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Aggiornato: 10 min 27 sec fa

Il wc del futuro trasforma le feci in denaro (e la pipì in acqua potabile)

Ven, 01/04/2019 - 01:46

“Ah! berrei quest’acqua più spesso, e molto volentieri!”: Bill Gates punta a colpire l’immaginario collettivo, uno schiaffo in faccia a effetto wow, parlando in Cina, a una fiera di tre giorni chiamata “Reinvented Toilet Expo”, dell’acqua potabile ricavata da feci e urine umane. Obiettivo presentare e promuovere il suo wc, capace di purificare l’acqua, salvare vite, risparmiare milioni di dollari e fertilizzare sostenibilmente i campi.

Dopo 200 milioni di dollari di investimento e sette anni di lavoro, il magnate ha presentato il water che non necessita di allacciamento fognario né tanto meno di acqua, e che si affida a un pannello solare per trasformare le nostre deiezioni – raccolte sotto al pavimento – in acqua purificata e fertilizzanti solidi, sicuri dopo l’eliminazione di quegli agenti patogeni che si calcola uccidano nel mondo oltre 500mila persone ogni anno, proprio a causa della scarsa igiene. Come noto, il problema globale dei servizi igienico-sanitari ha anche un elevato costo economico, che si aggira intorno ai 223 miliardi di dollari all’anno, e “peggiorerà se non facciamo qualcosa al riguardo“, ha detto Gates. Il sistema si chiama Omniprocessor e promette di cambiare il mondo.

Nel dettaglio, la toilette del futuro funziona così. Feci e urine vengono stipate in un contenitore sotto il pavimento e un pannello fotovoltaico attiva un reattore biochimico che purifica i rifiuti attraverso degli elettrodi. Successivamente, una reazione elettrochimica scompone le deiezioni nei vari componenti, separando l’idrogeno, la componente fertilizzante e l’acqua, resa pulita. Un altro meccanismo immagazzina l’idrogeno come energia nelle celle a combustibile. Il fertilizzante viene raccolto per scopi agricoli, e l’acqua finisce in un serbatoio per essere riutilizzata.

Se state pensando a quanto sarebbe più facile, in questo modo, costruire il secondo bagno in casa, pensate anche ai villaggi nelle zone più povere della terra, dove non ci sono pozzi né acqua potabile, né allacciamento fognario, e dove appunto morire di diarrea è cosa comune. Inoltre, il meccanismo permetterebbe di rendere fertile – ma batteriologicamente sicura – la terra circostante le case, in modo facile ed economico.

Il cofondatore di Microsoft ha parlato brandendo un vaso di escrementi umani durante il suo discorso. “Questa piccola quantità di feci potrebbe contenere fino a 200 trilioni di cellule di rotavirus, 20 miliardi di batteri di Shigella e 100mila uova di vermi parassiti. Dove non esistono servizi igienico-sanitari sicuri, c’è molto più di un barattolo a infettare l’ambiente in cui le persone vivono”, ha detto. “Questi e altri agenti patogeni causano malattie come la diarrea; ma anche colera e tifo, che uccidono quasi 500mila bimbi ogni anno.”

Rispetto ai servizi tradizionali, che hanno bisogno di allacciamento all’acqua e di uno scarico, questi water possono funzionare per meno di 0,5 dollari al giorno: rendendo in cambio un gran bel servizio. Finora, già oltre 20 aziende hanno aderito al progetto: tra cui Clear, Eco-San, SCG Chemicals e Eram Scientific Solutions.

“La crescita demografica, l’urbanizzazione e la scarsità d’acqua renderanno ancora più difficile la vita degli abitanti di Africa e Asia nei prossimi decenni. Già oggi stanno lottando con sistemi sanitari inadeguati nel tentativo di interrompere epidemie e povertà, associate direttamente a servizi igienici non sicuri”. Chiaro anche il beneficio per oceani e corsi d’acqua, e dunque per l’ambiente in generale.

Infine, la sostenibilità economica del progetto, capace di fruttare ottimamente: secondo Bill Gates, entro il 2030 la tecnologia dei servizi igienico-sanitari sarà un’opportunità commerciale globale del valore di 6 miliardi di dollari all’anno. Del resto, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e dell’UNICEF, tre persone su 10, in tutto il mondo – all’incirca 2,1 miliardi di persone – non hanno accesso all’acqua pulita, mentre 4,5 miliardi non utilizzano servizi igienico-sanitari gestiti in modo sicuro.

“Siamo al culmine di una rivoluzione igienico-sanitaria”, ha affermato Gates. “Non è più una questione se possiamo farcela, è una questione di quanto velocemente questa nuova categoria di soluzioni crescerà: non sappiamo esattamente quanto tempo ci vorrà, ma sappiamo che succederà velocemente”. A partire dalla Cina.

La presentazione è avvenuta a Pechino non per un caso: il presidente Xi Jinping sta promuovendo un piano triennale dei servizi igienici che dovrebbe diffondere 64mila water nella Repubblica Popolare, motore del mondo ma ancora estremamente arretrata e non solo nelle campagne, con l’obiettivo di stimolare la crescita, attraverso il turismo, e la salute della popolazione. Basti pensare che lo stesso centro storico della capitale ha water condivisi tra gli abitanti di una strada.

Gates ha spiegato che l’idea è quella di introdurre il magico WC in edifici pubblici come le scuole. Poi, quando i costi diminuiranno, potrà diventare accessibile alle singole famiglie a un prezzo finale che si aggira sui 500 dollari.

Overland, vivere in viaggio

Ven, 01/04/2019 - 01:20

I viaggi Overland sono ormai popolarissimi, c’è persino chi dedica la propria vita a spostarsi di continente in continente a bordo di mezzi modificati per adattarsi a condizioni climatiche e situazioni estreme. Si moltiplicano i consigli online per chi volesse intraprendere un viaggio alla ricerca dell’autenticità, del contatto con l’essenza vera delle terre attraversate e dei popoli che le abitano, ma attenzione: viaggiare senza meta e ritrovarsi in mezzo a terre selvagge è un sogno comune, ma non è uno stile di vita alla portata di tutti. Allestire un mezzo e prepararsi alla partenza è fattibile, ma se non siete del tutto sicuri di sapervela cavare meglio rivolgersi a un tour operator specializzato.

Cosa sono i viaggi Overland

Avventura e contatto diretto con le popolazioni locali sono sicuramente i due tratti principali di questo tipo di viaggi, che si snodano, letteralmente, “over land – via terra”. Impossibile non notare i veicoli a bordo dei quali ci si sposta, veicoli attrezzati per il fuoristrada e allestiti per trasportare anche un numero elevato di persone garantendo sempre a bordo la quantità di carburante necessaria, acqua e cibo a sufficienza per percorrere aree incontaminate e selvagge. Tutti i partecipanti solitamente si occupano di una serie di attività, dalla cucina alla preparazione del campo. Nel caso di viaggi organizzati, risulta indispensabile il supporto delle guide locali che potranno svelare i segreti delle aree attraversate, in un viaggio all’insegna del rispetto e della sostenibilità estrema. Parlare di viaggi-avventura sarebbe restrittivo, così come va sfatato il luogo comune secondo cui i viaggiatori sarebbero del tutto isolati; al contrario, è fondamentale, anche quando si parte senza l’aiuto di un’agenzia, tessere una buona rete di contatti di appoggio prima della partenza e magari seguire anche i blog di coloro che già hanno sperimentato lo stesso itinerario, vera fonte di informazioni spesso non rintracciabili sui canali mainstream. Dove si dorme? A volte in tenda, a volte a bordo, se i mezzi lo permettono, altre volte in hotel scelti sempre con un occhio di riguardo per gli aspetti green. Il rispetto per l’ambiente, per le persone e per i compagni di viaggio è la regola d’oro per chi intraprende questi viaggi. Tutto questo se ci si rivolge a un tour operator ma ci sono anche moltissimi temerari che partono senza affidare l’organizzazione a terzi e, da soli, allestiscono il proprio mezzo e pianificano la rotta. È il loro modo di abitare la Terra, sentendosi a casa sempre, seppur viaggiando.

Le spedizioni di Beppe Tenti e la Rai

A rendere ancora più popolare questo genere di viaggi ha sicuramente contribuito la figura di Beppe Tenti, classe 1936, celebre per le sue spedizioni da un capo all’altro della Terra, spesso accanto a Reinhold Messner e a bordo di veicoli speciali, come le tre Fiat Panda e il mezzo Iveco che lo portarono a ripercorrere la via della Seta da Venezia a Pechino. E poi la riedizione del Raid Pechino-Parigi del 1907 dopo 80 anni, a bordo della stessa auto Itala che aveva vinto allora.

Nel 1967 Tenti fonda il tour operator e l’agenzia viaggi che oggi portano il nome di Adventure Overland, che propone pacchetti diversificati, tutti all’insegna dell’avventura, della sostenibilità e dell’immersione nella natura, ma senza disdegnare le sistemazioni in resort. Intanto, la sua fama è cresciuta negli anni anche grazie alla Rai, che dal 1996 decise di trasmettere “Overland”, programma dedicato proprio a viaggi alternativi su strade inaccessibili, prima su simbolici camion arancioni, poi anche su mezzi di trasporto alternativi, dalle auto d’epoca alle biciclette, fino a quelli elettrici.

