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Aggiornato: 32 min 20 sec fa

Brutti, sporchi e cattivi: puntata 18

Ven, 08/02/2019 - 09:29

Energia: 10 consigli ENEA per ridurre i consumi dei condizionatori

Ven, 08/02/2019 - 08:00

L’arrivo del grande caldo con temperature superiori ai 30 gradi fa spesso scattare la corsa ai condizionatori. Per facilitarne un uso efficiente, ottimizzando il raffrescamento e salvaguardando il comfort senza surriscaldare le bollette, ENEA fornisce 10 indicazioni pratiche che consentono di ottenere benefici ambientali e risparmi fino al 7% sul totale della bolletta elettrica.

Attenzione alla classe energetica – Il primo suggerimento per l’uso ‘intelligente’ dell’aria condizionata nasce dalla scelta del condizionatore: sono da preferire i modelli in classe energetica A o superiore, che comportano un risparmio sulla bolletta elettrica e una riduzione delle emissioni di CO2 in atmosfera. Un nuovo condizionatore di classe A consuma all’anno circa il 30% in meno rispetto a un vecchio modello di classe C, con una riduzione equivalente di emissioni di CO2.

La tecnologia inverter – Questo tipo di climatizzatori dovrebbe essere la prima scelta nell’acquisto quando si prevede di tenere accesa l’aria condizionata per molte ore di seguito, in quanto la potenza si adegua all’effettiva necessità riducendo i cicli di accensione e spegnimento. Sono modelli più costosi di quelli dotati di tecnologia on-off, ma consumano meno energia.

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I vent’anni del Lucania Film Festival di Pisticci

Ven, 08/02/2019 - 07:00

Pisticci è un luogo molto cinematografico. In queste contrade che osservano vertiginosi Calanchi lunari e il mar Jonio, e che furono attraversati da Luchino Visconti per i sopralluoghi di “Rocco e i suoi fratelli”, da vent’anni si svolge un festival cinematografico nato come scommessa di resistenza e oggi punto cardinale della Basilicata che del cinema ha fatto un momento di forza della sua industria culturale.

Era un pomeriggio di pioggia autunnale quando Rocco (il nome più diffuso nelle anagrafi di Lucania) Massimiliano e un gruppo di amici tenevano un dialogo da Basilischi.  Dopo l’estate la maggior parte dei coetanei era partita per le università e le città del mondo, e la tristezza scendeva nei loro cuori. Perché non adoperarsi a organizzare un qualcosa legata al cinema? Un sogno, una speranza di riscatto. Suggestivo il luogo di elaborazione. L’androne della vecchia fabbrica dell’Amaro Lucano nato proprio a Pisticci e oggi drink dal sapore internazionale con storico claim immagazzinato nell’immaginario collettivo (Che cosa vuoi più dalla vita? Un Lucano).

I giovani cinefili volevano affermare la loro resistenza al non si può fare. E concepiscono una rassegna di cortometraggi da tenersi tra Natale e Capodanno quando tutti gli amici tornano. Da allora sono andati veloci come il vento, per citare il titolo di un film di successo girato anche a Pisticci con la loro esperta supervisione.

Le sedi cambiano, il pubblico cresce, il Lucania Film Festival fortifica brand e autorevolezza. Quando arriva a Rione Dirupo esplode la sua potenza. A ridosso della festa patronale, nel cuore del centro storico, migliaia di persone sciamano fino all’alba, vedono film e corti, assistono a dibattiti e concetti. Arriva gente da tutto il mondo e si forma una comunità estiva allegra e impegnata per un decennio.

Quando si cresce si determinano mutamenti e anche scissioni. Oggi il Festival è approdato a Marconia con orientamenti più cinefili e professionali nel Cineparco del Centro Tilt. Un’area dismessa pubblica e riconvertita con finanziamenti pubblici in un luogo creativo che permette di vivere a chi fece la scommessa di non lasciarsi tutto alle spalle, e che oggi accoglie cineturismo scolastico in numero sempre più crescente insieme a una miriade di attività strettamente connesse al territorio.

Tutto è pronto per festeggiare il ventennale dal 7 all’11 agosto. Sono circa 40 i film, soprattutto corti e lunghi, selezionati tra le 5000 proposte giunte come sempre da ogni parte del mondo. Ma non solo la giuria professionale assegnerà i premi finali. Originale e partecipata anche la Giuria Pop del festival. Sono  oltre 50 appassionati, che si sono formati in questi mesi presso il Cineparco Tilt attraverso una serie di incontri finalizzati a fornire tutti gli strumenti per una corretta valutazione delle pellicole. La formazione del giurato popolare allarga partecipazione e interesse.

Scalda i motori il patron della manifestazione, Rocco Calandriello, che ha sempre un cappello in testa ma soprattutto le idee molto chiare: «Vent’ anni di Festival – ha spiegato il direttore artistico Rocco Calandriello – consentono di consegnare alla nostra comunità e al mondo del cinema nazionale e internazionale un bilancio storico sui profondi cambiamenti espressivi e tecnologici che hanno significativamente caratterizzato il Cinema e i mezzi di comunicazione audiovisivi.»

Come nelle recenti edizioni a Pisticci non mancheranno grandi nomi che attireranno grande pubblico: sul palco del Lucania Film Festival le risate intelligenti di Carlo Verdone e le lezioni del maestro Dario Argento. Se siete da quelle parti fate un salto. Il divertimento è assicurato

Per il programma del Festival http://www.lucaniafilmfestival.it/ 

Inventore settantenne risolve la fimosi senza intervento chirurgico

Gio, 08/01/2019 - 18:00

Ho incontrato un imprenditore over 70 che ha pensato a una soluzione per un problema di noi maschietti

Si può essere imprenditori a ogni età della vita: Charles Goodyear, per esempio, scoprì il processo della vulcanizzazione della gomma a 40 anni che, per gli standard dell’epoca (1800), equivale a circa 70 anni di oggi. Essere imprenditori non è un fatto di età, ma d’intraprendenza. Spesso l’imprenditoria nasce da una necessità: pensiamo a AirBnb. I fondatori si accorsero che non c’erano soluzioni valide per spendere poco e avere un letto comodo. Con un po’ di esperimenti nacque AirBnb.

Certo, in America è tutto più semplice: mercato grande, finanziatori disponibili insomma un tessuto fiscale, legale e commerciale ideale. In Italia le cose sono più complicate, ma anche qui ci sono casi di successo. Se combiniamo imprenditorialità, curiosità e risoluzione di problemi troviamo Carlo Boschetto, inventore da sempre (quasi 100 brevetti all’attivo, fra cui una lavagna per ipovedenti, un motore lineare senza bielle, un sistema di evacuazione dai grattacieli senza elettricità) e imprenditore a più di 75 anni.

