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I villaggi indiani che vivono in armonia con i leopardi

Dom, 04/07/2019 - 19:15

A Bera, nel Rajasthan, grazie anche alle particolari credenze religiose della popolazione Rabari, il numero di leopardi è più alto che in qualsiasi riserva naturale. Circostanza che promuove il turismo e l’emancipazione delle donne.

Le probabilità di vedere un leopardo a Bera, nell’India Nord-occidentale, sono del 90%. Lo racconta Shatrunjay Pratap, ex produttore di vino oggi conservazionista e cameraman che si occupa di fauna selvatica. Sul momento, si hanno tutte le ragioni per pensare che stia scherzando. Non solo non ci troviamo in una riserva naturale, ma la regione pullula di persone e bestiame. Non è propriamente l’habitat di un grande predatore.

Eppure questa regione di pastori, grande neanche 20 chilometri quadrati e situata sulle colline Aravalli tra le mete turistiche di Udaipur e Jodhpur, ospita la più grande concentrazione di leopardi del Pianeta. Sono 50 quelli che vivono qui, sulle rocce che sporgono tra i campi irrigati e la spinosa vegetazione desertica.

“I visitatori sono increduli”, racconta Pratap, che gestisce un alloggio per i turisti che vengono a vedere i leopardi. “Ci sono persone che in anni e anni di safari in Africa non hanno mai visto un leopardo, e nel giro di un’ora o due dal loro arrivo qui gliene mostriamo uno, a volte due”.

La presenza cospicua di leopardi è dovuta al rapporto unico con gli abitanti dei villaggi. Casta tribale di allevatori semi-nomadi e pastori, devoti induisti, si pensa che i Rabari abbiano migrato dal Rajasthan all’Iran attraverso l’Afghanistan mille anni fa. In particolare venerano Shiva, dio delle cose selvagge, avvolto in una pelle di leopardo.

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Chi sono gli italiani che vivono senza produrre rifiuti

Dom, 04/07/2019 - 16:00

Di pari passo col movimento #FridaysForFuture, l’interesse per il tema della sostenibilità ambientale e i coming out sullo spreco di risorse sotto forma di forchette di plastica—parlo per esperienza personale—sono aumentati considerevolmente.

La presa di coscienza, avallata da studi sulla salute cagionevole del nostro pianeta, riguarda da tempo anche l’impegno delle Istituzioni—per esempio dei comuni che emettono ordinanze per vietare negli stabilimenti balneari i prodotti di plastica, o ancora dell’Unione Europea per bandirne altri entro il 2021. Non è certo sufficiente per arginare l’inquinamento, ma sono passi doverosi.

A pensare che lo spreco di risorse sia un problema che va gestito tanto dalle Istituzioni quanto dai singoli sono gli zero waster: persone che hanno adottato uno stile di vita volto a ridurre drasticamente i rifiuti che producono. In Italia, nel novembre 2017, è nata la Rete Zero Waste Italia il cui obiettivo, come mi dice la cofondatrice Marianna, “è quello di dare suggerimenti, consigli e risorse a chi si vuole approcciare a uno stile di vita zero waste.” Ecco, di seguito ne trovate un bel po’, scaturiti dalle conversazioni che ho avuto con lei e altre due zero waster con cui ho parlato.

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Pediatria: troppi esami inutili

Dom, 04/07/2019 - 15:00

Nel nuovo numero di ‘A Scuola di Salute’ i consigli degli esperti sui test che vanno effettuati

Roma, 5 apr. (AdnKronos Salute) – Troppi esami e analisi inutili sui bimbi italiani. Test che fanno sprecare tempo e denaro, oltre a procurare uno stress del tutto evitabile per i genitori, ma soprattutto per il bambino. Lo sostengono gli esperti dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma che dedicano il nuovo numero di ‘A scuola di salute’ – magazine digitale a cura dell’Istituto per la Salute del Bambino e dell’Adolescente – proprio agli esami più comuni e a quelli veramente utili, rispondendo a domande comuni quali: cos’è un emocromo? A cosa serve? Come si raccolgono i campioni delle urine? Come si fa a capire se il bambino ha un’infezione grave o un’anemia? Esistono dei test che vanno effettuati prima dei vaccini?

“Spesso si è convinti – spiegano gli esperti del Bambino Gesù – che gli esami possano essere uno strumento imprescindibile per fare delle diagnosi precise. Oppure crediamo che sia fondamentale eseguire periodicamente degli esami del sangue per verificare che un bambino in condizioni di salute apparentemente buone non nasconda qualche problema”. Invece non è così: “Gli esami del sangue dovrebbero essere sempre prescritti in base all’osservazione clinica, e sono le condizioni cliniche che devono guidare il medico all’interpretazione dei risultati”.

Nel numero del magazine vengono quindi descritti e ‘spiegati’ in modo dettagliato i principali e più comuni esami, quali emocromo, transaminasi, Pcr e Pct, colesterolo e trigliceridi, esame delle urine, i test per le allergie. Quanto a eventuali esami prima di fare dei vaccini, gli esperti avvertono: “Prima di eseguire le vaccinazioni di routine non è necessario effettuare alcun esame diagnostico”.

Non esistono infatti al momento test capaci di prevenire il rischio di reazioni avverse, per cui “l’esecuzione di esami di laboratorio per individuare persone a rischio di sviluppare effetti collaterali da vaccini è inutile”. Solo in casi molto particolari, che vengono gestiti in ospedale, possono essere utili test allergologici preliminari per scongiurare reazioni allergiche gravi, che sono comunque “rarissime”, chiariscono.“

FONTE: TODAY.IT

Educazione e relazione affettiva coi bambini: sono compatibili?

Dom, 04/07/2019 - 13:00

Altro che modello rigido obsoleto, anche un’educazione “scortese” fallisce. L’unico modo funzionale a raggiungere obiettivi educativi coi bambini è una relazione tra pari basata sull’amore e sull’interesse per l’altro, dove non si devono ignorare preferenze individuali, né nascondere fragilità

L’educazione ha spesso un “brutto carattere” che non ci fa raggiungere gli obiettivi che ci si pone coi bambini, ma se invece che dall’educazione si partisse dalla relazione con loro, fondandola esclusivamente sull’amore e sul mutuo rispetto? E se si trasmettesse subito, fin da piccolissimi, con il nostro esempio, la scoperta delle passioni, la gioia e il piacere di vivere insieme, la creatività, l’ottimismo e la gentilezza?

Sono queste le domande a cui ha cercato di dare risposte Renato Palma, psicoterapeuta, scrittore e fondatore del “Centro Studi per la Democrazia Affettiva”.

