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Ridurre l’inquinamento e il traffico con il crowdshipping: una nuova sfida per la sharing economy

Sab, 04/14/2018 - 04:03

Pensiamo a un ragazzo che tutte le mattine fa lo stesso tragitto per l’università. Potrebbe sfruttare il suo spostamento per portare un oggetto a qualcuno all’università, senza deviazioni dal suo percorso. Con il crowdshipping ogni movimento di una persona diventa un’opportunità per altri di ricevere e spedire merci da/verso qualunque meta del mondo.

Per il momento è ancora un fenomeno marginale ma sono molte le università che stanno studiando i modi per ottimizzare questa pratica e molti sono anche i professionisti che pensano di aprire queste nuove attività. Fra il 2014 e il 2015 è iniziato un forte incremento delle startup di crowdshipping, che induce a ritenere che le aziende stiano investendo nel settore. Nell’ultimo decennio sono nate 49 iniziative in Europa e 48 negli Stati Uniti. I Paesi più avanti sono gli Usa (18% di piattaforme) e la Francia (11%). Alcune esperienze hanno fallito, altre non sono riuscite ad allargare il mercato. Altre si stanno facendo strada.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una crescita dell’utilizzo dell’e-commerce e, insieme alle polemiche per i tanti corrieri che percorrono le strade, si sono moltiplicate le idee per rendere le spedizioni più sostenibili.

Il mercato delle consegne di pacchi è cresciuto del 48% negli ultimi due anni, secondo il Parcel Shipping Index di settembre 2017, l’indice di Pitney Bowes che monitora 13 Stati fra cui l’Italia. Il crowdshipping porterebbe a un evidente risparmio di emissioni nocive e a diminuire la congestione delle strade nelle aree urbane.

Che le città siano inquinate non è un mistero. Secondo il rapporto della Lancet Commission on Pollution & Health, l’inquinamento provoca nel mondo nove milioni di morti all’anno.

Anche il traffico è un problema grave. Si calcola che ogni cittadino paghi circa 700 euro a anno a causa della congestione stradale, che aumenta le emissioni e allunga i tempi di viaggio, secondo un’analisi di Confcommercio e Isfort del 2015.

E quante volte capita di vedere una coda di macchine che hanno a bordo una sola persona? Le automobili e i veicoli pesanti sono un mezzo di trasporto inefficiente a causa del basso fattore di carico. Secondo una stima dell’Ademe (Agence de l’Environnement et de la Maitrise de l’Energie) in media ogni automobile produce 140 grammi di CO2 per chilometro percorso. Utilizzando i dati della piattaforma colis–voiturage si può calcolare che per ogni chilometro percorso in crowdshipping si risparmierebbero 10 grammi di CO2.

Un gruppo di professori dell’Università Roma Tre ha scelto di usare come campione i propri studenti per valutare le regole da applicare per un crowdshipping ottimale. L’87% degli intervistati in linea di principio accetterebbe di fare da corriere dietro un compenso adeguato: il guadagno medio indicato è di 5 -10 euro a consegna. Le iniziative esistenti provvedono invece una retribuzione media di 2-4 euro. Il 93% di loro sarebbe ben disposto ad accettare i beni recapitati in questo modo a certe condizioni, soprattutto sulla puntualità del recapito. Dal sondaggio è uscito lo studio “Analisi del crowdshipping come soluzione innovativa per promuovere la crescita e la sostenibilità delle aree urbane” di Michela Le Pira, Edoardo Marcucci, Valerio Gatta e Céline Sacha Carrocci, pubblicato nel 2017. I ricercatori notano come il successo dipenda molto dalla consapevolezza della sostenibilità da parte dei cittadini e dalla loro volontà di fare sforzi per assicurarla.

Secondo i quattro professori, il crowdshipping è in linea con il paradigma della sharing economy supportato dalla Commissione europea e può collocarsi a pieno diritto fra le iniziative di questo tipo. La sharing economy è già stata applicata a diversi settori, come le case o i trasporti, ma è ancora caratterizzata da contraddizioni e incontra difficoltà di diffusione. Pensiamo alle proteste dei tassisti contro la app Uber. Ad avere la concorrenza del crowdshipping sarebbero i corrieri tradizionali, il cui servizio risulterebbe in fin dei conti più costoso.

