerata non adeguata e non sarà possibile darvi corso.

La macchina si blocca e non permette di chiudere l’operazione!!

Ma i benefici di portafoglio, cosi come riporta la disciplina MIFID II (cfr infra) , possono anche essere semplicemente “dichiarati” dal consulente.

“Il Consulente bancario verifica infine la situazione del portafoglio prospettico e dichiara la presenza di benefici derivanti dal nuovo portafoglio. Nel caso lo dichiari, il controllo è superato e si può dar corso all’operazione; in caso contrario la proposta è inadeguata”.

Ecco, proprio questo punto nasconde il seme dell’inganno che in banca i consulenti stanno già perpretrando. In altri termini, per evitare che il software blocchi l’esecuzione di un operazione di switching (a svantaggio del risparmiatore-cliente), il consulente si inventa una situazione di portafoglio prospettico con enormi benefici.

Non costa nulla, per il consulente, nel momento in cui sta per chiudere l’affare “tranello”, “dichiarare” nella applicazione informatica che il cliente gli ha rivelato (come fai poi a contraddirlo? E’ una semplice dichiarazione!) che, nei successivi sei mesi ad esempio, ha in scadenza un investimento presso un’altra banca e che il ricavato derivante dalla liquidazione sarà utilizzato per l’acquisto di un prodotto con enormi benefici che, seppur immaginari o quantomeno mai concretamente goduti, siano tali da superare i costi, quelli sì concreti e pagati, oggetto della operazione di switching che il consulente sta proponendo.

A vantaggio solo della banca, naturalmente!

Quando scatteranno poi i previsti controlli ex post sarà di nuovo troppo tardi.

Per il cliente, ovviamente!

 

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La vendemmia di “super uva” resistente ai parassiti è un successo: addio ai pesticidi

People For Planet - Dom, 09/02/2018 - 02:45

La prima vendemmia sui Colli Euganei di uva resistente ai parassiti – e che dunque non necessita di trattamenti con pesticidi – è stata fatta grazie alla lungimiranza dell’azienda Parco del Venda di Vo Euganeo, che ha piantato 4mila “super viti” nei propri vigneti.
Le piante sono di varietà selezionate dagli scienziati dell’Istituto di genomica applicata (IGA) e dell’Azienda agraria “Antonio Servadei” dell’Università di Udine, che attraverso centinaia di incroci hanno ottenuto viti in grado di resistere a fitopatologie diffuse come l’oidio o “mal bianco” – una malattia causata da funghi ascomiceti – e alla peronospora provocata da protisti. Il risultato è un vino sostenibile e amico dell’ambiente, dato che non necessita di alcuni tipo di intervento con antiparassitari.

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Strade in plastica riciclata a Capannori

People For Planet - Dom, 09/02/2018 - 02:23

Capannori è la prima città in Italia a realizzare strade in plastica riciclata. L’idea dell’asfalto ecologico è stata ammessa alla fase finale per un finanziamento dell’Unione Europea.
La plastica riciclata dai cittadini capannoresi potrebbe presto essere impiegata per produrre uno speciale asfalto ecologico, più resistente di quello tradizionale, da utilizzarsi sulle strade del territorio.
È il progetto che l’amministrazione Menesini sta portando avanti assieme all’Università degli studi Mediterranea di Reggio Calabria. Un progetto pilota che vedrebbe Capannori essere la prima città in Italia a dare il via a una sperimentazione di questo tipo, finora attuata in alcune capitali mondiali come Londra.

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La rivoluzione della “bici scatola”

People For Planet - Dom, 09/02/2018 - 00:01

Hanno un cassone davanti per trasportare oggetti o bambini: in città potrebbero tranquillamente sostituire le auto.

In Italia non se ne vedono molte, ma in Danimarca spopolano, e nei Paesi Bassi sono diventate addirittura uno status symbol. Parliamo delle Cargo Bike, in olandese “bakfiets”, letteralmente bici scatola, ma è più giusto chiamarle “bici da carico”. Si tratta di biciclette o più spesso tricicli con un cassone sul davanti (largo e lungo circa 90 cm) che permette il trasporto di oggetti, anche pesanti, e persone, soprattutto bambini.