La domanda a cui Carlo ha voluto dare una risposta è: cosa fare per la fimosi? Ecco cosa è la fimosi. Funziona cosi: il pene di un uomo è funzionale quando riesce a operare bene in bagno e nelle attività sessuali. Tranquilli non siamo su YouPorn. Ora succede che se il prepuzio (insomma la pelle che protegge le parti più interne di un pene) non permette una completa emersione del glande abbiamo un problema serio. 

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Promuovere l’allattamento al seno salva 820.000 vite l’anno

Gio, 08/01/2019 - 15:00

Uno spot ironico per divulgare il messaggio che ogni donna deve sentirsi libera di allattare sempre e ovunque, anche in pubblico o nei luoghi di lavoro

Promuovere l’allattamento al seno a livello mondiale potrebbe salvare 820 mila vite l’anno. Avete capito bene: 820 mila decessi in meno tra neonati e bambini nella prima infanzia grazie al solo latte materno. A stimare la cifra è uno studio condotto dall’Organizzazione mondiale della Sanità in collaborazione con l’Unicef (l’agenzia delle Nazioni Unite per la protezione dell’infanzia) “Protecting, promoting and supporting Breastfeeding in facilities providing maternity and newborn services: the revised baby-friendly hospital initiative”, da cui emerge anche che estendere questa tipologia di alimentazione (che poi non è solo alimentazione, ma anche relazione e contatto, con tutti i benefici che da questi derivano) a tutti i neonati del mondo comporterebbe ogni anno un risparmio a livello globale di circa 300 miliardi di dollari.

I benefici per il bimbo

Il latte materno non è un semplice alimento, ma un tessuto vivo che modifica nel tempo la sua formula adattandosi alle specifiche esigenze del bambino: possiede tutti i nutrienti necessari nella prima fase della  vita dei neonati e contiene sostanze in grado di proteggerli dalle infezioni e di favorirne il corretto sviluppo anche oltre i due anni di vita, rinforzando il sistema immunitario.

Non solo nutrimento

Non solo nutrimento. L’allattamento materno è anche la prima forma di immunizzazione del bimbo: i piccoli allattati al seno sono infatti meno soggetti a malattie respiratorie, gastroenteriti, otiti e allergie e allo sviluppo nella vita futura di patologie croniche come diabete e obesità. Poppare il latte dal seno favorisce inoltre un più corretto sviluppo della bocca (struttura mandibolare e arcate dentarie) del bambino.

I benefici per la mamma

A guadagnarci dall’allattamento al seno è anche la mamma. Tanto per iniziare, allattare al seno rafforza il legame col piccolo e stimola il rilascio di endorfine, neurotrasmettitori coinvolti nella sensazione di benessere. Inoltre la suzione al seno praticata da parte del neonato appena dopo la nascita favorisce la contrazione dell’utero, facilitando il suo ritorno alle dimensioni pre-gravidanza e prevenendo le emorragie. Allattare al seno, poi, accelera la ripresa dal parto e riduce il rischio di depressione post parto; nel lungo termine riduce nelle mamme il pericolo di sviluppare l’osteoporosi in età avanzata e il tumore alla mammella e all’utero; facilita la ripresa del peso-forma, poiché la produzione di latte da parte dell’organismo materno comporta un notevole dispendio di calorie.

Cosa dice l’Oms

Il latte materno è l’alimento migliore per soddisfare i bisogni alimentari del bambino e l’allattamento al seno è il modo migliore per soddisfare i bisogni emotivi del piccolo: per questo l’Organizzazione mondiale della sanità raccomanda il latte di mamma come unica forma di alimentazione per i primi sei mesi di vita (fino cioè a 26 settimane compiute), senza aggiungere  neanche l’acqua, e consiglia di proseguire nell’allattamento fino a quando la mamma e il bambino lo desiderano, anche oltre i due anni, integrando gradualmente la dieta con altri cibi a partire dal compimento dei sei mesi di vita del bimbo.

Dati ancora bassi

Nonostante le raccomandazioni dell’Oms, però, a livello mondiale la percentuale di bambini allattati al seno in modo esclusivo per i primi sei mesi di vita è ancora bassa – solo 4 su 10 – e nel nostro Paese la strada da fare è ancora lunga: se, infatti, nei primi giorni dopo il parto circa il 90% delle neomamme italiane allatta al seno il proprio piccolo, già alla dimissione dall’ospedale la percentuale scende al 77% per crollare al 30% a 4 mesi, e solo il 10% delle mamme continua ad allattare oltre i 6 mesi (leggi la nostra inchiesta).

Allattare al seno “È naturale!”

Per promuovere l’allattamento al seno e divulgare, in chiave ironica, il messaggio che ogni donna deve sentirsi libera di allattare, anche in pubblico o nei luoghi di lavoro, “sempre e ovunque“, il ministero della Salute ha lanciato la campagna “È naturale!“, uno spot da alcuni giorni in onda sulle reti Rai – ma che andrà anche sulle reti Mediaset (Canale 5 e Italia 1) e sul web con una versione più breve da 15 secondi – che ha come testimonial i comici Nuzzo&DiBiase. La scelta del ministero della Salute di pubblicizzare l’allattamento materno, spiega Maria Vicario, presidente della Federazione Nazionale degli Ordini della Professione di Ostetrica (Fnopo), «è d’aiuto agli innumerevoli inviti che ostetriche, ginecologi, neonatologi e pediatri rivolgono da tempo ma che non sempre è facile seguire». L’appello alle neomamme «è di non scoraggiarsi davanti alle prime difficoltà e di chiedere consiglio alle ostetriche che sapranno aiutare, anche nei casi in cui, per specifiche situazioni, si dovesse optare diversamente».

Ambiente, migranti, scuola: le ricette dei «giovani saggi» per cambiare il mondo

Gio, 08/01/2019 - 11:00

Con questo intento 190 giovani leader si sono incontrati nella città cinese di Dalian in occasione del 16 esimo Summit, the Forum of Young Global Leaders, organizzato dal World Economic Forum. Tra loro Cristina Pozzi, 37 anni, imprenditrice sociale e divulgatrice nonché unica Young global leader per l’Italia. Per lei fondatrice della no profit Impactscool , insieme ad Andrea Dusi, è stata l’occasione di confrontarsi con una community internazionale che ha lanciato una serie di progetti per salvare il pianeta. «Un’esperienza unica e un gruppo misto: ho conosciuto membri di organizzazioni non governative , imprenditori, manager e scienziati da tutto il mondo e con idee pazzesche su come risolvere i problemi del pianeta». Tra i temi toccati le migrazioni, l’istruzione e la mobilità.