Fare una vacanza vs viaggiare

Staccare la spina, rilassarsi, concedersi un momento per allontanarsi dalla routine, visitare città, musei, spa, o magari anche percorrere chilometri in mezzo alla natura fino al prossimo hotel: questo è andare in vacanza. Molto diverso è viaggiare, intraprendere una vita da viaggiatori, cambiare stile di vita. Lo spiegano bene sul loro sito stepsover.com Simone Monticelli e Lucia Gambelli, due tra i tanti avventurieri che hanno deciso di percorrere le rotte meno note del Pianeta: “Viaggiare è una sfida. Viaggiare significa fare rinunce per contenere il proprio budget. Viaggiare significa procacciarsi il budget. A volte è frustrante, a volte stancante. Il concetto chiave è che viaggiare significa uscire dalla propria zona di comfort, abbandonare ciò che ci fa sentire al sicuro, correre rischi a tempo pieno privandosi del senso di sicurezza dato dalle certezze tipiche della vita che vive chi attende una vacanza. Non è sempre divertente. Non è sempre rilassante. Ma cavolo! È memorabile e molto spesso cambia la vita in modo positivo”.

Simone e Lucia non nascondono gli svantaggi: discutere per ore con tassisti, casellanti, poliziotti, doganieri o parcheggiatori per evitare di essere derubati durante il viaggio, fermarsi a dormire nel parcheggio delle stazioni di servizio perché ormai è sera, rischiare intossicazioni alimentari e doversi fermare per giorni nel letto del proprio camper. Si vive nell’incertezza di cosa riserverà la giornata dopo, ma si incontrano persone interessanti con cui si condivide l’esperienza stessa del viaggio, si fa amicizia, si impara moltissimo su culture e modi di vivere diversi. “Si impara tanto anche su se stessi quando si viaggia, si capisce di cosa si è capaci, come si reagisce, cosa si ama e cosa si odia, cosa ispira ognuno di noi, cosa ci fa arrabbiare. In altre parole viaggiando si capisce chi si è veramente”, scrivono.

Come prepararsi per un viaggio Overland

Non tutti possono partire per un simile viaggio, ammettiamolo. Il primo consiglio che traiamo dalle parole di Simone e Lucia è l’invito alla concretezza. Se credete di farcela, però, iniziate dalle basi: vi serve un mezzo di trasporto Overland. Esistono in commercio tantissimi accessori costosi per allestirne uno, ma non fatevi prendere la mano, acquistate equipaggiamento davvero utile. Niente gadget, insomma. I soldi vi serviranno durante il viaggio.

Dove volete andare? Quali sono i vostri limiti?

Partire per fare il giro del mondo è molto diverso dal partire per un weekend in Inghilterra, così come partire per l’Inghilterra è diverso dal partire per il Sahara. E valutate i limiti in gioco, sia del veicolo che del pilota. Tutti i veicoli si possono allestire per un viaggio Overland, ma occorre valutare se il tipo di veicolo che avete a disposizione sia adatto per la rotta che intendete intraprendere e se il pilota è davvero così competente come immagina.

Modifiche utili o modifiche da copertina?

Molte modifiche tra quelle proposte da blogger o trasmissioni tv si focalizzano più sull’apparenza del veicolo che sulla loro utilità in relazione al viaggio che dovrà affrontare. Le modifiche inutili sono quelle che non aumentano affidabilità, sicurezza e comodità, ma allo stesso tempo risultano costose e si traducono in uno sperpero di denaro del tutto irragionevole.

Davvero le modifiche servono?
“Il primo insegnamento che abbiamo appreso durante anni di viaggi in moto, auto e camion è stato che più il veicolo viene mantenuto standard rispetto a ciò che aveva pensato il suo costruttore e meno problemi si avranno durante il viaggio”, sottolineano Simone e Lucia. È complicato trovare ricambi nelle officine se molti pezzi originali vengono sostituiti. E consideriamo che non stiamo parlando dell’officina sotto casa ma di un’officina di un altro Paese in cui molto probabilmente farete fatica a comunicare.

Attenzione al peso del veicolo

Si pensa a caricare attrezzatura ma ci si scorda che questo significa portare il veicolo verso il peso massimo immaginato dal costruttore. Consumo di carburante e velocità ne risentiranno, così come il telaio. Attenzione, quindi, ad attrezzi da campeggio, casse di alluminio, vestiti, cibo, attrezzi vari, carburante, acqua e a tutte le modifiche e le aggiunte che avete fatto prima di partire (paraurti rinforzati, verricelli, portapacchi). Ricordate poi che i pesi vanno bilanciati per non diminuire la stabilità del veicolo: “Mantenere il centro di gravità più basso possibile; ripartire il peso quanto più possibile equamente tra l’asse anteriore e quello posteriore; bilanciare equamente il peso verso il centro del veicolo” sono i consigli di Simone e Lucia.

Pneumatici e motore

Affidatevi alle marche note, tenendo conto del terreno che dovrete affrontare: fango, sterrati, asfalto, neve. Evitate di elaborare il motore. Imparate a utilizzare il vostro veicolo per quello che è sfruttandolo al massimo e non riducendo il tutto a quanto dovete premere l’acceleratore. A meno che non siate piloti esperti è molto più probabile che il vero limite siate voi piuttosto che il veicolo stesso”, consigliano ancora Simone e Lucia. Attenzione anche a dov’è montata la ruota di scorta: se è sotto al telaio cambiate posizione, meglio agganciarla posteriormente, anche per poterla recuperare in maniera rapida in condizioni estreme.

Impianti elettrici e carburante

Ricordate di tenere separati l’impianto elettrico del veicolo e quello che darà energia ai vari servizi, dalla ricarica dei vostri device al riscaldamento. Validissime le soluzioni green, come i pannelli solari, per caricare la batteria aggiuntiva destinata a questo secondo scopo. Avrete poi bisogno di una buona riserva di carburante, o di accumulare taniche là dove potrete comprarle a costo minore. Simone e Lucia suggeriscono una pompa di travaso che vada a spostare il carburante dal serbatoio secondario al principale quando necessario.

Fate pratica!

Non penserete mica di partire senza una minima dose di pratica? Questi veicoli non si guidano facilmente e non bastano i tutorial postati online. Investite del tempo prima di partire per fare esperienza, basta qualche weekend per rendersi conto del vostro livello di sicurezza al volante e della vostra effettiva competenza.

Ancora su stepsover.com ma anche su altri siti Web aperti dagli amanti dei viaggi all’insegna dell’avventura troverete molti altri consigli approfonditi su come allestire il vostro veicolo e come prepararvi alla partenza. Se invece i viaggi senza programma in mezzo alla natura vi affascinano ma non avete abbastanza esperienza e non siete certi di cavarvela, il consiglio è quello di rimandare ed evitare un fai-da-te dannoso; meglio rivolgersi ai tanti tour operator che si trovano facilmente con una breve ricerca in rete e che sapranno offrirvi pacchetti personalizzati dedicati agli amanti dei tragitti Overland, e soprattutto la certezza di far ritorno a casa.

Quanto costa?

Se a frenarvi sono i timori per i costi non correte a comprare tutti i biglietti della lotteria! Pensate piuttosto a Simone e Lucia, che si sono rimboccati le maniche, hanno costruito la loro casa a quattro ruote – “Valentino” – mentre ancora lavoravano in ufficio, hanno iniziato a pubblicare libri e a vendere i loro beni superflui: alla fine sono in viaggio da mesi e hanno superato la “paura di fallire” che ci accomuna tutti. Dove prendono i soldi? Portano avanti un progetto che riguarda le loro passioni, dai libri alle fotografie, e che fino alla partenza non avevano mai avuto il tempo di coltivare. E, quando si accorgono di spendere troppo, si fermano in un bel posto, si godono la gente e la natura, e continuano a coltivare quel progetto, vivendo con pochissimo.

Corruzione, disastro italiano: ci costa 230 miliardi l’anno

Gio, 01/03/2019 - 08:07

Con quello che viene sottratto alla comunità si potrebbero risolvere le principali emergenze sociali.

E’ l’Italia il Paese con il più alto livello di corruzione in Europa. Almeno in termini assoluti e non in percentuale al Pil. Ogni anno perdiamo infatti 236,8 miliardi di ricchezza, circa il 13 per cento del prodotto interno lordo, pari a 3.903 euro per abitante. La cifra della corruzione, già impressionante di per se, è due volte più alta di quella della Francia, pari a 120 miliardi di euro e al 6 per cento del Pil e di quella della Germania, dove la corruzione costa 104 miliardi di euro (il 4 per cento del Pil).

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Hikikomori: quei 100 mila ragazzi che si isolano in casa

Gio, 01/03/2019 - 01:17

In Italia esistono potenzialmente 100 mila hikikomori. Spesso etichettato come depressione in senso stretto, altre volte scambiato per dipendenza da Internet e videogiochi, l’hikikomori è invece un malessere a sé stante, che caratterizza tutti quei giovani che si rinchiudono in casa, in cerca di riparo tra le mura domestiche, per sfuggire alla pressione di realizzazione imposta da una società sempre più competitiva, nella quale i falliti difficilmente sono tollerati.

