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Aggiornato: 27 min 36 sec fa

Non solo farmaci, i malati di tumore si curano anche con «terapie umane»

Lun, 06/03/2019 - 09:40

Disagio psicologico per 7 pazienti su 10, cosa si può far per arginarlo.

Paura, rabbia, angoscia, disturbi del sonno e della sfera emotiva. Ne soffrono praticamente tutti i malati di cancro, quando scoprono la presenza di un tumore e anche per molti anni a seguire. Sono circa 367mila gli italiani che ogni hanno devono fare i conti con una diagnosi oncologica, che inevitabilmente scuote l’esistenza dei diretti interessati e delle loro famiglie.Una ricerca italiana presentata oggi al congresso dell’Associazione Americana di Oncologia Medica (Asco) in corso a Chicago dimostra però che con il giusto sostegno psicologico e sociale si può fare molto e, concretamente, migliorare la vita delle persone.

7 malati su 10 mostrano segni di disagio

«Disturbi d’ansia e depressivi interferiscono in maniera significativa sia con l’adesione alle cure sia con la qualità della vita – commenta Giordano Beretta, presidente eletto dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (Aiom) -. Praticamente la totalità dei pazienti, e con loro i familiari, subisce uno choc emotivo al momento della diagnosi: rabbia, disperazione, angoscia prendono il sopravvento iniziale. E anche successivamente diverse statistiche hanno dimostrato che circa il 70 per cento dei malati mostra sintomi di disagio. Ma solo un terzo dei casi di disagio psichico grave viene riconosciuto, mentre la sofferenza psicologica dovrebbe essere rilevata subito, come avviene per i parametri vitali, al pari di temperatura corporea, frequenza cardiaca e respiratoria, pressione e dolore».Con un incremento degli interventi psico-sociali nei reparti di oncologia è però possibile migliorare in modo scientificamente misurato e rilevato la qualità di vita dei pazienti. E’ la conclusione a cui è giunto uno studio che ha coinvolto in totale 772 pazienti di 15 diversi reparti oncologici italiani, equamente distribuiti su tutto il territorio nazionale.

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Il giorno in cui il prosciutto è diventato rosa

Lun, 06/03/2019 - 08:00

E come il prosciutto è diventato inesorabilmente di quel colorino rosa spento.

Come siamo passati dai “magnifici pezzi di maiale gallico salato esportati fino a Roma” di cui si vantava Strabonio, geografo greco, al rapporto allarmante del Centro Internazionale di ricerca sul cancro (Circ) che classifica i salumi come “pericolosi per l’uomo”?

Lo studio in questione, pubblicato 2015, ha avuto l’effetto di un terremoto sul mondo dell’agroalimentare. Abbiamo appreso, leggendo le conclusioni dei ricercatori, che i salumi sono pericolosi per l’uomo come il tabacco e l’amianto.

In realtà, come sottolinea Guillaume Coudray nel suo libroCochonneries, comment la charcuterie est devenue un poison(edizioni La Découverte), non bisogna rinunciare a tutti i salumi. Basta semplicemente evitare quelli che sono cancerogeni.

Due additivi sono segnalati come i responsabili: il nitrito di sodio e il nitrito di potassio. Al giorno d’oggi le industrie sottolineano che il loro ricorso a questo trattamento chimico ha lo scopo di prevenire il rischio di botulismo, un’infezione alimentare provocata da una tossina presente in alcuni alimenti, tra cui la carne cruda, e ne giustificano l’utilizzo come eredità di una pratica millenaria.

Due argomenti rifiutati da Guillaume Coudray, che ha effettuato ricerche per rintracciare l’origine dell’utilizzo di salnitro (un sinonimo del nitrato di potassio) nella carne.

“Gli storici delle tecniche alimentari hanno provato che tradizionalmente si conservava la carne con sale marino, pepe, spezie. È molto più tardi, in epoca moderna, che abbiamo cominciato ad aggiungere additivi chimici, ed è ancora più tardi (con l’industrializzazione), che l’utilizzo è divenuto sistematico.”

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La discarica di Peccioli oltre a essere bella produce welfare

Lun, 06/03/2019 - 06:07

A Peccioli, un piccolo borgo di nemmeno 5mila abitanti che si staglia dall’alto di una collina sulla Valle dell’Era nella verde provincia di Pisa, esiste il più bell’impianto di smaltimento e trattamento di rifiuti d’Italia. Talmente bello da sembrare l’installazione di un artista islandese dal cognome impronunciabile; invece le statue antropomorfe giganti disseminate nell’impianto di smaltimento rifiuti (una sta sopra l’incubatore) sono state realizzate da un’azienda italianissima, Naturaliter, operante nel settore degli allestimenti museali. Le chiamano “le presenze”.

A Peccioli colossi come Mercedes girano spot pubblicitari e i marchi di lusso allestiscono shooting di moda, come quello voluto da How to Spend it,il magazine de Il Sole 24 ore. Modelle vestite di Gucci, Bulgari, Prada e Bottega Veneta in posa nella discarica.

L’impianto di Peccioli è uno dei più grandi della Toscana e produce tra i 7 e gli 8 milioni di euro all’anno di utili, investiti per lo più in welfare a beneficio del Comune e del territorio circostante: scuola, musei, centri educativi, strutture polivalenti, asilo nido, accademia musicale, centro fotovoltaico, parcheggio multipiano, piste ciclabili. E poi eventi e percorsi turistici che nel 2018 sono valsi al Comune la bandiera arancione, marchio di qualità turistico ambientale del Touring Club Italiano.  Si stima che l’impatto economico dell’impianto sul territorio sia di 20 milioni di euro, e il bilancio sociale del 2017 – anno in cui l’impianto ha compiuto 20 anni – è pubblico e consultabile qui.

Quotidianamente produce energia da fonti rinnovabili ottenute dal trattamento di circa mille tonnellate di rifiuti al giorno, vale a dire circa 300mila tonnellate l’anno di rifiuti che provengono dalle province di Pisa, Firenze, Prato e Massa Carrara.

Un esempio paradigmatico di come una realtà municipale possa farsi imprenditrice mediante una cittadinanza partecipe e direttamente coinvolta: il 64% di Belvedere, la S.p.A. che gestisce la discarica, è posseduto dal Comune, il restante 36% è in mano a 900 azionisti, dei quali oltre 500 sono cittadini residenti a Peccioli. Di più: la selezione dei dipendenti presso Belvedere (che ne conta oltre 100) riserva corsie preferenziali ai candidati che risiedono nel Comune o nei territori limitrofi, e per le famiglie più disagiate il Comune riserva un dividendo sociale.

A intraprendere l’iniziativa nell’aprile 1997 fu l’allora e più volte poi sindaco Renzo Macelloni, che vinse le titubanze iniziali dell’azienda Belvedere e chiamò a raccolta diverse università, sia italiane che straniere, a sostegno del progetto. Che tuttavia non piace a tutti.