La questione rifugiati

Uno dei temi che i giovani leader hanno deciso di affrontare è quello dei rifugiati. Ed esiste già una proposta che punta a semplificare e la vita delle persone in fuga dai loro Paesi. «Sta nascendo un progetto molto pratico e concreto. Una piattaforma in grado ‘di collegare’ i rifugiati all’economia globale. L’idea arriva da alcuni ragazzi che hanno visitato Kakuma in Kenya dove esiste un enorme campo per rifugiati», spiega Pozzi.

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Cosa cercare nel cielo di agosto, tra pianeti luminosi e le stelle cadenti più attese dell’anno

Gio, 08/01/2019 - 10:22

Difficile per il mese di agosto confrontarsi con la settimana astronomica più ricca dell’anno: quella del 20 luglio, con un’eclissi di luna, il cinquantesimo anniversario dallo sbarco sulla Luna e la partenza di Luca Parmitano verso la Stazione spaziale internazionale. Ma sappiamo bene che le notti d’estate, soprattutto per chi è in ferie, difficilmente lasciano a bocca asciutta.

E allora armiamoci di mappe stellari, bussola e, per i più pro, di telescopio, e andiamo a caccia di fenomeni luminosi. Non dimentichiamo, d’altronde, che questo è il mese delle Perseidi, le stelle cadenti più attese dell’anno.

La Luna nera
No, nessuna strana minaccia all’orizzonte: gli astronomi chiamano Black Moon (Luna nera, appunto), il fenomeno per cui nell’arco di un unico mese cadono due notti di Luna nuova, cioè quando il nostro satellite non è visibile nel cielo (in quanto solamente la faccia opposta a noi viene illuminata). Succede agli estremi di agosto, in data 1 e 30 del mese, che sono dunque ottime occasioni per l’osservazione indisturbata degli altri oggetti luminosi del cielo. La notte di Luna piena invece sarà proprio quella di Ferragosto, il 15 del mese

Le costellazioni dell’estate
Le avrete notate, nelle vostre passeggiate serali in riva al mare: tre luci più intense delle altre, in alto rispetto all’orizzonte, a definire un enorme triangolo proprio sopra la vostra testa. Si tratta del cosiddetto Triangolo estivo: ai suoi vertici, Vega, Altair e Deneb, le stelle più brillanti di queste notti di agosto.

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Foto di Kristendawn da Pixabay 

Brutti, sporchi e cattivi: puntata 17

Gio, 08/01/2019 - 09:29

Ecofuturo 2019: Biogas Channel intervista Fabio Roggiolani e Jacopo Fo

Gio, 08/01/2019 - 09:10

Una giornata al festival Ecofuturo 2019: la voce di chi crede in un futuro ecosostenibile…
Fonte: BiogasChannel

Mamma anatra e i 76 anatroccoli: meraviglia della natura

Gio, 08/01/2019 - 08:00

“La seguivano sempre, ovunque andasse”.

Tenera, inusuale e meravigliosa: l’immagine di una mamma anatra seguita da 76 piccoli anatroccoli sta facendo il giro della rete per la sua bellezza. L’ha scattata Brent Cizek, fotografo amatoriale, mentre stava facendo un piccolo reportage naturalistico nel lago Bemidji nel Minnesota (Usa).

E’ una foto unica: è infatti difficilissimo vedere una mamma di smergo maggiore con così tanti piccoli. Un motivo c’è: “Non possono essere tutti suoi” ha spiegato la National Audubon Society, associazione per la conservazione della natura. Questa specie di anatra infatti spesso si prende cura dei piccoli di altri, formando un vero e proprio asilo nido. Difficilmente però una sola anatra può essere la madre di dozzine e dozzine di pulcini.

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Turismo di massa? No, grazie!

Gio, 08/01/2019 - 07:59

In questa infografica alcuni tesori nascosti della nostra meravigliosa penisola. Avete già deciso dove andare questa estate?

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

Senza il verde, la città non si vive ma si subisce

Gio, 08/01/2019 - 07:00

Molto, e i Sindaci possono davvero fare la differenza: a partire dal considerare il verde urbano investimento e non spesa.

Una lungimirante pianificazione e programmazione del verde e della sua manutenzione può fare la differenza tra vivere bene in una città o vivere male. Per tanti aspetti: relativi alla salute, alla vivibilità, alla socialità, all’aumento della resilienza delle città, ovvero della capacità che può avere un’area urbana di reagire a fenomeni climatici sempre più irruenti e distruttivi.

Anche nei più illuminati piani urbanistici la vegetazione in città, fino ad ora, ha avuto per lo più funzioni simboliche, ornamentali, al massimo termoregolatrici, e solo recentemente il verde, in alcune città con amministrazioni illuminate, è tornato ad essere inserito in un ragionamento più complesso e funzionale di un rapporto fra aree da destinare a parchi, aiuole, o orti e aree da cementificare nei piani regolatori.

Si è, si spera, chiusa la fase in cui la natura era stata relegata a una funzione puramente decorativa, anche perché abbiamo accumulato un ritardo nel nostro braccio di ferro con il pianeta che impone decisione, interventi in grande scala, impiego di tecnologie rinnovabili e una visione a lungo termine in tutti questi contesti, nelle città grandi prima di tutto, ma anche nei contesti più piccoli.

E sono gli stessi cittadini sempre più spesso a chiedere di poter essere coinvolti nella gestione del verde, nella sua cura e manutenzione, come ad esempio negli ‘orti sociali urbani’, o nei giardini e orti condivisi, o anche semplicemente nella gestione delle aiuole, delle piste ciclabili, dei parchi cittadini, attraverso i patti di collaborazione  pubblico-privato.

Non solo i dati dell’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA) confermano che l’Italia è tra i Paesi maglia nera in Europa per lo smog, ma è evidente in tanti studi come la mancanza del contatto con la natura abbia effetti negativi sulla salute, soprattutto nelle fasi della crescita.

Il contatto con il verde urbano e con la biodiversità cittadina è spesso l’unica occasione per vivere la natura nel quotidiano: parchi e giardini hanno un ruolo fondamentale nel contrastare il ‘deficit di natura’ che, purtroppo, influenza in modo sempre più determinante la vita di ragazzi e bambini che vivono nelle nostre maggiori città.

Alla luce di tutte le ricerche che documentano l’importanza del verde nei sistemi urbani per la salute e il benessere dei cittadini (in particolare per il sequestro del carbonio e la cattura di particolato come Pm 10 e Pm 2,5 nonché del protossido di azoto e di anidride solforosa), è evidente che questo capitale naturale debba essere arricchito e correttamente gestito in tutte le aree urbane.