Abbiamo approfondito il tema insieme a Marco Crepaldi, presidente fondatore dell’associazione nazionale Hikikomori Italia, che ci ha aiutato a capire meglio il fenomeno e, soprattutto, ad andare oltre gli stereotipi.

Migliaia di ragazzi volontariamente prigionieri in casa

Gli hikikomori, anche in Italia, così come in Giappone, sono per la stragrande maggioranza maschi. Addirittura oltre l’80% secondo le nostre stime, ricavate dal nostro campione nazionale. L’età media è intorno ai 20 anni, con una durata dell’isolamento che può superare anche il decennio”, ci spiega Crepaldi.

La sua associazione stima che nel nostro Paese ci siano potenzialmente 100 mila hikikomori. Ma attenzione: non significa che tutti sono completamente isolati, bensì che sono a forte rischio.

Spesso si parla di “patologia”; in realtà si tratta di una “pulsione all’isolamento sociale determinata da un forte disagio adattivo, che può associarsi e favorire lo sviluppo di psicopatologie, ma non necessariamente”.

Il fattore scatenante è la pressione di realizzazione sociale. La nostra società è sempre più competitiva e richiede alti standard di prestazione in tutti i campi – scuola, lavoro, moda – e una capacità elevata di relazionarsi efficacemente con gli altri, aspetto centrale di ogni attività sociale. Alcuni individui non reggono a questa pressione.

I miti da sfatare: ragazzi depressi e Web-dipendenti

Gli hikikomori, in realtà, non si isolano completamente dalla società, lo fanno esclusivamente con il corpo, veicolo della propria identità pubblica, ci spiega ancora Crepaldi.

Spesso si tende a confondere la loro condizione con una spiccata dipendenza da Internet. E, in effetti, visto che questi ragazzi escono raramente di casa, trascorrono gran parte della giornata davanti ad un computer. Ma non sono affatto dipendenti. Il computer è per loro il principale mezzo di intrattenimento e, soprattutto, l’unico mezzo di contatto con il mondo esterno, sia per informarsi circa l’attualità, sia per interagire con altre persone. Ecco perché, quando viene loro vietato l’utilizzo del computer – non riconoscendo l’hikihomori e immaginando che si tratti, appunto, di dipendenza da pc – si commette un grave errore, togliendo loro l’unica porta di accesso che hanno lasciato verso la società.

Anche parlare di depressione non è corretto. “Tra le problematiche che più spesso si associano all’hikikomori c’è sicuramente la depressione, che però nasce solitamente in un secondo momento rispetto alla pulsione di isolamento, e origina da uno stato di frustrazione e apatia, intesa come una forte perdita di motivazione rispetto a qualunque scopo. Quello che sembra mancare a questi ragazzi, infatti, non sono le capacità, spesso elevate, soprattutto intellettivamente, ma un obiettivo che sia in grado di conferire senso alle proprie azioni. Tale perdita di senso può essere talvolta originata anche da una ‘depressione esistenziale’, ovvero un calo del tono dell’umore dovuto a una particolare presa di coscienza della realtà”, dice Crepaldi.

Ma gli hikikomori non sono pazzi, non sono schizofrenici, come un tempo si credeva, tentando di curarli con psicofarmaci e terapie disastrose. Ammettere che in una società all’avanguardia come il Giappone di una ventina di anni fa esistessero simili soggetti sarebbe stato come ammettere un fallimento e dover accettare la vergogna pubblica. Per questo gli hikikomori sono stati semplicemente abbandonati a se stessi per anni, accettando il loro isolamento senza prestare alcun tipo di aiuto. Si arrivava a casi estremi in cui i genitori si limitavano a lasciare i pasti sul pavimento davanti alla porta della camera da letto dei figli isolati. Poi qualcosa è cambiato. Il Giappone si è reso conto che un’intera generazione stava scomparendo e sono iniziati gli studi. In Italia però la confusione persiste. E per anni si è tentato a tutti i costi di etichettare gli hikikomori utilizzando categorie cliniche esistenti.

I genitori, amici-nemici dell’hikikomori

Gli hikikomori scelgono l’isolamento per fuggire alla pressione sociale e per trovare scampo dal giudizio altrui. I genitori sono gli spettatori privilegiati di questo atteggiamento di chiusura. Solitamente la prima reazione di fronte a un figlio che perde il contatto con il mondo esterno è il panico. Dal panico scattano una serie di azioni che si traducono purtroppo in ulteriore pressione. Si aggrava così il conflitto intro-familiare e l’hikikomori finisce per isolarsi all’interno della propria camera da letto, interrompendo qualsiasi contatto diretto anche con i parenti.

“Per fortuna, dal nostro sondaggio interno che ha coinvolto circa 300 genitori dell’associazione, solo una percentuale minoritaria dichiara di avere un rapporto negativo o molto negativo con il figlio. Questo ci fa ben sperare rispetto al nostro metodo di lavoro”, ci spiega ancora Crepaldi. Altri dati aggiornati saranno pubblicati in un libro dedicato al tema che uscirà nel 2019.

Hikikomori Italia: un’associazione per recuperare il dialogo

Quello che oggi è il 28enne presidente dell’associazione Hikikomori Italia scopre per caso questo fenomeno, trattato come una problematica tipicamente giapponese. Convinto che anche in Italia l’hikikomori fosse un tema da approfondire, gli dedicò la sua tesi di laurea e aprì il blog hikikomoriitalia.it. Immediatamente arrivarono i messaggi di decine di ragazzi isolati e dei loro genitori, di psicologi, registi e giornalisti.

Ma è nel luglio 2017, quando le richieste di aiuto, soprattutto da parte dei genitori, erano divenute pressanti, che Marco Crepaldi decise di fondare l’associazione nazionale Hikikomori Italia, con l’obiettivo di sensibilizzare quante più persone possibile sul tema, creare rete e stimolare la nascita di servizi dedicati.

Oggi gli iscritti sono centinaia in tutta Italia, con gruppi fisici di mutuo-aiuto che si incontrano periodicamente anche insieme a uno psicologo. Sono diversi ormai i seminari organizzati nelle scuole, con il supporto dei principali enti territoriali, degli uffici scolastici e dei sindaci, veri motori perché si possa porre rimedio alla crisi.

Come si esce dal tunnel? 

E’ complicato convincere un hikikomori a “uscire dal guscio”.

L’associazione Hikikomori Italia ha un metodo che fa leva sui soggetti che gli stanno intorno, genitori in primis, che come dicevamo hanno un ruolo chiave.Il nostro metodo di lavoro prevede di partire sempre dalla famiglia, prendendola in carico attraverso i gruppi di mutuo-aiuto. Questo perché, a nostro avviso, l’approccio migliore al problema è quello di tipo sistemico, che non va ad agire sul singolo soggetto, ovvero l’hikikomori, ma cerca di cambiare le dinamiche familiari nel loro complesso. Noi crediamo che l’hikikomori sia un problema di tutti e non solo dell’hikikomori stesso”, ci spiega ancora il fondatore Marco Crepaldi.

Il metodo che sembra essere più efficace è quello della “tripla presa in carico”: padre, madre e figlio, con tre psicoterapeuti diversi. Ma ovviamente si tratta di una terapia dispendiosa e non sempre attuabile. L’idea di base, in ogni caso, è sempre la medesima: “prima di ‘aiutare’ il figlio, bisogna ricostruire i rapporti familiari, spesso lacerati dalla condizione di isolamento, la quale porta inevitabilmente tensione e conflitto all’interno della famiglia. Quando l’hikikomori non riesce a uscire di casa, dovrebbe essere il professionista che si reca a domicilio e cerca di instaurare con lui un rapporto empatico e di fiducia, senza farlo sentire giudicato e senza porsi nei suoi confronti come il medico con il paziente. L’obiettivo dev’essere capire, non manipolare. Una differenza sottile, ma che spesso sfugge nella fretta di ottenere risultati rapidi e immediati”.

Uno step fondamentale, dunque, dovrebbe essere quello di comprendere chi sia davvero un hikikomori, evitando categorie preesistenti e considerando la sua situazione come qualcosa di diverso rispetto ad altri tipi di disagio noti, una situazione che merita attenzione, metodi e terapie ad hoc.

Il Giappone riapre la caccia alla balene

Gio, 01/03/2019 - 01:06

A partire dal 2019 il Giappone ricomincerà a cacciare le balene.

È ufficiale, le autorità governative giapponesi dichiarano di volersi ritirare dall’ IWC – Internatinal Whaling Commission, la commissione internazionale che conta ad oggi 89 membri per la tutela dei cetacei e la regolamentazione della caccia marina a livello globale, per riprendere la caccia alle balene al solo fine commerciale. Non che il Paese avesse mai davvero interrotto questa pratica, mascherando la caccia ai grandi cetacei dei mari come necessaria a soli scopi di ricerca. La magra consolazione, se di consolazione si può parlare, è che la caccia a scopo commerciale resterà comunque vietata nelle acque internazionali.