I dubbi sul modello Peccioli

Secondo l’Antitrust quello di Peccioli sarebbe un Capitalismo municipale suscettibile di rischi: «in quanto azionista, l’ente locale condivida l’obiettivo di massimizzazione del profitto dell’impresa e possa eventualmente agire, non necessariamente per rappresentare e tutelare l’interesse collettivo inciso dall’attività dell’impresa, ma quello proprio di socio-amministratore». Tanto più che il Sindaco, ex Ad di Belvedere, rappresenta sia la figura di proprietario della Spa sia il garante che deve vigilare sui controlli. «Non ci sono problemi di incompatibilità», tranquillizza Macelloni, ma i dubbi rimangono, specie fra i comitati e le associazioni preoccupate per le possibili ricadute sulla salute dei cittadini dell’area limitrofa all’impianto di smaltimento. «La gestione dei rifiuti è ancora ai primordi»dice il consigliere di opposizione Davide Fabbri.  Mentre la differenziata nell’Unione Europea si attesta al 70%, nella Provincia di Pisa solo il 38% dei rifiuti è sottoposto a differenziata e c’è chi, all’opposizione, sostiene che la presenza della discarica di Peccioli disincentiverebbe la pratica della differenziata. Intanto le indagini degli ultimi anni hanno portato alla luce 45mila tonnellate di scarti di cartiere e depuratori altamente tossici sversati nei campi come fertilizzante, con 20 aziende coinvolte e 59 persone indagate tra dirigenti e consulenti commerciali. Fanghi usati come fertilizzanti che hanno inquinato il suolo con la complicità di consorzi e Spa toscane.

Comunque, finché Belvedere non figura nel registro degli indagati, è lecito ritenere che il Comune di Peccioli sia un modello virtuoso da imitare, e in fretta.

Immagine di copertina di LigaDue

Come si respira in città? Te lo dice il vaso intelligente!

Lun, 06/03/2019 - 03:40

Dal 2018 i ragazzi di Wiseair sono una delle start up italiane più premiate. Hanno inventato un vaso da giardino, una fioriera, “smart”, intelligente, capace grazie a un sensore di monitorare la qualità dell’aria. Chiunque potrà avere un vaso Wiseair sul proprio balcone e sapere che aria sta respirando in quel momento e in quella specifica zona.
Un grande grande progetto.
Nel video interviste a Carlo Alberto Gaetaniello e Paolo Barbato, creatori e fondatori di Wiseair e Valentina Scozia, Wiseair Ambassador.

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“Patti chiari, collaborazione lunga”: così si recuperano spazi pubblici

Lun, 06/03/2019 - 02:20

I cosiddetti Patti di collaborazione, tra enti pubblici e associazioni o cittadini, stanno diventando una modalità sempre più diffusa per la cura e il recupero di edifici e spazi pubblici.

E sempre più Comuni hanno deciso di trovare una modalità per far funzionare queste collaborazioni: a Torino un Regolamento che le disciplina è stato approvato da pochi mesi (fine gennaio 2019) e già sono partiti diversi progetti (qui si può scaricare la brochure in pdf).

Il Regolamento (qui il pdf) va a disciplinare così la collaborazione tra cittadini e pubblica amministrazione per mantenere e migliorare i “beni comuni” (senza scopo di lucro) e prevede per i contribuenti e per le imprese che si vogliono impegnare in questa attività esenzioni e agevolazioni su canoni e tributi locali.

Viene anche offerto, nei limiti delle risorse disponibili, il comodato d’uso (che per definizione è gratuito) sulle attrezzature e i materiali di consumo necessari per lo svolgimento delle attività.

Tra i beni “materiali e immateriali” e anche “digitali” (una novità per questo tipo di collaborazioni) oggetto di possibile intervento, figurano tutte le aree verdi, dai giardinetti alle rotatorie, spazi spesso abbandonati o degradati che potrebbero invece contribuire a migliorare la qualità ambientale, sociale, estetica e di salute dei quartieri cittadini.

Questa modalità potrebbe essere una delle molte strade da percorrere, partendo dal riconoscimento che nelle nostre città c’è bisogno di verde, c’è bisogno di cura, di trasparenza e anche di collaborazione e un modello che corrisponda a questi requisiti, se funziona, potrebbe essere un percorso valido con vantaggi per tutti.

Ma come funziona operativamente?

Il Regolamento prevede la possibilità di presentare le proposte, da parte di singoli o associazioni, attraverso la predisposizione di una minima “progettualità” e la compilazione di un modello scaricabile dal sito web. Le proposte, che devono riguardare un elenco di immobili e spazi pubblici coinvolti periodicamente aggiornato, vengono vagliate e, se accettate, vengono definite anche le forme di sostegno che possono essere offerte dal Comune.

 Queste possono consistere in:

  • esenzioni o agevolazioni in materia di canoni e tributi locali, che il Comune potrà disporre di volta in volta per ogni specifico patto;
  • materiali di consumo necessari alle attività e dispositivi di protezione individuale, dati in comodato d’uso;
  • formazione e affiancamento da parte di dipendenti comunali;
  • altri vantaggi economici che il Comune può disporre a favore dei cittadini attivi quali l’uso a titolo gratuito di immobili di proprietà comunale, o l’attribuzione al Comune delle spese per utenze e per manutenzioni, ecc.

A seguito dell’accettazione da parte del Comune della proposta viene “siglato” il vero e proprio patto, che disciplina puntualmente oggetto degli interventi, modalità, durata e responsabilità.

Quest’ultima, forse la parte più complicata da definire, viene trattata all’interno di uno specifico capitolo, dove si entra nel merito anche della prevenzione dei rischi: i dispositivi di protezione individuale (DPI), le responsabilità di supervisione e le coperture assicurative.

I Patti stipulati vengono pubblicati on line sul sito e sono così consultabili da tutti; ad oggi sono già 11 i progetti attivati su giardini, piazze, chiese e monumenti. I modelli di proposta sono scaricabili anch’essi in modo che tutti coloro che vogliono impegnarsi e collaborare possano avere un canale di accesso facile ed uno strumento percorribile per dare un contributo fattivo al mantenimento e alla cura della propria città.

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Ai bambini dovremmo insegnare a mordere la frutta (e a schifare la plastica)

Dom, 06/02/2019 - 21:30

Perché il progetto Frutta nelle Scuole può essere migliorato, tornando a insegnare ai bambini che un frutto imperfetto potrebbe essere anche più buono

  • Il progetto del Ministero fornisce ai bambini frutta lavata, tagliata, addizionata di antiossidanti, e porzionata in mini sacchetti di plastica 
  • Le istituzioni dovrebbero orientare i bambini ad un mondo migliore e alla salvaguardia dell’ambiente, non a produrre ancora più plastica e rifiuti
  • I bambini dovrebbero essere educati all’integrità dei frutti, a morderli, a comprenderne la stagionalità

Parte anche quest’anno, a poche settimane dalla fine dell’anno scolastico, il progetto “Frutta nella Scuole”, del MiPAAFT (Ministero delle Politiche agricole, alimentari, forestali e del turismo) in partnership con il Ministero della Salute, il Ministero dell’istruzione e l’istituto sperimentale CREA.

Lo scorso anno scolastico gli istituti scolastici che hanno già fornito la propria adesione e quindi ricevuto la frutta per i propri studenti sono stati circa 2.900, corrispondenti a più di 1,2 milioni di alunni. Di questi, 960.000, sono stati coinvolti nelle distribuzioni regolari (dati diffusi dal sito del progetto).

Quest’anno, dal 21 maggio 2019, sul sito del progetto è possibile aderire all’iniziativa iscrivendosi come scuola e quindi ricevere la frutta la mattina, direttamente davanti l’edificio scolastico mediante la rete delle aziende che hanno vinto il bando ministeriale per partecipare al progetto.

Ma a prescindere dal ritardo della partenza, entriamo nel merito del progetto.

Il cortocircuito tra finalità e modalità

Come possiamo leggere dal sito istituzionale, il progetto “è destinato alle scuole ed individua negli alunni delle scuole primarie di età compresa tra i 6 e gli 11 anni i destinatari che vi partecipano a titolo completamente gratuito”.