Ne abbiamo parlato con un esperto, il Prof. Francesco Ferrini, ordinario di Arboricoltura e Coltivazioni Arboree all’Università di Firenze con incarichi e ruoli di prestigio nel settore della Arboricoltura: è membro del Board della International Society of Arboriculture e attuale chairperson dell’Institute for Arboricultural Studies di Hong Kong, è stato Presidente della Scuola di Agraria dell’Università di Firenze.

Prof. Ferrini, come si può stabilire, e verificare, se un centro urbano ha “sufficiente verde” per garantire ombra, limitazione di inquinanti, resilienza agli eventi climatici, ecc.? I parametri attuali presenti negli strumenti urbanistici sono sufficienti?

«Il parametro più utilizzato è l’indice di copertura arborea che misura la percentuale di superficie urbana occupata dagli alberi all’interno di una città. Questo indicatore funge anche da variabile per lo spazio verde – la presenza fisica della vegetazione – all’interno dei quartieri della città. Il secondo indicatore utilizzato è la quantità di copertura arborea/abitante che valuta l’accesso di una popolazione alla sua foresta urbana, misurando l’estensione della copertura per ogni persona che vive in un’area definita.

Da questo dato è possibile calcolare la variazione di questo indicatore (Tree Cover per Capita Deficit), che viene definito come ulteriori metri quadri di copertura arborea necessaria per raggiungere i 15 metri quadrati (m2) suggeriti da UN-Habitat di copertura vegetale per abitante.

Per cui le città che hanno una quantità di verde accessibile e fruibile al di sotto della direttiva UN-Habitat dovrebbero porsi l’obiettivo di aumentarla con pianificazioni di lungo termine.  

Molte città a livello internazionale si sono poste come obbiettivo l’aumento della copertura arborea. Un esempio è Washington, che ha una copertura media delle chiome degli alberi del 38%, in calo rispetto al 50% del 1950. Tuttavia, dal 2002 (quando si è toccato il minimo), la superficie coperta da alberi è aumentata costantemente e arriverà, grazie ai nuovi impianti, al 40% circa nei prossimi anni.

Purtroppo, queste percentuali sono ben lontane da quelle medie delle città italiane, dove difficilmente si supera il 20% e spesso si rimane ben al di sotto. Secondo quanto riportato nell’ultimo rapporto ISPRA sull’ambiente, l’incidenza delle aree verdi pubbliche sul territorio comunale presenta valori inferiori al 4% in 84 delle 116 città per cui è disponibile il dato e solo in 12 città la percentuale di verde pubblico raggiunge valori superiori al 10%».

È necessario un censimento del verde o altri passi o strumenti da mettere in atto per avere le informazioni oggettive e non basarsi su “percezioni” o dati inidonei? E quali sono i passi successivi da compiere?

«La corretta gestione del verde urbano deve basarsi su un modello di pianificazione che preveda tre domande:

  1. Cosa abbiamo
  2. Cosa vogliamo
  3. Come possiamo raggiungere quello che vogliamo

 Per quanto riguarda la prima domanda è necessario dare risposte in merito alle risorse del verde urbano disponibili (censimenti, inventari), alle risorse economiche (professionalità e competenze incluse) e finanziarie disponibili, e alle aspettative della cittadinanza (interviste, customer satisfaction, etc.).

Per quanto riguarda la seconda domanda  occorre definire quali siano le finalità perseguite a livello:

  • Generale (es. paradigma della sostenibilità)
  • lungo termine (finalità ottenibili in 5 o più anni)
  • medio termine (finalità perseguibili nei 5 anni)
  • breve termine (finalità perseguibili in 2-3 anni)
  • annuali (finalità di ogni anno)

La terza domanda richiede invece una risposta che fa riferimento al quadro pianificatorio, programmatorio e regolamentativo e quindi agli strumenti che permettono di individuare gli obiettivi determinati dalle finalità prima espresse.

Questo modello, semplice, ma che spesso sfugge sia agli amministratori (ai quali non è ben chiaro che le risorse collocate alla voce “verde urbano” sono investimenti e non spese), sia ai cittadini (i quali non sempre comprendono le emergenze tecniche e economiche che le diverse Amministrazioni devono giornalmente fronteggiare) contempla un’azione di feedback che determina un’azione automatica di modifica e di adeguamento del complesso al variare di singole parti (es. incremento della superficie e conseguente modifica del quadro finanziario e programmatorio).

Seppure con la sua schematicità, il modello ci permette di sottolineare ancora una volta alcuni elementi di fragilità della filiera del verde urbano italiano, quali: l’assenza di adeguati sistemi di inventariazione, che rappresentano la base di ogni pianificazione, e la mancanza della conoscenza delle aspettative dei cittadini e del relativo grado di soddisfazione del servizio utilizzato.

Come può un ente pubblico che appalta la gestione del verde (o la esegue in proprio) dare garanzia ai cittadini che tale servizio consente di mantenere il verde in efficienza e non tagliare se non necessario? Quali danni provoca la capitozzatura delle alberature?

Solo un puntuale ed efficace controllo può garantire un’ottimale gestione degli alberi, nello specifico si parla di interventi di potatura e sostituzioni di piante con evidenti problematiche che ne rendono indispensabile la rimozione, e delle aree a prato, e in questo caso si parla di tagli regolari del tappeto erboso. Purtroppo, anche dare delle penalità economiche può non essere sufficiente ad assicurare che il lavoro venga effettuato correttamente e con le giuste tempistiche.

La capitozzatura consiste nel drastico accorciamento del tronco o dei rami principali (sbrancatura) fino in prossimità del tronco stesso. Questa operazione è una delle principali cause delle cattive condizioni in cui versano molti alberi delle nostre città. Il tronco o il ramo capitozzati presentano ampie superfici di taglio senza difese e così i tessuti iniziano a morire dalla superficie verso l’interno, Inoltre la corteccia viene improvvisamente esposta ai raggi solari, il che provoca un eccessivo riscaldamento che la danneggia. La capitozzatura è perciò un’operazione che deve essere evitata ogni volta che sia possibile.

Nel caso in cui non esistano alternative, si dovrà operare in modo da ridurre al massimo i danni per la pianta.

Le conseguenze sono la formazione di molti nuovi ricacci, mentre contemporaneamente si assiste all’alterazione del legno e alla possibile creazione di una cavità, che si sviluppano rapidamente in ampie cavità. Ma pure il taglio di un ramo laterale, se viene fatto in orizzontale e lontano da questo, è causa di danni per l’albero. Infatti, si viene a formare un moncone di legno morto, rapidamente attaccato da microrganismi e funghi, o ancora si può assistere alla morte del cambio e al distacco della corteccia anche per molti metri di lunghezza».