La caccia alle balene, bandita nel 1986 dopo che alcune specie furono portate quasi all’estinzione, ritornerà ad essere legalmente praticata dal luglio di quest’anno, nonostante il Sol Levante sia sì il principale mercato di carne di balene, ma dove il suo consumo effettivo è relativamente irrisorio: il rapporto della no-profit Animal Welfare Institute ha stimato un consumo di circa 30 grammi l’anno a persona, che corrisponde a circa 4.000 e 5.000 tonnellate. Difficile quindi trovare una spiegazione razionale rispetto all’utilità e il fine di questo tipo di caccia visto che l’acquisto della carne di balena è nettamente calato negli anni. Forse si può parlare più di un gioco di forza politica e rivendicazioni territoriali sull’Oceano che un vero e proprio fine commerciale, fatto sta che adesso i limiti di pesca sono stati eliminati e il Giappone potrà riprendere la pesca tradizionale nelle acque del Pacifico scegliendo le quote di animali cacciabili, tenendo presente che ad oggi i grandi cetacei sono costantemente monitorati e molte specie risultano ancora in via di estinzione.

L’inaspettata notizie è stata divulgata tramite un annuncio dal capo di gabinetto Yoshihide Suga, ed il governo, a sostegno di questa sconcertante iniziativa, afferma che la decisione è frutto di un sensato ragionamento scientifico e nell’interesse di un uso sostenibile delle risorse:  “Ritirandoci, il pensiero della nostra nazione in termini di cooperazione con la gestione internazionale delle risorse marine non cambia”, ha detto Suga. “Parteciperemo all’Iwc in qualità di osservatori (fino a luglio 2019, ndr) e, pur mantenendo legami con le organizzazioni internazionali, la nostra nazione continuerà a contribuire alla gestione delle risorse di balene sulla base dei principi scientifici”.

Stando a vedere come andrà a finire questa (brutta) storia ci auguriamo non sia l’inizio di una serie di brutte sorprese per questo nuovo anno.

L’uccello “più raro del mondo” torna in natura

Mer, 01/02/2019 - 09:08

L’uccello definito il “più raro del mondo” torna nel suo ambiente naturale: ne sono stati rilasciati 21 esemplari vicino ad un lago nel Nord del Madagascar. Si tratta della moretta del Madagascar, (nome scientifico Aythya Innotata), un’anatra tuffatrice che per 15 anni è stata ritenuta estinta. Prima della sua riscoperta nel 2006, infatti, l’ultimo avvistamento era stato fatto nel 1991. Dodici anni fa sono stati rinvenuti gli ultimi 25 esemplari della specie in un piccolo lago sperduto, dove si erano ritirati quando il loro habitat naturale era diventato troppo inquinato: ma erano solo “aggrappati all’esistenza in un luogo non proprio adatto a loro”, spiega alla Bbc Rob Shaw, responsabile dei programmi di conservazione presso Wildfowl e Wetlands Trust (WWT).

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Gli integratori alimentari: la grande illusione

Mer, 01/02/2019 - 01:39

Per chi gode di buona salute e segue un’alimentazione mediterranea varia ed equilibrata gli integratori alimentari non servono a nulla. A nulla. “Lo possiamo dire chiaramente e senza timore di venire smentiti”, spiega a People For Planet Giuseppe Fatati, Direttore della Struttura Complessa di Diabetologia e Dietologia dell’Azienda Ospedaliera S. Maria di Terni. “Per una persona in salute che mangia in modo equilibrato non è necessaria alcuna integrazione. E questo per diversi motivi: perché l’alimentazione mediterranea da sola è sufficiente a fornirci tutti gli elementi di cui abbiamo bisogno; perché i micronutrienti contenuti nel cibo vengono assorbiti meglio e non presentano effetti avversi; e perché una dieta equilibrata fornisce una varietà di sostanze nutrizionali in quantità biologicamente ottimali rispetto alla loro assunzione isolata in concentrazioni elevate”. E il discorso vale anche per due categorie particolarmente sensibili all’argomento, gli sportivi e gli anziani, che da sole trainano buona parte di questo mercato in continua espansione, che solo lo scorso anno è cresciuto del 5,9% sfiorando i 3 miliardi di euro.

Effetto nutritivo o fisiologico

Gli integratori alimentari – si legge sul sito del ministero della Salute – sono “prodotti alimentari destinati a integrare la comune dieta e che costituiscono una fonte concentrata di sostanze nutritive, quali le vitamine e i minerali, o di altre sostanze aventi un effetto nutritivo o fisiologico, in particolare, ma non in via esclusiva, aminoacidi, acidi grassi essenziali, fibre ed estratti di origine vegetale, sia monocomposti che pluricomposti, in forme predosate”.

Nessuna certezza

Rinforzare il sistema immunitario, ridurre la stanchezza, aumentare tono ed energia (35%), gestione di situazioni specifiche (28%) tra cui disturbi intestinali, ai genitali femminili o delle vie urinarie, prevenzione (22%) in particolare nell’ambito cardiovascolare e osteoarticolare, promozione del benessere (15%): sono queste le motivazioni che più frequentemente spingono gli italiani ad acquistare integratori alimentari. “Ma sono indicazioni non confermate dalla scienza poiché, attualmente, non c’è letteratura scientifica univoca su questi prodotti”, spiega Fatati. “Alcuni integratori vengono poi acquistati pensando che siano in grado di prevenire l’insorgenza di malattie importanti come tumori e patologie cardiovascolari, ma non c’è nulla di dimostrato”.

Uso improprio ed effetti avversi

Non solo. Secondo il Position Statement “Alimenti, diete e integratori: la scienza della nutrizione tra miti, presunzioni ed evidenze” redatto dalla Fondazione Gimbe, che ha lo scopo di promuovere e realizzare attività di formazione e ricerca in ambito sanitario: “relativamente all’assunzione degli integratori alimentari le evidenze scientifiche mostrano che nella stragrande maggioranza dei casi il loro uso non solo è improprio, in quanto una dieta bilanciata sarebbe molto più efficace per ‘sanare’ eventuali carenze, ma che spesso questi prodotti si associano a effetti indesiderati sia per la concomitanza di patologie o di trattamenti farmacologici con cui possono interferire, sia per i potenziali effetti avversi quando oligoelementi e vitamine vengono assunti in dosi superiori rispetto ai reali bisogni”.

Certificata la buona manifattura, ma non l’efficacia

Certo è che, per quanto riguarda gli integratori che si vendono nei canali professionali come farmacie e parafarmacie, sono prodotti sicuri dal punto di vista del ciclo produttivo perché validati dal ministero della Salute con controlli che assicurano che ogni singolo articolo soddisfi una corretta applicazione della “Good manufacturing practice” (buona prassi di produzione), ovvero quell’insieme di regole, procedure e linee guida che garantiscono l’assenza di contaminanti viventi (virus, batteri, ecc.) e sostanze tossiche (metalli pesanti, impurità chimiche, ecc.) al proprio interno. Ma non sono sottoposti ad alcun obbligo di dimostrazione di efficacia, e anche le indicazioni relative al loro impiego sono basate sui claim ammessi dal Regolamento Europeo, e non su evidenze reperibili dalla letteratura scientifica.

No a lunghi periodi di assunzione

“Presi occasionalmente – precisa Fatati – non fanno male, ma attenzione a seguire le indicazioni anche e soprattutto per i periodi di assunzione. Assumere integratori per lunghi periodi può nuocere. Inoltre l’automedicazione, se non guidata, porta più danni che benefici, anche perché possono esserci diverse interazioni con terapie farmacologiche eventualmente in atto, ad esempio del gynkgo biloba con gli antiaggreganti e gli anticoagulanti, del ginseng con i farmaci contro la pressione alta, del magnesio e del potassio con alcuni farmaci della pressione”, spiega Fatati. E poi, continua l’esperto, se stiamo bene non ha alcun senso assumere un integratore, qualsiasi esso sia. E se invece ci sentiamo stanchi o stressati, “la soluzione non è certamente in un integratore che ci auto-prescriviamo. Meglio andare dal medico e fare un quadro completo della situazione”.

Adulti in salute: integrazioni non raccomandate

A fronte del legittimo entusiasmo dei produttori per un mercato in continua crescita, “le evidenze scientifiche sugli integratori vanno in tutt’altra direzione – si legge nel documento redatto dalla Fondazione Gimbe -. La maggior parte dei trial controllati randomizzati su integratori di vitamine e minerali non ha dimostrato chiari benefici per la prevenzione di patologie croniche non correlate a specifiche carenze nutrizionali. In particolare le evidenze sono insufficienti per valutare il profilo rischio-beneficio di integratori singoli o multipli per la prevenzione di malattie cardiovascolari e neoplasie. Di conseguenza, negli adulti in buona salute l’integrazione di supplementi multivitaminici e multimineralici non è raccomandata”.

Quando servono davvero

Anche se l’utilizzo di integratori alimentari non è raccomandato per la popolazione generale, l’assunzione di specifici supplementi può essere raccomandata in determinate fasi della vita e in alcuni sottogruppi a rischio nei quali il fabbisogno nutrizionale può non essere soddisfatto attraverso la sola dieta. Che è il caso, ad esempio, di pazienti sottoposti a terapie farmacologiche lunghe che comportano malassorbimento di alcuni nutrienti, di persone con particolari patologie, di individui che sono stati sottoposti a chirurgia bariatrica o ad altri interventi invasivi: “In questi casi i supplementi sono necessari per facilitare un buon recupero “. Un altro caso in cui gli integratori servono davvero riguarda le donne in gravidanza, che hanno bisogno di acido folico. Quanto agli anziani, soprattutto i cosiddetti “giovani anziani” di 65-75 anni, se sono in salute e mangiano in modo corretto non hanno bisogno di alcun supplemento. “Le integrazioni possono essere necessarie in soggetti che hanno problemi a masticare e/o a deglutire e non riescono ad alimentarsi in maniera completa, o che seguono terapie particolari: ma sono tutte situazioni in cui le integrazioni sono mirate e prescritte dal medico curante, non ‘auto-prescritte’ e acquistate in autonomia”, precisa Fatati. 

