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I 7 alimenti che non possono mancare sulla nostra tavola in Estate

Mar, 06/12/2018 - 03:19

In questa infografica mostriamo quali cibi non devono assolutamente mancare sulle nostre tavole durante il caldo periodo estivo.

Clicca qui per vedere l’infografica più grande

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Doll Test, gli effetti del razzismo sui bambini

Mar, 06/12/2018 - 02:31

Il “Doll test” è un esperimento psicologico ideato negli anni ’40 in Usa per testare il grado di emarginazione percepito dai bambini afroamericani a causa di pregiudizi, discriminazioni e segregazione razziale. E’ stato rifatto recentemente con bambini italiani, dato l’aumento considerevole, negli ultimi anni, del fenomeno migratorio in Europa.
Una produzione Fanpage.it
Video di Luca Iavarone e Raffaello Durso

 

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L’Ibis Eremita è tornato!

Lun, 06/11/2018 - 17:51

Invece un esemplare di un Ibis Eremita, una delle specie più rare al mondo, è stato recuperato sul balcone di una casa vicino all’aeroporto di Cuneo Levaldigi.
Tranquillo e in apparenza in buone condizioni, è stato recuperato dal servizio veterinario dell’Asl.

Continua a leggere su Repubblica

 

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20 meraviglie del mondo in pericolo da vedere prima che scompaiano

Lun, 06/11/2018 - 04:20

Colpa dell’uomo, delle guerre o della scarsa manutenzione, colpa di terremoti, alluvioni e dei cambiamenti climatici, colpa dell’inquinamento, dell’urbanizzazione selvaggia, dell’eccessivo turismo o del bracconaggio, colpa semplicemente del tempo che passa e lascia il segno su manufatti e angoli di paradiso. Abbiamo scelto 20 luoghi simbolo che un giorno – forse neanche troppo lontano – potrebbero scomparire per sempre.
I primi 15 sono siti estratti dalla lista ufficiale dell’Onu che ogni anno elenca i Patrimoni dell’Umanità a rischio (al momento sono ben 54), altri 5 sono meraviglie di cui sentiremmo comunque la mancanza. L’elenco potrebbe essere infinito.

Il suggerimento più scontato sarebbe quello di correre a riempirsi gli occhi di bellezza prima che sia troppo tardi… ma attenzione! Alcuni di questi luoghi si trovano in Paesi non sicuri, prima di partire è meglio sempre consultare le informazioni fornite dal Ministero dell’Interno.

1 – Valle di Bamiyan, Afghanistan

Author: Roland Lin | Copyright: © UNESCO

E’ diventata Patrimonio dell’Unesco nel 2003 e nello stesso momento è anche entrata nella lista dei siti a rischio. Si trova in uno stato fragile di conservazione a causa di anni di abbandono, azioni militari ed espolosioni. Parte del sito non è accessibile a causa della presenza di mine antiuomo. La nicchia di Buddha rischia di crollare, i dipinti murali nelle grotte non sono stati preservati e, a peggiorare le cose, nel tempo si sono susseguiti saccheggi e scavi privi di autorizzazione.

2 – Minareto di Jam, Afghanistan Author: Claudio Margottini | Copyright: © Claudio Margottini

Il minareto potrebbe risalire al XII secolo ma soltanto nel secolo scorso è stato riscoperto da alcuni archeologi, poi abbandonato nuovamente a seguito dell’invasione sovietica. Questa bellissima costruzione in mattoni cotti in fornace si erige tra una serie di montagne alte 2.400 metri e alterna stucchi, decorazioni con versetti tratti dal Corano e tegole smaltate a vetro. E’ facile immaginare come i saccheggi abbiano compromesso questo luogo, così come le infiltrazioni d’acqua e le inondazioni dovute all’estrema vicinanza ai fiumi Hari Rud e Jam Rud. Al momento sono in corso ricerche e lavori, di cui è oggetto la stessa torre del minareto a causa della sua pendenza preoccupante.

3 – Barriera corallina del Belize

Author: Brandon Rosenblum | Copyright: © Brandon Rosenblum

In quanto a dimensioni, con i suoi circa 300 km, è seconda soltanto alla Grande Barriera Corallina australiana. Fa parte di un ecosistema naturale che comprende spiagge, atolli, lagune e foreste di mangrovie dove vivono tartarughe marine, lamantini, coccodrilli americani e specie a rischio di estinzione. E’ un luogo altamente protetto, ma costantemente in pericolo a causa dell’inquinamento dell’oceano, dell’eccessivo turismo, della pesca e della navigazione, oltre che a causa dei cambiamenti climatici e di eventi come gli uragani. La conseguenza maggiore del surriscaldamento delle acque oceaniche è lo sbiancamento dei coralli, stesso fenomeno che ha coinvolto il 90% di quelli della Grande Barriera Corallina, dei quali ormai quasi il 30% è compromesso.

4 – Potosì, Bolivia

Author: Danielle Peirera | Copyright: © Danielle Peirera

Questa città sudamericana assiste all’inesorabile degradazione del Cerro Rico, dovuta alle estrazioni minerarie di argento destinato all’Europa, che ne rendono la superficie porosa e molto instabile. Sulla sommità sono già visibili i crolli e la città sottostante rischia di essere travolta. Oggi le attività minerarie si sono notevolmente ridotte, ma lavorano qui ancora migliaia di uomini (e spesso di bambini), in precarie condizioni di sicurezza, al punto che si parla della “montagna che mangia gli uomini”. In questo luogo bello e dannato muoiono in media 15 minatori al mese.

5 – I parchi nazionali del Congo, i gorilla e i rinoceronti

Author: Guy Debonnet | Copyright: © UNESCO

I rilievi di origine vulcanica dominano la vastissima foresta tropicale del parco di Kahuzi-Biega, ricchissimo di specie animali da preservare, tra cui uno degli ultimi gruppi di gorilla di montagna (vivono qui circa 250 esemplari). Deforestazione, caccia e guerre mettono a rischio questo paradiso naturale, così come il Garamba National Park, celebre per il programma di addomesticamento degli elefanti africani che tenta di farli cavalcare anche dai turisti. Vivevano qui anche circa 20 esemplari di rinoceronte bianco, uccisi durante la guerra civile attorno al 2000. Dal 2006 non sono più stati registrati avvistamenti. Sappiamo anche che l’ultimo maschio di rinoceronte bianco settentrionale – che viveva nella riserva Ol Pejeta Conservancy in Kenya – è morto a seguito di un’infezione ad una zampa.

It is with great sadness that Ol Pejeta Conservancy and the Dvůr Králové Zoo announce that Sudan, the world’s last male northern white rhino, age 45, died at Ol Pejeta Conservancy in Kenya on March 19th, 2018 (yesterday). #SudanForever #TheLoneBachelorGone #Only2Left pic.twitter.com/1ncvmjZTy1

— Ol Pejeta (@OlPejeta) 20 marzo 2018

6 – Abu Mena, Egitto

Fonte foto: AWIB-ISAW/Iris Fernandez su Flickr

Nell’antichità, questa città era una meta di pellegrinaggi grazie ai suoi complessi monastici, oggi restano visibili le fondamenta degli antichi edifici, ma delle loro vecchie sembianze non resta praticamente nulla. Oltre all’incuria, una delle problematiche maggiori è che, in presenza, di abbondanti precipitazioni, gli strati di argilla più in superficie vengono letteralmente “lavati via”.

7 – Foresta tropicale, Sumatra

Author: Marc Patry | Copyright: © Marc Patry

Stiamo parlando di 2,5 milioni di ettari di foresta e di ben 3 parchi nazionali (Gunung Leuser, Kerinci Seblat e Bukit Barisan Selatan). In questi luoghi vivono 10 mila specie vegetali di cui 17 endemiche, oltre 200 specie di mammiferi, oltre 580 specie di uccelli, di cui 21 endemici. Tra i mammiferi, impossibile non citare l’orango tango di Sumatra. In generale è proprio la biodiversità che l’Unesco tenta di tutelare dal bracconaggio, dall’agricoltura selvaggia, dal disboscamento non autorizzato, da progetti di costruzione di opere stradali che pretenderebbero di attraversare l’intera foresta.

8 – Hatra, Iraq

Author: Véronique Dauge | Copyright: © UNESCO

In questo caso, molti dei danni subiti dalla città sono recenti. Il 15 marzo 2015 Isis pubblica un video in cui i miliziani si scagliano sui templi e distruggono la decorazione architettonica dei Grandi Iwan. Per fortuna, dopo un periodo di scarse notizie, i militari che liberano Hatra il 26 aprile del 2017 comunicano che non si tratta di un caso simile a quello più tristemente celebre di Palmira. “Ci sono danni, ma Hatra è ancora in piedi“, dice Enrico Foietta collaboratore della Missione Archeologica Italiana. Di fatto, l’Isis ha prodotto conseguenze massicce: a febbraio 2015 mostrava la distruzione del Museo di Mosul, proprio lì si trovavano moltissimi reperti provenienti da Hatra che probabilmente sono finiti nei meandri del commercio illegale e che forse, un giorno, saranno recuperati con estrema difficoltà.

9 – La Libia perduta

Author: Francesco Bandarin | Copyright: © UNESCO

Sono 5 i luoghi Patrimonio dell’Unesco libici inseriti nella triste lista dei siti mondiali a rischio: i siti archeologici di Cirene (foto) e Leptis Magna, quello di Sabratha, i siti rupestri di Tadrart Acacus e la città vecchia di Ghadamès, la “perla del deserto” nata dentro un’oasi attorno alla sorgente Ain El Fersa, secondo la leggenda scoperta dopo il colpo di zoccolo sferrato da una giumenta dei cavalieri della tribù di Nemrod in cerca di riposo.
I danni subiti da questi siti sono dovuti ai conflitti che hanno interessato il Paese e che non consentono una cura adeguata.