Segue, sempre sul sito, “l’obiettivo è quello di incoraggiare i bambini al consumo di frutta e verdura e sostenerli nella conquista di abitudini alimentari sane, diffondendo messaggi educativi sulla generazione di sprechi alimentari e sulla loro prevenzione”.

Continua a leggere su NNJAMARKETING.IT di Eliana Glielmi

Miloud e la Fondazione Parada

Dom, 06/02/2019 - 17:00

È il 1989 quando cade il regime di Ceaucescu in Romania.

La situazione del Paese è sempre più caotica. Nel 1992 un servizio alla televisione francese racconta la drammatica situazione dei bambini abbandonati da famiglie disastrate, fuggiti dagli orfanotrofi, che vivono a Bucarest lungo i canali sotterranei che portano il riscaldamento nella città. Sono migliaia – una stima parla di 3000 – e sopportano i morsi della fame sniffando l’Aurolac, uno smalto colloso per la verniciatura contenente solventi con effetti allucinogeni.

A guardare quella trasmissione c’è un ragazzo di 20 anni, franco-algerino; si chiama Miloud Oukili e non ci dorme a pensare a quei ragazzi con gli occhi vuoti a causa della droga, invisibili al mondo. E decide di fare qualcosa, di partire per conoscerli e magari trovare un modo per aiutarli.

Li trova subito, dopo un viaggio in treno da Parigi: quando scende alla Gare du Nord di Bucarest sono lì che chiedono l’elemosina, lo avvicina una ragazzina di 12 anni che gli si offre come prostituta per i pochi soldi che le permettano di comperare la colla.

Dentro la valigia Miloud ha pochi vestiti ma un sacco di attrezzi da clown, un organino e nasi rossi. Non sa una parola di rumeno e allora chiede ai bambini di insegnargli la loro lingua, in cambio lui insegnerà loro la clownerie.

Si legge nel sito della Fondazione Parada nata nel 1996:
“Il clown è lì per ridere di ogni miseria, per seppellire le paure, per spegnere il dolore. Miloud Oukili non è un educatore né un sociologo. È un saltimbanco, fiero di essere tale. Ha messo in gioco la sua tenerezza, il suo amore per lo spettacolo, il gusto del riso per esorcizzare la paura. Così ha saputo farsi accettare da chi ha alle spalle storie difficili e diverse, ha ricreato con i suoi ragazzi una famiglia, senza orari né obblighi.
«Attraverso lo spettacolo i ragazzi imparano a prendersi in giro, a rispettare gli altri, ad acquisire il senso di responsabilità, a prendere contatto con il mondo esterno – afferma – Hanno un ruolo, quello di divertire il pubblico, e una storia da raccontargli. Lo fanno con abilità e destrezza, con la capacità dei veri artisti».
Qualcuno ha trovato un lavoro, tutti imparano a leggere e scrivere, a parlare una lingua meno essenziale di quella della strada, imparano a dare, a capire che tutto si guadagna, che bisogna lavorare per vivere. Che si può vivere… e ridere… e suscitare un sorriso. Clown del mondo nel circo della vita”.

Con i proventi degli spettacoli e le donazioni la Fondazione Parada organizza un centro diurno che accoglie i ragazzi e propone corsi di qualificazione al lavoro, una decina di appartamenti dove i ragazzi vivono in comunità, un pulmino che gira la notte per la città offrendo soccorso e intessendo rapporti con i ragazzi che ancora diffidano del progetto.

Dal 2010, inoltre, è attiva una collaborazione con la Fondazione ACCOR (primo operatore mondiale nel settore alberghiero) che non solo facilita l’inserimento lavorativo dei giovani, ma prevede un programma informativo per i gestori degli alberghi e i loro dipendenti sulle problematiche legate alla vita in strada.

Un naso rosso: a volte basta solo un naso rosso contro l’indifferenza.

Immagine di copertina: Fonte www.parada.it

Zero Waste lancia la sfida: diciamo no agli alimenti imballati in plastica per una settimana

Dom, 06/02/2019 - 15:30

Diciamo no alla plastica monouso e agli alimenti avvolti dalla plastica

Che dite ragazzi ci possiamo riuscire? La rete Zero Waste Spain ci invita tutti a non acquistare prodotti alimentari sono imballati nella plastica. Dal la 3 al 9 ribelliamoci alla plastica e aderiamo alla campagna #boicotalplastic, del resto vi assicuro che si possono acquistare ottima frutta e verdura anche senza imballaggio di plastica.

E per tutti gli altri alimenti? Forse per una settimana possiamo rivolgerci ai negozi che vendono lo sfuso (si trova anche in diversi supermercati): pasta, riso, caffè e cereali possono essere tranquillamente acquistati anche in imballaggi alternativi. L’acqua? Se proprio non vogliamo quella del sindaco, proviamo con in vetro a rendere. Fate la lista della spesa e non cedete ad acquisti impulsivi, portatevi la vostra sporta, zaino e altri contenitori: vedrete che difficilmente troverete negozianti che faranno difficoltà a riempire i vostri contenitori.

Altra cosa, approfittate di questa settimana per acquistare più ingredienti e meno prodotti processati e già trasformati: non ci stanchiamo di ripeterlo, cucinare allunga la vita!

Pronti quindi ad affrontare la settimana senza plastica?

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Leggi anche 282 Comuni verso l’azzeramento dei rifiuti

Australia non è la patria serpenti più letali

Dom, 06/02/2019 - 12:35

La ricerca dimostra che rischio morsi e morte è minimo. Contrariamente alle paure di molti turisti, l’idea che l’Australia sia la patria dei serpenti più letali del mondo, secondo gli esperti, è solo un mito. Il rischio di essere morsi e di morire è infatti molto più alto in Asia, Africa e Sud America. L’erpetologo Ruchira Somaweera dell’ente nazionale di ricerca Csiro, scrive sul sito dell’organizzazione che il mito è nato alcuni decenni fa ed è partito da uno studio sui livelli relativamente alti di tossicità misurati in specie australiane come il serpente bruno e il serpente tigre.

Lo studio tuttavia non includeva alcuni dei serpenti ben conosciuti e altamente pericolosi di altri paesi, e soprattutto aveva scarsa rilevanza per l’impatto sugli esseri umani. “Se si guarda al numero di persone che effettivamente muoiono in Australia ogni anno da morsi di serpenti, i tassi sono minimi rispetto ad altre parti del mondo”, scrive Somaweera. “Fattori come la qualità degli antiveleni e dei nostri servizi paramedici e la conoscenza generale del pronto soccorso, sono di alto livello in Australia e questo contribuisce al numero minimo di morti umane”, aggiunge.

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Non solo hamburger: se volete salvare il pianeta, mettete meno avocado sui vostri toast

Dom, 06/02/2019 - 09:00

La società svedese Doconomy ha realizzato la prima carta di credito che registra le emissioni prodotte dai nostri acquisti. Ogni cosa che compriamo ha un impatto, a partire dal cibo. E non vale solo per i carnivori: anche i vegani hanno le loro colpe

L’idea arriva da una società fintech svedese, Doconomy. La prima ad aver realizzato una carta di credito, DoBlack, che non ha un limite massimo di spesa, bensì di emissioni di anidride carbonica prodotte con i nostri acquisti. Doblack tiene il conto dell’impatto ambientale ogni volta che compriamo qualcosa. E oltre una certa soglia, ci blocca. Dagli avocado alle bistecche, dalle banane agli snack, fino ai viaggi in aereo e ai rifornimenti di benzina, non solo i carnivori, anche vegetariani e vegani scopriranno così di inquinare molto più di quanto pensassero.