Gli sportivi

Per quanto riguarda la categoria degli sportivi, che insieme a quella degli anziani trainano buona parte del mercato degli integratori, l’acqua è l’unica sostanza da integrare di cui hanno realmente bisogno. “L’unica integrazione necessaria dopo una sessione di allenamento è una buona dose di acqua per reintegrare i liquidi persi con il sudore. Chi pratica sport agonistico ad alto livello può avere necessità di integrare alcuni nutrienti, ma deve essere il medico dello sport a valutare la situazione”. Spesso però nelle palestre molti tendono al “fai da te”, soprattutto quando l’obiettivo è aumentare la massa muscolare. “In questo settore ‘far da sé’ è molto pericoloso. Particolare attenzione va prestata alle integrazioni di amminoacidi o di sostanze che dovrebbero migliorare le prestazioni, che spesso vengono assunte in autonomia e in dosi massive, che possono portare a problemi di salute anche importanti”.

 

16 miliardi di euro di sussidi dannosi per l’ambiente non verranno tagliati nel 2019

Mer, 01/02/2019 - 01:23

Sul filo del rasoio e a poche ore dall’esercizio provvisorio, il 30 dicembre scorso è arrivato con 313 sì e 70 no (astenuti Pd e Leu, sia pure presenti in aula) il via libero definitivo alla manovra 2019, che però si è scordata di includere il taglio dei 16 miliardi di euro di sussidi ambientalmente dannosi.

A febbraio 2017, in un rinnovato esercizio di trasparenza a seguito degli Accordi di Parigi che avevano visto la partecipazione dell’Italia, il ministero dell’Ambiente italiano aveva pubblicato un documento dal titolo “Catalogo dei sussidi ambientali favorevoli e dei dei sussidi dannosi 2016” dove era messo nero su bianco che dei 41 miliardi di euro di sussidi versati, l’equivalente di circa il 2,5% del prodotto interno lordo nazionale, 9 avevano un impatto incerto o nullo sull’ambiente e 32 si dividevano tra sussidi favorevoli e sfavorevoli all’ambiente.

Cosa sono precisamente i sussidi sfavorevoli all’ambiente? L’Ocse li definisce così: sono sfavorevoli quei sussidi che “aumentano i livelli di produzione tramite il maggior utilizzo della risorsa naturale con un conseguente aumento del livello dei rifiuti, inquinamento e dello sfruttamento della risorsa naturale e distruzione della biodiversità.” Al netto della difficoltà di individuare con precisione i nessi tra un sussidio e i suoi effetti dannosi, il ministero aveva stabilito che l’Italia nel 2016 aveva versato 16,6 miliardi di euro di sussidi dannosi, di cui 11,5 miliardi finiti a beneficio delle fonti energetiche fossili. Miliardi, non bastanti a risolvere i problemi dell’Italia, ma pur sempre utili a risollevarla dall’impasse economico ed ambientale in cui versa. Soldi che sarebbero stati utili in questo nuovo anno, se il Governo avesse mantenuto la promessa di tagliargli, e invece così non è stato, il taglio dei famosi 16 miliardi discusso in campagna elettorale non è stato incluso nella Manovra 2019 né è comparso nella colonnina delle cose fatte all’interno della tabellina sfoggiata via Facebook da Luigi di Maio a chiusura del 2018 (e tutta da verificare). E sì che, lo ricorda bene Stefano Ciafani, presidente di Legambiente, il ministro dell’economia e dello sviluppo era andato in Europa proprio per esigere “più coraggio sulle politiche energetiche e i cambiamenti climatici”, dimenticandosi, una volta rientrato in Italia, di “aumentare gli incentivi alle rinnovabili e all’efficientamento energetico, tagliando i sussidi diretti e indiretti ai combustibili fossili”.

Per quanto riguarda l’ecobonus previsto sull’acquisto delle auto ecologiche, forse anche a seguito del clamore scatenato dai gilet gialli, fatta eccezione per i cosiddetti Suv, il Governo non è stato capace di  elaborare delle azioni che disincentivassero l’acquisto di auto inquinanti con un sistema basato sul reddito, così da non gravare sulle famiglie meno abbienti. E nulla si è fatto per incentivare chi vuole rottamare la propria auto inquinante senza acquistarne una nuova, per ridurre il sovradimensionato parco circolante italiano, per agevolare gli abbonamenti ai trasporti pubblici e collettivi, per facilitare la sharing mobility e l’utilizzo delle e-bike e degli altri veicoli elettrici quali ad esempio i tricicli e quadricicli.

Sia detto senza partigianeria, e accodandoci alla voce di Ciafani, “dalla manovra per il popolo e contro le lobby ci aspettavamo molto di più su ambiente, energia e clima”. Soprattutto a fronte dei successi benauguranti ottenuti dall’Italia nel 2018 e registrati da REN21, la rete globale che riunisce rappresentanti governativi, scienziati, istituzioni pubbliche, ONG ed associazioni industriali. L’Italia è infatti quinta nel mondo per potenza solare installata e quarta per la capacità fotovoltaica procapite, che rispetto al 2016 è aumentata del  29%, raggiungendo i 98 GW, superando le aggiunte nette di carbone, gas naturale e energia nucleare messi insieme, e sperimentando tecnologie sempre più avanzate, come quella del fotovoltaico a film sottile. Perché non non recuperare quei 16 miliardi di euro e spenderli piuttosto a beneficio di ambiente ed economia?

Oroscopo 2019: le previsioni per l’anno nuovo

Mar, 01/01/2019 - 01:36

Quali sorprese regalerà il nuovo anno e quali segni torneranno finalmente alla riscossa? Tutte le anticipazioni secondo le stelle.

L’arrivo del nuovo anno offre l’occasione giusta per dare uno sguardo alle stelle: come sarà il 2019? E quali sorprese ci riserverà? Se per alcuni segni, come per il Leone, è tempo di riscossa, per altri, come per lo Scorpione, è giunto il momento di raccogliere i frutti di quanto seminato in passato. Ad ogni componente dello Zodiaco, in ogni caso, il 2019 regalerà qualcosa. Paolo FoxSimon and The StarsBranko e Rob Brezsny hanno già studiato gli astri per fornire qualche anticipazione sui doni che il nuovo anno porterà con sé. Ecco tutte le previsioni, segno per segno.

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Cosa è successo in Italia nel 2018: la cronaca degli eventi più importanti

Mar, 01/01/2019 - 01:07

Disastri ferroviari, femminicidi, crolli e incidenti. Le immagini dei fatti di cronaca che hanno contrassegnato il 2018, a partire dal deragliamento di Pioltello del 25 gennaio fino alla tragedia di Corinaldo, dell’8 dicembre. Senza dimenticare la morte della giovane Pamela Mastropietro e la strage di Macerata per mano di Luca Traini il 3 febbraio. Ad agosto il drammatico crollo del Ponte Morandi a Genova e ancora l’omicidio di Desirée a San Lorenzo a Roma il 19 ottobre.

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Capodanno nel mondo: le tradizioni più particolari e originali

Mar, 01/01/2019 - 01:04

Cominciamo dall’Oriente: in Giappone la tradizione buddista prevede il Joya no Kane. Alla mezzanotte del 31 dicembre i templi di tutto il Paese suonano le campane con 108 ritocchi a simboleggiare altrettanti peccati originali (così tanti?!?). In questo modo vengono perdonate le trasgressioni dell’anno appena trascorso. Una sorta di indulgenza plenaria.

Il Capodanno Cinese di Hong Kong è stato dichiarato dalla rivista Usa Forbes una tra le celebrazioni più spettacolari del mondo. La fine dell’anno si festeggia tra gennaio e febbraio, alla fine del calendario lunare cinese e a Taiwan si liberano in cielo centinaia di lanterne di carta con dentro preghiere.

La tradizione prevede che si inizi con la danza del leone, un’usanza risalente a 2000 anni fa. La danza è accompagnata da urla e schiamazzi vari per allontanare il mostro Nian.

In Nepal alcuni uomini si forano la lingua con un lungo ago in onore del dio Shiva.

In Thailandia, dove il Capodanno cade ad aprile, la gente si riversa in strada per farsi spruzzare addosso acqua, meglio se a farlo è un elefante. Un gavettone impressionante!

Passando poi in Sudamerica ecco che in Equador si costruiscono i pupazzi del vecchio anno che poi vengono bruciati in piazza. Addio al Viejos Anos! In Italia esiste una tradizione simile ma viene realizzata in piena Quaresima. In pratica si “brucia” l’inverno per celebrare l’inizio della primavera e propiziare buone cose. In origine la pira veniva benedetta dal sacerdote con acqua benedetta e si diceva che lo scoppiettare dell’acqua sul fuoco stava a significare la rabbia del demone che fuggiva.
Lasciamo a voi tutte le considerazioni sul fatto che la vecchia è una femmina…

Torniamo al Capodanno, in Brasile le persone si vestono di bianco e gettano fiori in mare per omaggiare la dea Yemaja.