10 – Le foreste pluviali e i lemuri del Madagascar

Fonte foto: utente NH53 su Flickr

Le foreste pluviali di Atsinanana comprendono 6 parchi nazionali distribuiti lungo la parte orientale dell’isola e ciò che rimane di esse è indispensabile a garantire al Madagascar di preservare la sua biodiversità unica. Sull’isola molte specie di animali e piante, dal momento della separazione dal resto del continente, hanno continuato ad evolversi in maniera esclusiva e le foreste sono ciò che ha “coccolato” questa evoluzione. Oggi però specie rare come i primati e i lemuri sono in grave pericolo a causa della caccia e la foresta stessa è ferita dal disboscamento illegale. Ci sono però anche buone notizie: gli scienziati hanno individuato un nuovo primate ribattezzato “lemure nano di Groves” (Cheirogaleus grovesi) proprio in Madagascar. Resta il fatto che i lemuri siano animali da salvare: 24 specie restano “in pericolo critico”, 49 “in pericolo” e 20 “vulnerabili”, quasi tutte vivono in Madagascar.

11 – Nan Madol: centro cerimoniale della Micronesia orientale

Author: Osamu Kataoka | Copyright: © Osamu Kataoka

Nan Madol è una serie di oltre 100 isolette costruite in basalto e corallo, isole artificiali dunque, oggi soltanto rovine misteriose da qualcuno associate persino all’antica Atlantide e, si dice, popolate da fantasmi. Si trovano lungo la costa orientale dell’isola di Pohnpei e rappresentavano l’antica capitale della dinastia Saudeleur. Il sito potrebbe essere stato eretto attorno al 1200 ma si pensa che fosse abitato già molto tempo prima, anche dal 200 a.C. Oggi la crescita incontrollata delle mangrovie, insieme al deposito di limo e sedimenti lungo i canali, rappresentano la minaccia principale per gli edifici ancora in piedi.

12 – Zona archeologica di Chan Chan, Perù

Author: Hubert Guillaud | Copyright: © CRA-terre

Nel 1400 in questa zona vivevano 60 mila abitanti, tra gli edifici costruiti con mattoni cotti al sole e argilla cruda. I materiali scelti sono la causa della sua stessa fragilità: le piogge li lavano via e oggi, a causa dei cambiamenti climatici e delle piogge più frequenti, la situazione si aggrava.
Quella che era la più grande città precolombiana del Sudamerica, con i suoi 20 km quadrati circa, fu saccheggiata dagli invasori spagnoli, ma si dice che all’arrivo di Francesco Pizarro fosse comunque già quasi del tutto abbandonata. In seguito fu lasciata in preda all’erosione naturale.

13 – Siria, una terra da salvare

© UNESCO | Author: Ron Van Oers

Fonte foto: Unesco, gennaio 2017

I conflitti dell’ultimo decennio e la presenza dei miliziani dell’Isis hanno causato lo scempio di uno dei luoghi più affascinanti del mondo, oltre a centinaia di migliaia di morti. Nel 2013 l’Onu ha inserito 6 luoghi nella lista dei Patrimoni dell’umanità a rischio: le città vecchie di Aleppo, Bosra e Damasco, i villaggi della Siria del nord, la fortezza militare di Krak dei Cavalieri e la Cittadella di Saladino, Palmira.
Quest’ultima è sicuramente l’emblema della distruzione da parte dell’Isis, simbolo dell’Occidente che viene preso di mira e devastato. L’arco di Trionfo, il teatro, il tetrapilo di Diocleziano, così come il tempio di Baalshamin, il leone di pietra che faceva da guardiano al museo di Tadmor e il tempio di Baal sono soltanto un ricordo.
Ad Aleppo e Damasco non è andata meglio: molti quartieri sono ormai un cumulo di macerie, la moschea degli Omayyadi di Aleppo e il suo minareto risalente al 1090 (foto)  è stata bersaglio di esplosioni devastanti. Stesso destino per i mercati, simbolo delle vecchie usanze siriane e della cultura di questi luoghi. Basta guardare alcuni video circolati online per rendersi conto che queste città sono ormai spettrali.
Non esiste più nemmeno l’antico ponte sull’Eufrate presente sulle banconote, mentre città come Bosra con i loro reperti e i loro edifici romani hanno subito la stessa sorte di Palmira, bersaglio dell’odio verso la civiltà occidentale.

Fonte foto: Unesco, Ott 2017

Abbiamo però qualche buona notizia: la statua del leone di Al-lāt che ornava il tempio della dea a Palmira, anch’essa seriamente danneggiata, è tornata in piedi grazie al supporto dell’Ue e dell’iniziativa che tenta di recuperare l’eredità storica di questi luoghi che i conflitti compromettono ogni giorno di più.

14 – Le Everglades, Usa

Author: Kishore Rao | Copyright: © UNESCO

Questo parco nazionale della Florida è una riserva di paludi che copre oltre 1 milione e mezzo di acri. Non a caso le Everglades vengono definite “fiume d’erba”: sono composte da un intrico di mangrovie, cladium e pinete, al di sotto delle quali vivono centinaia di specie animali, dalle tartarughe liuto ai lamantini, fino alle pantere della Florida. Uccelli e rettili trovano qui il loro habitat perfetto, ma fenomeni naturali come gli uragani e lo sviluppo agricolo e umano causano una perdita di questo habitat e un deterioramento del flusso d’acqua e della qualità ambientale.

15 – La città vecchia di Sana’a, Yemen

Author: Maria Gropa | Copyright: © UNESCO

Situata a 2.200 metri di altitudine, la città è abitata da oltre 2.500 anni ed è diventata nel VII e nell’VIII secolo uno dei maggiori centri per la diffusione della cultura islamica, come dimostrano le 103 moschee, i 14 hammam e le oltre 6 mila abitazioni costruite tutte prima dell’XI secolo. Tutto in questa città vecchia trasuda storia, comprese le torri che svettano qua e là e aggiungono fascino ai contorni. Purtroppo però anche in questo caso la guerra civile e gli attacchi sauditi dal cielo hanno messo in pericolo ogni cosa.

16 – I ghiacciai in ritirata

I ghiacciai si stanno ritirando. Un recente studio conferma che, considerando il solo ghiaccio antartico, il suo scioglimento subacqueo è molto maggiore di quanto finora ipotizzato e raddoppia ogni 20 anni. L’Antartide potrebbe essere la maggiore causa di sollevamento del livello dei mari, scalzando nel triste primato la Groenlandia. Il motivo è dovuto al surriscaldamento delle acque, che generano quindi un effetto non in superficie ma subacqueo: la perdita di 5 metri di spessore ogni anno dal fondo dello strato di ghiaccio.

17 – Isole di Tuvalu, Polinesia

Fonte foto: Nature

Questo piccolo arcipelago polinesiano è una luce in mezzo al buio: da anni si temeva che l’innalzamento del livello dei mari lo avrebbe sommerso, invece ora uno studio mostra la sua crescita. Gli studiosi dell’Università di Auckland hanno scattato varie fotografie aeree e hanno comparato la dimensione della superficie terrestre degli atolli nei vari anni. Purtroppo però le isole basse potrebbero non sopravvivere e oggi sono ancora salve grazie alla direzione delle onde e grazie ai sedimenti che le tempeste hanno accumulato, che vanno a compensare l’erosione della terraferma.

18 – Stintino e la Spiaggia Rosa di Budelli, Sardegna, Italia

Fonte foto: Wikipedia

La Pelosa di Stintino è una delle spiagge più note della Sardegna, ma rischia di essere devastata in maniera irreversibile. L’allarme si ripete ogni anno soprattutto quando i turisti vengono attirati su queste coste meravigliose dalla bella stagione, ma proprio il sovraffollamento sta soffocando la spiaggia. Ecco allora alcune regole che aiuterebbero a limitare i danni: tutela del fondale marino, divieto di rimozione di sabbia e conchiglie, divieto di rimuovere la posidonia spiaggiata, capace di nutrire l’arenile ed evitare l’erosione, riduzione del calpestio, raccolta dei rifiuti a mano. Il caso di turismo eccessivo letale più tristemente noto in Sardegna è sicuramente quello della Spiaggia Rosa di Budelli, nell’arcipelago della Maddalena, la cui sabbia colorata veniva saccheggiata dai turisti in visita al punto da sparire e costringere a chiudere la spiaggia.

19 – Kilimanjaro, Tanzania, Africa

Fonte foto: utente truebacarlos su Flickr

L’inconfondibile abbinata tra il bianco del ghiacciaio di Rebmann e i colori della savana sottostante potrebbe in futuro non essere più scontata. Se oggi il Kilimanjaro è riconoscibile in qualsiasi immagine proprio per questo accostamento unico, pare che entro i prossimi 20 anni il ghiacciaio si ridurrà fino a sparire.

20 – L’Avana, Cuba

Fonte foto: utente marco su Flickr

Niente e nessuno potranno mai cancellare il passato rivoluzionario, per molti glorioso, dell’isola, ma lo scorrere del tempo e le aperture verso il resto del mondo che hanno caratterizzato gli ultimi anni potrebbero generare una contaminazione tra il passato esclusivo di Cuba e nuovi modi di vivere più moderni. E’ il caso di vedere L’Avana e i sui quartieri storici, su tutti l’Avana Vieja, prima che la trasformazione – nel bene e nel male – sia compiuta.