«La scelta non è tra educazione e relazione, ma tra scortesia e cortesia» spiega Renato Palma. «Si fa un gran parlare, in pedagogia, del rapporto tra educazione e relazione. Se tra loro vanno d’accordo, tutto funziona per il meglio e nessuno si fa del male. Quando però l’educazione litiga con la relazione, accusandola di viziare troppo e di non ottenere gli obiettivi educativi che si è posta, ognuna torna a frequentare le vecchie amicizie. La relazione continua a vedersi con la cortesia, mentre l’educazione si butta tra le braccia del suo vecchio amore: la scortesia”.

Renato Palma ha scritto più di un libro su queste tematiche e tenuto molti corsi; definisce “democrazia affettiva” questo tipo di relazioni basate sulla generosità e cortesia: da parte degli adulti che rispettano le preferenze dei bambini e da parte dei bambini, che hanno imparato a collaborare grazie alla generosità degli adulti.

Un sistema di relazioni tra pari, anche se di età diversa, basato sull’affetto e non sulla forza che rispetti le preferenze individuali: nella democrazia affettiva non ci sono conflitti, sia per l’empatia che si crea nelle relazioni, sia perché si comprende quanto inutili essi siano per il conseguimento dell’obiettivo e per la disparità delle forze in campo. Dal conflitto, chi è genitore lo sa, se ne esce tutti sconfitti e insoddisfatti, genitori e figli.

L’idea di Renato Palma è che l’educazione sia un modo non funzionale di entrare in relazione e di condizionare lo stare insieme, perché, spiega, scherzando ma non troppo, «l’educazione ha spesso un brutto carattere», con aspetti che tutti noi, come genitori, possiamo subito verificare: l’educazione infatti

  • 1. Pensa sempre di avere ragione
  • 2. Pensa che quando non ha ragione, ha ragione lo stesso perché agisce per il fin di bene
  • 3. Quando le cose non funzionano non si assume nessuna responsabilità dell’insuccesso
  • 4.  Non rispetta i segnali di arresto di coloro che vuole educare
  • 5. Impone dosi sempre piuttosto alte di fatica per raggiungere i risultati che propone
  • 6. Non fa amicizia con nessuna delle cose importanti della vita
  • 7. Non va d’accordo con la democrazia e la parità tra le parti
  • 8. Scambia l’asimmetria di competenze con l’asimmetria del potere
  • 9. Frequenta il gioco solo fin quando lo trova utile, ma poi decide qual è il tempo di smettere e cominciare a fare le persone serie
  • 10. Spesso litiga con il divertimento
  • 11. Usa più la bocca di quanto dovrebbe usare le orecchie
  • 12. Fa finta di conoscere la libertà, ma poi, appena può, ne parla male
  • 13. Ha in antipatia le preferenze individuali e crede di avere il diritto di avere preferenze sulle preferenze di chi educa.

«I bambini imparano per imitazione e nascono curiosi, appassionati, molto ben disposti a stare nella relazione con noi. Noi spegniamo tutte queste belle cose proprio attraverso la nostra presunzione di dover insegnare con le parole quello che non riusciamo a proporre nei fatti» prosegue Renato Palma, che riassume molto bene il concetto con le parole: “Litigare per educare educa a litigare”.

Palma ha indagato anche il rapporto tra educazione e frustrazione nella relazione educativa nel corso degli anni, un rapporto sbilanciato verso la frustrazione ancor più in passato, quando in nome dell’educazione venivano giustificate tante forme di violenza fisica o oppressione nei confronti dei bambini. Più complesso forse oggi riconoscere le forme più sottili di cattiva relazione-educazione. È diffusa però ancora oggi la convinzione che assecondare i bambini significhi viziarli e che l’educazione debba comportare necessariamente una certa dose di frustrazione e una dose minima di “maltrattamento”. La relazione così però diventa una specie di braccio di ferro fra il bambino che cerca di affermare le sue preferenze e l’adulto che gli impone la sua volontà.

E se questo è il modello che impara il bambino, questo stesso verrà da lui replicato in età adulta. Per contro là dove gli adulti, con il loro esempio, creano un rapporto di parità affettiva basato sulla gentilezza, costruiscono una relazione che farà del bambino un uomo o una donna in grado di trasmettere a sua volta questi valori e, soprattutto, di condurre una vita felice.

“Giudici robot” per smaltire le cause di modesta entità

Dom, 04/07/2019 - 12:15

In Estonia è allo studio l’impiego di Intelligenze Artificiali per risolvere controversie di modesta entità, che intasano i tribunali e sottraggono tempo prezioso a giudici e avvocati. Le sentenze dei robot potranno comunque essere impugnate dai giudici in carne e ossa.

In Estonia è allo studio un progetto per l’integrazione di “giudici robot” nei tribunali, a cui affidare controversie di modesta entità, per cifre inferiori a 7.000 euro. Sono ancora molti i dettagli da definire, l’idea è che le parti in causa carichino online la documentazione e altre informazioni pertinenti, sulla base delle quali un’Intelligenza Artificiale formulerà una sentenza che potrà essere impugnata da un giudice umano.

Per comprendere la fondatezza del progetto è bene fare qualche precisazione. L’Estonia è uno dei Paesi al mondo con l’eGogvernment (amministrazione digitale) più evoluto. Gli 1,3 milioni di residenti utilizzano da tempo una carta d’identità elettronica e servizi come l’e-voting e il deposito fiscale digitale. I database governativi sono collegati tra loro attraverso un’infrastruttura efficiente, che facilita la condivisione dei dati. Ad esempio, i bambini nati in Estonia vengono automaticamente iscritti alle scuole locali alla nascita, perché i registri ospedalieri sono automaticamente condivisi con le scuole. In un contesto di questo tipo è più facile applicare l’idea di un dibattimento processuale virtuale, rispetto che in altri Paesi.

Appurato che esiste l’infrastruttura necessaria, perché c’è bisogno di un giudice robot? Perché i tribunali sono intasati, l’arretrato da dibattere è corposo, e smaltirlo sarebbe un doveroso servizio al cittadino. Molte dispute sono di minima entità, spesso amministrative e ripetitive, come per esempio le multe o le controversie contrattuali.

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Cielo di aprile 2019: occhi all’insù

Dom, 04/07/2019 - 11:23

Sarà davvero stupendo il cielo di aprile 2019. Si potrà infatti ammirare la Luna Rosache ci si sarà il 19 ovvero nel giorno del venerdì santo e lo sciame di meteore “Liridi” per la serata di Pasquetta che sarà il 22. Il cielo di aprile, inoltre, sarà costellato di meravigliose congiunzioni astrali.