E arriviamo alla nostra cara, vecchia Europa: a Edimburgo, in Scozia, è possibile ammirare una lunga fiaccolata dove uomini in abiti celtici con kilt d’ordinanza passano per le vie della città. Qualche temerario si getta poi nelle acque gelide del Forth Estuary.

In alcuni villaggi della Romania gli uomini si travestano da capre e altri personaggi per celebrare la morte del vecchio e l’arrivo del nuovo.

E in Italia? Anche le nostre tradizioni potrebbero essere viste dagli altri come strane o particolari.
Noi ci baciamo sotto il vischio, mangiamo le lenticchie per auspicare un anno di abbondanza insieme al maiale grasso, simbolo anch’esso di abbondanza, e poi 12 chicchi d’uva per chiamare la fortuna – usanza, questa, anche spagnola -, il melograno per la fecondità e l’amore, e per lo stesso motivo indossiamo biancheria rossa: e in pochi sanno che affinché funzioni davvero bisogna buttarla via il giorno dopo.

I fuochi d’artificio e i botti servono, con il loro rumore, a scacciare  gli spiriti cattivi.

In alcune regioni si gettano dal balcone le cose vecchie per liberarsi degli oggetti inutili e cominciare l’anno con nuove energie.

E a Capodanno usciamo di casa con un po’ di soldi in tasca. E’ un buon inizio.

Riti, giochi, scaramanzie: ognuno ha quelli del proprio Paese, e magari – per un giorno ritenuto così importante, per il momento che dà inizio a un nuovo anno – vi aggiunge qualcosa di personale.

Se avete voglia scriveteci le vostra “tradizione”, e in tutti i casi:

Auguri di buon 2019 a tutti!!!

Le 70 foto simbolo del 2018: lacrime, muri ed errori dei potenti

Lun, 12/31/2018 - 09:00

Comincerei dagli occhi sbarrati della donna nera salvata dalle acque, occhi che hanno visto la Medusa mentre navigava alla deriva su una zattera di fortuna. Il Carnevale del potere con il leader nordcoreano Kim Jongun che incontra il detestato, e da lui più volte insultato, presidente americano: un summit dell’ipocrisia di una autorità che non risolve nulla e batte su Twitter l’avvenuto evento mediatico. Mark Zuckerberg davanti alla commissione del Senato americano a rendere conto delle manipolazioni attuate dalla sua preziosa creatura, Facebook.

VEDI LA GALLERY SU REPUBBLICA.IT

Ora è tempo di Oradesign!

Lun, 12/31/2018 - 01:31

Oradesign è un’azienda di Messina specializzata nella creazione a mano di complementi di arredo e altri oggetti da materiali riciclati. Vecchi pneumatici, barattoli, stoffe, tutto può rinascere come oggetto di design.
Intervista a Lucy Fenech, fondatrice di Oradesign.

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Per maggiori informazioni http://www.oradesign.it/it/index.html

 

Zootecnia sempre più green: Ue vieta l’uso preventivo degli antibiotici negli allevamenti

Lun, 12/31/2018 - 01:18

La zootecnia in Europa sta compiendo nuovi passi nella direzione del benessere degli animali d’allevamento: il Parlamento europeo ha infatti approvato un nuovo regolamento che vieta l’uso preventivo degli antibiotici negli allevamenti, riservandone l’utilizzo solo in caso di necessità e dopo parere del veterinario.

Indispensabile parere del veterinario

Il nuovo testo sui farmaci veterinari, che per diventare legge dovrà passare l’approvazione formale da parte del Consiglio dell’Unione, limita l’uso degli antibiotici negli allevamenti come misura preventiva in assenza di segni clinici di infezione e specifica che il trattamento dell’intero gruppo di animali in caso di un solo esemplare infetto sarà consentito solo quando il rischio di diffusione della malattia è elevato e non esistono alternative. Tutte decisioni che, comunque, devono essere prese solo dopo visita e diagnosi di un veterinario.

Importante vittoria

Secondo CIWF (Compassion In World Farming) Italia, membro dell’Alliance to Save our Antibiotics, coalizione di organizzazioni sanitarie, mediche, agricole, ambientali e della società civile di tutta l’Unione europea che organizzano campagne per fermare l’uso eccessivo di antibiotici negli allevamenti, si tratta di un’importante vittoria per il benessere degli animali, ma anche per la salute dei cittadini europei, che arriva dopo anni di campagne di sensibilizzazione sull’argomento. L’approvazione del nuovo regolamento da parte del Parlamento europeo “segna un importante passo avanti verso un uso più responsabile degli antibiotici negli allevamenti di animali – afferma Annamaria Pisapia, direttrice di CIWF Italia -. Quello dell’abuso di antibiotici negli allevamenti è un problema gravissimo e molto diffuso anche in Italia, come dimostra l’enorme quantità di antibiotici ancora destinato agli animali d’allevamento in Italia. Ci aspettiamo dunque che una volta arrivata la conferma da parte del Consiglio dell’Unione questo divieto dell’uso preventivo di antibiotici venga applicato rigorosamente dal nostro Paese”.

 

Ricetta elettronica per farmaci veterinari: Italia apripista

Intanto anche il nostro Paese si sta muovendo in favore di un maggior benessere degli animali, sia di allevamento che da compagnia: l’Italia si appresta infatti, a partire dal gennaio 2019, a fare da apripista nell’Unione europea nell’adozione della ricetta elettronica per l’acquisto dei farmaci veterinari. L’obiettivo, si legge nel nuovo provvedimento del ministero della Salute che entrerà in vigore dal 1gennaio 2019, prevede la tracciabilità dei medicinali e delle terapie cui vengono sottoposti sia gli animali da compagnia che quelli destinati alla catena alimentare. “Oltre alla possibilità di una tracciabilità completa del farmaco – spiega Arianna Bolla, presidente di Aisa (Associazione nazionale imprese salute animale) di Federchimica – avremo completa disponibilità di informazione sull’uso antibiotico, compreso il consumo per specie animale: particolare non da poco, perché a partire dalle caratteristiche del consumo per specie si potranno avviare maggiori controlli, più mirati, ma soprattutto maggiore formazione agli allevatori e ai veterinari. Tutte misure per allevare animali più sani“.

Photo by Annie Spratt on Unsplash

Diritto alla vita e obblighi di soccorso e sbarco

Dom, 12/30/2018 - 08:00

Continuano le partenze dalle coste libiche: migliaia di persone, uomini, donne e minori, in fuga dagli “orrori inimmaginabili” – come sono stati definiti in un rapporto dell’ONU dello scorso 18 dicembre – che si ripetono ogni giorno nei centri di detenzione in Libia, e dagli abusi delle milizie che controllano le rotte migratorie, a terra e nel Mediterraneo. Quel che ormai da tempo si mostra agli occhi indifferenti dell’opinione pubblica italiana ed europea – uomini torturati, donne abusate, ragazzi resi ciechi per le botte, schiavi venduti all’asta – non può più essere chiamato “inimmaginabile”: avviene con il supporto dell’Italia e dell’Unione Europea al Dipartimento libico per il contrasto dell’immigrazione (DCIM) e alla sedicente Guardia costiera libica, organismo fittizio in uno Stato privo di un’unica autorità centrale di coordinamento e di governo.

CONTINUA SU ASSOCIAZIONE DIRITTI E FRONTIERE ADIF

Foto tratta da Comune-info.net

Cop24, dall’inazione (politica) alla rivolta (sociale)

Dom, 12/30/2018 - 01:36

Sono numerose nel mondo le prese di posizione, gli scioperi e le manifestazioni organizzate per dire no ai risultati del summit contro i cambiamenti climatici, particolarmente timido, che si è appena concluso in Polonia. Azioni previste il 26 gennaio e dal 25 aprile, in tutto il mondo

La Conferenza Onu sul clima si è conclusa a Katowice senza grosse novità. I quasi 200 Paesi firmatari dell’accordo di Parigi – compresi Usa, Cina e Unione europea – avrebbero dovuto rendere operativi gli impegni presi, ma, con enorme fatica, tante pause e molti dubbi, compreso quello che riguarda la permanenza nell’accordo dell’America trumpiana (resterà teoricamente tra i firmatari almeno fino al 2020), nulla di decisivo è stato sancito. Salvo, al solito, rimandare: “faremo di meglio entro il 2020, quando presenteremo piani più rigorosi”, si è detto. Qualcosa che, più che inutile, suona derisorio, anche alla luce degli ultimi, catastrofici, allarmi lanciati dalla comunità scientifica internazionale.

In sostanza il summit polacco ha detto “faremo il possibile per contenere l’aumento di temperatura il più possibile vicino al grado e mezzo”, ma di impegni esatti nessuna traccia, mentre la strada che stiamo percorrendo porta dritta a un aumento di addirittura 3 gradi centigradi, che sarebbe uno scenario apocalittico. Ondate di calore, alluvioni e tempeste sono già oggi fenomeni estremi in buona parte del mondo.