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I profani decidono l’andamento delle Borse

Lun, 06/11/2018 - 02:52

Si chiama errore fondamentale di attribuzione (o errore di corrispondenza) e si riferisce al vizio sistematico di attribuire, se si tratta di un successo, le cause di un comportamento umano alla personalità del singolo piuttosto che alle condizioni esterne che, invece, vengono individuate sempre come cause di eventuali insuccessi.
E’ una delle lezioni basiche dei corsi di psicologia economica cui vengono sottoposti manager e consulenti bancari per gestire uno delle situazioni più frequenti nei rapporti banca-cliente (risparmiatore).
Una semplice asimmetria per effetto della quale quando le cose vanno bene i consulenti finanziari si auto-attribuiscono il merito, cioè lo imputano alle loro doti, abilità, attributi, per lo più permanenti. Quando invece vanno male la colpa è degli altri, degli eventi esterni, di fattori imprevedibili e al di fuori del loro controllo.
Questa capacità di trovare capri espiatori li rende ‘onnipotenti’ e più sicuri, il che finisce poi effettivamente per far percepire agli altri le cose in maniera meno indolore. E’ sempre facile addossare la responsabilità dello scoppio della inevitabile ciclica bolla all’impersonale mercato.
Ma le cose stanno veramente così? Di chi è il merito?
Una interessante ricerca del gruppo dello psicologo Borges ci permette di sollevare qualche dubbio.
I ricercatori hanno cominciato a domandare ad un gruppo di circa 500 profani intervistato, i nomi delle società che riconoscevano su una lista con circa 800 titoli. Partendo dalle loro risposte sono stati costruiti dei portafogli in base alle società più conosciute dal gruppo degli intervistati.
Ebbene dopo sei mesi, di fronte alle ottime performance di quei portafogli, i ricercatori hanno verificato che i gestori dei fondi avrebbero spiegato con le loro doti e capacità di scelta il risultato.
Mai avrebbero sospettato che il sapere ingenuo dei profani, basato su una semplice strategia di riconoscimento che nulla ha a che fare con le caratteristiche tecniche delle società quotate (che dovrebbero quindi conoscere gli esperti), avrebbe fatto altrettanto bene dei loro saperi prpfessionali.
Come è stato possibile? La spiegazione e’ data appunto dall’errore fondamentale dell’attribuzione. I profani, utilizzando la strategia del riconoscimento, fanno meglio dei gestori dei fondi perché, come in un concorso di bellezza, quel che è cruciale è la capacità di anticipare i gusti altrui.
Cosa fa il profano che decide di entrare in Borsa? Sceglie i titoli non certo alla luce di conoscenze analitiche dell’andamento economico delle singole società, ma – sulla base delle sue modeste conoscenze – i titoli a lui più noti.
Questa notorietà è appunto misurata dal tasso di riconoscimento. In altri termini chi usa, esperto o inesperto che sia, l’euristica del riconoscimento (compro un nome, non un prodotto) si adeguerà così a quello che fa la maggioranza degli investitori in un mercato in periodi di forte crescita e avrà successo. Insomma il mercato è guidato dai profani che vi entrano entusiasti. Il problema è però che siamo di fronte non a previsioni ma a profezie auto-avverantisi.
Per cui se il criterio adottato dalla maggioranza dei profani è semplicemente la notorietà del titolo, questa strategia tende a venire utilizzata dagli stessi anche quando le cose poi non vanno bene.
Infatti quando decidono, per prudenza o per paura del futuro, di alleggerire il portafoglio venderanno i titoli su cui hanno guadagnato e si terranno i titoli su cui perdono, indipendentemente dalle conoscenze analitiche sull’andamento delle corrispondenti società.
Quindi il complesso delle scelte degli investitori esperti e razionali finisce, molto spesso, per pesare di meno sul mercato di quelle effettuate dai profani che confondono le acque. Tutto questo le banche lo sanno.
Se si confrontano infatti le performance dei gestori dei fondi con gli indici di riferimento (benchmark), si ha l’amara sorpresa che sui tempi lunghi la media dei fondi non fa meglio degli indici.
Si creano così le condizioni per l’effetto disposizione di cui parleremo nella prossima puntata.

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Come fa un bruco diventare una bellissima farfalla?

Lun, 06/11/2018 - 02:28

Spoiler: ogni passo è strano, sorprendente e bello!

 

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Coltivare la Lentezza

Lun, 06/11/2018 - 00:05

In un mondo in cui siamo sempre più di corsa, in cui cerchiamo di fare sempre più cose allo stesso tempo, il decidere di festeggiare il valore della lentezza, del dare tempo al tempo, è un concetto quasi rivoluzionario. Per celebrare la “Lentezza“, dal 15 al 17 giugno a Colorno (Pr) c’è un Festival, dedicato proprio al recupero del valore del tempo, per dimostrare concretamente che è giusto dare importanza a ciò che ci circonda, e possiamo farlo solo dedicandogli – appunto – del tempo.

Il Festival è organizzato dall’Associazione Comuni Virtuosi, una rete di Enti locali che si sono uniti volontariamente per collaborare a una “armoniosa e sostenibile” gestione dei propri territori, diffondendo verso i cittadini nuove consapevolezze e stili di vita all’insegna della sostenibilità, sperimentando buone pratiche attraverso l’attuazione di progetti concreti.

La prima edizione è del 2015, e ogni anno sono molte le persone che vi partecipano e tanti i personaggi che si sono uniti alla festa per arricchire di significati questo concetto.

Il direttore artistico e coordinatore dell’Associazione Comuni Virtuosi Marco Boschini spiega: “L’idea di fondo è sempre quella di mettere in discussione l’attuale modello di sviluppo partendo dalle esperienze concrete e consolidate, frutto del lavoro di istituzioni locali, associazioni, cooperative e comitati, ma anche singoli cittadini e nuclei familiari. L’alternativa alla fretta e all’usa e getta esiste, sperimentata con successo in giro per l’Italia, e il Festival della Lentezza è un’occasione imperdibile di contaminazione dal basso, di confronto e condivisione”.

Il tema di questa edizione è “Coltivare“, in tutte le sue accezioni, una parola che da sola veicola un significato complesso, legato all’aspettare, al nutrire, al dare valore all’oggetto che coltiviamo.

Tra i vari eventi in programma, venerdì 15 giugno, le porte della Reggia di Colorno (PR) si aprono sulla prima mezza giornata dedicata al cibo, con l’intervista a Umberto Galimberti, per poi dare spazio a una speciale cena anti-spreco. Sabato 16 giugno si comincia con la presentazione del libro “Plant Revolution” dello scienziato Stefano Mancuso e a seguire l’intervista al cantautore Samuele Bersani e lo spettacolo “Il coltivato e il raccolto” di Erri De Luca. Domenica 17, tra i vari appuntamenti, da segnalare la conferenza con Cecilia Strada di Emergency, per chiudere con il concerto del trombettista Paolo Fresu.

Lo spazio dell’Aranciaia della Reggia di Colorno sarà dedicato ai documentari sui temi dell’agricoltura, ma saranno oltre 50 gli appuntamenti, tutti a ingresso libero, organizzati all’interno della tre giorni: concerti, spettacoli teatrali, mostre fotografiche, performance di musica e danza, laboratori e momenti formativi.

Per maggiori informazioni https://lentezza.org/

 

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Incredibili incontri negli oceani

Dom, 06/10/2018 - 02:19

Dall’essere abbracciati da uno squalo a un divertente incontro con un piccolo polpo giocoso. Queste persone, amanti degli animali e del mondo naturale, hanno avuto gli incontri sull’oceano più incredibili.
Crediti: #jukinmedia

 

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L’era dei supercalcolatori (VIDEO)

Dom, 06/10/2018 - 00:01

People For Planet è entrato nel Green Data Center di Eni a Ferrera Erbognone. E’ il cuore dell’informatica e dell’infrastruttura tecnologica del gruppo, e qui abbiamo “conosciuto” HPC-4, il supercomputer che Eni utilizza per elaborare i dati del sottosuolo prima ancora che vengano perforati i pozzi, riducendo quindi l’impatto ambientale.
Una potenza di calcolo di 18 PetaFlops, milioni di miliardi di elaborazioni al secondo. Il Green Data Center di Eni gestisce qualcosa come 24 Petabyte di dati, circa l’equivalente delle informazioni contenute in 3 miliardi di libri (si stima che la Biblioteca di Alessandria ne contenesse circa 500mila).
Interviste a Gabriele Provana e Carlo Fortini, rispettivamente responsabile delle operazioni informatiche e dei servizi agli utenti del gruppo Eni e geofisico nel settore esplorazione di Eni.

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Credits video
Video di Iacopo Patierno
Direzione della fotografia Paolo Negro
Audio Daniele Sosio

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Perché Green Data Center (VIDEO)

Dom, 06/10/2018 - 00:01

Perché non usare energia da fonti rinnovabili?
Nel Green Data Center di Eni c’è un impianto fotovoltaico, 2968 moduli fotovoltaici a inseguimento solare per 964 KW di potenza installata. L’impianto, nei momenti di picco, riesce a soddisfare fino al 25-30% del fabbisogno energetico dell’intero Data Center.
Anche per il raffreddamento delle macchine viene utilizzato un sistema a basso impatto ambientale che sfrutta l’aria esterna e null’altro per oltre il 92% dell’anno.
Interviste a Walter Nardelli e Alessandro Bartolomei, rispettivamente gestore del Green Data Center e responsabile realizzazione progetti da fonti rinnovabili di Eni.

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Credits video
Video di Iacopo Patierno
Direzione della fotografia Paolo Negro
Audio Daniele Sosio

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Ciao, io sono HPC-4, il supercomputer italiano

Dom, 06/10/2018 - 00:00

Si trova nel Green Data Center di Eni a Ferrera Erbognone, Pavia, e si chiama HPC4.

Se tutti gli abitanti del mondo avessero a disposizione un computer personale in grado di fare due milioni e mezzo di operazioni matematiche al secondo, tutto il giorno, tutti i giorni, ecco che si avrebbe una potenza di calcolo paragonabile a quella di HPC-4, “High Performance Computing – 4th generation”, il nuovo mostro informatico di cui si è dotata Eni per migliorare e velocizzare l’elaborazione dei propri dati nel Green Data Center della Lomellina Valley, in provincia di Pavia.
All’accensione, il “cervellone” risultava nella top ten dei computer più potenti del mondo, al primo posto tra quelli di proprietà industriale, quindi non governativa e non istituzionale come è invece per i primi nove classificati.