La bellissima Luna rosa di aprile e le congiunzioni astrali

Tale termine è quello che i nativi americani ed in particolar modo la tribù degli Algonchini diedero alla luna di aprile a causa del muschio rosa. Quest’ultimo era un fiore molto diffuso in America e fioriva prima degli altri.

Ad aprile vi saranno inoltre bellissime congiunzioni astrali come nella serata del 9 aprile quando la Luna crescente incontrerà Marte (nel cuore della costellazione del Toro) nel cielo occidentale. Tale incontro sarà davvero suggestivo in quanto vicino ai due corpi celesti si potrà non solo ammirare la stella Aldebaran ma anche l’ammasso aperto delle Pleiadi. Nella notte tra il 22 ed il 23 aprile, invece, la Luna duetterà con Giove mentre nella notte tra il 24 ed il 25 aprile con Saturno.

Il 19 aprile ed esattamente alle ore 13.12 la Luna raggiungerà la fase di plenilunio chiamato anche Luna Rosa.

Lo sciame di meteore di aprile nonché i pianeti

La notte di Pasquetta e quindi il 22 aprile ci sarà lo sciame meteorico delle Liridi. Chi è appassionato di fiammate in tale nottata potrà vederne 15-10 all’ora che saranno prodotte dai detriti e dalle polveri lasciate dalla cometa G1 Thatcher. Tra i pianeti visibili nel mese di aprile, invece, ci sarà Marte, visibile di sera nel cielo occidentale. Nel cielo orientale, invece, tra la seconda parte della notte e l’alba alzando gli occhi verso il cielo, si potranno scrutare Giove e Saturno. Urano, invece, non potrà essere visto mentre Nettuno con un buon telescopio si potrà scrutare ad Est ma poco prima che sorga il Sole.

Per quanto concerne le costellazioni, infine, si potrà ancora scorgere quella di Orione con le stelle Rigel e Betelgeuse che hanno dominato il cielo dell’inverno ma anche i Gemelli con Polluce e Castore.

Nel cielo orientale, invece, sorgerà Vega che è la stella più luminosa del cielo estivo nella costellazione della Lira insieme ad Arturo del Bootes che si trova invece nella costellazione del Bifolco.

FONTE: INVESTIREOGGI.IT

Se sei felice ti ammazzo

Dom, 04/07/2019 - 09:00

Al di là che la notizia sia vera o meno – il condizionale è d’obbligo -, al di là che senz’altro si tratta di un atteggiamento malato e oltre il limite, quello che fa riflettere è l’idea che vedere una persona felice quando si è giù di morale o incavolati ci faccia arrabbiare ancora di più.

«Che cazzo ridi?» è una frase che abbiamo sentito spesso e di solito chi la dice è fuori di sé dalla rabbia. Per non parlare della “saggezza popolare” che dichiara: «Il riso abbonda sulla bocca degli stolti».

Quando ero bambina andai con i miei genitori al matrimonio di un collega di mio padre, insieme erano stati a costruire una centrale termica in India; ai tempi un lavoro all’estero significava mesi di lontananza e l’unico contatto con le famiglie erano le lettere che arrivavano con un ritardo di una settimana. Significava, come in quel caso, passare lontano Natale e tutte le altre feste.

Quella volta la distanza era stata di un anno intero e dopo pochi mesi dal ritorno tutto il gruppo si era ritrovato per festeggiare il matrimonio di questo collega a Udine.

Fu una bella festa e a un certo punto mio padre mi disse: «Vedi, non è vero che gli amici si vedono nel momento del bisogno, gli amici veri si vedono quando sei felice e sono felici con te».

Altro che saggezza popolare, questa sì che era alta filosofia.

Il bisogno dell’altro ci fa sentire utili, migliori ma cosa accade quando l’altro è contento?

Perchè i felici fanno incazzare gli infelici? Tutta colpa dell’invidia? Forse ma anche, sempre ricorrendo alla “saggezza” popolare, che tanto saggezza non è, semplicemente si tratta di “mal comune, mezzo gaudio”. Che in pratica significa: «Io sono nella cacca, ma lo sono anche tutti gli altri, quindi se ci siamo immersi tutti fino al collo dobbiamo solo stare attenti a non fare l’onda».

E poi, diciamocelo, viviamo in un mondo che gratifica la sofferenza, a partire da un povero Cristo in croce – vuoi mettere con la paciosità del Buddha? – e se chiedi a un amico «Come stai?» e ti risponde «Bene!» la conversazione finisce lì, mentre se ti deve raccontare che ha avuto un guaio te ne parla nei minimi particolari e se ne va la mattinata.

Nel 1999 alla Libera Università di Alcatraz – l’agriturismo di Jacopo Fo – fu organizzato il festival della Comicoterapia; allora di clown di corsia si parlava poco, fu un evento epocale con più di 80 operatori. L’ultimo giorno di una settimana entusiasmante ospitammo 350 persone che si emozionarono, risero e ascoltarono Patch Adams, il mitico medico statunitense.

Patch, durante il suo workshop ci fece fare un esercizio veramente terribile: chiese di metterci in coppia e, mentre uno ascoltava in silenzio, l’altro doveva raccontare in silenzio un episodio felice della sua vita. Per 5 lunghi, interminabili minuti. Dopo ci si scambiava di posto e toccava all’ascoltatore narrare.

Una faticaccia incredibile. Perché sì, ognuno di noi ha avuto dei momenti felici nella vita ma prima dell’esercizio accadeva a molti un fenomeno strano: la mente si svuotava e proprio non veniva in mente niente, una lavagna vuota.

Eppure, accidenti, se ci avessero chiesto di un dolore, di quella volta che ci eravamo rimasti proprio male, sai che chiacchierate? Altro che 5 minuti, potevamo parlarne ore, entrando nel merito di come ci si torceva lo stomaco, di quante lacrime avevamo versato, di quanto eravamo stati male…

E invece a ricordare quel momento felice niente: il vuoto pneumatico.

Negli anni ho riproposto questo esercizio durante i corsi di Yoga Demenziale ad Alcatraz e ogni volta vedevo le facce sgomente, gli occhi vuoti o disperati alla ricerca di quel ricordo bello, e anche quando lo si trovava pecepivo la difficoltà nel raccontarlo per 5 minuti.

E poi finalmente ci si sbloccava, quando si iniziava a parlare, wow! Cambiavano i visi, si illuminavano gli occhi, altro che chirurgia plastica! Diventavamo tutti più belli!

Manda in rovina estetisti e chirurghi plastici: sii felice!

E guarda gli altri felici quando tu non lo sei e pensa: la felicità esiste! Si tratta solo di cercarla. Mettiamoci al lavoro!