Basta scaricare la app Do per vedere rendicontata, con l’uso dell’Aland Index, la nostra impronta di carbonio sul pianeta ogni volta che facciamo shopping. Una volta raggiunto il limite massimo di emissioni, in linea con gli obiettivi di dimezzamento per ciascun Paese entro il 2030, la carta ce lo ricorderà. Anzi, se si sceglie la versione più “rigida” (DoBlack), gli acquisti verranno addirittura bloccati. Realizzate in collaborazione con MasterCard e con il segretariato della Convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, le carte di credito – che saranno in commercio dall’estate 2019 – sono fatte di materiali di origine biologica, senza striscia magnetica e stampate con Air-Ink, un inchiostro realizzato con la fuliggine di carbone prodotta dallo scarico delle automobili.

«Limitare la possibilità di eseguire transazioni è una scelta estrema. Ma è la soluzione più chiara per illustrare la gravità della situazione in cui ci troviamo», ha spiegato Johan Pihl, tra i fondatori di Doconomy. «Dobbiamo affrontare il modo in cui i consumi impattano sul nostro pianeta».

Dobbiamo affrontare il modo in cui i consumi impattano sul nostro pianeta

Johan Pihl

Ogni cosa che mettiamo nel carrello, insomma, ha un impatto sul pianeta. A partire proprio da quello che mangiamo. Secondo un recente rapporto della rivista medica Lancetcommissionato da Eat Forum, la produzione alimentare è «la più grande causa di cambiamento ambientale globale». E con la popolazione mondiale in continua crescita, è «il principale fattore di degrado ambientale».

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Gli strani casi dell’animo umano: “I sollevatori di tergicristalli”

Dom, 06/02/2019 - 02:12

Nei meandri dell’animo umano, una manifestazione dell’agire su cui da sempre si arrovellano i migliori specialisti (psicologi, psichiatri e carrozzieri) è l’annosa questione dei sollevatori di tergicristalli.

Eminenza grigia del mondo contemporaneo – nessuno ne ha mai visto uno nell’esercizio delle proprie funzioni – si dice abbia il compito di ergere i tergicristalli di alcune auto scelte. Segnatamente – pare – quelle parcheggiate in stile non ortodosso.

Ma cosa passa per la testa di questo ardito vendicatore mascherato? È uno di noi, sotto mentite, invisibili spoglie? Viene, invece, da altri mondi? Agisce da remoto? È in missione per conto di Dio? (cit.)  O, forse, invece, il messaggio è tutt’altro e siamo vittime di un abbaglio collettivo, di un agghiacciante equivoco?

Suspense… 
Suspense

Vediamo, allora, possibili interpretazioni psicologiche, sottotesti, alternative ugualmente plausibili, in un “decalogo in nove punti” (semi-cit.) assolutamente inefficace a giungere ad alcuna conclusione:

1) Il sollevatore di tergicristalli le cose le sa. E ti avverte. La prossima volta, un’entità oscura e crudele – che apparirà sotto forma di carro attrezzi – ti punirà. Salvati, prima che sia troppo tardi.
#convertitifratello #penitenziàgite 

2) Il sollevatore di tergicristalli le cose le sa. E conosce anche i tempi della burocrazia cittadina. Sarà lui stesso, quindi, a passare alla fase successiva: qualsiasi cosa significhi.
#velateminacce #mancotantovelate

3) Il sollevatore di tergicristalli non esiste. È l’automobile “in persona” ad alzare i braccini al cielo invocando acqua. (In effetti: ma chi ha mai capito da dove si metta l’acqua nella Smart? Ah, ci vuole l’acqua? Ma pensa…) #scusatesonobionda

4) Un passante, garrulo, nota con piacere quanto l’automobile parcheggiata sull’angolo e col muso in mezzo alla carreggiata regali a questa città prevedibile e geometrica quel pizzico di asimmetrica, artistica sorpresa. Festoso, solleva i tergicristalli al cielo per contribuire all’allegria generale, accenna due passi di danza e, canticchiando, se ne va.
#lottimismoèilsaledellavita #lagiornatamondialedelbicchieremezzopieno

5) E’ un’installazione

6) In ognuno di noi si nasconde un sollevatore di tergicristalli. Guardati allo specchio, racconta a te stesso e al mondo la verità. Non tenere per te questo oscuro segreto che ti divora dall’interno. Hai bisogno di aiuto? Chiama il n. verde 800 ecc ecc ecc.
#outing

7) È colpa dei sollevatori di tergicristalli immigrati che vengono a rubare il lavoro ai sollevatori di tergicristalli italiani.
#nocomment
#quandoceraluisidormivaconitergicristallisuiparabrezza

8) È appena passata una decappottabile decisamente scoperta. L’auto non riesce a nascondere la propria eccitazione. #anchelemacchinehannouncuore
#chiamiamolocuore

9) Il sollevatore di tergicristalli è un uomo meschino. Invece di lasciare a chi di dovere il compito di verificare una eventuale infrazione del codice della strada, si erge lui stesso – come i tergicristalli – a giudice.

Un tergicristallo alzato – oltre a quel briciolo di inquietudine sul momento – non provoca alcuna educazione né cambio di mentalità nel cosiddetto “trasgressore”.
Solo un pizzico di inutile fastidio.
Piccolo e volatile, come l’animo di chi ha voluto provocarlo.

#nonprovatearifarloacasa #salvateivostribambinidaigesticheprovocanomalumore

Photo by Charles Loyer on Unsplash

Per comprare in Europa servono 15 anni di stipendi, in Italia 12: Parigi e Londra le più care

Sab, 06/01/2019 - 21:30

Dal 2012 i prezzi delle case nelle principali città europee sono cresciuti a dismisura, in modo più che proporzionale rispetto al reddito della popolazione, per la quale si allunga sempre più il periodo in cui riesce a ripagare l’acquisto di un immobile. È quanto afferma uno studio di Moody’s che identifica in Parigi, Amsterdam e Londra le città in cui il potere d’acquisto dei cittadini è diminuito di più. In particolare, nelle tre metropoli, a un individuo servono più di 18 anni di reddito disponibile per comprare un immobile di taglia media (senza contare il ricorso al mutuo): rispettivamente 22 anni, 18,7 e 18,3.

In media, in Europa, lo stesso dato si attesta attorno a 15 anni, mentre Roma e Milano, le due grandi città italiane prese in considerazione dal rapporto, risultano meno onerose della media: 12,1 anni nella capitale e 11,8 nel capoluogo lombardo.

Nel 2005-2007 bastavano tre anni in meno
Nel 2005-2007, ricorda Moody’s, servivano tre anni in meno, cioè 12 anni di reddito disponibile, per comprare un appartamento di taglia media in Europa. La grande città oggi meno esigente in materia è Lisbona con 11,5 anni. Un po’ sopra i 14 anni si situano Dublino, Berlino e Francoforte. A incidere su questi valori sono, del resto, sia gli stipendi, sia i prezzi degli alloggi. Ad Amsterdam, ad esempio, il reddito disponibile risulta medio di 17.500 euro l’anno, uno dei più bassi del panel, contro le 24.600 sterline di Londra (28mila euro circa) e i 36.300 euro di Parigi. Milano e’ a 21.400 euro circa e Roma a 17.800, mentre Francoforte e’ a 23.500 e Lisbona si ferma a 16.700 euro. L’altra variabile è il prezzo a metro quadro, che va dai 9.500 euro medi di Parigi ai 2.750 di Lisbona, passando per le quasi 6.600 sterline di Londra, i 4.850 euro di Francoforte, i 3.600 di Milano e i 3.065 di Roma. Morale: se si vogliono comperare 70 metri quadri sulle rive del Tamigi, bisogna disporre in media di 460mila sterline (oltre 520mila euro) e per prendere la stessa casa nella Ville Lumiere ci vogliono la bellezza di 665mila euro. Se poi ad Amsterdam ne servono 383mila circa, meglio optare su Lisbona, dove ne bastano meno di 193mila euro. Oppure sulle città italiane: per gli agognati 70 metri quadri a Roma sono necessari in media 214.500 euro, qualcosa in più a Milano (253 mila).