Il problema alla base del crowdshipping è il modello di business che verrà scelto e la sua regolamentazione. Il rischio è che possa nascere un’esperienza come quella di Foodora o delle altre piattaforme di trasporto del cibo dai ristoranti. Queste iniziative hanno creato lavoro precario e senza diritti. Gli alti tassi di disoccupazione in alcuni Paesi interferiscono con lo sviluppo corretto dei modelli di consumo collaborativo. Se regolato male il crowdshipping potrebbe portare a un aumento dei viaggi dedicati invece che a una loro riduzione, con conseguenze negative sulle emissioni inquinanti. Secondo i ricercatori di Roma Tre un modo per evitare questa deriva è chiarire che il compenso della “folla” è a titolo di rimborso. I viaggi non possono essere dedicati e la deviazione massima dal percorso di viaggio normale del corriere deve essere minima.

Il resto delle regole può essere definito di volta in volta. I passeggeri che possono fare da vettore vengono individuati attraverso algoritmi oppure attraverso una lavagna virtuale dove i crowdshipper scrivono le loro disponibilità e aspettano che un mittente li contatti. Il trasporto può essere fatto con mezzi privati o pubblici, motorizzati e non. Restrizioni sulle spedizioni riguardano le merci pericolose o proibite come armi ed esplosivi e in alcuni casi farmaci e oggetti che possono offendere la morale. Attenzione anche ai problemi di sicurezza: molte delle piattaforme esistenti autorizzano i trasportatori a controllare il pacchetto da consegnare e il ricevente a scegliere solo crowdshipper fidati con un profilo e recensioni.

Il crowdshipping può far capo ai modelli C2C (Consumer to Consumer) o B2C (Businnes to Consumer): nel primo un utente affida al crowdshipper un documento urgente o un oggetto dimenticato affinchè venga recapitato al destinatario. Nel B2C la differenza è che il ricevente acquista da un negozio. Nei modelli B2C i costi di trasporto sono in prevalenza fissi mentre nel C2C il prezzo viene fissato dal crowdshipper.

Alcune esperienze di crowdshipping

Fra le iniziative di maggiore successo c’è Zipments, attiva a New York dal 2014. Alla fine del 2015 la piattaforma è stata acquisita da Deliver, azienda fondata da un gruppo di imprenditori attenti all’ambiente della Silicon Valley, e ha esteso il suo mercato da New York a tutti gli Stati Uniti. Zipments è cominciata come scambio su base locale: i corrieri ricevono un piccolo quantitativo di pacchi per la consegna nel loro quartiere e utilizzano le loro auto private, la bicicletta o si muovono a piedi per completare il trasferimento del pacco. L’idea è che quelle persone dovrebbero comunque tornare a casa nella loro zona dopo una giornata di lavoro e che quindi possono portare con loro le merci senza troppe deviazioni dal loro percorso.

La particolarità è che le consegne vengono fatte nello stesso giorno dell’ordine. Oltre al luogo e tempo migliore per il recapito, il richiedente può anche scegliere il corriere che preferisce. A ognuno di loro viene dato un voto in base all’affidabilità e alla precisione. Quella con le valutazioni migliori è Jennifer-Jo Marine che ha consegnato più di 2500 pacchi muovendosi in bicicletta dal febbraio 2013. Quasi tutti i crowdshipper newyorkesi utilizzano la bicicletta. Zipments ha dietro un modello di business ben consolidato. Molti dei corrieri avevano già diverse esperienze lavorative in questo ruolo. Il costo è di dieci dollari a consegna ma può variare in base all’urgenza e alle dimensioni della merce da portare. Alcuni negozianti al dettaglio hanno firmato accordi con Zipments e stabilito che nella scelta dei metodi di recapito dei prodotti comprati in e-commerce comparirà l’opzione Zipments.