Come mai si continua ancora ad attuare questa “non tecnica”, peraltro dannosa?

«Tradizionalmente nelle campagne la potatura degli alberi consisteva in una periodica “riduzione della chioma”. Le piante, però, venivano “educate” fin dalle fasi giovanili e le parti tagliate avevano una dimensione non eccessiva, per cui la superficie di taglio esposta risultava molto minore. Successivamente, a seguito della produzione di nuovi germogli, si formava un ingrossamento, denominato testa di salice (in inglese “pollard”), e spesso anche un fusto di notevoli dimensioni. Ogni 1-2 anni i ricacci venivano diradati e si lasciavano crescere 3-5 nuovi rami. Questi venivano tagliati dopo 3-4 anni e sostituiti con i rami formatisi nel frattempo.

Questo modo di potare aveva una propria logica all’interno dell’azienda agraria tesa alla produzione di tutti i beni necessari alla famiglia contadina. I grossi rami ricavati dai pioppi neri venivano, per esempio, scortecciati durante l’inverno e la corteccia veniva utilizzata come alimento per il bestiame, mentre i fusti, ripuliti, costituivano la paleria aziendale. L’altro legname che si ricavava dalla capitozzatura era usato come legna da ardere o, come nel caso dell’acero campestre, per la fabbricazione degli zoccoli. Questa tecnica di potatura oggi non ha più ragione di essere, anche se nell’operato di alcuni tagliatori (faccio fatica a chiamarli potatori) è possibile vedere un atavico ricordo».

* * *

Per una corretta manutenzione delle alberature, sono tante le associazioni che sono recentemente scese in campo per chiedere una norma specifica che disciplini ed uniformi le tecniche consentite e valide.

Una coalizione di 13 tra enti e associazioni ambientaliste (tra cui Coordinamento Nazionale Alberi e Paesaggio, Federazione Nazionale Pro Natura, Lipu – BirdLife Italia, Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio, Stop al Consumo di Territorio, ISDE Italia – Medici per l’Ambiente) ha inviato una lettera al Ministro dell’Ambiente e a quello dei Beni Culturali, chiedendo di emanare una norma sulle tecniche opportune per mantenere gli alberi, vietando allo stesso tempo le pratiche distruttive e controproducenti per la salute e la stabilità delle piante (e quindi pericolose per la sicurezza pubblica) quali le potature drastiche tramite capitozzatura o simili.

Nell’appello si legge «Gli alberi sono esseri viventi, fondamentali per migliorare la qualità della nostra vita. Producono l’ossigeno che respiriamo e contribuiscono a limitare gli effetti dei cambiamenti climatici. Riducendo l’inquinamento atmosferico, aiutano a prevenire decine di migliaia di morti premature per malattie respiratorie, come documentano l’Organizzazione Mondiale della Sanità e la FAO delle Nazioni Unite – spiegano i promotori della coalizione – Le aree verdi sono importanti per il nostro benessere e relax, sono luoghi di incontro e per il gioco dei bambini. Parchi e giardini sono ricchi di biodiversità e, caratterizzando il paesaggio, incrementano anche il valore immobiliare dei nostri appartamenti».

E ancora: «Aumentare la presenza di spazi verdi e alberi in città promuove numerose forme occupazionali – proseguono i promotori dell’iniziativa – si tratta quindi di una grande occasione per offrire lavoro a personale sia tecnico (monitoraggi, progettazione, controlli di stabilità, ecc.) che operativo (cure agronomiche e arboricolturali, nuovi impianti, ecc.). In Italia è già operativa la Legge n.10 del 14 gennaio 2013 che si pone come un ottimo punto di partenza per sottolineare l’importanza del verde urbano; inoltre il Ministero dell’Ambiente ha prodotto documenti strategici e linee guida. Tutto questo è importante, ma non basta per assicurare un approccio moderno e corretto alla gestione degli alberi. Per questo motivo, chiediamo una legge che regolamenti seriamente la materia».

Altre fonti:

https://www.terranuova.it/News/Ambiente/No-alle-capitozzature-degli-alberi-appello-per-una-legge

Milano, “isola” di plastica sul Naviglio Pavese

Mer, 07/31/2019 - 21:00

Un ingente quantitativo di rifiuti si è accumulato all’altezza di via Sant’Abbondio, dove il Lambro meridionale incrocia il Naviglio.

Tra rami, alghe e soprattutto plastica, un enorme ammasso di spazzatura ha formato una discarica a cielo aperto. LA GALLERY

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Le nonnine del Sannio con i bimbi del centro di accoglienza in braccio

Mer, 07/31/2019 - 16:30

Campoli del Taburno, borgo del Sannio, ecco la foto che intenerisce tutti. Ritrae tre vecchiette che hanno, poggiati sulle loro ginocchia e tra le loro braccia, tre bambini di colore, ospiti di un centro di accoglienza lì vicino.

Fonte: www.vesuviolive.it

Questo il commento sotto alla foto: “Un pomeriggio qualunque abbascio a chiazzólla, Zì Nicolina, Zì Vicenza e Zì Maria fanno da nonne ai piccoli che vivono nel centro accoglienza situato vicino alle loro abitazioni”.

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Las Kellys, Cameriere in lotta

Mer, 07/31/2019 - 15:00

Avete presente quelle donne, figure quasi invisibili, che percorrono i corridoi degli alberghi, che entrano nelle camere degli ospiti per rassettarle in loro assenza? In Spagna si chiamano “Kellys”, contrazione di “quelle che puliscono”.

La Spagna è il secondo Paese in Europa, dopo la Francia, per numero di turisti (82 milioni di turisti stranieri nel 2018). L’economia legata al turismo è uno dei motori essenziali del Paese ma questa ricchezza non beneficia le Kellys, l’ultimo gradino (ma indispensabile) della catena organizzativa dell’offerta turistica.

Le Kellys stanno organizzando da qualche tempo delle dimostrazioni alle porte degli hotel, raccogliendo numerose vittorie ed esportando il loro obiettivo in Europa: porre fine alla precarietà e ai salari da fame.

«Gli hotel sono un po’ spaventati da noi», riassume la portavoce del movimento, Myriam Barros, 40 anni.

Queste donne discrete, quasi invisibili per gli ospiti degli hotel, diventano “guerriere”, dice Barros, quando indossano la maglietta verde da attivista.

Il movimento “Kellys” è nato nel 2014 su Facebook. Due anni dopo è nata l’associazione.

Da allora, «hanno ottenuto che il duro lavoro di circa 150.000 cameriere, che era invisibile, sia visibile nella società nel suo insieme”, si congratulava Gonzalo Fuentes, dell’Unione delle Comisiones Obreras.