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Ecco la SF90 Stradale: la prima Ferrari ibrida

Sab, 06/01/2019 - 15:30

Dalla Formula 1 alla strada: Ferrari ha presentato la SF90 Stradale, la prima vettura ibrida di serie della storia del Cavallino. Con la stessa tecnologia utilizzata da Vettel e Leclerc è nato il modello che celebra i 90 anni di vita della scuderia. Motore da 8 cilindri a V di 90° e tre propulsori elettrici (due all’anteriore e uno, MGUK, al posteriore).

Si arriva a 1000 cv, potenza record per un vettura molto estrema. Prezzo ancora top secret, ma dalle prime indiscrezioni il valore dovrebbe essere di circa 600mila euro

Fonte immagine: SPORTMEDIASET.IT

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Il padre che indica l’altrove

Sab, 06/01/2019 - 15:00

Gli interessanti tempi che viviamo hanno delocalizzato, giustamente, anche le feste: la Germania festeggia quella del papà il 30 maggio, giorno dell’Ascensione. Sebbene io sia altrove, i fruitori della paternità rimangono i figli, per cui la calendarizzazione delle feste spetta a loro che sono nella capitale tedesca e da Berlino mi arrivano gli auguri in questa data.

“Cosa resta del padre?”, chiedeva il titolo di un libro dello psicanalista Massimo Recalcati, nell’epoca della evaporazione dei canoni che hanno tenuto assieme l’ideale della famiglia tradizionale. Essendo impossibile decontestualizzarsi e tirare un giudizio sul proprio ruolo nel presente o avere una reale visione d’assieme di sé stessi nel mondo mentre lo si vive, ha forse senso ascoltare il riverbero dei classici. “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre verso il paese che io ti indicherò” prescrive il Signore ad Abramo e, mentre comanda e consacra la legge del più profondo distacco, chiama l’uomo al nietzschiano diventare ciò che si è – “[Nell’ebraico biblico] ’Vattene’ si scrive, infatti, Lech lechà, che però, suddividendo le sillabe che lo compongono Lech le-chà, significa anche ‘Vai verso te stesso!’”.

La figura del padre è evaporata ma la fisica ci insegna che si tratta solo di un cambio di stato energetico del sistema, al quale bisogna far seguire un riadattamento. I vincoli delle necessità sociali sono sostanzialmente caduti, ora sta agli uomini fare la loro parte, nudi di ogni istituzione. La parola del padre rimarrà sempre traumatica, non smarrirà mai la sua natura di censura, anche di scandalo, perché per portare i figli a conoscere il desiderio – vero obiettivo del papà –, a esplorare il senso liminare delle cose, a camminare sul loro confine sentendo il brivido del terrore di oltrepassarlo, scoprendo con il tempo la tecnica opportuna a tenere l’equilibrio necessario a percorrerlo, per fare tutto ciò è richiesto l’aiuto di chi sia parte di un nucleo familiare anche nella sua assenza. È necessario fornire un chiaroscuro più che una luce, una vena eretica più che un esempio costante di integrità, perché il desiderio che va iniettato nel sangue acerbo dei figli è un veleno, sublime e mortale come ogni tossina, di cui il padre deve essere pronto a pagare le conseguenze, morendo egli stesso. Fu forse un caso, ma mi piace pensare non lo sia stato del tutto, se la mia prima figlia sostava nella pancia della sua mamma mentre eravamo, nel deserto marocchino, ospiti dei Tuareg, il cui spirito temporaneo alla vita, il cui approccio imperfetto ed immaginifico al mondo possono ritenersi esemplari in questa costante ed errabonda ricerca del sé che il padre deve generare nei suoi piccoli.

Durante l’ultimo saggio di pianoforte di uno dei miei figli, uno tra i cinquanta ragazzini chiamati sul palco a eseguire i pezzi più disparati – da Chopin al jazz di Take Five – ha fatto ascoltare un estratto della Nona Sinfonia di Beethoven. Al termine, dopo gli applausi, il maestro ha chiosato così: “Questa è la musica che ci insegna la libertà”. È la sete inestinguibile di quella bellezza ciò che il padre deve instillare come ponte verso l’altrove e, in questa funzione, il suo ruolo è vivo oggi come ai tempi di Ulisse e Telemaco. E, come allora, richiede l’insegnamento sia della tenerezza che della violenza cruenta della sfida finale contro i Proci. Quelle sfide, infatti, non sono tramontate. Esse ancora risuonano con le parole di Schiller, nel quarto movimento dell’opera di Beethoven: “Abbracciatevi, moltitudini! / Questo bacio vada al mondo intero! / Fratelli, sopra il cielo stellato / deve abitare un padre affettuoso”

Fonte immagine copertina: Wikipedia

Com’è fatto il nuovo parco divertimenti di Star Wars

Sab, 06/01/2019 - 12:15

In realtà sono due, quasi identici, uno in Florida e uno in California: il primo è stato presentato in questi giorni.

In questi giorni è stata presentata “Galaxy’s Edge”, un’enorme sezione del parco divertimenti Disneyland, di Anaheim, in California, dedicata a Star Wars. La sezione sarà aperta al pubblico da domani, venerdì 31 maggio; e il 29 agosto aprirà una sezione praticamente identica nel parco Disney World di Orlando, in Florida. Ognuna delle due sezioni è grande più di 50mila metri quadrati ed è costata circa un miliardo di dollari. La Disney iniziò a lavorarci dal 2012, dopo aver comprato, per quattro miliardi di dollari, la Lucasfilm, la società che possedeva i diritti per i personaggi e le storie di Star Wars.

In entrambi i parchi ognuno degli oltre 1.500 dipendenti interpreta un personaggio con una sua storia nella galassia di Star Wars. Ci saranno due attrazioni (una già attiva, l’altra pronta a fine anno) e si potranno costruire e portare a casa droidi e farsi fare, pagando 199 dollari, la propria spada laser. Ci sono poi negozi (che vendono più di 700 oggetti, la maggior parte dei quali disponibili solo nei parchi), negozi di abbigliamento (che permettono di comprare e indossare abiti a tema), ristoranti (in cui è possibile bere il famoso latte blu di Star Wars) e la possibilità, anche attraverso un’app, di vivere un’esperienza immersiva e profonda, scegliendo per esempio di aderire al Primo Ordine o alla Resistenza, i cattivi e i buoni.

Per far capire quanto Disney punti su Galaxy’s Edge basta dire che il 29 maggio, alla presentazione ufficiale, c’erano il CEO Bob Iger, George Lucas (regista dei primi film) e gli attori Billy Dee Williams e Mark Hamill. L’attrazione centrale del parco è il Millennium Falcon, la più famosa astronave di Star Wars. Come ha scrittoVulture: «C’è stato un problema: il Millennium Falcon non si accendeva. Per fortuna tra il pubblico c’era uno che poteva risolvere il problema: Harrison Ford». Quindi, oltre a tutti gli altri, c’era anche l’attore che ha interpretato Han Solo, comandante del Millenium Falcon, che nell’accendere la replica del Millenium Falcon in mezzo a Galaxy’s Edge ha anche ricordato Peter Mayhew: l’attore morto pochi mesi fa, noto per aver interpretato Chewbecca, grande amico di Han Solo.