Molto diversa l’esperienza di PiggyBee, online dal 2012, volta ad assicurare viaggi ecologici anche di lunga durata. La ricompensa per il trasporto viene scelta dal ricevente e nella maggior parte dei casi consiste solo nell’amicizia e nei ringraziamenti. La piattaforma non applica commissioni. È pensata per chi durante i viaggi dimentica oggetti importanti. Le merci più richieste sono documenti e fogli di lavoro, libri e tecnologie.

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Sentenza Foodora: respinto il ricorso dei riders

Sab, 04/14/2018 - 03:50

Il tribunale di Torino ha respinto il ricorso dei lavoratori contro Foodora, l’azienda di food delivery: il loro lavoro non si potrebbe paragonare a quello di un dipendente.

I riders di Foodora sono fattorini che consegnano cibo dai ristoranti ai clienti, muovendosi in bicicletta o in motorino. Nel 2016 hanno protestato per le condizioni lavorative: basse paghe, nessuno stipendio minimo garantito, bici e smartphone a loro carico. Alcuni lavoratori non sarebbero stati chiamati per altri turni appena dopo le proteste, poi la lotta è continuata sul fronte del rinnovo dei contratti fino a finire in tribunale.

Senza addentrarci nel dettaglio della sentenza, le cui motivazioni saranno rese note tra 60 giorni, il giudice sembra aver accolto l’impostazione generale della difesa, per cui i fattorini erano assunti con un contratto di collaborazione e quindi come se fossero lavoratori autonomi, che potevano scegliere quale disponibilità dare e che l’azienda poteva chiamare secondo i bisogni.
I legali dei riders hanno annunciato che presenteranno ricorso in appello, sottolineando, come racconta Il Sole24Ore, che Foodora tramite gli smartphone e con le chat esercitava di fatto un controllo nei loro confronti e per questo motivo e per la disponibilità che veniva di fatto richiesta, il loro lavoro era paragonabile a quello di un dipendente.

È la prima sentenza in Italia che coinvolge i lavoratori della cosiddetta “gig economy”, l’”economia dei lavoretti” che si è espansa negli ultimi anni anche grazie alle nuove possibilità offerte dal digitale.
Indipendentemente dalla vicenda Foodora questi nuovi lavoratori si trovano nelle condizioni di lavorare da freelance in diversi campi, e hanno difficoltà ad essere inquadrati in una categoria contrattuale e normativa. Diritti e doveri di lavoratori e aziende, rimangono al momento legate ai contratti stipulati caso per caso.

L’Huffington post ha fatto un excursus su come molti Paesi abbiano cercato di creare delle leggi che permettessero un inquadramento per questo tipo di lavori, mentre Il Corriere della Sera si è chiesto se non sia il caso che inizino a pensarci anche le aziende e le parti sociali, piuttosto che lasciare tutto in mano al giudice chiamato a decidere sulla situazione volta per volta.

Il mercato è cambiato anche in Italia, i “lavoretti” legati a questa nuova economia sono ormai i più svariati e a “pedalare” in questa nuova situazione sono sempre più lavoratori. Se si pedalasse in compagnia, salvaguardando aziende e diritti, ne gioveremmo tutti quanti.

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Utata katika nyumba ya Fatima (Puntata 12)

Sab, 04/14/2018 - 02:19

 

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Eco-Fashion Day, quando la moda è anche sostenibilità

Ven, 04/13/2018 - 11:55

Alla base della prima edizione dell’Eco-Fashion Day c’è questa riflessione! La giornata dedicata alla moda etica ha avuto luogo giovedì 12 aprile 2018 al Palazzetto Rosso di Genova accendendo i riflettori su questi delicati temi sempre più attuali, sensibilizzando e informando attraverso una tavola rotonda di esperti seguita da una sfilata di fashion brand eco sostenibili.
Organizzata da Sarsì – Laboratorio sartoriale, tessuti ecologici e filiere etiche, che utilizza materiali certificati nel rispetto delle norme di sostenibilità ambientale che si oppongono alle pratiche di sfruttamento del lavoro e Alliance Française de Gênes, sezione genovese dell’associazione fondata nel 1883 promotore della lingua francese e delle culture francofone nel mondo.