Su Twitter, la sezione di Madrid delle Kellys chiede al turista: «Non rimanere in hotel e chiedere tali informazioni prima di prenotare. Se non lo fai per noi, fallo per te, perché la qualità delle stelle non è più una garanzia e l’igiene è evidente.»

Dopo la riforma del diritto del lavoro nel 2012, voluta dal governo di centrodestra presieduto da Mariano Rajoi, molti hotel hanno cacciato i loro dipendenti e affidato il servizio a società di pulizie in outsourcing, degradando significativamente le condizioni di lavoro e riducendo i salari del 40%, secondo Barros.

Le colleghe “esternalizzate” puliscono «più di 400 stanze al mese per un salario medio di 800 euro netti” e sono esposte al licenziamento se protestano o si ammalano.

In Plaza de España a Madrid «si trova un hotel a cinque stelle dove le cameriere non raggiungono i 3 euro per camera» pulite, e in un altro residence di lusso in posizione centrale «le cameriere esternalizzate non raggiungono i 2,5 euro per camera”, afferma Angela Muñoz, 56 anni.

«Pertanto, è impossibile offrire qualità e disinfettare adeguatamente le stanze» afferma

A macchia di leopardo, la lotta delle Kellys raggiunge dei risultati. Per esempio, nella città costiera di Benidorm (sud-est), «in otto hotel dove abbiamo portato la protesta questo inverno hanno dovuto concederci due giorni liberi alla settimana anziché uno», dice la portavoce locale per “Kellys”, Yolanda García, 55 anni. Ma «continuiamo ad avere una media di 25 o 27 camere al giorno, ed è peggio in estate», si lamenta.

A nome del “Kellys”, Myriam Barros ha ricevuto il premio “TO DO” ​​per i diritti umani a marzo alla fiera internazionale del turismo di Berlino.

Nel 2017, il gruppo ha inviato una delegazione al Parlamento europeo per denunciare l’outsourcing generale

Il ministro e il segretario di Stato per il turismo spagnoli «si sono incontrati in diverse occasioni con le Kellys per discutere della loro situazione», ha affermato una fonte governativa, che ha menzionato “sforzi” per regolamentare l’outsourcing.

L’associazione sogna una “legge Kellys” che vieti l’esternalizzazione delle pulizie. L’attività principale di un hotel è la pulizia perché i clienti “vogliono affittare camere pulite”, aggiunge Ángela Muñoz.

Fonti:
laskellys.org
es.rfi.fr
lavanguardia.com
tourinews.es

Fonte immagine: Twitter Las Kellys Barcelona

Le altalene rosa Usa-Messico che abbattono i muri

Mer, 07/31/2019 - 11:38
Fonte: TG2000

Dalla stampa nazionale:

Bambini, adolescenti, uomini, donne e cani lanciano un messaggio di condivisione e speranza grazie alle altalene poste al confine tra Ciudad Juarez e il Texas da un architetto e professore dell’Università di Berkeley.

Non è affascinante come questo semplice atto di tracciare una linea su una mappa possa trasformare il modo in cui vediamo e viviamo il mondo?». Sono le parole di RonaldRael, l’artista e architetto americano che con delle altalene fucsia ha trasformato in un simbolo di gioia e condivisione la barriera di ferro al confine tra Messico e Stati Uniti costruita per impedire il libero passaggio di uomini, donne e bambini.

Rael è un professore di architettura dell’università di Berkeley in California. Ha sempre avuto a cuore il tema delle migrazioni e nel dicembre scorso durante una conferenza al Ted Talk aveva dato un messaggio molto chiaro per definire cosa può rappresentare una linea di demarcazione: «Cos’è un confine? È una linea su una mappa, un luogo in cui le culture si mescolano e si fondono in modi meravigliosi, a volte violenti e talvolta ridicoli. E un muro di confine? Una risposta eccessivamente semplicistica a quella complessità». Continua a leggere (Fonte: “Un’altalena cancella l’indifferenza: l’installazione al confine tra Usa e Messico che unisce i popoli” – ILSECOLOXIX.IT di Diana Letizia)

Fonte: TED

Fonte immagine: Vanity Fair

Integratori alimentari, il business cresce ma servono davvero?

Mer, 07/31/2019 - 10:01

Gli integratori alimentari stanno riscuotendo un successo di mercato che sembra andare molto oltre le evidenze scientifiche

Il mercato degli integratori alimentari è in continua crescita tanto che dai dati di Federsalus emerge che il 65% della popolazione adulta italiana ne ha fatto uso nell’ultimo anno. Un trend in ascesa che si rafforza con l’arrivo dell’estate, quando i problemi  legati a caldo, sole e viaggi si presentano puntualmente e di pari passo compaiono sugli scaffali di farmacie e supermercati i più disparati prodotti ed integratori con la promessa di offrire un valido aiuto.

L’analisi condotta da Altroconsumo

Altroconsumo ha analizzato 4 blockbuster dell’estate: integratori di sali minerali, integratori indicati per l’esposizione al sole, fermenti lattici per tutelare chi viaggia e prodotti per alleviare il gonfiore delle gambe.

Dal vaglio degli studi esistenti, è emerso  che  gli integratori di sali minerali dovrebbero ridurre il senso di spossatezza, ma non ci sono sufficienti dati che lo dimostrano; gli integratori per l’abbronzatura promettono protezione dai raggi UV e un colorito omogeneo e duraturo, ma gli studi a supporto vantati dai produttori presentano molti limiti; i fermenti lattici proposti a chi viaggia per prevenire o curare spiacevoli disturbi intestinali, non hanno in realtà prove sufficienti per raccomandarne l’uso. Infine anche i prodotti per le gambe gonfie e pesanti hanno deboli prove di efficacia e potenziali effetti indesiderati da non sottovalutare.

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Vedi anche: Integratori alimentari contenenti potassio, dal ministero nota per etichettatura
Gli integratori alimentari: la grande illusione


Brutti, sporchi e cattivi: puntata 16

Mer, 07/31/2019 - 09:29

Il collettivo di artisti che progetta il riutilizzo delle opere pubbliche incompiute

Mer, 07/31/2019 - 08:00

Il collettivo di artisti Alterazioni Video, che ha raccontato le opere pubbliche incompiute italiane (ben 752), propone un approfondito momento di confronto costruttivo a Matera per elaborare il riutilizzo creativo degli edifici abbandonati e degli spazi pubblici. In una prospettiva di resilienza.