Come ha detto May Boeve di 350.org al Guardian, l’unica speranza resta la società civile, la nostra voce sopra quella di una politica totalmente disinteressata a ciò che avverrà al di fuori del proprio mandato. E la società civile si muove a partire dai bambini, dalla svedese Greta Thunberg che ha parlato ai grandi del mondo e che scioperando da scuola ha dato vita a un movimento che ha mobilitato molte città in Australia, un Paese altrimenti piuttosto sordo, politicamente, al problema dei cambiamenti climatici e dell’ambiente in generale. Ma anche tra gli adulti, nella finanza, molto si muove: basti guardare al movimento gofossilfree che celebra ad oggi l’impegno di oltre mille istituzioni in giro per il mondo che hanno rinunciato a investire negli idrocarburi (carbone, petrolio e gas).

Xrebellion sta organizzando un giorno di protesta in 35 paesi del mondo, il 26 gennaio 2019, mentre la settimana dal 15 aprile sarà un altro appuntamento globale per chi sente di dover fare qualcosa per proteggere e migliorare la propria vita e quella degli altri. Purtroppo l’Italia non primeggia in consapevolezza ambientalista, siamo anche forse l’unico Paese d’Europa a non avere un partito di riferimento, che porti in Parlamento tematiche così urgenti e attuali, mentre invece già lo scorso week end le piazze in Gran Bretagna hanno ospitato manifestazioni di ogni tipo, anche per chiedere che l’ambiente abbia lo spazio che merita sui media: dal gesso gettato contro un edificio governativo a Bristol, alle dimostrazioni di massa a Cambridge, con volontari stesi a terra a fingersi morti, alla distribuzione di alberi a Glasgow, in Scozia. A Sidney i bambini hanno bloccato il traffico, e l’impatto è stato tale che il primo ministro australiano ha aperto bocca per invitare i giovani “ad essere meno attivisti”.

Quella dei bambini australiani ha dato energia ad altre proteste, e domenica scorsa una convention democratica è stata interrotta nella capitale dalle proteste contro le trivelle nei mari australiani. Secondo Abc News, il movimento che si prepara per l’ambiente sta per esplodere con enfasi paragonabile a quelli correlati alla guerra in Vietnam negli anni ’70. Sta a noi decidere se partecipare.

Agroalimentare italiano top green in Europa, anche per la biocircolarità

Dom, 12/30/2018 - 01:03

L’agricoltura e l’agroalimentare sono i settori più green d’Europa. Lo sostiene il Rapporto GreenItaly2018 di Fondazione Symbola e Unioncamere (http://www.symbola.net/html/article/greenitaly2018), che rileva i punti di forza di questo primato sintetizzabili in: minor impiego di prodotti chimici irregolari, fatturato record di prodotti agroalimentari esportati (di cui parte rilevante appartiene ai prodotti biologi), grandi quote di recupero dagli scarti e primato anche per le indicazioni geografiche riconosciute.

Secondo il Rapporto, infatti, l’Italia:

  • è tra i grandi Paesi europei con la quota maggiore di materia circolare (la cosiddetta “materia prima seconda”) impiegata dal sistema produttivo: quasi un quinto del totale (18,5%);
  • è tra i Paesi al mondo con il minor numero di prodotti agroalimentari con residui chimici irregolari (0,4%), inferiore di 3 volte alla media UE (1,2%) e ben 12 volte a quella dei Paesi terzi (4,7%);
  • è stata la seconda nazione al mondo per export di prodotti biologici (1.910 milioni di euro) dietro agli USA (2.400 milioni di euro) e nettamente avanti ai competitor dei Paesi Bassi (928 milioni di euro), Vietnam (817 milioni di euro) e Spagna (778 milioni di euro);
  • è l’unico Paese al mondo che può vantare 296 indicazioni geografiche riconosciute a livello comunitario per i prodotti alimentari, 37 per le bevande spiritose e 526 per il comparto dei vini.

L’agricoltura italiana inoltre si posiziona al primo posto in Europa in termini di valore aggiunto prodotto: 31,5 miliardi di euro, e pari al 18% del valore complessivo dell’UE a 28. Dati che collocano l’Italia al vertice in Europa davanti alla Francia (28,8 miliardi) e alla Spagna (26,4 miliardi), con la Germania distanziata di oltre 14 miliardi (17,5 miliardi).

Come certifica Eurostat, l’Italia con il suo 18,5% di materia recuperata dagli scarti (la c.d. materia prima / seconda) si colloca nettamente davanti alla Germania (10,7%), unico Paese più forte di noi nella manifattura. Con 256,3 tonnellate per milione di euro, dato quasi dimezzato rispetto al 2008 e molto minore rispetto a quello della Germania (423,6), siamo il più efficiente tra i maggiori Paesi europei nel consumo di materia dopo la Gran Bretagna (che impiega 223,4 tonnellate di materia per milione di euro e che ha però un’economia più legata alla finanza).

Dai rottami di Brescia agli stracci di Prato alla carta da macero di Lucca, all’uso sempre più intenso che si fa degli scarti agricoli o agroalimentari nelle industrie cosmetiche, farmaceutiche o tessili, l’Italia, povera di risorse, ha sempre praticato forme di ri-uso della materia più efficienti, più intelligenti e innovative. Con l’economia circolare – gli scarti di un’impresa diventano la materia prima di un’altra – si intrecciano le filiere tra loro e si definiscono nuovi rapporti: dando nuove opportunità a quella capacità collaborativa già insita nei nostri distretti.

La maggiore efficienza che caratterizza le aziende “circolari” che recuperano materia “buona” dagli scarti” si traduce per l’Italia in minori costi produttivi, minore dipendenza dall’estero per le risorse e maggiore competitività e innovazione.

Per avere un’idea delle quantità recuperabili dal comparto agroalimentare, secondo il Gruppo Ricicla Di.Pro.Ve. dell’Università di Milano in Italia ogni anno si producono 12 milioni di tonnellate di scarti: di questi, la frazione esclusivamente organica ammonta a 9 milioni di tonnellate. Sono quantitativi importanti, reperibili spesso vicino e a bassissimi costi, che se trovano applicazione in altre filiere o comparti, forniscono materia prima di qualità ed evitano impatti ambientali significativi; anche perché in molti processi la frazione recuperabile è molto elevata.

Gli investimenti per il recupero di questi scarti stanno aumentando, e aumentano al contempo i settori in cui questi scarti trovano impiego, grazie anche alla Ricerca e Sviluppo (R&S) delle nostre aziende più innovative. Si riportano di seguito due esperienze interessanti di riuso degli scarti agricoli e agroalimentari, premiate entrambe per la loro innovazione Green: Pigmento, che produce coloranti naturali e Lajatica, linea di cosmetici a base di vinacce.

Pigmento – coloranti naturali

La start up Pigmento, azienda italiana che produce colorante al 100% naturale da scarti agricoli e scarti alimentari, ha partecipato alla fiera internazionale Ecomondo 2018, dedicata all’economia circolare, appena conclusa, ed è stata premiata tra le vincitrici del Bando Start2BeCircular 2017, grazie al sostegno di Fondazione Bracco e Fondazione MAI di Confindustria,.

“I nostri coloranti provengono da scarti agricoli e agroalimentari: da bucce di cipolla, spinaci, vinaccia e fondi di caffè” racconta Miriam Mastromartino, CEO e fondatrice di Pigmento “tutte matrici vegetali che per le aziende del comparto agroalimentare sono rifiuto da smaltire, con costi significativi e impatti sull’ambiente”.

Un ritorno all’applicazione di colorante naturale, come in passato, possibile perché l’azienda ha messo a punto una tecnica estrattiva di pigmenti che permette di velocizzare i tempi di produzione e ridurre i costi. I coloranti estratti dagli scarti vengono commercializzati in polvere o liquido e numerose sono le possibilità applicative; i coloranti possono essere destinati a vari settori tra cui: tessile, bioedilizia, alimentare e cosmetica. “La nostra azienda ha già attive collaborazioni con aziende del settore cosmetico e della detergenza per la casa, ma molte altre sono le applicazioni possibili e i settori che intenderemo coinvolgere” spiega Miriam Mastromartino.

Tra le applicazioni possibili, per dirne alcune, possono trovare spazio: le pitture murarie, le vernici ecologiche, la colorazione dei tessuti, i prodotti per la bellezza. Grazie alle modalità innovative di estrazione sviluppate da Pigmento, l’impiego in tutti questi contesti diventa attuabile anche perché riesce ad essere intenso e duraturo nel tempo. Infine, precisa Mastromartino: “la sostenibilità di questo processo è davvero significativa, il residuo della nostra produzione, in ultimo, può essere utilizzato come bioenergia o compost”, per un recupero totale dello scarto.

Lajatica – cosmetici dalle vinacce

Ha vinto il Concorso Oscar Green, il premio promosso da Coldiretti Giovani Impresa arrivato alla dodicesima edizione che punta a valorizzare il lavoro di tanti giovani agricoltori: si chiama Matteo Bacci, è un imprenditore agricolo discendente da una famiglia di farmacisti, e insieme al celebre tenore Andrea Bocelli e alla sua impresa vitivinicola, in collaborazione con il dipartimento di Farmacia dell’Università di Pisa e supportati dall’esperienza del laboratorio Speziali Laurentiani, ha sviluppato un accordo per la produzione di una linea di prodotti antietà.