La manifestazione ha posto l’attenzione sul tema della moda sostenibile, ricordando le criticità emerse negli ultimi decenni: pessime condizioni dei lavoratori, sfruttamento del lavoro minorile, ricorso a materiali inquinanti e il diffondersi del fast fashion con il suo conseguente accumulo di rifiuti. 

L’evento ha visto la partecipazione di esponenti del settore tra cui: Zoe Romano, fondatrice del WeMake di Milano, esperta sul tema della tecnologia digitale come opportunità della moda; Pigna Mon Amour, realtà legata all’artigianato e alla sartoria sviluppata nell’ambito del progetto Art Lab Net del Dipartimento Architettura e Design di Genova, approfondendo come la moda possa fungere da mezzo di riqualificazione urbana; Radice Comune, spazio aperto in cui artisti e artigiani possono sviluppare idee e condividere esperienze per diffondere i valori di una creatività sensibile, ponendo l’attenzione sul tema della sostenibilità come mezzo di coniugazione tra artigianato e innovazione; i responsabili di Creazioni al Fresco, impegnati in attività legate alla moda con le detenute del carcere di Pontedecimo, hanno trattato il tema della moda come strumento di emancipazione, seguito dall’intervento del Centro antiviolenza Pandora e del brand Sarsì – Fatto con le mani. Da New York Camilla Mendini, graphic designer e appassionata di moda, prima Youtuber italiana a parlare di sostenibilità.

Successivamente al dibattito ha avuto luogo la sfilata multi-brand che ha visto scendere in passerella l’organizzatore Sarsì;  LaMafalda, i cui capi prodotti a mano si contraddistinguono per semplicità e carattere; LABITO, laboratorio artigianale di produzione di abiti dai tagli minimal con una coniugazione unica di colori e materiali; IUTY – It’s Up To You, il brand vegan fashion attento all’aspetto umano e sostenibile della moda; Parpaja sartoria creativa e refashion, laboratorio nel quale si producono capi e accessori ecosostenibili.

Eventi come l’Eco-Fashion Day pongono una reale attenzione a quelli che sono i bisogni del nostro tempo: maggiore attenzione al pianeta, rispetto dei diritti della persone e degli animali. Indirizzano e sensibilizzano a fare scelte più etiche di acquisto, facilitando nella ricerca di eco brand certificati per far in modo che tutti, anche nel nostro piccolo, possiamo contribuire a fare la differenza.

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Gambe sane: come combattere gonfiori e varici

Ven, 04/13/2018 - 10:57

Senso di gonfiore e pesantezza alle gambe, dolore e indolenzimento, spesso associati alla comparsa di capillari e varici. Ne soffre una donna su 2: disturbi comuni, più o meno occasionali, influenzati dalla familiarità e legati all’invecchiamento. Ma a partire dai 30 anni, può essere il campanello di allarme di una patologia sottostante, la malattia venosa cronica, che interessa fino all’80% della popolazione, le donne tre volte in più degli uomini.

Ma cosa si può fare per mantenere in salute le gambe?
La prevenzione inizia da un corretto stile di vita e dalla cura del nostro organo più esteso, l’endotelio, il tessuto che riveste la superficie interna degli oltre 50mila chilometri di vasi sanguigni di cui è fatto il corpo umano, e che interviene nei processi infiammatori alla base della malattia venosa cronica. E’ quanto emerso dall’incontro, a Palazzo Giureconsulti di Milano, dello scorso 10 aprile: “Donne in Gamba. Imparare a prendersi cura di sé, a partire dalle gambe”, promosso da Mediolanum Farmaceutici.
“La malattia venosa cronica è una patologia causata da disfunzioni nei meccanismi di ritorno del sangue dalla periferia verso i polmoni. Nelle vene degli arti inferiori, il sangue deve compiere un percorso contro la forza di gravità, possibile solo grazie a valvole che si aprono all’arrivo del sangue sospinto dai muscoli e dalla pompa plantare, e si richiudono dopo il suo passaggio per impedire che ritorni verso il basso”, spiega Angelo Santoliquido, Responsabile Unità di Angiologia, Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma.