Dovremmo recuperare la cacca che abbiamo lasciato sulla Luna

Dom, 04/07/2019 - 08:05

Tra pochi mesi ci sarà l’anniversario del primo allunaggio, quando gli astronauti statunitensi Neil Armstrong e Buzz Aldrin misero piede sulla Luna: i primi esseri umani a esplorare un mondo diverso dal nostro. La missione dell’Apollo 11 – ambiziosa quanto folle, a ripensarci oggi – fu un successo e mantiene il record di moltissime “prime volte” per i due astronauti e il loro collega Michael Collins (non scese sulla Luna) che la compirono. Tra i loro primati, ci fu anche quello di essere le prime persone a fare i loro bisogni sulla Luna a centinaia di migliaia di chilometri di distanza dalla Terra.

Come i colleghi che li avrebbero seguiti nelle successive missioni lunari, anche Armstrong e Aldrin lasciarono sulla Luna buste contenenti cacca, pipì e altri fluidi: ora alcuni ricercatori pensano che sarebbe interessante recuperarli, per capire se qualcosa sia sopravvissuto e comprendere meglio se e come possa funzionare la vita fuori dal nostro pianeta.

Dal 1969 al 1972 le missioni del programma Apollo che portarono esseri umani sulla Luna furono sei, ciascuna con due astronauti (e un collega che rimaneva in orbita lunare). Prima di ripartire verso la Terra, questi esploratori spaziali si lasciarono alle spalle nel complesso 96 sacche di “rifiuti umani”, cioè prodotti per lo più dal loro organismo; oltre alla cacca e alla pipì, lasciarono sacche di vomito e resti di cibo, per esempio. Furono lasciati anche molti altri oggetti, compresi un rametto di ulivo in oro, degli zaini, pellicole per cineprese e un paio di palline da golf. E, certo, anche 5 su 6 delle bandiere statunitensi portate sulla Luna e finite in alcune delle fotografie spaziali più famose di sempre.

A seconda delle missioni Apollo, gli astronauti restarono sulla Luna fino a un massimo di tre giorni. Avevano scorte di acqua e cibo, facevano attività molto faticose nelle loro ingombranti tute, e non avevano molto spazio per fare i loro bisogni. La dieta era pensata per ridurre al minimo la necessità di doverli fare, ma la NASA aveva comunque pensato a queste evenienze.

Quando si trovavano protetti all’interno dei moduli spaziali dell’Apollo, gli astronauti potevano utilizzare una piccola sacca che veniva fatta aderire alle natiche attraverso un nastro adesivo. Le feci venivano raccolte nel sacchetto, che veniva poi sigillato. Al suo interno venivano anche riposte le salviette per pulirsi e quelle disinfettanti per mantenere un minimo d’igiene.

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La vita che abita i marciapiedi

Sab, 04/06/2019 - 19:15

Sarti, arrotini, lustrascarpe, manicure, aggiusta-pentole e venditori di ghiaccio o di alcool di contrabbando. La gente povera, a Niamey, prova a inventare ogni giorno la sopravvivenza e resiste grazie ai marciapiedi, dove la vita è informale quanto irregolare. Anche i mendicanti sono preziosi e, a loro modo, insostituibili: difficile salvarsi l’anima senza di loro. Si voleva cancellare l’economia informale, ma la sera stessa della distruzione prevista si vendevano spiedini nell’unico spazio rimasto intatto. Così, la vita rinasce proprio ai margini delle strade, magari con una mamma che allatta dietro una sequenza incredibile di quaderni, patate, scarpe coi tacchi, galline, piccoli pannelli solari, medicinali e un lungo eccetera, il tutto disordinatamente esposto alla vista e affastellato come si usa fare solo nei meravigliosi mercati del sud del mondo, quelli con la m minuscola che non fanno sparire le relazioni tra le persone dentro le cose, i surgelati o il denaro.

La vita del popolo reale abita i marciapiedi della città. I piccoli mestieri nascono, si inventano, si sommano e si susseguono freschi di giornata. Possono anche sparire senza lasciare traccia e se domandate dov’è finito il giovane che vendeva carte telefoniche sarete osservati con curiosità come si fa con un estraneo.

Ci si occupa delle scarpe, da lucidare o da riparare, delle unghie per le signore, finte o da dipingere sul posto, dei vestiti da rammendare grazie ad una una macchina da cucire migrante tra un angolo e l’altro del marciapiede. Anche gli arrotini e i riparatori di pentole al dettaglio passano in giro e, come i venditori di alcool di contrabbando, fanno suonare la bottiglia col ferro per annunciarsi.

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Perché Amazon non ha distribuito l’ultimo film di Woody Allen

Sab, 04/06/2019 - 16:00

Amazon ha depositato in un tribunale di New York gli atti in cui risponde alla causa legale fattagli dal regista Woody Allen per non aver distribuito il suo ultimo filmA Rainy Day in New York, e per aver recisso senza valida ragione il contratto per 4 suoi film: Allen chiede un risarcimento di più di 68 milioni di dollari (quasi 60 milioni di euro). Amazon ha confermato che la ragione sono le nuove accuse di abusi sessuali contro Allen oltre a suoi commenti ambigui nei confronti del movimento femminista del #MeToo.

Amazon ha confermato che la ragione sono le nuove accuse di abusi sessuali contro Allen oltre a suoi commenti ambigui nei confronti del movimento femminista del #MeToo. Secondo l’accusa, Amazon avrebbe interrotto il contratto per via della vecchia storia di accuse di molestie fatte ad Allen dalla figlia adottiva Dylan Farrow: secondo Allen non sarebbe una «ragione sufficiente per chiudere il contratto» perché al momento della firma Amazon era a conoscenza della storia. Amazon ha invece mostrato di aver firmato il contratto nel 2017, due mesi prima dell’inizio di una nuova serie di polemiche contro Allen.

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La forza di dire «non so’ d’accordo»

Sab, 04/06/2019 - 15:00

È diventato virale in poche ore il video del ragazzo di 15 anni di Torre Maura, periferia di Roma, che affronta un gruppo di militanti di CasaPound rimanendo calmo e lucido e spiegando che il gruppo stava cercando di strumentalizzare gli abitanti.

Qualche giorno fa il Comune di Roma ha deciso di spostare – scelta poi revocata – un gruppo di 70 rom in un centro di accoglienza di Torre Maura, nella periferia est di Roma. I residenti del quartiere hanno iniziato a protestare contro il trasferimento. Alla contestazione si sono uniti anche alcuni militanti di CasaPound e di Forza Nuova. Nel corso delle proteste sono stati incendiati anche alcuni cassonetti e calpestato il cibo destinato alle persone che dovevano essere trasferite. 