La linea che si chiama Lajatica Bocelli 1831, nasce nel 2017, e prende il nome dal territorio della tenuta di Bocelli, contiene sostanze antiossidanti, rappresentate da bioflavonoidi e polifenoli, e le concentrazioni di queste, estratte dalle vinacce, è tale da poter considerare le vinacce stesse una vera e propria fonte di giovinezza. La linea utilizza il resveratrolo, un potentissimo anti-età estratto dalle vinacce e uno scarto di distillazione di rosmarino, che è appunto l’acqua aromatica.

E così, dallo scarto che diventa prezioso, nasce una linea agricosmetica a km zero, e anche questo è importante perché la produzione in sito dei cosmetici consente l’approvvigionamento delle vinacce entro poche ore dalla vendemmia. E la fase dell’incameramento rapido permette di lavorare le vinacce prima dello sviluppo della fermentazione alcolica, evitando l’alterazione dei principi attivi.

Presto il team che ha messo a punto Lajatica potrebbe presentare un’altra linea che sfrutta le proprietà dell’olio di oliva igp toscano. Lajatica è attualmente venduta in Spa internazionali e possono trovarla a bordo i clienti delle navi Msc crociere.

Infatti, grazie ad un accordo siglato dall’azienda di Bocelli (una multinazionale di molte società ormai che operano in svariati settori, non solo nel vino) con la compagnia di crociere MSC, quest’ultima propone ai suoi clienti trattamenti definiti “Vinotherapy” accorpando la linea LAJATICA ad altri derivati dai vini di Bocelli. Alcuni trattamenti prevedono l’uso di semi e acini di uva, altri una combinazione della pianta di Verbasco e olio essenziale di cipresso, altri ancora sfruttano le proprietà degli agrumi e degli impacchi di semi d’uva e vite rossa per allentare le tensioni e nutrire la pelle con un massaggio. Insomma, o scarti o derivati da materie prime di qualità, tutti ingredienti sempre da materie prime vegetali ottenute da processi produttivi rispettosi dell’ambiente, dove non sono ammessi prodotti irritanti o inquinanti come parabeni, solfati, paraffine, tensioattivi.

Altre Fonti:

http://www.symbola.net/html/article/100italiancirculareconomy

http://www.symbola.net/html/article/greenitaly2018

http://giovanimpresa.coldiretti.it/

https://openinnovation.startupitalia.eu/57932-20171227-sios17-le-vincitrici-start-to-be-cicular-fondazione-bracco

http://www.oscargreen.it/aziende/toscana/lajatica-il-cosmetico-a-km-zero-che-solca-i-mari/

http://www.bocelli1831.com/it/healthebeauty.html

http://iltirreno.gelocal.it/pontedera/cronaca/2018/11/19/news/lajatica-i-cosmetici-alla-vinaccia-prodotti-dai-bacci-e-firmati-da-bocelli-1.17478074

https://techprincess.it/vinotherapy-vino-spa/

Immagine di copertina: Fotomontaggio di Armando Tondo

Botti di Capodanno, cosa fare e cosa non fare per salvaguardare la salute di cani e gatti

Sab, 12/29/2018 - 07:48
Capodanno e le paure degli animali

Ogni anno, la notte di San Silvestro rischia di diventare un incubo per cani e gatti, preda del terrore e tremanti per i botti e i fuochi d’artificio di Capodanno. Si stima che ogni anno, almeno 25 mila animali rimangano vittime – dirette o indirette – di quei rumori improvvisi e per loro assordanti

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Scontri alla partita Inter-Napoli: nulla cambierà

Ven, 12/28/2018 - 23:53
Nulla cambierà

L’importante è che sia chiara una cosa: nulla cambierà e quel che sta avvenendo sotto i nostri occhi è solo una delle tante pagliacciate che periodicamente contraddistinguono il calcio italiano. Domenica sera si è assistito all’ennesimo scempio razzista in uno stadio italiano: l’arbitro Mazzoleni non ha pensato di fermare la partita (il primo stop spetta al direttore di gara), il questore ha detto che è stato meglio non sospendere, la copertura giornalistica televisiva di Sky Sport durante la cronaca è stata deficitaria: quasi mai il focus è stato sugli ululati razzisti; chi era a casa, non ha potuto rendersi conto del clima che si respirava a San Siro. In ossequio al principio base che è quello di minimizzare sempre e comunque oppure, per dirla alla Caressa, non fare da cassa di risonanza a certi atteggiamenti. Questa è la premessa per chiarire qual è la sensibilità italiana alla piaga del razzismo.

Un patto di non belligeranza

Come ha giustamente scritto Fabio Avallone: gli stadi italiani sono ormai una zona franca e lo Stato non ha la benché minima intenzione di intervenire. La differenza non è tra juventini, milanisti, napoletani, interisti. La differenza è tra chi va allo stadio disarmato e per assistere a una partita di calcio e chi invece ci ha costruito un’ideologia che comprende la violenza e vive la partita come un rito non si sa bene di cosa. L’ideologia è trasversale, accomuna tutti gli appartenenti a questi gruppi. Al di fuori delle battaglie, sono persino solidali tra di loro. Sono i padroni incontrastati delle curve. Decidono loro dove ci si può sedere, quali bandiere portare, quali cori cantare. Lo Stato ha evidentemente ritenuto che fosse più comodo così: una sorta di patto di non belligeranza, addio scontri sanguinosi con loro in cambio di una modica libertà d’azione negli impianti. Ogni tanto, però, la situazione scappa di mano. Come per la finale di Coppa Italia che a Roma costò la vita a Ciro Esposito, oppure l’altra sera a Milano.

Ogni tanto nei discorsi fa capolino Margaret Thatcher il primo ministro inglese che all’indomani dell’Heysel cominciò ad approvare una serie di provvedimenti repressivi. Arrivò poi la strage di Hillsborough: tragedia non imputabile agli hooligans, ma alla disorganizzazione e all’insipienza delle forze dell’ordine che stiparono i tifosi del Liverpool su una gradinata troppo piccola e che non resse. Novantasei furono i morti. Uno shock per il calcio, non solo inglese, che non fermò la politica thatcheriana. Anzi. Un modello che ovviamente ha diviso: alcuni lo hanno apprezzato, altri no. Possiamo dire che oggi la violenza è stata completamente sradicata dagli stadi inglesi che secondo alcuni sono diventati luoghi più simili ai teatri. Per picchiarsi, i tifosi si danno appuntamento altrove.

Il Salvini quotidiano

Si può apprezzare o meno la politica Thatcher in merito al calcio, possiamo però paragonarla alle prime reazioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Che conferma qual è la percezione che il governo e lo Stato italiano hanno del fenomeno violenza negli stadi. Con Salvini, ma anche prima di Salvini. In venti e passa anni, nulla è cambiato. E ieri, con le sue dichiarazioni a Tiki Taka, il leader leghista si è inserito perfettamente nel solco dei suoi predecessori. Col vantaggio di essere anche conosciuto nell’ambiente, come evidenzia la sua foto con il capo ultras del Milan Luca Lucci con precedenti per droga.

Salvini ha innanzitutto promesso che incontrerà i responsabili delle tifoserie organizzate. E già restiamo sconcertati. Li riconosce, conferisce loro uno status politico. Sarà interessante capire se saranno perquisiti al loro ingresso al Viminale, oppure no. Poi ha proseguito con la tiritera sulle società di calcio che devono investire nei sistemi di controllo. Una pagliacciata che va avanti da anni. Basta ricordare le parole di Andrea Agnelli in commissione Antimafia: spiegò come la Juventus – il più importante club italiano – si sentì sotto ricatto da parte degli ultras e avallò il bagarinaggio per non avere problemi negli stadi. E aggiunse che lo Stato li lasciò soli. Gli si può credere o meno, ma questa fu la sua versione.

Non è razzismo

Capitolo razzismo. Degli ululati, Salvini ha detto che “negli stadi cantano anche Milano in fiamme: è razzismo questo? Anche Bonucci, che è bianco, è stato ricoperto di buu a San Siro. Il razzismo non c’entra niente, è sano sfottò tra le tifoserie». Una linea, quella del sano sfottò, che spesso è stata sposata anche da commentatori nazionali di calcio. Una perfetta linea all’italiana. Leggerissima, impercettibile, la differenza con la Gran Bretagna dove i tifosi che si rendono protagonisti di episodi di razzismo, vengono individuati ed espulsi a vita dagli stadi.

A proposito di Koulibaly, Salvini ha saputo dire soltanto che lo vorrebbe al Milan. E ha aggiunto che Mazzoleni ha fatto benissimo a non fermare la partita: «Meno male, altrimenti pensate cosa sarebbe successo». Una difesa a spada tratta dell’esistente. Il morto di Milano, evidentemente, per lui è un incidente di percorso. Domani si gioca, tutto sarà dimenticato. Del modello Thatcher e delle omertà diffuse nel sistema calcio – dai tesserati ai media – si tornerà a parlare al prossimo casus belli.

Pubblicato per gentile concessione de Il Napolista – www.ilnapolista.it

Foto copertina: Spada/LaPresse