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ATLAS Perugia: dove la tecnologia diventa relazione

Ven, 04/13/2018 - 04:52

L’obiettivo è quello di dar vita a una modalità innovativa per costruire e facilitare relazione e comunicazione anche per quelle persone per le quali questi concetti rischiano di non diventare mai esperienze di vita vissuta.

Stiamo parlando di autismo, che solo in Italia colpisce, secondo recenti stime, fra le 300 e le 500 mila persone; è quindi molto plausibile che ciascuno di noi conosca personalmente qualche bambino o ragazzo autistico e che abbia vissuto in prima persona l’immensa difficoltà di entrarvi in relazione.

E’ altrettanto probabile che abbia notato l’inclinazione che queste persone manifestano verso lo schermo, che sia quello di un tablet, di un pc, di uno smartphone, apparecchi che spesso assorbono la maggior parte del loro tempo “libero”.

Nel Centro Atlas-Sementera Onlus l’intenzione è stata quella di realizzare uno spazio di inclusione, formazione e ricerca, grazie a un’idea che ricorda un po’ quella di Alice quando desidera e riesce a passare dall’altra parte dello specchio. Ad Atlas le chiavi per accedere, in questo caso, dall’altra parte dello schermo, o meglio nello schermo come luogo di realtà aumentata, convivenza e interazione sono rappresentate da due strumenti tecnologici ideati ad hoc: Avatart e paINTeraction.

Si tratta di tecnologie e software di ultima generazione che consentono esperienze immersive rivolte non solo a persone con gravi disabilità intellettive e relazionali ma anche ai cosiddetti normali, visto che come sappiamo gli strumenti dell’incessante progresso tecnologico e la connessione costante spesso corrono il rischio di dare origine a processi di dipendenza e alienazione.

La sfida consiste allora proprio nel far sì che gli stessi dispositivi conducano invece a una crescita personale e relazionale.

PaINTeraction è un software progettato a Torino da Leva Engineering Srl, finanziato dalla Fondazione Charlemagne Onlus, e nasce appunto da una idea di Simone Donnari, una sorta di Alice 2.0, con la sua esperienza decennale nel campo dell’Arteterapia; per la sua messa a punto ci si è avvalsi inoltre della consulenza del team del gruppo di neuro-scienziati dell’Università di Parma, famosi per la scoperta dei neuroni specchio.

Gli elementi chiave di entrambi i software sono uno schermo, una telecamera sensibile al movimento e un computer che proietta in uno schermo nel quale si vede, proprio come in uno specchio, la stanza e le persone che vi si trovano davanti.

Con paINTeraction, muovendosi o emettendo dei suoni, nello schermo si iniziano a generare scie luminose, o bolle di sapone; il suono di una vocale fa uscire, vicino alla bocca di chi lo emette, una cascata della lettera corrispondente, o una scia di colore e luce.

Si può anche decidere di disegnare con il solo movimento della mano e di cancellare, si può giocare con una palla virtuale, che esiste solo nello schermo, eppure che risponde ai calci e rimbalza contro l’immagine del corpo.

Utilizzando entrambi gli strumenti si può sostituire allo sfondo della stanza un’immagine, che sia una famosa opera d’arte o un proprio disegno, in cui fanno capolino le immagini reali di coloro che si muovono davanti allo schermo.

Un singolo elemento dell’immagine scelta può diventare il proprio avatar, che si può incarnare e animare.

La persona quindi, in tempo reale, diventa per esempio una farfalla che vola nello schermo animata dai propri movimenti, o un veliero che naviga in uno scenario marino.

Questo è quanto è possibile grazie ad Avatart, il software sviluppato in Germania da Badaboom Berlin, una giovane impresa che coniuga tecnologia digitale e creatività collaborando con musei, teatri e festival.

I vari progetti multidisciplinari portati avanti dal questo centro di Perugia sono stati presentati in vari contesti nazionali ed internazionali ricevendo grande interesse e consenso.