Qualche dato tecnico: HPC-4 ha una potenza di calcolo di 18,6 petaFlops, che vuol dire avere la capacità di elaborare fino a 18,6 milioni di miliardi di operazioni matematiche al secondo. Come già detto, nulla di paragonabile ai normali computer domestici.
Il nuovo supercomputer HPC-4 affianca il fratello HPC-3, portando il totale della potenza di calcolo del Green Data Center a 22,4 PFlop/s, vale a dire 22,4 milioni di miliardi di operazioni matematiche svolte in un secondo.
Il Centro dati gestisce qualcosa come 22 Petabyte di dati (1 Petabyte è uguale a 1000 miliardi di byte) tutti su disco, l’equivalente, circa, delle informazioni contenute in 3 miliardi di libri. Si stima che la famosa Biblioteca di Alessandria non ne contenesse più di 500mila.

A cosa serve HPC-4?
Il supercomputer permette di trovare giacimenti di idrocarburi dove nessun altro immagina ve ne siano e di elaborarne, molto velocemente, simulazioni 3D tenendo conto delle “incertezze geologiche”. I dati raccolti dalle prospezioni sui terreni che i geofisici e geologi eseguono nel mondo arrivano a Ferrera Erbognone dove vengono elaborati da HPC-4, che ricostruisce immagini tridimensionali del sottosuolo. Questo dà la possibilità di trovare giacimenti analizzando aree di migliaia di kilometri quadrati anche a 10-15 km di profondità.
A maggio 2018 HPC-4 ha stabilito un record eseguendo l’elaborazione di 100.000 simulazioni di modelli di giacimento ad alta risoluzione in sole 15 ore. I normali computer riescono ad elaborare in alcune ore una sola singola simulazione.
I giacimenti di gas recentemente trovati nel nord del Mozambico e in Egitto sono stati scoperti grazie alle elaborazioni dai predecessori di HPC-4. Adesso HPC4 sta lavorando per migliorare ulteriormente la comprensione di questi giacimenti che si trovano a migliaia di metri di profondità.
Il supercomputer, insieme ai software di imaging geofisico messi a punto dagli ingegneri Eni, non solo velocizza i tempi e rende i dati più affidabili e precisi, ma riduce anche i rischi connessi alle operazioni esplorative, con benefici sia per la sicurezza dei lavoratori che per l’ambiente.

Il Green Data Center
E’ il centro elaborazione dati inaugurato nel 2013, una vera e propria cittadella informatica dove arrivano e vengono elaborate informazioni da tutto il mondo (ad esempio 40 milioni di fatture gas e luce all’anno).
Caratteristica peculiare del Data Center è la sua sostenibilità. Il campo fotovoltaico da 964 KW di potenza installato a poca distanza dalla struttura riesce a soddisfare fino al 25-30% del fabbisogno energetico di HPC-4. 17mila mq di estensione con 2.968 moduli fotovoltaici a inseguimento solare che ruotano per massimizzare la cattura della radiazione solare nell’arco di tutta la giornata.
All’interno del GDC, invece, per raffreddare i computer viene sfruttata la tecnica del “free cooling” (raffreddamento libero): l’aria viene prelevata dall’esterno tramite camini, purificata dalle polveri e utilizzata direttamente per raffreddare le macchine. Contemporaneamente l’aria calda prodotta dai computer fa il viaggio inverso e viene convogliata all’esterno. Per il 92% dell’anno non serve l’intervento di alcun sistema di condizionamento.
Il Green Data Center sorge anche a poca distanza dalla Centrale elettrica Enipower, che fornisce energia ai computer eliminando le dispersioni tipiche del trasporto sulla rete elettrica di distribuzione (pari al 5-6%, secondo l’Autorità per l’Energia).
Per far viaggiare tutte le informazioni del Data Center serve ovviamente una connessione molto potente, attraverso le infrastrutture dei primari provider di telecomunicazione. Così il comune di Ferrera, i due bar del paese, i pochi negozi, le sue case e le cascine possono aver accesso a uno dei collegamenti a internet più veloci del mondo.

Siamo andati a visitare il Green Data Center di Eni e a conoscere HPC-4 con le nostre telecamere, ecco cosa ci hanno raccontato…

L’era dei supercalcolatori (VIDEO)

Perché Green Data Center (VIDEO)

LINK PER APPROFONDIRE

https://www.eniday.com/it/technology_it/eni-green-data-center/

https://www.eniday.com/it/talks_it/supercomputer-hpc4-video-podcast/

https://www.eniday.com/it/technology_it/hpc4-ferrera-erbognone/

Immagine copertina: fotomontaggio di Armando Tondo, maggio 2018

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Via i rifiuti dal mare!

Sab, 06/09/2018 - 02:35

Si sa che la plastica è fin troppo durevole, ci sono oggetti come le bottiglie di plastica, i flaconi dei detersivi, le reti da pesca, le stoviglie in plastica, che non si degraderanno mai (600- 1000 anni e più) accumulandosi in natura, aumentando sempre più in termini di estensione e diffusione, spostandosi in base ai venti e alle correnti e danneggiando gli ecosistemi da cui dipendiamo.

Negli oceani alcuni tipi di plastica immessa si può semmai scomporre, nel tempo, in frammenti sempre più piccoli, le microplastiche, che sono anche peggiori dell’oggetto plastico più grande, perché più difficili da recuperare e perché sono sufficientemente piccole da entrare nella catena alimentare. Le microplastiche vengono così mangiate dal plancton, il plancton dai pesci e i pesci da… noi.

Conoscere le tipologie, che oggetti sono e di che materiale specifico si tratta, dei rifiuti plastici presenti sulle spiagge o in mare ci permette di individuarne le cause e le fonti, ed è quindi la base informativa per promuovere e attuare politiche di prevenzione del problema. La classifica dei singoli oggetti presenti sulle spiagge è un interessante indicatore di come molto sia dovuto alle cattivi abitudini di cittadini o operatori del settore.

I dieci oggetti di plastica più comuni trovati sulle spiagge europee sono: bottiglie per bevande, posate, cannucce e miscelatori per cocktail, applicatori igienici, contenitori per alimenti, bicchieri e coperchi, mozziconi di sigaretta, bastoncini cotonati, buste della spesa, sacchetti di patatine/ carte di caramelle. Il 50% degli oggetti di plastica rinvenuti sulle spiagge europee sono oggetti di plastica monouso.

Quello dell’immondizia del mare è un problema grave e globale: si stima che nel mondo ogni anno si producano 280 milioni di tonnellate di plastica, nel 2050 saranno il doppio e una parte non trascurabile finisce nelle acque marine, con danni incalcolabili per flora e fauna. Il Mediterraneo è particolarmente esposto al pericolo, visto che si tratta di un mare semichiuso in cui sboccano numerosi fiumi che trasportano anche tanti rifiuti; si pensa che siano almeno 250 miliardi i frammenti di plastica al suo interno e alcuni studi fatti sul mar Tirreno ci dicono che il 95 % dei rifiuti galleggianti avvistati, più grandi di venticinque centimetri, siano di plastica, il 41% di questi costituiti da buste e frammenti e molti rimangono per l’appunto impigliati nelle reti dei pescatori. Soprattutto dopo qualche temporale.

La cattiva gestione dei rifiuti urbani è quindi sicuramente una delle principali fonte del marine litter, ma ci sono anche altre fonti importanti, come la pesca, l’acquacoltura e quelle industriali. Le reti da pesca sono, tra i rifiuti prodotti da queste fonti, fine vita, uno dei più presenti nei mari.

Nella grande isola di plastica del Pacifico di cui si è molto sentito parlare nei giorni scorsi, dopo che le navi e gli aerei della fondazione olandese Ocean Cleanup l’hanno percorsa stimando 80 mila tonnellate di frammenti in un’area grande tre volte la Francia, è stata individuata la percentuale di plastica presente in questa spazzatura: il 99,9%! È stato determinato che quasi la metà è formata da reti da pesca.

È tempo dunque di ripensare la plastica. È tempo di cambiare il modo in cui la progettiamo, produciamo, utilizziamo e smaltiamo. Ma è anche giunto il tempo di trovare modi efficaci per evitare l’immissione diretta, provocata dalle cattive abitudini di tutti noi e dalle cattive abitudini di chi svolge attività marine. Ed è ora di utilizzare anche il prezioso contributo di chi il mare lo ama e ci lavora e di tutti gli operatori a terra, necessari per garantire il corretto smaltimento e riciclaggio, per dare una mano a pulire quanto già inquinato.

Entro il 2030 tutti gli imballaggi di plastica presenti sul mercato dell’Unione europea dovranno essere riutilizzabili a costi sostenibili, o riciclati. Oltre a ridursi l’impronta di carbonio dell’industria, diminuiranno i rifiuti plastici e i rifiuti marini e rallenterà la proliferazione delle microplastiche. Questo obiettivo fa parte della Strategia per la plastica dettata dall’Unione Europea lo scorso gennaio, che ha già portato una proposta di direttiva varata il 28 maggio scorso dalla Commissione Europea (ne abbiamo parlato in questo articolo Giornata Mondiale dell’Ambiente 2018: combattere la plastica!)

Ma visti gli attuali livelli di inquinamento e di persistenza della plastica tutto questo basterà? Un’azione forte dovrà anche ridurre alla fonte la produzione tutti imballaggi e oggetti plastici di breve durata.

E per ripulire quanto inquinato finora? E per agire sulle attività nel mare che producono ed immettono rifiuti?

Per queste servono politiche e modalità di gestione, regolamentazione e incentivazione specifiche. Ci vuole tutto questo perché ad oggi, le reti da pesca usurate, le cassette del pesce rotte e tutti rifiuti plastici rinvenuti in mare dai pescatori o dai natanti, anche se ci fosse la volontà di raccoglierli da parte di chi va per mare, non sono riportati a riva perché classificati come “assimilabili ai rifiuti speciali”. Per i quali la normativa prevede che colui che li raccoglie diventa il “responsabile”, ovvero il “colui che se ne disfa”.