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Banconote più resistenti e “vegane”

Sab, 06/01/2019 - 11:51

Nel 2016 la Bank of England si scusò perché nelle cinque sterline erano state trovate tracce di grasso animale. Adesso arrivano le nuove banconote da 100 e 200 euro sono anche vegane:  dalla Banca Centrale Europea hanno fatto sapere che i tagli entrati in circolazione non contengono prodotti di origine animale.

Sono al 100% in fibra di cotone, esattamente come tutte le altre banconote cartacee stampate e in circolazione nei 19 Paesi dell’Eurozona.  La composizione chimica della moneta unica è stata scelta per rispettare l’ambiente, con un’attenzione particolari per le materie prime utilizzate, annuncia la Banca Centrale Europea.

I nuovi tagli delle banconote da 100 e 200 euro messi sono infatti più resistenti, soprattutto per contrastare i tentativi di contraffazione. E soprattutto non contengono tracce di grasso animale.  Nel 2016 ci fu, infatti, una protesta contro la Bank of England quando l’Istituto che stampa la sterlina aveva confermato la presenza di sego,  grasso animale ricavato soprattutto dai bovini, nelle cinque sterline.

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Spiagge senza plastica in Toscana: accordo di 900 stabilimenti balneari

Sab, 06/01/2019 - 09:00

Novecento stabilimenti balneari, lungo circa 230 km di costa, dal confine con la Liguria al Nord a quello con il Lazio al Sud, diranno addio già a partire dall’estate 2019 a piatti, bicchieri, cannucce e posate monouso per far posto a quelle biodegradabili o biocompostabili, già presenti in commercio.

La Regione Toscana, infatti, ha di fatto anticipato gli obiettivi della Direttiva europea, che ha avuto nei giorni scorsi anche l’ok del Consiglio Ue, e che diventeranno effettivi a partire dal 2021.

Gli articoli di plastica monouso rappresentano numericamente circa la metà dei rifiuti marini rinvenuti sulle spiagge europee, provocando gravi danni all’ambiente, all’ecosistema e alla fauna marina, ma anche alle attività produttive come turismo, pesca e trasporto marittimo.

Regione e associazioni di categoria (Confesercenti, Confcommercio, Cna Toscana, Confartigianato, Confindustria, ma altre sigle si aggiungeranno anche in un secondo momento, trattandosi di un protocollo aperto) firmeranno nei prossimi giorni un’intesa che metterà da subito le stoviglie monouso al bando, comminando sanzioni in caso di irregolarità: l’accordo, che prende il nome di “Spiagge sostenibili”, vedrà anche la firma di Anci Toscana e conterrà un percorso per recepire in una legge regionale le disposizioni della direttiva europea sull’economia circolare, e indicazioni per attività di comunicazione e di sensibilizzazione rivolte a utenti e fruitori degli stabilimenti balneari per un comportamento corretto e rispettoso. Saranno anche installati contenitori per la raccolta differenziata anche nelle spiagge libere.

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Ci pensi tu a distruggere la tua vita o ti fai aiutare da qualcuno?

Sab, 06/01/2019 - 07:00

Sei capace di prendertela un po’ con la tua esimia persona?
La rivolta del ’68 ci ha dato il diritto filosofico di liberarci dal senso di colpa, ci ha fatto scoprire che il nostro disagio aveva cause sociali e culturali, ci ha insegnato l’uguaglianza, ci ha dato la forza di accusare il potere per le ingiustizie delle quali siamo vittime.
Ok! Idee sacrosante. Però adesso dobbiamo renderci conto che abbiamo stortato un po’ troppo il bastone dall’altra parte e che necessita resettare il nostro modello mentale.
Quello che mi stupisce spesso, parlando con persone depresse o insoddisfatte, è che dopo un po’ ti sanno dire per filo e per segno qual è il loro problema e generalmente viene fuori che sanno benissimo come uscirne.
Ma non lo fanno.
Nel mondo c’è il grande problema dei malvagi, guerrafondai, corrotti, sfruttatori, e molti hanno le vite distrutte da questo orrendo stato di cose, non hanno nulla, neppure le possibilità di cambiare; ma incontro centinaia di persone che nonostante le ingiustizie hanno un reddito decente, cultura, capacità, idee e conoscenze e che nonostante questo non riescono a uscire dal loro brodo.
Credo che sia importante fotografare questa situazione e accorgersi che il problema sta nella RESISTENZA AL CAMBIAMENTO.
Suppongo che ti piaccia ricevere un massaggio. Ma se in questo momento arrivasse una persona simpatica e ti dicesse: “Vuoi che ti faccio un massaggio ai piedi?” Tu risponderesti di sì?
Molte persone si troverebbero a disagio. È difficile per molti accettare di ricevere piacere.
Milioni di persone guardano la tv insieme ma a pochi viene in mente di prendere in mano il piede dell’altra persona per accarezzarlo.
Potresti farlo ma non lo fai.
Questa questione fa il paio con un’altra: stare male, incazzarsi, preoccuparsi, non è poi così male. Ammettiamolo, c’è un certo perverso piacere. Credo che questo fatto abbia origine nella nostra memoria genetica.
Noi siamo predisposti per affrontare situazioni di emergenza. Quando eravamo scimmiette sugli alberi dovevamo affrontare momenti terribili per sfuggire ai predatori. E questo provocava enormi scariche di adrenalina e tutta una serie di violenti sbalzi di pulsazioni, pressione, irrorazione sanguigna, istantanei cambiamenti muscolari e nervosi. Sfuggire a una tigre necessita uno tsunami interiore, mentale e fisico, che permette di tirar fuori tutte le potenzialità, tutta la forza.
Siamo costruiti per affrontare pericoli pazzeschi e se non usiamo questa funzione stiamo male. Il nostro corpo trova il proprio equilibrio nella molteplicità delle esperienze per le quali è programmato e se non viviamo una parte delle situazioni per le quali siamo programmati siamo squilibrati.
Potremmo spiegare in questo modo la passione umana per situazioni che riproducono in modo artificiale l’ansia, la paura, la contrazione, l’esplosione energetica, tipiche di uno scontro nella giungla selvaggia. Guardare film di terrore, fronteggiare un’armata di cavallette corazzate in un videogame, giocare d’azzardo, andare alla partita come se si andasse in guerra, sono pratiche che ci servono a riprodurre lo stato “guerriero”.
Una cosa che mi è sempre apparsa strana è che nelle mie ripetute crisi di emorroidi la cosa che mi fa stare meglio, più dello yoga, del camminare o di un massaggio, è entrare in Unreal Tournament e devastare le armate delle cavallette con un fantastico lanciamissili rosso.
E sospetto che anche altre pratiche esistenziali abbiano alla loro origine l’esigenza innata di vivere situazioni di scontro che inducono stress e malanimo (perché quando ti scontri con la tigre DEVI essere incazzato). Potremmo elencare in questa categoria anche il tenere il muso, rompere i coglioni agli altri, fare il bastian cuntrari, stare lì a rodersi. Stare lì a rodersi deriva in particolare dalla rottura di palle che sperimentavano i nostri antenati quando dovevano restare ore appostati sotto le frasche, immobili, ad aspettare che passasse un topolino per acciuffarlo e addentarlo.
Credo che l’unico lenitivo di questo disagio ancestrale siano le grandi imprese.
Visto che affrontare situazioni stressanti è necessario per il nostro equilibrio psichico, tanto vale utilizzare questo sovraccarico periodico di energie per realizzare qualche cosa di utile: le persone che hanno un grande sogno e che si impegnano (e rischiano) per realizzarlo sono mediamente meno dedite a pratiche inutilmente rissose e autocommiseranti e sono mediamente più disponibili a vivere esperienze piacevoli.
Ma quel che vedo è che le persone hanno raramente voglia di buttarsi in grandi imprese.
La paura di fallire è un’altra grande fonte di resistenza all’intraprendere progetti colossali e i rischi che ne discendono.
Sono anni che propongo a decine di persone di mettersi assieme per realizzare qualche cosa e sono anni che vedo persone fuggire.