Per maggiori informazioni sulle attività e le iniziative del Centro:
http://www.atlascentre.eu/
https://www.facebook.com/Atlas-Centre-326789790999590/

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Contrordine: la pasta non fa ingrassare

Ven, 04/13/2018 - 04:10

La cattiva fama dei carboidrati
Alzi la mano chi, almeno una volta, non si sia sentito dire: “se sei a dieta, devi ridurre il consumo di pasta“. Un mito da sfatare. Un nuovo studio pubblicato sulla rivista BMJ Open da un gruppo di ricercatori  del St. Michael’s Hospital di Toronto (Canada) assolve infatti il piatto italiano per eccellenza dall’accusa di indurre un aumento di peso, e precisa anzi che, se consumata all’interno di una dieta a basso indice glicemico, può avere anche effetti dimagranti.

Lo studio
A differenza della maggior parte dei carboidrati cosiddetti “raffinati”, che vengono rapidamente assorbiti nel flusso sanguigno, la pasta ha un basso indice glicemico e provoca quindi minori aumenti dei livelli di zucchero nel sangue rispetto a quelli causati dal consumo di alimenti che, invece, hanno un livello alto di questo indice. I ricercatori si sono quindi concentrati sul consumo di pasta, invece che di altri carboidrati, come parte di una dieta sana a basso indice glicemico. Dopo aver effettuato una revisione di tutti gli studi (randomizzati e controllati) condotti su questo argomento ne hanno identificati 32, per un totale di quasi 2448 persone coinvolte. Dall’incrocio di tutti i dati raccolti dalle varie ricerche esaminate è emerso che “la pasta non ha contribuito all’aumento di peso o all’aumento del grasso corporeo”. A parlarne è l’autore principale dell’articolo pubblicato su BMJ Open, John Sievenpiper, il quale spiega che, “contrariamente alle preoccupazioni, in realtà la nostra analisi ha mostrato effettivamente una piccola perdita di peso. Quindi forse la pasta può essere parte di una dieta sana, come ad esempio quella a basso indice glicemico”.

Tre porzioni di pasta a settimana
Le persone coinvolte nelle sperimentazioni cliniche hanno mangiato mediamente 3,3 porzioni di pasta (una porzione equivale a circa cento grammi di pasta cotta) alla settimana invece di altri carboidrati, perdendo circa mezzo chilogrammo in un periodo di tempo medio di 12 settimane. “Ora possiamo dire  con una certa sicurezza – ha concluso Sievenpiper – che la pasta non ha un effetto negativo sul peso corporeo quando viene consumata come parte di un regime alimentare sano”.

Dieta a basso indice glicemico
Attenzione, però: non è che adesso si può brandire la forchetta senza più timore di vedere salire l’ago della bilancia. I ricercatori, infatti, precisano che “la pasta nel contesto di modelli dietetici a basso indice glicemico non influenza negativamente l’adiposità e riduce anche il peso corporeo e l’indice di massa corporea rispetto ai regimi alimentari a più alto indice glicemico”. I risultati di questo studio, quindi, sono generalizzabili al consumo di pasta insieme ad altri alimenti a basso indice glicemico e all’interno di un’alimentazione, in generale, a basso indice glicemico. E spiegano che ulteriori studi dovranno essere effettuati per valutare gli effetti del consumo di pasta nel contesto di altri modelli dietetici sani.

Foto: pasta © al62 – Fotolia.com

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Prima dello spettacolo (Puntata 11)

Ven, 04/13/2018 - 00:40

 

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Gufi virali (non solo i gatti!)

Gio, 04/12/2018 - 16:44

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Bambini, fango e batteri

Gio, 04/12/2018 - 16:35

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test

Gio, 04/12/2018 - 11:53

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In Giappone più colonnine per le auto elettriche che distributori di carburante?

Gio, 04/12/2018 - 09:23

Il Giappone festeggia un traguardo storico: il numero di colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici nel Paese ha raggiunto quota 40mila, contro 31.166 stazioni di servizio per il rifornimento di carburanti fossili (Repubblica.it parla di 34mila).
Per correttezza di cronaca va detto che il paragone fra i due dati è un po’ forzato in quanto un distributore di benzina rifornisce molto più velocemente le auto e più auto contemporaneamente e inoltre nel calcolo delle colonnine giapponesi non è chiaro se siano stati inseriti o meno anche i punti di ricarica privati (domestici).
40mila colonnine rimane comunque un dato emblematico dell’attuale rivoluzione in atto nel mondo della mobilità.
Scrive Yahoo Finanza: “Inoltre c’è all’orizzonte una novità. L’azienda giapponese Hi-Corp sta sviluppando una tecnologia di ricarica wireless, con la quale si potrà ricaricare la batteria anche a distanza, sia spostandosi sia con la vettura parcheggiata.”