Quindi non tanto per mancanza di buona volontà ma perché, per una norma non chiarissima e a causa di un vuoto normativo, il pescatore che torna in porto con plastiche assimilabili a rifiuti speciali, in quanto divenutone “responsabile”li dovrebbe smaltire a proprie spese. E così, quello che pesce non è, viene rigettato in mare.

Ci sono però iniziative sperimentali che fanno ben sperare, come quella avviata quest’anno lungo tutta la costa tirrenica che dal Porto di Livornosi estende fino a Grosseto per recuperare dal mare rifiuti ritrovati in mare. Perché stanno funzionando e perché sono replicabili ovunque.

Il progetto “Arcipelago Toscano nasce da un accordo sottoscritto da Regione Toscana, Ministero dell’Ambiente, Unicoop Firenze, Legambiente, Autorità portuale del Mar Tirreno Settentrionale, Labromare (concessionaria per la pulizia degli specchi d’acqua del porto livornese), Direzione marittima della Toscana, Cooperativa di pescatori Cft e Revet, azienda specializzata in raccolta di rifiuti e riciclo di materiali, ed è molto importante perché mette insieme gli attori che cofinanziano, o che  hanno competenze e/o responsabilità nelle varie fasi successive alla raccolta da parte dei pescatori. Organizzando tutte le fasi, dalla gestione in porto (stoccaggio) allo smaltimento e al successivo riciclaggio (qualora possibile).

Dallo scorso 13 aprile, il progetto è entrato nel vivo e da allora ogni giorno una decina di barche della cooperativa livornese tornano in porto cariche di pesce e plastica. Per ciascuna è stato stimato un quantitativo recuperato di una ventina di chili di rifiuti ogni giorno.

Ora ogni nave ha a disposizione sacchi dove raccogliere i rifiuti plastici, che al rientro in porto vengono depositati in un apposito contenitore sulla banchina, che Labromare poi svuota e porta in un impianto a Pontedera dove i rifiuti vengono analizzati e classificati per essere successivamente destinati al riciclaggio o allo smaltimento.

Sul corretto svolgimento delle operazioni in mare vigila la Guardia Costiera, che da subito ha sposato l’iniziativa. Legambiente offre il proprio contributo in termini di esperienza scientifica. Unicoop Firenze partecipa mettendo a disposizione del progetto i fondi ricavati dal centesimo che soci e clienti, per legge, dall’inizio dell’anno devono pagare per le buste in mater-b dell’ortofrutta. Lavora anche per sensibilizzare il consumatore. Ed altrettanto faranno Legambiente e Regione. I pescatori continueranno a fare i pescatori, ma saranno finalmente contenti di poter pulire la loro casa: il mare, che poi è la casa di tutti.

L’esperimento durerà sei mesi e per ora riguarda solo Livorno: trecento chilometri quadrati nel cuore dell’Arcipelago toscano e del Santuario dei cetacei, lungo la costa verso Grosseto. Ma nel prosieguo il progetto potrebbe essere replicato altrove: a Piombino, all’isola d’Elba e Capraia, e perché no, anche in altre parti di Italia. “Il Ministero dell’ambiente è uno dei partner, quindi speriamo di farne una buona pratica nazionale” dice l’Assessore regionale Bugli. “Partiamo con la plastica – spiega – ma non vorremmo fermarci lì. Anzi, il nostro obiettivo è la modifica della normativa, per far sì che i pescatori possano raccogliere e non ributtare in mare anche altri rifiuti che possano rimanere impigliati nelle loro reti: dal ferro all’alluminio, al legno, meno presenti senz’altro della plastica ma altrettanto negativi per il nostro mare e per l’ecosistema”.

Dopo 15 giorni dall’avvio del progetto, quando l’addetto ai rifiuti taglia il sacco nero della spazzatura raccolta sui fondali del mare davanti a Livorno, esce un campionario dei più vari: un grosso secchio per i pavimenti, uno stivale di gomma, il volante di un motoscafo pieno di conchiglie, funi, bicchieri, centinaia di cellophane slabbrati, contenitori della frutta , borse, un rotolo di gomma nera, resti di bottiglie , un sacchetto di caramelle, uno di zuppa, lattine, una paletta, la gamba di una bambola, un pallone di beach volley,  una pinna da sub smangiucchiata, una cerata arancione.

Tutto ciò è stato catturato dalle reti a strascico di sei pescherecci assieme alle triglie, ai branzini e agli altri pesci. E a differenza di quello che succede di solito, non sono state ributtate in acqua, ma portate a riva. Vengono inviate sul nastro trasportatore della Revet. La loro destinazione è in uno stabilimento di Pontedera (Pisa) dove gli addetti al trattamento dovranno decidere se quelle plastiche possono essere rigenerate o se andranno all’inceneritore, dove affermano che purtroppo solo il 15% può essere recuperato.

Il bottino dei primi 15 giorni dell’operazione “Arcipelago Pulito” è di 230 chili di spazzatura, due metri cubi. I sacchi neri si accumulano ogni giorno al porto e ogni sacco è una quota parte in più di mare pulito.

 

Copertina: Disegno di Armando Tondo – maggio 2018

 

Fonti:
http://www.repubblica.it/ambiente/2018/05/11/news/plastica_pescatori-196061570/
https://www.lanazione.it/cronaca/raccolta-plastica-pescatori-1.3754812
http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/plastica-riciclata-unione-europea-2030-Commissione-HYPERLINK “http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/plastica-riciclata-unione-europea-2030-Commissione-europea-strasburgo-navi-inquinamento-a16d902d-450f-4822-a3a1-5b6ff9987822.html”europea-strasburgo-navi-inquinamento-a16d902d-450f-4822-a3a1-5b6ff9987822.html
Walter Fortini : http://www.regione.toscana.it/ca_ES/web/toscana-notizie/dettaglio-notizia/-/asset_publisher/mk54xJn9fxJF/content/venti-chili-di-plastica-raccolta-in-mare-da-ogni-HYPERLINK “http://www.regione.toscana.it/ca_ES/web/toscana-notizie/dettaglio-notizia/-/asset_publisher/mk54xJn9fxJF/content/venti-chili-di-plastica-raccolta-in-mare-da-ogni-peschereccio-al-via-il-progetto-arcipelago-pulito-/pop_up;jsessionid=40D4F0BD3798FADEDF33241FA6A81D2E.web-rt-as01-p2?_101_INSTANCE_mk54xJn9fxJF_viewMode=print”peschereccio-al-via-il-progetto-arcipelago-pulito-/pop_up;jsessionid=40D4F0BD3798FADEDF33241FA6A81D2E.web-rt-as01-p2?_101_INSTANCE_mk54xJn9fxJF_viewMode=print
http://www.coopfirenze.it/informatori/notizie/salviamo-il-mare-toscano
http://www.repubblica.it/ambiente/2018/03/22/news/l_isola_di_plastica_del_pacifico_e_sempre_piu_enorme-191962940/

INCENTIVI AI PESCATORI PER PULIRE IL FONDO DEL MARE


http://www.lastampa.it/2018/02/20/scienza/plastica-nei-mari-emergenza-mondiale-FGpK8KHUUCoJuqxJBbft9I/pagina.html

Reti da pesca, così quelle abbandonate diventano maglie e t-shirt alla moda (FOTO)


http://www.corriere.it/ambiente/17_novembre_08/mare-rifiuti-dati-primo-campionamento-nostre-spiagge-beach-litter-14c366e4-c4a7-11e7-92a1-d24c712a4dfa.shtml?refresh_ce-cp

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Gli insetticidi sono velenosi!

Sab, 06/09/2018 - 02:21

Milioni di persone si avvelenano e avvelenano i loro cari perché usano vari tipi di insetticidi tossici senza capire come funzionano.
Ci sono, ad esempio, quelle belle macchinette che attacchi alla spina elettrica e che diffondono costantemente piccole dosi di insetticida. Le mettono nella camera della loro creatura e le lasciano accese tutta la notte. Eppure la pubblicità in tv (in fretta alla fine dello spot) dice che non puoi stare in una stanza con questi aggeggi accesi. E credo che il significato della frase “aerare i locali prima di soggiornare nuovamente” non sia difficile da comprendere. La cosa riguarda tutti i tipi di spray, zampironi e derivati… Ma questo particolare sfugge.
C’è chi è convinto che lo zampirone non faccia male perché è di origine vegetale. A questo proposito posso solo citare il saggio Lao Tze quando disse: “’Sta ceppa di cazzo!”

Milioni di madri amorevoli lavano pavimenti, tavoli e vestiti con graziosi prodotti che promettono di sterminare il 99% dei batteri.
In questo caso la pubblicità non te lo dice che se stermini i batteri buoni poi ti ammali tu e tuo figlio diventando una collezione di allergie. In effetti noi siamo esseri simbiotici e senza i miliardi di batteri eubiotici, che vivono in simbiosi con noi, non possiamo restare in salute.
Questo, lo ammetto, è un concetto più complicato. Ma internet è piena di centinaia di articoli e ricerche scientifiche che illustrano questo dramma planetario.
La maggioranza delle persone che pensano che i media fanno parte di un complotto malvagio e che la pubblicità mente, non sentono l’esigenza di informarsi su questa questione.
E anche se glielo dici, e lo capiscono, non vedono in questa storia una vera emergenza.
Lo stesso dicasi per chi continua a credere agli spot che magnificano la leggerezza dell’olio di girasole industriale e non viene loro in mente di leggere in rete alla voce: “Procedimento produzione olio semi”. Potrebbero scoprire che viene generalmente estratto bollendolo, bombardandolo con derivati della benzina e dell’acido solforico

Poi abbiamo i vegani bio che si avvelenano con gli incensi di pessima qualità (bruciano benzina sporca nell’alcova), i non fumatori osservanti che se ti vedono fumare gli piglia l’isteria predicozzante e poi si mettono la tutina e si fanno una bella corsa lungo la circonvallazione.
E ci sono quelli che quando hanno l’influenza prendono sempre gli antibiotici, che ammazzano i batteri… Peccato che l’influenza sia causata da un virus, che gli antibiotici gli rimbalzano.
Così alla lunga allevi dei batteri resistenti agli antibiotici. Anche perché non ci credi che devi fare la cura fino all’ultimo giorno anche se sei guarito… In Italia abbiamo il record europeo di infezioni batteriche resistenti agli antibiotici.
Milioni di persone soffrono di una lesione alla capacità di capire.
Muoiono con una frequenza pazzesca.