La situazione di disagio e di mancanza di servizi della periferia romana è nota da tempo e le politiche di gestione dei rom sono da altrettanto tempo in discussione. La creazione di campi per i rom è stata contestata da più parti, come ricostruisce bene articolo di Internazionale sul tema. 

In tutto questo caos, un ragazzo di 15 anni si è avvicinato ai militanti di CasaPound e in un video diventato virale (qui il video su Fanpage) ha spiegato in poche e semplici parole di non essere d’accordo con loro, dicendo che secondo lui stavano sfruttando la rabbia delle persone per fare propaganda e che il disagio del quartiere non poteva essere collegato alla presenza o meno di 70 persone. Il ragazzo è rimasto calmo anche quando i militanti gli si sono avvicinati toccandolo e puntandogli il dito addosso e la sua frase di protesta «Io so’ di Tore Maura e non so’ d’accordo», e la sua spiegazione educata del fatto che non sia giusto che qualcuno venga lasciato indietro, che i bisogni di qualcuno vengano dimenticati, ha fatto il giro del web ed è diventato lo slogan delle manifestazioni che si stanno svolgendo oggi in quartiere, indette da Anpi, Arci, Libera, Cgil e Acli ed altre realtà romane. Parallelamente si sta svolgendo anche una contromanifestazione di CasaPound e il quartiere è presidiato dalle forze di polizia. 

Molti residenti si sono rivoltati contro il modo incivile con cui si è protestato ieri ma sottolineano come il quartiere fosse lasciato indietro, richiamando l’attenzione anche dei partiti e delle associazioni di sinistra dalle quali dicono di essere stati dimenticati. 

Immagine di copertina: Foto di Andrea Brusa, Fonte TGCom

‘Pillole’ di natura di 20 minuti contro lo stress

Sab, 04/06/2019 - 14:59

Troppo stressato? Basta prendere una ‘pillola’ di natura (di appena 20 minuti). Ritagliarsi almeno 20 minuti al giorno per passeggiare o sedersi in un giardino, un parco, un terrazzo fiorito o qualsiasi posto che ci faccia sentire a contatto con la natura, ridurrà significativamente i livelli dell’ormone dello stress. E’ quanto emerge da uno studio che ha stabilito per la prima volta la ‘dose’ più efficace di un’esperienza di natura urbana. I medici potranno utilizzare questa scoperta, descritta su ‘Frontiers in Psychology‘, per prescrivere ‘pillole di natura’ con un effetto anti-stress reale e misurabile.

“Sappiamo che passare del tempo nella natura riduce lo stress, ma fino ad ora non era chiara la durata minima, quanto spesso ripetere l’esperienza o anche quale tipo di esperienza fosse più utile”, afferma MaryCarol Hunter, associato presso l’Università del Michigan e autrice principale di questa ricerca. “Il nostro studio dimostra che per ottenere il massimo guadagno, in termini di livelli di cortisolo, dovresti trascorrere 20 o 30 minuti seduto o camminando in un luogo che ti faccia sentire a contatto con la natura“. Un rimedio gratuito e davvero naturale per alleviare lo stress.

Le pillole di natura potrebbero diventare una soluzione a basso costo per ridurre gli impatti negativi sulla salute della crescente urbanizzazione e di uno stile di vita al chiuso, ‘armati’ di tablet.

Per aiutare i medici a ‘prescrivere’ in modo corretto e mirato le pillole di natura, Hunter e i suoi colleghi hanno progettato un esperimento con l’obiettivo di fornire una stima realistica della dose più efficace. Nel corso di un periodo di 8 settimane, i partecipanti sono stati invitati ad ‘assumere’ una pillola di natura della durata di 10 minuti o più, almeno 3 volte a settimana. I livelli di cortisolo, l’ormone dello stress, sono stati misurati nei campioni di saliva prelevati prima e dopo la sosta nel verde, una volta ogni 2 settimane.

“I partecipanti erano liberi di scegliere l’ora del giorno, la durata e il luogo della loro esperienza”, spiega la ricercatrice. Unici vincoli: doveva essere alla luce del sole, non bisognava fare esercizio aerobico e si doveva evitare l’uso di social media, Internet, ma anche telefonate, conversazioni e letture. “Così abbiamo potuto identificare la durata ottimale di una pillola di natura”. I dati hanno rivelato che un’esperienza di appena 20 minuti è sufficiente per ridurre significativamente i livelli di cortisolo. Ma se si passa un po ‘più di tempo immersi in un’esperienza ‘green’ – da 20 a 30 minuti – i livelli di cortisolo diminuiscono al massimo. Dopodiché, si registrano ulteriori benefici, ma a un ritmo più lento.

Hunter spera che lo studio costituisca la base per ulteriori ricerche in questo settore. “Il nostro approccio sperimentale – conclude – può essere utilizzato per consentire prescrizioni personalizzate di pillole di natura” per i cittadini alle prese con lo stress della vita moderna.

FONTE: ADN KRONOS

Chi nasce oggi vivrà due anni in meno a causa dell’inquinamento

Sab, 04/06/2019 - 12:15

L‘aspettativa di vita dei bambini di oggi sarà più breve in media di venti mesi a causa dell’aria inquinata. Quello che non è più solo un allarme, ma un dato di fatto è stato pubblicato nel rapporto State of Global Air SOGA 2019 pubblicato in sinergia da alcuni istituti universitari statunitensi.

Come si legge nel rapporto, l’inquinamento globale dell’aria ha contribuito a circa un decesso su dieci nel 2017, il che lo rende una causa di morte più grave della malaria e degli incidenti stradali, e paragonabile agli effetti del fumo.

Gli effetti più gravi sono concentrati nelle aree dove la tutela ambientale è minore come nell’Asia meridionale: qui l’aspettativa di vita crolla addirittura di trenta mesi, ma anche nell’Africa subsahariana a causa sia dell’inquinamento industriale che dei fuochi domestici l’aspettativa di vita è attesa in calo di 24 mesi. 

E in Italia? Nel nostro paese come nel resto dei Paesi sviluppati la diminuzione dell’aspettativa di vita è di circa cinque mesi per i rischi connessi a smog e inquinamento. Nel solo 2017 il report stima almeno 30mila decessi per fattori legati all’inquinamento dell’aria.

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Mobilità: studio, «I ciclisti sono considerati subumani»

Sab, 04/06/2019 - 11:00

Un recente studio australiano sulla percezione dei ciclisti li categorizza come non-umani o più precisamente, meno che umani. Lo studio, condotto con un sondaggio tra circa 500 australiani dal dipartimento di Ingegneria civile del Monash Institute of Transport Studies della Monash University di Victoria, sottolinea che, nonostante i numerosi e ben documentati vantaggi che i ciclisti apportano alla comunità, in molti paesi del mondo si mantiene e cresce un atteggiamento estremamente negativo nei loro confronti, che spesso sfocia in violenza verbale o fisica.