E in Italia?
Scrive Repubblica.it: “Nel nostro paese circolano circa 10mila auto elettriche, rifornite da una rete di ricarica di 1.500 colonnine pubbliche”.
1.500…

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Il car sharing a Firenze (Infografica)

Gio, 04/12/2018 - 04:14

Per vedere l’infografica più grande clicca qui

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}

0,20
€/min Alimentazione A partire da Fiat 500Fiat 500L – Benzina 74
auto N° Auto – Elettrica Auto elettriche ZD 250
auto Prezzo Dati aggiornati al: 08/02/2018 – Renault Zoe- Nuovo Kangoo Z.E. 0,22
€/min 32 auto
8 furgoni 0,24
€/min Tipologia – Smart ForTwo- Smart ForFour 200
auto Ruota il tuo dispositivo! Ruota il dispositivo in orizzontale! 32 auto
8 furgoni 0,22
€/min 200
auto 250
auto – Renault Zoe- Nuova Kangoo Z.E. 74
auto 32 auto
8 furgoni 74
auto

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Indagine Altroconsumo: molti italiani utilizzano farmaci scaduti

Gio, 04/12/2018 - 04:09

Più della metà degli italiani utilizza occasionalmente farmaci scaduti (analgesici, antibiotici…) o farmaci prescritti precedentemente per un’altra sintomatologia.

Un italiano su 5 compra farmaci (antiinfiammatori, antibiotici…) con prescrizione obbligatoria senza avere la prescrizione, grazie alla “benevolenza” di un farmacista amico.

Sono alcuni dei dati sconvolgenti che emergono da una ricerca realizzata da Altroconsumo e che dimostrano l’urgenza della legge che proponiamo da 2 mesi sui farmaci sfusi, una legge che allineerebbe l’Italia a quanto già avviene negli Usa, in Germania, in Canada

Una legge che puoi firmare anche tu se già non l’hai fatto!

Come funziona la legge che proponiamo? E’ semplice, vai in farmacia con la prescrizione del medico di p. es. 12 pillole di antiinfiammatorio e il farmacista ti dà in un contenitore sterile esattamente la quantità di pillole che devi prendere anziché una scatola p. es. da 40…

Conseguenze? Le spiega un articolo su People For Planet di Gabriella Canova:

– Eviteremo di gettare 6.000 tonnellate di farmaci ogni anno;

– Ridurremo i casi di avvelenamento da farmaci tra i bambini (il 40% dei loro avvelenamenti deriva dall’assunzione di farmaci lasciati in giro in casa)

– Il SSN e noi risparmieremo un sacco di soldi.

Stiamo aspettando che si costituisca il nuovo governo per riprendere la campagna a favore di questa legge lanciata da People For Planet durante la campagna elettorale. Occorre l’appoggio di tutti. Firma, grazie!

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Le prove dello spettacolo (Puntata 10)

Gio, 04/12/2018 - 00:58

 

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Sesso, non farlo fa male alla salute

Mer, 04/11/2018 - 09:18

Non fare sesso incide sulla salute, delle donne ma soprattutto degli uomini. E’ quanto emerge da un’indagine britannica sugli studi più recenti in materia, riportata in un curioso articolo di Adnkronos.

 

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L’abito fa il monaco (VIDEO)

Mer, 04/11/2018 - 04:59
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Mentre la Isoardi stira, il Governo invia l’Avvocatura di Stato a Marco Cappato

Mer, 04/11/2018 - 04:57

Mentre l’indignazione è tutta rivolta alle camicie stirate dalla Isoardi per il suo compagno Matteo Salvini, la notizia della scelta del Governo Gentiloni di difendere in sede di Corte Costituzionale la legittimità dell’articolo 580 del codice penale riguardante il reato di istigazione al suicidio è passata quasi in silenzio.