 

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Gela, la città con la più alta densità di blogger grazie al progetto 383 Blog per Gela

Sab, 06/09/2018 - 02:19

Il prossimo 9 giugno le 5 Scuole Medie Superiori Statali di Gela condivideranno con la città l’esperienza del progetto 383 Blog per Gela con una festa nella Villa Comunale della città.

383 Blog per Gela è un percorso didattico/formativo legato all’alternanza scuola/lavoro. L’iniziativa, ideata da Jacopo Fo e disegnata da Tiziana Freti, dà a ciascuno studente l’opportunità di implementare un proprio blog: elaborandolo nella struttura, imparando a fare ricerca di informazioni in rete, interpretando e verificando la veridicità delle notizie e scegliendo le parole-chiave capaci di far conquistare maggiore visibilità ai contenuti prodotti da ciascun blog.

383 studenti delle classi dell’ultimo biennio delle cinque Scuole Medie Superiori di Gela hanno lavorato da scuola e da casa, affiancati da docenti formati con un apposito stage, con il supporto di tutorial pubblicati sul magazine online Peopleforplanet.it. Gli incontri tra docenti del corso, professori tutor e alunni sono stati sia virtuali, via webinar, che diretti. Un World Café con studenti blogger e docenti tutor condotto da Tiziana Freti è servito a riconoscere valore alla corporeità dei rapporti tanto con i propri coetanei quanto con figure adulte di riferimento che hanno una funzione educativa, rassicurante e di sostegno.

Ogni studente blogger ha seguito un percorso della durata di minimo 72 ore, al termine del quale ogni partecipante è diventato padrone del blog realizzato, con la possibilità di trarre da esso anche potenziali opportunità per il lavoro futuro.

I blogger del progetto hanno costituito anche un gruppo su Facebook per condividere i post.

Il progetto iniziato a febbraio 2018, culminerà con la Festa del 9 giugno che rappresenta l’ultimo step necessario per allargare l’orizzonte dall’attività individuale ad una prospettiva collettiva di progetto comune e una coscienza di cittadinanza attiva. Il momento di condivisione finale aiuterà la città di Gela a confrontarsi con il punto di vista dei suoi giovani abitanti, i loro interessi e le loro specifiche modalità di aggregazione.

383 Blog per Gela è stata ed è un’esperienza appassionante” dice Jacopo Fo. “Il problema in Italia e nel mondo è la mancanza di passione. Se si fa qualcosa che davvero appassiona cambia la visione delle cose. A Gela siamo riusciti ad entusiasmare con le Scuole e i tutor 383 ragazzi sulla base di un obiettivo concreto, realizzare blog ideati dagli studenti per raccontare ciascuno la propria passione”. Il nemico da battere? “Il bullismo, l’apatia e la mancanza di passione”, è la risposta di Jacopo Fo.

383 Blog per Gela è un’iniziativa realizzata nel contesto del progetto “Gela: Le Radici del Futuro”, un programma di (ri)lancio di Gela concepito da Jacopo Fo e Bruno Patierno per Jacopo Fo srl (Gruppo Atlantide) con il sostegno di Eni e il patrocinio del Comune di Gela.

Per info:
info@gelaleradicidelfuturo.it
Media: Claudia Faverio 3388280718

PROGRAMMA FESTA

Sabato 9 giugno, Villa Comunale di Gela, dalle 18,00 alle 22,00

h. 18: presentazione del progetto da parte di Jacopo Fo e saluti istituzionali
h. 18,30: presentazione dell’esperienza da parte dei rappresentanti dei 5 Istituti
h. 19,45: musica dal vivo e performance

Gli Istituti partecipanti sono:
IST. Eschilo; IST. Majorana; IST. Morselli; IST. Sturzo; IST. Vittorini.

Nella Villa Comunale saranno presenti i gazebo degli Istituti che proporranno alla cittadinanza i blog realizzati.

La partecipazione all’evento è gratuita.

 

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Liu Bolin, l’uomo invisibile

Sab, 06/09/2018 - 02:00

Senza gli effetti speciali di Photoshop, passa ore a dipingersi per mimetizzarsi perfettamente nei suoi dintorni. Le sue impressionanti fotografie fanno sì che uno si fermi e guardi due volte prima di capire che c’è una persona lì. Riesci ad individuarlo?

 

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Direttive UE per l’edilizia sostenibile, è il momento di accelerare

Ven, 06/08/2018 - 03:39

Il cammino verso l’efficienza energetica degli edifici ha avuto inizio diversi anni fa e da allora molte leggi, riforme, decreti e direttive, hanno caratterizzato questo percorso, portandoci alla direttiva europea sull’efficienza energetica detta EPBD 2 (Energy Performance of Buildings Directive).

Una delle maggiori novità introdotte è il concetto di “Edifici ad energia quasi zero-NZEB (Near Zero Energy Buildings)”, descrizione destinata a tutti gli edifici “ad altissima prestazione energetica, con fabbisogno energetico molto basso o quasi nullo coperto in misura molto significativa da energia da fonti rinnovabili, compresa l’energia da fonti rinnovabili prodotta in loco o nelle vicinanze.” Sono considerati NZEB gli edifici nei quali il bilancio tra energia consumata e prodotta è vicina allo zero e sono minimi i consumi per il riscaldamento, la climatizzazione, l’illuminazione, la ventilazione e la produzione di acqua calda sanitaria. Queste tipologie di abitazioni sono certificate da sistemi e standard come CasaClima, PassivHaus e Leed.

Lo standard Passivhaus tedesco, il nostrano Casaclima di Bolzano e lo statunitense Leed si sono orientati infatti verso il near zero richiedendo all’edificio di non superare determinati limiti di kWh/m2 anno (consumo totale di energia primaria per la climatizzazione- in regime continuo degli impianti 24 h- riferito all’unità di superficie utile) e di arginare la domanda di energia primaria al di sotto di tot kWh per metro quadro.

Una direttiva indispensabile per la riduzione sostanziale dei consumi energetici di un comparto decisamente molto inquinante e che delinea un quadro prescrittivo molto preciso, che spazia dalla definizione dei requisiti minimi per ciascun componente edilizio, fino alla definizione della strumentazione finanziaria.

Il miglioramento delle prestazioni energetiche previsto dalla direttiva coinvolge tutto il patrimonio immobiliare, dagli edifici di nuova costruzione fino agli edifici esistenti o ristrutturati, pubblici e privati e si esprime anche in merito ai sistemi tecnici dell’edilizia (impianti di riscaldamento, sistemi di produzione dell’acqua calda, impianti di condizionamento, ventilazione.
Le scadenze si stanno però avvicinando: dal 1° gennaio 2019 infatti tutti i nuovi edifici pubblici dell’Unione Europea (scuole, sedi comunali, biblioteche ecc..), e dal 1° gennaio 2021 tutti i nuovi privati, dovranno essere “near zero energy”.

Le disposizioni della direttiva sono state parzialmente recepite in Italia, è stato inserito il concetto di Prestazione energetica per gli attestati (APE) e sono stati istituiti gli incentivi del 65% per la riqualificazione energetica degli edifici. Ma gran parte del cammino per raggiungere l’obiettivo ambizioso del quasi zero deve essere tracciato, e se si considera anche che gli edifici sono elementi fondamentali per le politiche di efficienza energetica dell’UE-  in quanto rappresentano circa il 40% del consumo di energia finale– si comprende anche com’è che nel 2016 sulla Gazzetta Ufficiale dell’UE sono state pubblicate anche delle raccomandazioni (L 2L 208/46)  che la Commissione ha voluto mettere a punto per assicurare che tutti gli edifici di nuova costruzione siano NZEB entro la fine del 2020.
Nelle Raccomandazioni infatti si legge…gli Stati membri dovrebbero valutare il più rapidamente possibile l’opportunità di adeguare le pratiche esistenti. Si raccomanda altresì agli Stati membri di definire il meccanismo da utilizzare per controllare il conseguimento degli obiettivi in materia di edifici a energia quasi zero e considerare la possibilità di introdurre sanzioni […] Si raccomanda un collegamento più stretto tra le politiche, le misure e gli obiettivi in materia di edifici a energia quasi zero[…] La Commissione raccomanda inoltre agli Stati membri di accelerare l’elaborazione di politiche specifiche a sostegno della ristrutturazione degli edifici esistenti per trasformarli in edifici a energia quasi zero. Gli Stati membri dovrebbero elaborare insiemi coerenti di strumenti strategici per offrire agli investitori la necessaria garanzia di stabilità a lungo termine in materia di edifici efficienti

La lentezza anche italiana nel recepimento delle norme europee ha generato un paradosso: negli stessi giorni in cui l’Italia ha approvato i decreti su APE e prestazioni energetiche completando quindi il recepimento della direttiva del 2010, l’Unione europea ha avviato la revisione della 2010/31/CE (EPBD 2) prevista dalla Direttiva stessa per il 2017 con l’obiettivo di renderla ancora più stringente e ambiziosa.