Perché?

Prima di tutto perché sono una minoranza, dice lo studio. In altre parole, è questo il motivo per cui se un’auto parcheggia sul marciapiede o in seconda fila è tollerata, mentre se un ciclista non ha strutture adeguate come una ciclabile, e approfitta di un marciapiede per brevi tratti, viene facilmente insultato dagli stessi pedoni. Accettiamo il noto, mentre non accettiamo il nuovo, anche se il primo partecipa attivamente e notoriamente a farci ammalare e a vivere meno (qui i dati Who ), in ambiente meno bello e sicuro (qui le statistiche sugli incidenti stradali ).

Ora, la bici non è propriamente il nuovo. È casomai il vecchio. Ma negli ultimi anni tutti i Paesi sviluppati e non solo hanno rilanciato e promosso l’utilizzo delle bici proprio per ridurre le perdite umane ed economiche che l’utilizzo diffuso dei mezzi a motore privati ha causato nel mondo. La bici oggi è emblema di una rivoluzione dal basso che non accetta più il rischio di morire precocemente, per sé o i propri figli, che chiede strade e piazze più piacevoli e vivibili, e apprezza ed enfatizza i benefici fisici e psicologici che l’attività fisica regala (qui una review scientifica).

Lo studio australiano include tra le possibili spiegazioni del fatto che i ciclisti siano considerati sub-umani la circostanza che difficilmente si vede la loro faccia e che si muovono meccanicamente. Ora, questa sembra proprio una considerazione eccessiva, ma potrebbe bastare il dubbio a promuovere manifestazioni come ad esempio la celebre Milano Fancy Bike Ryde che punta proprio a umanizzare al massimo la bellezza della bici, o i progetti come il Bike to School promossi in molte città d’Italia per sollecitare il buono spirito e l’indipendenza dei bambini, oltre che salvaguardare la loro salute e il futuro del loro pianeta.

In conclusione, è così: la gente non pensa a dedicare monumenti ai ciclisti, come dovrebbe, ma li odia. Come ricorda Paolo Pinzuti, del resto, solo recentemente Il Giornale e Il Corriere della Sera si sono apertamente schierati contro la categoria. Sappiamo anche che l’Italia sembra proprio un Paese inadatto all’utilizzo della ragione, quando si parla di mobilità (qui un buon parallelo, un confronto tra noi e il resto d’Europa). Tuttavia restiamo convinti che tra le meraviglie che solo un ciclista conosce – la velocità, il tempo, l’equilibrio, gli odori e la luce – ci sia in un angolo nascosto anche l’orgoglio di remare controcorrente. Siamo contro il sistema, siamo contro di voi: sentirci esclusi ci rafforza.

Quali esercizi fare per tenere lontano l’Alzheimer?

Sab, 04/06/2019 - 10:48

I dati sull’Alzheimer sono impietosi. Come è emerso in occasione della Settimana del Cervello 2019, 1 anziano su 4 sopra gli 80 anni ne è affetto. Mentre le demenze in generale in Italia colpiscono un milione di persone.

Accumuli di proteina

Alla base della malattia di Alzheimer c’è l’accumulo progressivo di beta-amiloide nel cervello, una proteina che formando placche circonda e distrugge le sinapsi, i punti nevralgici della comunicazione tra i neuroni.

Come prevenire l’accumulo di beta-amiloide?

Come ci spiega nella videointervista Carlo Ferrarese, direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze dell’Università di Milano-Bicocca e direttore della Clinica Neurologica presso l’Ospedale San Gerardo di Monza, studi scientifici hanno dimostrato che il deposito anomalo di questa proteina può essere causato dal danno vascolare. Correggere quindi i fattori di rischio di patologie vascolaricome ipertensionediabeteobesitàfumo e scarsa attività fisica consente di limitare notevolmente il rischio di Alzheimer e, più in generale, le demenze.

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Unwashed, la nuova moda di non lavarsi…

Sab, 04/06/2019 - 08:00

Si chiama “Unwashed” ed è la nuova moda per andare incontro all’ambiente. Una scelta che sempre più persone compiono ogni giorno al fine di andare incontro alle tutele che mirano a ridurre il dispendio d’acqua e tutto al solo scopo di far bene all’ambiente. Una tendenza che è sempre più di moda e che farà rabbrividire chi, al contrario, è abituato a fare più docce al giorno e lavarsi i capelli diverse volte in una settimana ma che negli ultimi tempi ha preso sempre più campo, riscuotendo consensi anche da chi inizialmente era più scettico.

Unwashed, ecco di cosa si tratta

Quella di non lavarsi o, per meglio dirla, di lavarsi con meno frequenza del solito, è una tendenza nata in America e diffusasi di recente anche in Europa. In pratica chi vi aderisce si concede una doccia a settimana e uno shampoo ogni dieci giorni circa. Inoltre per far si che le volte in cui ci si lava siano eco sostenibili, invece dei normali detergenti che si trovano ai super mercati vengono usati prodotti alternativi come l’argilla o gli estratti di alcune piante. In questo modo si evita l’inquinamento dell’ambiente e lo spreco di acqua che trova nella rinuncia alla doccia un grande alleato. Per una normale doccia servono infatti circa 50 litri d’acqua. Ciò comporta ad una riduzione settimanale di almeno 300 litri per chi sceglie di effettuarne una ogni sette giorni. Un dispendio che aumenta se di solito si è abituati a farne più di una durante il giorno.

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Come si bacia una ragazza

Sab, 04/06/2019 - 08:00

Anni fa ho scoperto che nel mio sito molti ragazzi usavano come chiave di ricerca: “Come si bacia una ragazza” e allora ho deciso di raccontarlo perché mi sono commosso di tenerezza pensando a quanto anch’io ho patito e mi sono arrovellato chiedendomi come dovessi fare per baciare bene. Ecco i miei consigli:

1) La cosa importante da capire è che le ragazze amano la dolcezza. Il bacio dovrebbe essere un modo per comunicare con i movimenti quello che le parole non possono dire. Emozione.