Nel 1981 passai un paio di mesi a discutere con un gruppo di amici che erano anche vicini di casa, sulla possibilità di mettersi a fare qualche cosa di veramente pazzesco. Dopo tante parole decidemmo di fondare un centro culturale, quello che successivamente battezzammo Alcatraz. Una sera, alla fine prendemmo la decisione e ci accordammo per iniziare i lavori di ristrutturazione il mattino successivo, alle 9,30. Avevamo 9 mesi di tempo per restaurare 3 case. Il mattino dopo non arrivò nessuno.
Perché? Perché mi dici che vuoi farlo e poi sparisci?
Tutto questo discorso per dire che credo che le grandi imprese siano essenziali per il nostro benessere, proprio perché sono spaventose, rischiose, stressanti e faticosissime.
Ne hai bisogno.
E credo che le grandi imprese siano strane macchine che se le fai entrare nel tuo cervello te lo tonificano e te lo amplificano: la necessità aguzza l’ingegno.
Credo anche che siamo nel momento storico nel quale è enorme, e mai visto nel passato, il numero delle persone che si danno alle grandi imprese, all’avventura dell’arte, della creatività, della costruzione di manufatti ed eventi. Persone che vivono come un’avventura le relazioni con gli altri, la solidarietà, la cooperazione.
Non c’è niente che sia più rischioso del cooperare con gli altri.
E dobbiamo anche dire che visto che è pieno di persone che preferiscono rimuginare e lamentarsi e dare la colpa di tutto agli altri, ne deriva che il rischio delle imprese è ancora più massiccio.
Questo è il grande non detto della new age che per 30 anni ci ha per lo più venduto il miglioramento di sé attraverso pratiche individuali di ascolto e contemplazione. Cose bellissime, fondamentali. Ma non bastano. Perché se l’ascolto e la contemplazione non ti servono per caricare la tua molla interiore finisce che resti lì nella tua cameretta a fare OM e guardarti l’ombelico che si ammuffisce.
Siamo i discendenti di esseri che hanno colonizzato gli oceani, che si sono costruiti zampe pur di prendere possesso delle foreste, siamo di quella genìa che ha avuto il coraggio di sperimentare tutte le possibilità di essere, i nostri cugini rettili sono addirittura arrivati a volare. E anche i fratelli pipistrelli ci sono riusciti.
Ci siamo evoluti per eoni lottando per il diritto alla vita, abbiamo affrontato felini, serpenti, scorpioni e virus stronzissimi.
Siamo nati per volare con la mente, abbiamo in testa lo strumento di potere più immenso che si sia mai visto su questo pianeta, abbiamo a disposizione mezzi di comunicazione galattici.
E tu hai tutte queste possibilità, tutto questo coraggio ancestrale e non fai un cazzo?
Mi dispiace proprio tanto per te.
Ma questo articolo non ha lo scopo di menarla ai pessimisti spaventati per convincerli ad agire. Non credo di avere questo potere.
Questo articolo è rivolto a quelli come me, che hanno una fifa boia di fallire ma che non possono fare a meno di lottare.
A partire dagli articoli che ho pubblicato sul fatto che vincere è meglio sto ragionando sul fatto che il mondo potrebbe accelerare il suo naturale cambiamento verso il meglio; questo potrebbe succedere se le persone che hanno scelto l’arte del costruire grandi imprese come mantra esistenziale e sistema di cura delle emorroidi terrestri, capissero che vincere è proprio meglio; e che per farlo dobbiamo liberarci da alcune vecchie idee che in questo momento appestano la mente dei progressisti attivi.
Prima di tutto dobbiamo liberarci dal preconcetto di poter convincere i passivi a darsi una mossa.
Questo errore di giudizio nasce dalla grande idea di uguaglianza del ‘68. Sì, siamo tutti uguali per quanto riguarda i diritti. Ma non lo siamo, ahimè, per quanto riguarda il livello di resistenza interiore al miglioramento.
Milioni di persone hanno alle spalle storie di mancanze affettive, culturali, esperienziali che rappresentano scogli insormontabili.
È ora di comprenderlo.
Se veramente vogliamo fare qualche cosa di utile per tutti i viventi dobbiamo renderci conto che il primo passo è riuscire a incontrare quelle persone che già hanno scelto l’avventura. È quello che ho fatto negli ultimi anni: cercare di conoscere persone che stanno realizzando qualche cosa, offrire loro il mio appoggio incondizionato e poi vedere se c’è modo di collaborare con reciproco vantaggio.
E guarda che è un’impresa da far tremare i polsi perché incontri persone straordinarie, che ti riempiono la testa di idee e domande ma incontri anche delle teste di cazzo spaziali, che hanno deciso di dedicare le loro scarse energie vitali a stronzate abissali.
Non hai idea di quante persone sono arrivate ad Alcatraz a dirmi che hanno trovato il modo di salvare il mondo e che IO devo mettermi a fare tutto quello che loro mi dicono così da realizzare la loro idea (mentre loro se stanno a Forlì a lavorare in banca).
La mia proposta è: collaboriamo e diamoci anche dei sistemi per distinguere alla svelta chi c’è da chi non c’è.
Credo che ne trarremo vantaggi epocali.
Buona giornata!

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Vado a vivere in un container!

Sab, 06/01/2019 - 02:39

Il Container, il grosso parallelepipedo di ferro usato per il trasporto delle merci, spesso arrugginito e tutto fuorché accogliente, può diventare una moderna abitazione di design ed essere anche eco- compatibile e ospitale.

L’idea probabilmente nasce dal fatto che spesso i container sono stati usati come case di fortuna dopo disastri ambientali, e che comunque sono piuttosto disponibili ovunque: una notevole quantità di container sono parcheggiati e spesso abbandonati nei terminal delle aree portuali. E il loro costo, da usati, è molto basso.

Il modello di container più noto si chiama ISO e ha dimensioni standard di 2,44 mt di larghezza, 2,59 mt di altezza e dai 6,10 ai 1,22 mt di lunghezza; sono misure che si possono adattare a case davvero piccole, per cui, spesso vengono usati più container in modo raggruppato per costruire più ambienti e quindi una casa più ampia; in alcuni casi vere e proprie ville, con un risultato finale sorprendente.

Di seguito una breve Gallery da Mondodesign.it:

Guarda anche il Video!  

Perché i container?

Anche qualora non siano abbandonati, spesso sono lasciati per lunghi periodi in attesa di effettuare un nuovo viaggio, così restano esposti agli agenti atmosferici, arrugginiscono (anche se costruiti con materiali resistenti) e, a volte, diventano inutilizzabili per i trasporti. Per evitare che il numero dei box metallici aumenti sempre di più, i container abbandonati possono essere acquistati a cifre molto basse, che variano dai 600 ai 2.000 euro, secondo il modello e lo stato di conservazione, mentre per l’acquisto di un nuovo box metallico ci vogliono circa 7.000 euro.