Sono molto diffuse in Danimarca e Olanda, e in crescita in Gran Bretagna e negli Stati Uniti.

Inizialmente erano state concepite per un uso professionale, ottime per trasportare generi alimentari ma anche strumenti per il lavoro (imbianchini, fabbri, artigiani, addetti alle pulizie). “Se fossi uno studente e volessi traslocare, ne affitterei una per trasportare le mie cose. Non hai bisogno di un’auto per farlo”, spiega al “The Atlantic” Wouter van Gent, geografo urbano all’università di Amsterdam specializzato in processi di gentrificazione (trasformazione urbanistica e socio-culturale di un quartiere popolare in zona abitativa di pregio).

Oggi vengono usate per trasportare i bambini a scuola o al parco. Sempre dallo stesso articolo, tradotto da Internazionale: “Per gli olandesi la bicicletta è qualcosa di più che un semplice mezzo di trasporto; rappresenta anche uno status symbol. Secondo una ricerca recente questo mezzo di trasporto è diventato molto diffuso tra i nuclei familiari urbani con livelli di istruzione molto alti e due redditi. (…) Le mamme che guidano una cargo bike rappresentano il cambiamento urbano. E rappresentano anche la ricchezza.”.

E in Italia?

Leonora, di Milano, su BikeItalia.it: “Quattro anni fa cercavo una soluzione per muovermi agilmente in città con i bambini. La nostra vita quotidiana è cambiata. Per iniziare abbiamo eliminato la seconda macchina e con la Cargo Bike facciamo tutto: portiamo i bimbi a scuola, a pallavolo, al circo, ci portiamo gli amichetti, le cartelle, gli zaini, i roller e i monopattini per i giardinetti, ci faccio la spesa (anche quella grossa), ci andiamo a lavorare con qualunque tempo, neve compresa (ha 3 ruote) o caldo torrido (è elettrica).

Non potrei più farne a meno. I bambini stanno benissimo, dentro lì a volte giocano, a volte ci dormono anche, soprattutto quando erano piccoli. Si va ovunque, con qualunque carico (anche più di una macchina: 4 bambini!), si parcheggia ovunque, non si paga il bollo, l’area C, il parcheggio, le multe e la benzina. E’ sicura sulla strada perché è stabile, ha 3 ruote, e ben visibile da tutti, il problema se mai è per la gente che ti guarda incuriosita e rischia di andare contro un palo!”.

Fonti:

https://www.internazionale.it/notizie/olga-mecking/2018/07/04/cargo-bike-rotterdam
https://www.bikeitalia.it/cargo-bike-ti-cambia-vita-intervista-alle-cargo-mamme/

Immagine di copertina: Armando Tondo

 

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Energy drink, la Gran Bretagna vieta la vendita ai minori

People For Planet - Sab, 09/01/2018 - 11:39

Stop alla vendita di energy drink ai minori. La Gran Bretagna ha deciso anche se ne prossimi giorni il governo May stabilirà se il divieto di vendita riguarderà gli under 16 o addirittura i minori di 18 anni. Una decisione che arriva dopo anni di contrasto a questo tipo di bevande ricche di caffeina e all’introduzione della sugar tax. Del resto gli effetti sulla salute degli adolescenti degli energy drink sono noti ormai da tempo.

Secondo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa), il 68% dei giovani europei beve energy drink. Sempre in base ai dati Efsa, è stato dimostrato che gli adolescenti assumono quantità pericolosamente elevate di caffeina: un consumatore su quattro consuma tre o più lattine al giorno, superando anche la dose massima raccomandata di caffeina di 200 milligrammi per gli adulti.

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Tutti amano i cani ma nessuno li adotta

People For Planet - Sab, 09/01/2018 - 02:48

La LAV, Lega Anti Vivisezione, ha realizzato per il terzo anno consecutivo uno studio sul randagismo in Italia, con alcuni risultati positivi ma altri piuttosto sconfortanti, ad esempio il numero dei cani detenuti nei canili rifugio è cresciuto del 9,26% in un solo anno.
Per realizzare queste statistiche la LAV ha chiesto alle Regioni e alle Province Autonome di indicare quante strutture di accoglienza per cani e gatti fossero presenti sul loro territorio, quanti cani, dopo essere stati catturati, fossero stati restituiti al proprietario, quanti fossero quelli presenti nei canili rifugio, il numero delle colonie feline, delle sterilizzazioni effettuate e quello delle adozioni. Dall’analisi dei dati forniti “è emerso un quadro che conferma una situazione tutt’altro che positiva”, spiega la Onlus nel comunicato stampa che accompagna lo studio.