Baciare è come scrivere una poesia.
Molti maschi baciano come se fosse una competizione sportiva, una prova di coraggio, una dimostrazione di forza fisica, una lotta tra lingue. NO!!!
Baciare è un modo per raccontare una similitudine poetica: sei tanto bella che ti mangerei come se tu fossi una fragolina di bosco.
Sei tanto amabile che ti succhierei come se tu fossi un cioccolatino.
Sei tanto morbida che mi viene voglia di giocare a saggiare la tua morbidezza.
Inoltre se muovi la lingua e basta, senza lasciarti andare alle sensazioni che la bocca, le labbra e la lingua di lei ti fanno sentire allora bacerai uno schifo.
La chiave di tutto è mettersi in uno stato d’animo contemplativo, rilassato e sorridente: avvicinare le labbra alle sue come se stessi per assaporare la miglior crema alla vaniglia del mondo e ascoltare il lento accarezzarsi di labbra e lingue. Poi se vuoi puoi anche muovere la lingua un po’ più velocemente ma solo se da questo movimento trai una sensazione fisica piacevole. Ma la velocità non fa punteggio, è un gioco di ascolto non una gara di corsa.
Più ascolti le sensazioni, più entri in empatia con la ragazza, più riesci a lasciarti andare e i movimenti diventano spontanei, la mente smette di pensare e tu sei lì che non fai niente altro che ascoltare cosa ti piace di più nei movimenti che fai.
Non pensare “adesso devo fare questo, adesso devo fare quello”. Non c’è nessun copione da eseguire. Nessuno sa come deve essere un bacio, nei dettagli.
Ogni bacio è un caso unico a sé. Il bacio è una poesia inventata al momento lasciando che le parole vengano fuori spontaneamente, senza stare lì a controllare se sono giuste o sbagliate.
Fidati: quando sei in questo stato libero e sorridente della mente scopri che sai come fare a farla impazzire senza doverci pensare. E’ la magia della natura.
Baciarsi è una cosa che è scritta nel tuo DNA. Non la devi imparare. Devi scoprire che lo sai già fare.

2) LA TECNICA DEL BACIO
Chiarito lo scopo del bacio e lo stile del bacio passo a descrivere la tecnica del bacio.
Baciarsi consiste nel socchiudere la bocca, senza esagerare, non sei dal dentista.

Le bocche dischiuse si avvicinano.
Soprattutto nel primo bacio con una ragazza nuova è importante l’istante dell’impatto. Non sei obbligato ad andarle a sbattere contro fratturandole un labbro. Anzi è più carino, emozionante, lasciare che l’emozione che senti prenda il controllo. Probabilmente ti sentirai tremare dentro, il cuore che batte come una mitragliatrice d’assalto, le mani fredde e sudate, un crampo alla pancia o allo stomaco eccetera eccetera. OK! E’ tutto regolare. Può sembrare assurdo ma il vero motivo per cui ci si bacia è proprio quello di sentire queste sensazioni bomba.
All’inizio ti spaventano perché pensi derivino dalla tua insicurezza e sospetti che sverrai, ti farai la pipì addosso, morirai, le starnuterai in faccia o dirai qualche cazzata mostruosa, e lei non vorrà mai più baciarti e andrà a dire alle sue amiche che sei uno sfigato mondiale.
Butta via tutte queste paranoie e dedicati ad assaporare come l’emozione ti fa perdere il controllo della mente. Osserva come in realtà è molto piacevole questa confusione mentale. Sei perfettamente in grado di sopravvivere a questo scombussolamento. E non è niente male. Comunque molto meglio che essere ubriachi.
A questo punto le tue labbra sono a centimetri 1 dalle sue di lei. OK, fermati per un istante e annusa l’aria. Sentirai il profumo della sua pelle. Se è la prima volta che dai un bacio questo ricordo ti accompagnerà per tutta la vita e sarà qualche cosa di tenerissimo che riguarderai con dolcezza. E’ uno dei ricordi essenziali della vita, di quelli che ti puoi portare nella tomba (i ricordi dolci sono l’unica cosa che ti potrai portare nella tomba).
Ora avanza lentamente fino a sfiorare le labbra di lei con le tue. A me da molto gusto ascoltare che sensazione provo quando avviene questo impatto sfiorante. E poi saggiare le labbra di lei con una lievissima pressione delle mie. Sentire quanto sono elastiche. Quindi uno può indugiare a fregarsi le labbra come fanno i cavalli. Oppure può avanzare con la lingua in terra straniera.
Immagina le due bocche socchiuse di profilo: tra le labbra e i denti si forma uno spazio. Lì le lingue si incontrano inizialmente. E tu lecchi la sua lingua. Se pensi di dare una leccatina a un gelato che ha un gusto nuovo riesci a immaginare come dovrebbe muoversi la lingua. Né troppo dura-rigida né troppo molla-lumaca-morta, né troppo rapida.
E’ una lingua che si muove per andare a sentire il sapore. Una lingua che cerca il piacere del gusto. E a questo punto assapora il sapore che ha la ragazza che stai baciando. Ogni donna ha un sapore diverso e trovare il sapore che ti soddisfa veramente è lo scopo della vita. E magari hai la fortuna di trovare il sapore assoluto per te al primo bacio. Quindi ascolta bene. Successivamente puoi iniziare a fare i movimenti che vuoi, entrare nella sua bocca con la lingua (senza esagerare sennò la soffochi), oppure scivolare sui suoi denti, arrotolarsi e spintonarsi (delicatamente) con la punta della lingua di lei, bearsi in strofinamenti, leccatine. Alternare momenti in cui sono le lingue a parlarsi ad altri nei quali si parlano le labbra. Ma si può anche indugiare a leccare un labbro.

E in effetti quel che fai non è tanto importante. All’inizio uno prova gusto a sperimentare. Poi trovi che ci sono determinati movimenti che ti danno più gusto e che staresti lì a goderteli in eterno, oppure no, magari ti piacerà sempre cambiare. Ma insomma, questo non è importante.

Non è importante cosa fai ma come lo fai.

E questo è un principio che non vale solo per il bacio. Comunque non serve pensare e progettare i movimenti della lingua. Anzi questo è il vero pericolo, l’errore madornale. L’obiettivo è che la parte inconscia della tua mente si occupi dei movimenti della lingua e delle labbra e che tu (essere razionale) ti limiti a stare lì a goderti e assaporare le sensazioni piacevoli.
Se farai così sarai spontaneo, non controllato, e il tuo corpo, che possiede una saggezza di milioni di anni di evoluzione, saprà benissimo trovare i movimenti più piacevoli per te e per lei. Le donne sentono se stai a fare i piani di come muoverti e non ti lasci andare. E non gli piace. E’ come per il ballare. Se pensi ai movimenti che devi fare fai schifo. Se ti lasci andare ad ascoltare la musica il tuo corpo si muove per conto suo e tu balli bene e ti senti bene. Questo è tutto. Buon Bacio a tutti.