Una mappa dell’Italia fatta di puntini neri emerge dal fondo bianco come dal nulla: sono i punti che indicano le opere pubbliche incompiute di cui è costellata la nostra nazione. 752 fra teatri, svincoli autostradali, ospedali, brandelli di palazzi mai portati a termine che, secondo l’elenco stilato dal Sistema Informativo Monitoraggio Opere Incompiute (S.I.M.O.I), occupano il territorio nazionale dal dopoguerra a oggi.

La mappa è stata disegnata dal collettivo di artisti Alterazioni Video  a partire dai dati del Ministero dei Trasporti, dalle indicazioni di singoli cittadini e da una ricerca sul campo durata più di un decennio, confluita nel libro Incompiuto siciliano, la nascita di uno stile, edito da Humboldt Books, in collaborazione con Fosbury Architecture.

Il volume è un’indagine su quello che provocatoriamente viene definito dagli autori come il più importante stile architettonico italiano degli ultimi 50 anni, “Lo stile che racconta il prezzo della pace sociale, pagata con la collusione e lo scambio di favori, di voti” scrivono Filippo Minelli e Davide Giannella nel testo introduttivo.

Le politiche deviate, la fallacia di una certa idea di “sviluppo” e la noncuranza nel bruciare inutilmente risorse e ambiente emergono da questo lavoro, che testimonia la storia di un paese in cui la continuità, organica a tutto il territorio, è data dal materiale che ritorna: il cemento armato.

La narrazione delle opere incompiute

Come in un moderno Grand Tour da cui nessuna regione è risparmiata, il libro ci porta fra i resti di un’Italia in cantiere, delineando attraverso i diversi linguaggi che lo compongono una narrazione non didascalica della contemporaneità.

Una carrellata di 160 foto di opere incompiute sottrae lo spettatore allo sguardo distratto con cui attraversa gli spazi urbani e non, all’assuefazione con cui passiamo di fianco agli scempi del paesaggio a cui ormai siamo abituati, restituendoci una visione fortemente impattante.

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Inceneritori e termovalorizzatori vs economia circolare e rifiuti zero

Mer, 07/31/2019 - 07:00

L’economia circolare (i modelli zero waste, le norme per il riciclo, l’innovazione e il design for recycling) può significativamente diminuire le quantità da bruciare finché – si auspica- questi impianti non saranno più necessari; fino ad allora devono funzionare al meglio (massimizzando il differenzato, recuperando il residuo post-combustione e riducendo al massimo le emissioni).

Inceneritori e termovalorizzatori in Italia

Gli impianti che bruciano rifiuti in Italia sono in tutto 56 e per la maggior parte sono termovalorizzatori collocati al Nord, di cui 13 solo in Lombardia.
Gli inceneritori sono “forni” che hanno come unico scopo quello di ridurre i rifiuti incenerendoli, senza nessun recupero energetico. Impianti vecchi che, in Italia, a parte quello di Porto Marghera (Venezia), disattivato di recente, sono quasi tutti al Centro e al Sud. La gran parte degli impianti dove si bruciano rifiuti oggi è composta da termovalorizzatori: impianti che usano l’indifferenziato, oppure, laddove è praticata raccolta differenziata e trattamenti pre-selettivi, il cosiddetto “residuo secco” o Cdr (combustibile derivato da rifiuto) per alimentare turbine e generatori che, a seconda del tipo di impianti, possono produrre sia energia elettrica che acqua calda. È il caso del termovalorizzatore di Brescia (ma anche di quello di Torino) che, oltre a produrre energia elettrica, alimenta gli impianti di riscaldamento di alcuni quartieri.
Per legge, la temperatura di combustione deve essere sopra gli 850 gradi, per limitare la formazione di diossine. Se la temperatura scende, si attivano bruciatori a metano che la alzano. Questi impianti sono meno inquinanti rispetto ai “vecchi” inceneritori, ma – oltre a dover comunque garantire un sistema di controllo continuo del sistema bruciante e mettere in atto procedure per spegnere o risolvere l’eventuale problema prima che si formi o si diffonda un inquinante sopra le soglie – hanno comunque e sempre il problema degli scarti e delle emissioni.
Per queste ragioni, finchè non sarà possibile dismetterli del tutto grazie al rifiuti zero, è molto importante la selezione del materiale in ingresso, che sia di “qualità”, proprio per ridurre sempre più questi mal funzionamenti e garantire un combustibile uniforme e dal potere calorifico alto.

Come si può ottenere un rifiuto che produca, bruciando, emissioni meno inquinanti possibili? Anche questo parte dalla base del rifiuti zero, ovvero con una raccolta differenziata molto spinta e molto efficiente: è importante infatti che si eliminino in buona parte gli elementi maggiormente in grado di variare i parametri di funzionamento di un termovalorizzatore; in altre parole una raccolta super selettiva a monte che “tolga” dall’indifferenziato: vetro, plastica, carta, frazione umida, tessuti, ecc.

La quota umida, il cosiddetto “organico” viene diretta così al compostaggio. Rifiuti urbani o scarti industriali dell’agroalimentare vengono vagliati, tritati e lasciati fermentare anche con insufflazione di aria in modo da provocare il decadimento biologico. Attraverso un controllo delle condizioni del processo (umidità, ossigenazione, temperatura) e l’eliminazione di eventuali inquinanti nella materia prima (residui di metalli pesanti e inerti vari) o microrganismi ritenuti patogeni per l’agricoltura, si produce terriccio fertile per la coltivazione agricola e la florovivaistica, evitando il ricorso a concimi chimici a pieno campo. Altre biomasse compostabili comunemente sfruttate sono rappresentate dai fanghi di depurazione e dagli scarti della cura e manutenzione delle aree verdi. Esistono anche in Italia impianti che riciclano il letame degli allevamenti zootecnici non solo per produrre compost, ma anche metano: il biogas, prodotto dalla naturale fermentazione, può essere catturato ed usato per alimentare bruciatori che producono energia elettrica.

Con un sistema moderno e funzionale di trattamento meccanico-biologico (TMB) si riesce ad arrivare a un rifiuto ancora più selezionato, una “differenziata secondaria”. Questa non può certo sostituire la raccolta separata fatta a monte, ma con una tecnologia di trattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati (o residuali dopo la raccolta differenziata), sfrutta l’abbinamento di processi meccanici a processi biologici (digestione anaerobica e compostaggio) per ridurre ulteriormente l’indifferenziato. Appositi macchinari separano i rifiuti indifferenziati da ciò che è riciclabile e non è stato prima riciclato: vengono sfruttati nastri trasportatori, magneti industriali, separatori galvanici a corrente parassita, vagli a tamburo, vagli a dischi, macchine spezzettatrici e altre apparecchiature appropriate.