Innanzitutto il Paese risulta in pratica diviso in due per quanto riguarda il numero di cani randagi: nel Centro-Nord Italia (ad eccezione del Lazio) il randagismo è contenuto, mentre al Sud e nelle Isole il numero dei cani randagi è ancora rilevante.

A livello nazionale cresce il numero dei cani nei rifugi, con un aumento, come dicevamo, di poco meno del 10 percento in un anno. Degli 114.866 cani nei canili italiani, ben il 72% (82.342) si trova nelle strutture del Mezzogiorno, scrive la Lav.

Al sud è anche più difficile che un cane perduto ritrovi il proprietario: dei 91.021 cani entrati nei canili sanitari italiani nel 2017, solo il 38% dei cani è stato restituito al detentore e di questa cifra, la percentuale più bassa di restituzione è nel Sud Italia e isole, con appena il 6%, che aumenta al 39% nel Centro Italia, fino ad arrivare ad un 69% di restituzioni in media per le regioni del Nord. “Ciò è dovuto essenzialmente alla minore propensione alla registrazione in anagrafe degli animali d’affezione nelle regioni del Mezzogiorno, che rende difficile rintracciare la famiglia di appartenenza del cane che entra in canile”, spiega l’organizzazione. A questo si sta in parte ponendo rimedio: la percentuale dei cani identificati e iscritti in anagrafe è in aumento, e anche le regioni del Centro Sud stanno registrando un netto aumento delle iscrizioni, un dato che viene definito “incoraggiante”.

Purtroppo però continuano a diminuire le adozioni: nel 2017 sono rimasti senza famiglia 3.704 cani in più rispetto al 2016, confermando così il trend negativo. Secondo la Lav, la spiegazione è nella crisi economica ma anche alle politiche fiscali: “In Italia, purtroppo, vivere con un cane o un gatto è considerato un lusso: su cure veterinarie e cibo per animali non tenuti a scopo di lucro si applica l’IVA ordinaria (22%), e le detrazioni Irpef per farmaci e cure veterinarie sono irrisorie, mentre il costo di un farmaco è in media cinque volte superiore rispetto a quello a uso umano. Questi aspetti sono oggetto della campagna LAV #ipiùtassati, e alla base di una serie di richieste a Governo e Parlamento per favorire la convivenza delle famiglie con un animale”, scrive l’associazione.

Rispetto al numero delle strutture, in Italia risultano 434 canili sanitari e 766 rifugi (114 canili assolvono entrambe le funzioni) per un totale di 1.200 canili, il 44% dei quali si trova nel Mezzogiorno, il 37% al Nord e il restante 19% al Centro. Inversa la situazione per quanto riguarda i gattili, pochissimi al Sud e nelle Isole, che ne registrano appena 7 contro i 94 del Centro nord. Poche anche le colonie feline registrate, 7.934 al sud contro le 53.944 del Centro nord e scarsa attenzione per la sterilizzazione dei gatti (poco meno di 15.000 contro i poco più di 54.000 del Centro-nord).

Incentivare chi adotta aiuterebbe a far diminuire i costi del mantenimento dei cani nei canili, diminuirebbe il fenomeno del randagismo, che costringe i cani a una vita di stenti, creando un pericolo all’incolumità pubblica e un danno (anche di immagine) per le regioni dove è più diffuso, che spesso vivono di turismo. Questa è una delle proposte di Lav al ministro della salute Giulia Grillo, alla quale la Lega Anti Vivisezione chiede con urgenza un Piano Nazionale di prevenzione del randagismo, che preveda una raccolta di dati completi e certi da parte di tutte le Regioni e la realizzazione di un’Anagrafe nazionale canina e felina, un piano che incentivi l’iscrizione dei cani nella apposita anagrafe, l’uso del microchip anche per i gatti e l’applicazione delle leggi vigenti in maniera completa. Parallelamente viene chiesto di incoraggiare le adozioni attraverso la presenza di associazioni nei canili, meglio se trasformati in parco-canile, incentivare chi adotta con detrazioni, riduzione IVA, buoni e rimborsi, promuovere l’accoglienza degli animali nelle strutture turistiche e nei luoghi pubblici, contrastare il randagismo attraverso la promozione delle sterilizzazioni e combattere il traffico di cuccioli.