Nella seduta del 17 aprile scorso, il Parlamento europeo ha approvato in via definitiva la revisione della direttiva 2010/31/UE (EPBD 2) sulla base di tre direttrici:
– obbligo di migliorare la prestazione energetica di edifici nuovi e esistenti;
– strategie nazionali di ristrutturazione degli immobili e indicatori d’intelligenza;
– sostegno allo sviluppo di infrastrutture di ricarica per veicoli elettrici.

Seguendo il trend del settore edilizio, che ha visto l’attività di costruzione del ‘nuovo’ ridursi sensibilmente negli ultimi anni, la revisione della direttiva punta sull’efficientamento energetico in fase di ristrutturazione e fissa un nuovo obiettivo, questa volta a 30 anni: decarbonizzare fortemente il parco immobiliare entro il 2050, con tappe intermedie per il 2030 e il 2040.

C’è poi un’altra direttiva importante che riguarda il settore edilizio, anch’essa con scadenza al 2020, la direttiva 2008/98/CE che riguarda il riutilizzo e il riciclo dei materiali provenienti da costruzione e demolizione (C&D). Anche qui l’obiettivo è importante, il 70% di utilizzo di materiali da riciclo al 2020 e la necessità di accompagnare nei diversi Paesi, attraverso specifici provvedimenti, il target.

Lo scenario di evoluzione normativa e scadenze a breve è stato dunque tracciato in maniera forte e a 360° dall’Europa.

Molti sono i modi in cui la politica e gli enti deputati a legiferare o regolamentare, anche premiando, possono agire come volano per attuarne gli obiettivi. Questa prospettiva di innovazione ha bisogno di chiari indirizzi normativi per accompagnare e accelerare i cambiamenti negli interventi in edilizia. E il tempo è decisamente poco per arrivare al 2020. Governo, ma anche Regioni e Comuni possono e devono agire, e come suggerisce anche la raccomandazione del 2016:  in maniera rapida, coerente e finalizzata.

Vediamo alcuni esempi di come in Italia ci siamo mossi finora:

– Con Decreto interministeriale 19 giugno 2017 è stato approvato Il Piano d’Azione Nazionale per incrementare gli edifici a energia quasi zero (Panzeb), elaborato da un gruppo di lavoro composto da Enea, RSE e CTI, con il coordinamento del Ministero dello sviluppo economico, riporta anche una valutazione dell’indice di prestazione energetica per alcuni edifici aventi diversa tipologia edilizia, destinazione d’uso e zona climatica e analizza i sovra costi di investimento, per gli edifici nuovi e per quelli esistenti, connessi al raggiungimento delle condizioni di Nzeb.

– La Provincia Autonoma di Trento ha approvato un capitolato tecnico per l’utilizzo di riciclati nei lavori di manutenzione pubblica, ha introdotto un Piano di smaltimento dei rifiuti inerti, nel quale è stata data priorità al recupero e riciclo, e ha reso obbligatori gli acquisti verdi includendo anche gli aggregati riciclati, per almeno il 30% del totale.

– Con la Legge n.65/ 2014, emanata dalla Regione Toscana, i Comuni applicano incentivi economici mediante la riduzione degli oneri di urbanizzazione in misura crescente fino ad un massimo del 70%, a seconda dei livelli di risparmio energetico, di qualità ecocompatibile dei materiali e delle tecnologie costruttive utilizzate.

– La Regione Veneto promuove invece l’utilizzo di materiali ecologicamente compatibili, sulla base di requisiti minimi di valutazione, fra i quali la riciclabilità globale, la loro natura di materie prime rinnovabili, il contenuto consumo energetico richiesto per estrazione, produzione, distribuzione e smaltimento.

– La Regione Lombardia con Legge regionale n. 7 /2012, ha anticipato le disposizioni previste dalla Direttiva 31/2010 al 31 dicembre 2015, data a decorrere dalla quale tutte le nuove costruzioni, pubbliche o private, devono brientrare nella definizione di Nzeb. L’anticipazione permetterà di risparmiare al 2020 circa 80 mila tep/anno nello scenario alto e 70 nello scenario medio.

– La Provincia di Bolzano ha approvato la Delibera sull’efficienza complessiva degli edifici n. 362/2013 e successive modifiche, con l’obbligo di CasaClima di classe A per le nuove costruzioni a partire del 1 gennaio 2017.

– La Regione Emilia Romagna con Legge regionale n. 26/2004, modificata con Legge regionale n. 7/2015, ha previsto un anticipo di due anni rispetto alle scadenze nazionali (2017 per gli edifici pubblici e 2019 per tutti gli altri edifici) per l’obbligo di rispettare i requisiti Nzeb nel caso di edifici di nuova costruzione.

Secondo un’indagine effettuata dall’Energy&Strategy Group della School of Management del Politecnico di Milano, alla fine del 2017 sono stati realizzati in Italia tra 650 e 950 edifici con sistemi ad alta efficienza Nzeb, di cui il 93% a uso residenziale, quasi tutti in Trentino Alto Adige, Lombardia e Veneto.

Il quadro mostra che ci sono stati passi avanti, iniziative che hanno anticipato le scadenze, definito strategie e azioni, fornito bonus, mutui agevolati, ma le scadenze si avvicinano e gli obiettivi sono ambiziosi rispetto a quanto realizzato: è venuto il momento di accelerare.

 

 

Immagini: Bioedilizia – Immagini di Armando Tondo

Fonti:

http://www.rinnovabili.it/greenbuilding/edifici-ad-energia-quasi-zero-un-passo-avanti-e-tre-indietro
http://www.nextville.it/news/1365
www.fonti-rinnovabili.it
Autore: Giorgio Tacconi, http://www.ingegneri.info/news/ambiente-e-territorio/edifici-a-energia-quasi-zero-nzeb-a-che-punto-siamo-in-italia
http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/PANZEB_13_11_2015.pdf
www.ediltecnico.it
http://m.edilportale.com/news/2018/04/risparmio-energetico/efficienza-energetica-entro-il-2050-gli-edifici-dovranno-essere-smart-e-a-energia-quasi-zero_63692_27.html

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Dall’Italia i pioppi mangia farmaci che dupurano l’acqua

Ven, 06/08/2018 - 02:54

Ogni anno solo in Italia vengono letteralmente cestinate circa 6mila tonnellate di farmaci. Acquistati obbligatoriamente in quantità maggiore rispetto a quanto si necessita (vedi la campagna di People For Planet per la vendita di farmaci sfusi in Italia), vengono dimenticati in un cassetto e, superata la data di scadenza, smaltiti troppo spesso in modo improprio. A farne le spese non è solo il consumatore ma anche l’ambiente.

L’inquinamento da prodotti farmaceutici rappresenta un grave problema per l’ecosistema che, minacciato dalle alte concentrazioni di farmaci nelle acque, sembrerebbe già subire ripercussioni irreversibili. Antibiotici, ormoni, farmaci psichiatrici e antistaminici, per citare solo alcune delle sostanze ritrovate nelle acque, stanno interferendo con la fauna marina provocando gravi mutazioni genetiche in anfibi e pesci. Inevitabilmente, a seguito di una depurazione non adeguata e/o per una diretta dispersione di farmaci in ambienti naturali, anche i danni per l’uomo possono essere ingenti.

La comunità scientifica da tempo è attiva nella ricerca di soluzioni e ad oggi sembrerebbe aprirsi uno spiraglio di speranza efficace e 100% naturale: i pioppi mangia farmaci.

Il sorprendente risultato dello studio coordinato dall’Italia, con l’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa in collaborazione con il Centro tedesco Helmoltz di Monaco e pubblicato anche sulla rivista Science of The Total Environment, ha dimostrato che i pioppi bianchi della varietà di Populus alba clone Villafranca, già noti per le loro proprietà di accumulare metalli pesanti e sostanze xenobiotiche organiche (sostanze estranee rispetto agli organismi), sono anche capaci di assorbire, trasformare e trattenere nelle radici sostanze inquinanti di origine farmaceutica presenti nelle acque reflue urbane. Come confermano numerosi studi, le piante hanno dimostrato di essere in grado di assorbire il Diclofenac, principio attivo che si trova alla base di farmaci antinfiammatori non steroidei assai diffusi per trattare infiammazioni di carattere muscolare, e che risulta tra quelli più presenti nelle acque reflue urbane.

Finanziamenti permettendo, la proposta dei ricercatori sarebbe quella di posizionare queste straordinarie piante  a ridosso degli impianti di depurazione.

 «Capire come le piante rispondono agli inquinanti organici xenobiotici ci può aiutare a contrastare l’inquinamento in modo naturale», rileva Luca Sebastiani, direttore dell’Istituto di Scienze della Vita della Scuola Superiore Sant’Anna «Nello stesso tempo – prosegue – ci permette di verificare se questi prodotti danneggiano le colture e, nel caso di specie commestibili, se si accumulano negli organi di cui l’uomo si nutre».

Una bella scoperta per l’acqua, l’aria e la vita.

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Due piedi sinistri

Ven, 06/08/2018 - 02:13

“Due Piedi Sinistri” di Isabella Salvetti, vincitore del Premio della Giuria dei Giovani “Miglior Cortometraggio” e del Premio “Corti d’evasione”- PREMIO NICKELODEON 2016.

 

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Canapa light, ecco come è nato il fenomeno dell’erba che non “sballa”

Gio, 06/07/2018 - 03:45

“Articolo da collezione”. Oppure, nella versione più estesa, “prodotto destinato esclusivamente a uso tecnico e collezionistico, ad attività didattiche, dimostrative e di ricerca”. E’ con queste definizioni che attualmente vengono vendute nelle tabaccherie e nei negozi di sigarette elettroniche, ma anche nei diversi distributori automatici aperti h24 e nei molti negozi specializzati in prodotti a base di cannabis (i grow shop) che stanno aprendo in tutto il Paese, le confezioni di canapa prodotta secondo la legge 242/2016, definita “light” per il ridotto contenuto di tetraidrocannabinolo (Thc), il principio psicoattivo responsabile del noto effetto “sballo”, che non deve essere superiore allo 0,6% (percentuale che nelle più potenti erbe illegali può arrivare a superare il 20%).