Lo stoccaggio dei rifiuti in discarica

Lo stoccaggio dei rifiuti in discarica è ancora purtroppo un metodo utilizzato in Italia, nonostante che, in base a una direttiva europea, dovrebbe essere evitato già da oltre dieci anni. Stiamo andando avanti di proroga in proroga continuando a smaltire in discarica circa il 40% dei rifiuti nazionali, mentre in teoria dovremmo essere a zero. La discarica è un metodo esclusivamente passivo che apre un pericolo latente di impatto ambientale per un periodo di tempo molto lungo. La discarica inoltre produce odori, biogas, inquinamento dell’atmosfera, può inquinare le falde, rendendo molto difficile il controllo e il monitoraggio del materiale stoccato.
Il rifiuto della termovalorizzazione, le ceneri, anche contenenti sostanze pericolose, per esempio, a oggi sono destinate esclusivamente alla discarica.

Cosa si può fare per evitare la discarica anche per il rifiuto solido incenerito?

Anche questo rifiuto può già trovare strade alternative con le odierne tecnologie, come i sistemi di separazione dalle frazioni pericolose e l’inertizzazione di ciò che pericoloso non è, per essere recuperato in vari ambiti (tra cui edilizia o arredo urbano p.e.).
Il residuo termo valorizzato, cioè le ceneri pesanti, è un insieme di materiali ferrosi, non ferrosi e minerali in buona parte recuperabili e riutilizzabili secondo criteri normativi dunque già predeterminati. Solo le ceneri che non risultano riutilizzabili con questi metodi devono essere collocate in discarica, una quota minore rispetto all’invio delle ceneri in toto. Il problema delle ceneri e dei filtri esausti da smaltire, in ogni caso, con la termovalorizzazione non viene mai risolto.

La gestione dei fumi di combustione

Il problema ambientale più significativo della termovalorizzazione, oltre ai filtri esausti per i fumi e le ceneri, è di certo quello che deriva dai fumi stessi della combustione e gli inquinanti che i filtri non riescono a trattenere. Esistono realtà italiane che gestiscono i rifiuti su scala comunale o locale senza averne le risorse, le competenze, le capacità per gestire a livello industriale tecnologie complesse come quelle della termo-utilizzazione. Invece sono necessarie, in questo campo più che altrove, importanti competenze, organizzazione, e capacità di realizzare e gestire adeguatamente questi impianti. Innanzi tutto, un impianto di termovalorizzazione ha prestazioni migliori e costi inferiori quando le dimensioni superano un certo valore. Pochi impianti grandi hanno un rendimento superiore e un impatto ambientale più basso; negli impianti più grandi e più moderni è possibile realizzare sistemi più efficienti.
Le emissioni dagli impianti di termo-utilizzazione hanno subito negli ultimi 40/50 anni una riduzione in seguito all’introduzione di tecnologie per rimuovere parte di una varietà di composti inquinanti: le polveri, i gas acidi, l’acido cloridrico, l’anidride solforosa, il monossido di carbonio, le diossine, i metalli pesanti, con un sistema che interviene a valle della combustione. Negli anni più recenti sono stati introdotti anche sistemi di controllo durante la combustione, sistemi che si attivano per limitare la formazione di determinati inquinanti (monossido di carbonio, diossido di azoto, idrocarburi incombusti e le stesse diossine). Ma nonostante questo, una certa quantità di inquinanti viene comunque scaricata in atmosfera, e ciò avviene soprattutto durante i malfunzionamenti. Ma non solo, ci sono anche particelle che i filtri, per quanto possano essere moderni ed avanzati, non sono in grado di trattenere: le nanoparticelle. Particelle molto piccole, al di sotto del micron, pericolose perchè una volta respirate l’organismo umano non è in grado di espellerle e possono entrare nei tessuti, nel sangue e negli organi.

Gli inquinanti sono immessi in particolare durante i malfunzionamenti, è dunque fondamentale avere sistemi di monitoraggio e di controllo moderni ed efficienti, ma non basta comunque a dare garanzie, prima di tutto per le nano particelle che sfuggono comunque. Inoltre, dato che lo spegnimento e il successivo avviamento dell’impianto hanno dei costi, e il gestore farà di tutto per rientrare nelle soglie consentite per legge e nei limiti previsti senza spegnere l’impianto, ma in corso. Perché questo, oltre ai costi per il nuovo avviamento, genera una mancata produzione energetica. E questo ovviamente dà meno garanzie di “blocco immediato” della fuoriuscita inquinante.

È dunque fondamentale che gli impianti in esercizio siano moderni, tecnologicamente avanzati sia dal punto di vista della combustione che dei sistemi di filtraggio e monitoraggio. E che ci siano una corretta e attenta gestione ed una supervisione super partes, sia della combustione che delle anomalie di funzionamento.

Detto tutto questo si capisce bene come la termovalorizzazione non possa essere la scelta per risolvere le problematiche della gestione dei rifiuti: non lo è dal punto di vista della salute, non lo è dal punto di vista delle emissioni dei gas serra, non lo è per abbandonare del tutto le discariche, non lo è per la creazione di posti di lavoro. Ci sono già molte realtà in Italia che hanno intrapreso strade diverse: le strade del porta a porta, dell’economia circolare che ricicla, recupera, riusa e parte dalla riprogettazione dei prodotti non riciclabili o non recuperabili, la strada dei rifiuti ridotti progressivamente allo zero.

Ovvero una raccolta differenziata che arriva già in alcune realtà virtuose anche al 80%, 90% e dove i Comuni e gli Ammistratori si impegnano e lavorano per abbattere parte di quel 10% -20% finora non raggiunto.

Questa è la scelta migliore per frenare i cambiamenti climatici, per offrire garanzie maggiori di salubrità di aria e acqua, per la salute di tutti e per ottenere più posti di lavoro. Dismettere non solo gli inceneritori, ma anche i termovalorizzatori, perchè l’obiettivo è non averne più bisogno, di non aver bisogno fin d’ora di bruciare le quantità che stiamo bruciando adesso, ovvero attuando subito tutte le strategie che il rifiuti zero comporta. E nel frattempo avere le migliori tecnologie e le migliori procedure di controllo e super visione per gestire quelli esistenti. Di certo non realizzarne di nuovi, proprio perchè questa non è la strada.

Di seguito le opinioni di Mario Tozzi e Paul Connett.

Video Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e saggista.

Video Paul Connett, scienziato statunitense. Professore di chimica e tossicologia (St. Lawrence University) e attivista ambientale:

Altre Fonti:

https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/08/23/diritto-alla-salute-quali-verita-dietro-gli-inceneritori-di-nuova-generazione/2988622/

Rifiuti, LEAP studia la gestione integrata del futuro: “Riciclo ed Energia”