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Dall’Inghilterra il calcio amico dell’ambiente

People For Planet - Sab, 09/01/2018 - 02:19

“Grazie al calcio e a Dazn si scopre che 10 milioni di italiani sono senza banda ultralarga” ha dichiarato Uncem Piemonte.
Una frase ad effetto. Che serve da spunto per una riflessione: pensate, infatti, se il calcio si applicasse alla sostenibilità ambientale. Cosa potrebbe succedere?Usare il calcio come veicolo per diffondere messaggi di sostenibilità ambientale o di contrasto all’inquinamento e al cambiamento climatico. Usare l’engagement del mondo calcistico per proporre nuove comportamenti, più virtuosi e amici dell’ambiente.
Una cosa simile deve averla pensata anche Dale Vince, presidente della squadra inglese dei Forest Green Rovers, conosciuti in tutto il mondo come la prima squadra “vegana”. Cosa significa? Che i giocatori seguono una dieta vegana, appunto, e “cruelty-free”.

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Disturbi alimentari: al pronto soccorso arriva il codice lilla

People For Planet - Ven, 08/31/2018 - 04:56

Non solo rosso, giallo, verde e bianco. Nei pronto soccorso degli ospedali italiani arriva il codice lilla: un percorso specifico per aiutare gli operatori sanitari ad accogliere i pazienti con disturbi dell’alimentazione e della nutrizione e avviarne da subito il giusto cammino terapeutico. Le indicazioni per medici e infermieri sui comportamenti da attuare per l’accoglienza dei codici lilla arrivano dal documento “Raccomandazioni per interventi in pronto soccorso per un codice lilla”, elaborato da un Tavolo di lavoro specifico su questa tipologia di disturbi coordinato dal ministero della Salute.

Una guida pratica e operativa

Il documento è stato redatto con taglio operativo per gli infermieri e i medici che si trovano, in pronto soccorso, a dover svolgere funzioni di triage, accoglienza, valutazione e trattamento di pazienti con disturbi dell’alimentazione. La redazione del documento è stata fortemente voluta sia dalle associazioni dei familiari sia dagli operatori sanitari, che necessitano di strumenti pratici e omogenei per il trattamento di questi disturbi che ancora oggi, purtroppo, scontano una estrema disomogeneità di cura sul territorio nazionale.

La Raccomandazioni per i familiari

“I disturbi della nutrizione e dell’alimentazione sono ormai uno dei più frequenti fenomeni sanitari, in particolare tra gli adolescenti e i giovani adulti”, si legge in una nota del ministero della Salute e, se non diagnosticate per tempo o non adeguatamente seguite e curate, queste patologie possono avere conseguenze anche molto gravi. Poiché per sostenere i pazienti nel loro percorso di cura è fondamentale la partecipazione e il sostegno dei familiari, parallelamente all’elaborazione delle “Raccomandazioni per interventi in pronto soccorso per un codice lilla”, sono state redatte anche le “Raccomandazioni per i familiari” che intendono aiutare i parenti dei pazienti affetti da disturbi dell’alimentazione, fornendo loro indicazioni su come riconoscere i sintomi delle problematiche della nutrizione e dell’alimentazione e su come gestire praticamente alcuni momenti in particolare della vita quotidiana come quelli dei pasti.

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Cos’è l’Economia circolare? Lo abbiamo chiesto al Professor Andrea Segrè

People For Planet - Ven, 08/31/2018 - 03:57

L’economia della Natura è ben rappresentata da un cerchio, ci spiega Andrea Segrè, professore e fondatore del Last Minute Market, da qui il concetto di economia circolare, un modo diverso di vivere, crescendo in modo sostenibile e occupando il suolo nel rispetto dei cicli naturali e non andando dritti per dritti nel solo concetto di produrre, produrre, produrre.

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Video di Martina De Polo e Francesco Saverio Valentino

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