P.S. Ricordati che un buon bacio può essere rovinato dall’alito cattivo. Un buon amante si lava i denti e la lingua con cura, mangia caramellane alla menta, foglie di menta, gocce di olio essenziale alla menta o simili. Anche lavarsi le ascelle è utile. E se pensi di arrivare molto lontano lavati bene anche il pisello. E asciugalo con cura dopo averlo lavato sennò rischi fastidiose irritazioni.

In Kenya il riciclo della plastica veleggia su una barca fatta di infradito

Ven, 04/05/2019 - 19:15

Il primo dhow della storia (la tradizionale imbarcazione dell’Africa orientale a vela araba triangolare) fatto interamente di plastica riciclata. Volontari ambientalisti kenioti hanno raccolto sulle strade di Nairobi, Mombasa e Malindi e sulle spiagge di Lamu bottiglie di pet, soprattutto, ma anche ciabatte infradito (trentamila). Alla fine, con le tavole colorate gialle, rosse, blu, bianche e verdi ricavate da dieci tonnellate di scarti, hanno varato un veliero dallo scafo arlecchino. Nome: Flipflopi (infradito in inglese). Missione: navigare nell’oceano tra il Kenya e Zanzibar (cinquecento chilometri) per rendere più sensibile la gente al problema dell’inquinamento da plastica e al riciclo dei rifiuti.

UN PROBLEMA GIGANTESCO, nel mondo: secondo l’Onu, dagli anni Cinquanta sul nostro pianeta sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di plastica. Un decimo è stato riutilizzato, un altro decimo incenerito: quasi l’ottanta per cento è finito nelle discariche e nei mari. Secondo l’Università di Berna, il danno economico annuo all’ecosistema marino è di dodici miliardi e mezzo di euro: il Pil dell’Islanda. Contrariamente a quello che possono pensare in molti, però, l’Africa non è al grado zero della sensibilità ecologica. La produzione di rifiuti, oggi 125 milioni di tonnellate l’anno, raddoppierà entro il 2025, ma molti Paesi sono già attivi nel campo del riciclo della spazzatura, della plastica in particolare: il Sud Africa, l’economia più ricca del continente, ha già più di duecento aziende operative. Il Kenya ne ha molte di meno ma vuole recuperare. C’è chi dalla plastica riciclata crea parquet, chi trasforma infradito (sempre quelle) in opere d’arte, chi ne estrae carburante.


IL KENYA PUNTA A DIVENTARE campione d’Africa nella lotta all’inquinamento da plastica. Nel 2017 ha introdotto una delle leggi anti-sacchetti più dure al mondo: ma non è sufficiente una legge a far scattare la sensibilità ecologica, lo sappiamo bene. 

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Fonte foto CORRIERE.IT

Acqua potabile dal mare grazie al grafene

Ven, 04/05/2019 - 16:00

Il grafene è un materiale costituito da un reticolo a celle esagonali di atomi di carbonio, dallo spessore monoatomico e dotato di straordinarie caratteristiche elettriche e meccaniche, tanto da rappresentare una potenziale risorsa per molte applicazioni. Una delle più significative è filtrare l’acqua marina per renderla potabile, stando ai risultati presentati su “Nature Nanotechnology” da ricercatori dell’Università di Manchester, tra quali c’è anche Andre Geim, premio Nobel per la fisica nel 2010 insieme a Konstantin Novoselov proprio per le loro ricerche sul grafene.

Il materiale usato nello studio è grafene legato a ossigeno, una forma un po’ particolare di grafene che ha già dimostrato il suo potenziale nelle operazioni di filtraggio di piccole nanoparticelle, di molecole organiche e anche di alcuni sali da soluzioni.

In una precedente ricerca, gli autori avevano scoperto che una volta immerse in acqua, le membrane di ossido di grafene si gonfiano facendo dilatare i loro pori: è per questo che possono filtrare solo molecole o ioni di grandi dimensioni. L’ulteriore sviluppo di queste membrane ha portato alla scoperta di una strategia per evitare il rigonfiamento durante l’immersione in acqua e per controllare con precisione la dimensione dei pori, che può essere ridotta fino a essere efficace nel filtraggio del sale.

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La vendetta sessuale è la disperazione di chi teme il piacere

Ven, 04/05/2019 - 15:00

“Arriva Lo Straniero”. Da questo venerdì inizia la sua collaborazione settimanale con People For Planet Raniero Virgilio in una nuova sezione, “Lo straniero”. Welcome Raniero!
Raniero Virgilio, fisico cibernetico, dopo Irlanda e Svezia ora vive a Berlino e lavora a Praga. Viaggia, difficilmente emigra. Lo annoiano le patrie e le città da difendere. Scrive anche per Il Napolista.

Uno dei motivi per cui la discussione in Parlamento sul Revenge Porn, la diffusione di immagini e video intimi del partner senza il suo consenso, fatica a trovare reale sponda nella mente delle persone è che esso si presenta come l’ennesima regolamentazione necessaria per limitare i danni interni alla cosiddetta società civile, l’ultimo esemplare della lunga lista delle legalizzazioni indispensabili ad evitare di farci del male.

Sarebbe interessante cambiare prospettiva e dotare finalmente la discussione di quella vena umana ed artistica necessaria a liberare l’elefante nella stanza – come direbbero i nostri amici anglosassoni: signore e signori cittadini, filmarsi a letto è piacevole, è divertente, accende passioni, regala qualche domanda, genera sorrisi. La punizione per la vendetta di chi pubblica è sicuramente doverosa, ma va vissuta con lo stesso spirito di sottile rassegnazione con il quale ci si adegua a qualunque legge imperfetta scritta dall’uomo. Ad essere triste, oltre alla ritorsione di chi la compie, è il grigiore di chi guarda. È indice di una comunità in cui il sesso, che nelle chiacchiere sembrerebbe oggi liberato dai legacci dei miti religiosi tanto quanto dagli strascichi para-rivoluzionari del secolo scorso, non è più il piacere che ha l’ambizione di provare, di sbagliare, di irrompere, di significare qualcosa, di tenerci stretti alla vita, mentre si tramuta in materia d’esame e si affida agli obiettivi degli smartphone per setacciare i cessi del Parlamento o agli studi legali che definiscano limiti e confini della dignità.

Puškin scrisse: “Io pensavo che il cuore avesse dimenticato/ il facile talento del soffrire” – e chiosò – “ma ecco ancora mi sorprendono i brividi/ davanti alla forza scardinante della bellezza”. Il focoso moscovita le sue libidinose acrobazie le avrebbe filmate e rifilmate e al poveraccio che avesse osato un commento avrebbe intitolato una delle sue meravigliose invettive.