Il container si presta bene, per vari aspetti, al suo recupero in edilizia: il materiale metallico è piuttosto resistente proprio per poter effettuare viaggi in mare, tra intemperie e salsedine, e deve essere il più possibile duraturo. Poi hanno il vantaggio di poter essere reperiti ovunque e contribuiscono all’eco-sostenibilità che viene dal semplice riuso e dalla semplicità di assemblaggio, che comporta, di conseguenza, un costo assai ridotto di costruzione. Altro vantaggio, nei moduli unici, è che sono trasportabili.

Tuttavia come tutti i materiali ha degli svantaggi, per esempio bisogna isolare i container in modo accurato per evitare sbalzi termici e umidità e, prima del riutilizzo, è importante controllare che non abbiano subito danni o che non conservino residui dovuti ai trasporti, come solventi o altri prodotti, che potrebbero essere pericolosi per la salute di chi vi andrà ad abitare.

Il contenitore deve essere prima completamente sabbiato, il pavimento va integralmente sostituito e bisogna tagliare le aperture per le finestre. Potrebbe essere una soluzione a favore dell’ambiente in quanto si riusa un oggetto destinato a divenire rifiuto, ma l’efficienza nella costruzione, trasporto e assemblaggio e la gestione dei rifiuti prodotti di una casa container sono cruciali per definire il suo impatto finale sul nostro pianeta.

Le realizzazioni più originali

Il container diventa un’abitazione dall’ispirazione scandinava

Immagine https://design-milk.com/santa-monica-pavilion-by-jendretzki

A Santa Monica (California) l’architetto argentino Pablo Jendretzki della Jendretzki LLC ha realizzato un’abitazione con una piattaforma in legno e un container color grafite. Ampie portefinestre sono state ricavate sui lati lunghi, per aumentare la luce sono stati aggiunti tanti lucernari al soffitto. Gli interni riescono ad essere contemporaneamente spaziosi e comodi, con un camino sospeso ispirato a metà secolo; accanto alla cucina, sono stati realizzati un ampio soggiorno e una camera da letto. È di proprietà di una famiglia di Los Angeles amante del design scandinavo.

Un fiore nel deserto: the Joshua Tree Residence

Immagine: Whitaker Studio

Questa è stata l’idea molto bella del designer James Whitaker: unire diversi “scompartimenti” posizionati a diverse angolazioni per dare l’illusione di un fiore che stesse sbocciando. Assemblando più container tra di loro il progettista vuole realizzare una casa vera e propria (200 mq), con cucina, soggiorno e tre camere da letto. La casa, ribattezzata The Joshua Tree Residence, sarà realizzata, anche questa, in California su una delle proprietà di un committente che, al momento, rimane misterioso.

La biblioteca sulle palafitte Immagine: Corriere.it

Una biblioteca su palafitte a Batu (in Indonesia) è stata costruita con un corpo centrale e sette container colorati, ognuno con una funzione diversa: quello blu è destinato ai libri di intrattenimento, il rosso è per i testi scientifici e tecnologici, il verde è la lobby principale e il giallo è la sala lettura femminile. L’effetto finale è un edificio originale e colorato.

Prezzi e dimensioni

I prezzi di queste case, parlando ovviamente dei moduli più semplici che sono acquistabili anche on-line, sono molto variabili e dipendono dalle dimensioni e, naturalmente dagli allestimenti.

Per dare un’idea dei prezzi, c’è il sito di un’azienda di Newport, California che, esclusi costi di spedizione, propone una casa container di 8’x20’, espressa in piedi (più o meno 2,45 mt x 6,10 mt), finita e pronta per viverci, con prezzi a partire da 25.000 $ a salire.

Un’altra azienda, italiana, offre anch’essa moduli da 20 piedi o 40 piedi (lato lungo), modello open space oppure un versione con maggiori allestimenti e più spazi interni separati.

I prezzi non sono indicati, ma è possibile farsi fare un preventivo on line in base alle caratteristiche prescelte in termini dimensionali, degli accessori e delle finiture.

Altre stime ci dicono che una casa container comunque può costare intorno al 30 % in meno rispetto all’edilizia classica, il tutto senza che il confort sia messo in discussione. Il costo finale di questo tipo di casa dipende da diversi fattori. Per un’abitazione spaziosa, di 250-300 metri quadrati, per esempio, il prezzo al metro quadro mediamente si aggira sui 1.000 euro, comprese le imposte sulla vendita, il trasporto e l’installazione. Più piccola sarà la casa, più alto sarà il suo prezzo al metro quadro, dato che la logistica non cambia anche laddove si trasporti una minore quantità di materiale. Quindi, una mini casa abitabile di 50-100 metri quadrati potrebbe venire a costare all’incirca dai 1.200 ai 1.300 euro al metro quadro. Nelle metrature sempre più piccole il prezzo aumenta ancora per la necessità di usare molti elementi di innovazione al fine di poter sfruttare al meglio il poco spazio disponibile.

Immagine di copertina: design-milk.conm

Altre Fonti:

https://corriereinnovazione.corriere.it/cards/ecco-case-container-giro-il-mondo-20-idee-trasformarle-loft/come-trasformare-container-abitazione_principale.shtml

Container Homes Scandinavian Design Addition in Santa Monica

https://www.idealista.it/news/immobiliare/costruzioni/2018/02/20/125346-container-come-case-dalla-progettazione-alluso

Italia in fondo alla classifica dei Paesi capaci di attirare risorse

Ven, 05/31/2019 - 21:15

Ocse: per un lavoratore altamente qualificato siamo una meta “desiderabile” solo più di Grecia, Messico e Turchia. Male anche per gli imprenditori, siamo un po’ meglio solo agli occhi degli studenti universitari

L’Italia non è capace di attirare i talenti stranieri. A mettere in evidenza il lato oscuro della fuga dei cervelli, ovvero la scarsa attrattiva sul territorio domestico, è un rapporto fresco di stampa dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

L’Ocse indaga sette dimensioni: la qualità delle opportunità offerte, la situazione su redditi e tasse, le prospettive globali future del Paese in cui ci si sta per trasferire, la facilità a portarci la famiglia e i costi per la sua cura, lo sviluppo di infrastrutture-ricerca, l’apertura verso l’immigrazione e le diversità e infine la qualità della vita. Le declina su tre profili-tipo di talenti da attirare: i lavoratori altamente qualificati (con un master o dottorato alle spalle), gli studenti universitari e gli imprenditori. Tutte persone che dovrebbero contribuire alla crescita economica del Paese nel quale approdano, grazie alle competenze che apportano o alla loro spinta innovativa. L’Organizzazione parigina permette nel suo modello di dare un peso diverso alle variabili considerate per stilare la pagella: non per tutti i partenti sarà importante, ad esempio, il costo di un asilo (si pensi a un single) piuttosto che lo stipendio offerto o l’apertura mentale del Paese di destinazione. Nella sintesi generale, l’Ocse considera una simulazione media e attribuisce lo stesso peso a ciascuna variabile.

Per il primo profilo, ovvero quello dei lavoratori qualificati, molte variabili premiano gli Stati Uniti. Lì, d’altra parte, l’economia è forte e altrettanto lo è il mercato del lavoro. Per chi ha elevate “skill”, competenze e abilità tecniche, l’ambiente è “unico” e la qualità della vita è elevata. Le cose cambiano quando si prende in considerazione la facilità di accedere al Paese, dai visti alle pratiche burocratiche: gli Usa perdono allora la prima posizione in favore dell’Australia, seguita da Svezia, Svizzera, Nuova Zelanda e Canada. Queste ultime due mete sono penalizzate particolarmente – come gli States – per le politiche stringenti sull’immigrazione.

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