Prodotto “non stupefacente”

Nelle etichette delle confezioni si pone particolare attenzione nello specificare la percentuale di Thc presente e la produzione secondo i termini di legge: “Thc <0,6% prodotto legale nel rispetto della legge 242/2016 che ne permette la coltivazione e la trasformazione destinato esclusivamente a uso tecnico, collezionistico, ad attività didattiche, dimostrative e di ricerca”. In quelle più zelanti si precisa che il prodotto non è “sottoposto alla normativa prevista dal DPR/309/90” (Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti, ndr), mentre in altre si trova scritto, semplicemente, “prodotto non stupefacente”.

Non è un prodotto da combustione, eppure…

Le etichette poi continuano con altre informazioni: “Non è un prodotto alimentare, né medicinale, né farmaceutico. Non è un prodotto da combustione. Non ingerire, non inalare”. Particolarmente interessante la precisazione, presente su alcune confezioni, di “non separare il prodotto dalla confezione originale”. Come dire: l’articolo è legalmente vendibile e acquistabile, ma non deve essere aperto. Infine, a propria massima tutela, alcuni produttori declinano ogni responsabilità in caso di utilizzo diverso da quello consentito per legge. Eppure, stando a quanto raccontano i venditori di questi particolari “articoli da collezione”, l’uso principale che viene fatto della canapa light è proprio l’uso cosiddetto “ricreativo” – ovvero il consumo che se ne fa fumandola, e quindi mediante combustione – pur non essendo previsto dalla legge. Una canapa legale che grazie al basso contenuto in Thc non fa “sballare”, e che per via della presenza di un’altra sostanza, il cannabidiolo (o Cbd), induce uno stato di rilassamento.

Quanto costa?

I pacchetti vengono venduti in diverse grammature: ce ne sono da 1, 2, 5 o 10 grammi. Il costo varia da 7 euro a 12 euro al grammo circa. Il prezzo varia in base alla qualità del prodotto (ad esempio, con o senza semi all’interno, che quando bruciano scoppiettano) e alla grandezza della confezione (a parità di  prodotto la confezione più grande costa leggermente meno). La vendita è vietata ai minori di 18 anni.

Il cliente tipo

I commercianti che ormai da diversi mesi vendono la canapa light come “articolo da collezione” spiegano che il cliente tipo non è il giovane appena maggiorenne, come ci si potrebbe aspettare, ma adulti di età compresa tra i 30 e i 40 anni, anche professionisti in carriera e madri e padri di famiglia. In diversi casi gli acquirenti sono persone che in passato avevano fatto uso di cannabis illegale, magari in modo saltuario, e che ora “ripiegano” su quella legale. Quanto alle vendite, alcuni tabaccai hanno segnalato il discreto successo di vendita tramite i distributori automatici: sembra quindi che poter acquistare un articolo – per quanto legale – come la canapa light senza doversi interfacciare con il venditore risulti una strategia vincente.

La legge 242/2016

La possibilità di vendere legalmente in Italia la canapa con bassi livelli di Thc trova il proprio fondamento nella legge del 2 dicembre 2016, n. 242, “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa“. Il testo normativo stabilisce gli ambiti di applicazione, finalità e usi consentiti relativamente alla coltivazione di questa pianta “e il suo obiettivo non è rendere legale la canapa da fumo, bensì promuovere e far ripartire tutta la filiera di produzione della canapa in Italia”, spiega Giacomo Bulleri, avvocato esperto in materia di canapa industriale e terapeutica. All’articolo 1 della legge si legge infatti: “La presente legge reca norme per il sostegno e la promozione della coltivazione e della filiera della canapa (Cannabis sativa), quale coltura in grado di contribuire alla riduzione dell’impatto ambientale in agricoltura, alla riduzione del consumo dei suoli e della desertificazione e alla perdita di biodiversità, nonché come coltura da impiegare quale possibile sostituto di colture eccedentarie e come coltura da rotazione”.

Finalità della coltivazione

Dalle coltivazioni delle piante di canapa – le cui varietà devono essere iscritte nel catalogo delle specie approvato a livello europeo – la legge precisa che è possibile ottenere diversi prodotti tra cui alimenti e cosmetici (prodotti nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori), semilavorati di canapa (tra cui fibra, oli e carburanti); materiale organico destinato alla concimazione dei terreni, a lavori di bioingegneria o di bioedilizia; coltivazioni dedicate alle attività didattiche, dimostrative e di ricerca; coltivazioni destinate al florovivaismo. Delle infiorescenze non si parla esplicitamente, e nessun riferimento viene fatto relativamente all’impiego “ricreativo” della canapa legale venduta in questi particolari “articoli da collezione”.

Non aprite quel pacchetto!

La confezione contenente canapa a basso contenuto di Thc è quindi legalmente vendibile e acquistabile, “ma si pone la questione dell’utilizzo effettivo che ne viene fatto da parte di chi la compra. Teoricamente, in caso di controllo da parte delle forze dell’ordine, qualora la confezione venisse trovata aperta si potrebbe incorrere in accertamenti perché con un semplice controllo ‘a vista’ la canapa a basso contenuto di Thc non può essere distinta dalla cannabis stupefacente“, spiega Bulleri. “Ovviamente, una volta effettuate le analisi, i bassi livelli di principio attivo in essa contenuti determinano l’archiviazione dell’ipotesi di reato: la ormai consolidata giurisprudenza penale, infatti, ha ritenuto che valori inferiori allo 0,5% non producano alcun effetto psicotropo e, conseguentemente, alcuna rilevanza penale legata al possesso di questo prodotto”.

Un vuoto legislativo

In campo normativo capita che le leggi ‘giovani’ abbiano bisogno di tempo per essere perfezionate. E il caso della legge 242/2016 è uno di questi. “Partendo dal fatto che si tratta di una legge di promozione e sostegno di una filiera produttiva volta a favorire il consumo finale dei prodotti a base di canapa in diversi settori dell’industria e dell’artigianato, questa normativa, per affermazione dello stesso ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali, presentava sin dall’inizio alcune zone grigie“. Sono state proprio alcune di queste “zone grigie” a dare il fondamento ad alcune interpretazioni della legge che hanno consentito il dilagare della vendita della canapa light come “articolo da collezione”: “Dal momento che ciò che non è espressamente escluso dal testo normativo è da ritenersi lecito, abbiamo assistito allo sviluppo della libera iniziativa economica da parte di molte aziende del settore sul fondamento di alcune interpretazioni giuridiche”.

 Il fenomeno “Easy Joint”

A maggio dello scorso anno la prima azienda a incunearsi in questa legge “da interpretare” e ad aprire la strada al commercio della canapa legale in Italia come “articolo da collezione” è stata Easy Joint. Un vero e proprio fenomeno sulla scia del quale sono nate oltre 1000 aziende, tra agricole e commerciali, con lo stesso scopo. “Gli operatori del settore”, afferma Bulleri, “avevano manifestato l’esigenza di una maggiore regolamentazione già nello scorso febbraio. E le istituzioni sembrano aver raccolto l’appello, come dimostrato dalla circolare del 22 maggio scorso ‘Chiarimenti sull’applicazione della legge 2 dicembre 2016, n. 242’ emanata dal Mipaaf, il ministero per le Politiche agricole, alimentari e forestali, con cui sono state rese espressamente lecite le infiorescenze in quanto rientrano nell’ambito delle coltivazioni destinate al florovivaismo, mentre la legge 242/2016 non era stata chiara riguardo questo argomento”.

Le infiorescenze

I fiori della canapa, quindi, possono essere prodotti e commerciati in modo lecito purché, ovviamente, rispettino i termini di legge – ovvero le varietà di canapa da cui provengono devono essere certificate a livello europeo e i livelli di Thc non devono superare le percentuali di legge – e non presentino sostanze dannose alla salute (per saperne di più leggi qui).

Il codice di autoregolamentazione

Un segnale della crescita dell’interesse legato alla coltivazione delle infiorescenze della canapa è il lavoro che le associazioni di categoria – Confederazione italiana agricoltori (Cia), Confagricoltura e Federcanapa – stanno facendo per arrivare a un codice di autoregolamentazione contenente le norme di buone prassi agricole che riguardano tutte le fasi della produzione della canapa (dalla semina alla raccolta, passando per i metodi di confezionamento, conservazione e stoccaggio). “L’obiettivo – spiega Bulleri, che coordina il tavolo di lavoro – è ottenere un prodotto certificato e di qualità a tutela della tracciabilità del prodotto e del consumatore”. Il progetto, presentato a Bologna lo scorso 19 maggio, è contenuto nel documento dal titolo “Disciplinare di produzione di infiorescenze di canapa sativa” che verrà pubblicato entro la fine di agosto 2018.

I limiti di Thc: una questione complessa

Per quanto riguarda il limite dei livelli di Thc nella canapa legale, secondo la legge 242/2016 deve essere inferiore allo 0,2% (come da regolamento europeo), con una tolleranza fino allo 0,6% a tutela degli agricoltori (in caso venga accertato che il contenuto di Thc sia superiore allo 0,6% l’autorità giudiziaria può disporre il sequestro o la distruzione delle coltivazioni). Dello stesso avviso è la circolare del 22 maggio emanata dal Mipaaf per quanto riguarda le piante di canapa coltivate in Italia, mentre per quanto concerne le piante di canapa importate (che devono sempre provenire dall’elenco di varietà riconosciute a livello europeo) il limite non deve superare lo 0,2%. Per quanto riguarda gli effetti psicoattivi del Thc, però, una sentenza della Cassazione ha fissato il valore massimo affinché la canapa non sia considerata stupefacente allo 0,5% (percentuale differente, seppur di poco, dallo 0,6% stabilito dalla legge 242/2016). “Un altro punto su cui in futuro – conclude Bulleri – si dovrà fare chiarezza”.

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