Il Governo ha precisato che l’intervento non è rivolto specificatamente al reato di cui Marco Cappato è stato imputato dopo avere accompagnato Fabiano Antoniani in una clinica svizzera in cui potere avere la morte dignitosa che invano aveva cercato di ottenere in Italia. L’intervento sarebbe dipeso dal proposito più ampio di mantenere una norma “giusta”.

Cosa vi sia di “giusto” dietro l’operazione di un Governo del 2018 che si appella a un articolo degli anni Trenta in relazione a una vicenda del 2017 francamente sfugge. Al netto di un anacronismo che in contesti diversi potrebbe divertire, come quando scattiamo una foto con il nonno facendogli indossare gli occhiali acquistati a Riccione nel 2005, a stupire non è tanto la matrice fascista legata al reato di istigazione o aiuto al suicidio – in fondo l’ordinamento giuridico italiano, a partire dal codice di procedura civile, si compone di moltissimi articoli formulati durante il regime. Si sa, Verba volant scripta manent. E talvolta, specie quando si ambisce a dare regole indiscutibili proprio perché immutate e immutabili, verba manent più del solito, anche se la società a cui si riferiscono nel frattempo è cambiata e continua a farlo.

Verba volant, scripta manent, vero, come è altrettanto vero che gli esseri umani nascono, crescono e muoiono. Nel mezzo fanno anche altre cose ma in fondo le vite si assomigliano tutte. Si nasce, si cresce, si muore, l’assunto è talmente banale che spesso lo si dimentica. Laddove le circostanze con cui si nasce sono del tutto indipendenti dalla propria volontà – al punto che si potrebbe parlare di accadimento anziché di azione – le modalità con cui si cresce e si muore dovrebbero invece coincidere con il proprio arbitrio e rispondere alla propria coscienza, o tutt’al più a quella delle due o tre persone il cui sguardo viene spesso confuso con “propria” coscienza. Dovrebbero, appunto.

Tornando alla scelta del Governo Gentiloni di costituirsi a favore della legittimità dell’articolo 580, a stupire è soprattutto il concetto di vita che traspare in filigrana. Gentiloni e Orlando hanno ritenuto sia giusto difendere l’articolo 580 perché «tutela il bene della vita come bene appartenente all’intera comunità». Dunque vita intesa come bene anzitutto collettivo, e poi individuale.

Passi che il diritto costituzionale dell’autodeterminazione del paziente venga interpretato con un articolo anteriore alla formulazione del diritto della “Costituzione più bella del mondo”. Passi che la matrice fascista dell’articolo 580 sia costitutivamente opposta ai principi da cui è nata la Costituzione, e che in questo caso l’anacronismo tutto possa essere meno che divertente.

Ciò che non deve passare è la riduzione della vita a un bene funzionale e misurabile secondo parametri prima collettivi e poi individuali. Ed è imbarazzante cercare di spiegare il motivo per cui una vita perché risulti un bene collettivo debba anzitutto essere un bene individuale, perché certe cose, pochissime anzi, sono così e basta. Se si prova a spiegarle, si rovinano, come le camicie piegate nell’armadio di Salvini.

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E’ possibile difendersi dall’inquinamento dell’aria con un purificatore?

Mer, 04/11/2018 - 04:50

Secondo i dati disponibili sulla mappa interattiva dell’Oms, attualmente, in Europa – Polonia a parte – siamo il Paese con le peggiori condizioni di inquinamento dell’aria. Nessuna grande metropoli britannica, francese, spagnola, tedesca e via dicendo ha una concentrazione di polveri sottili paragonabile alla pianura padana.

Ma oltre alla Pianura Padana, secondo un rapporto messo a punto da Enea lo scorso settembre, e inutilmente presentato a suo tempo in Senato, sono particolarmente inquinate anche Napoli e Taranto (città affacciate sul mare!), la Sicilia sudorientale (un’isola!), Frosinone, Benevento, Roma (anch’essa vicina al mare) e la valle dell’Arno. Secondo l’Oms, questo ci costa 1.500 decessi per milione di abitanti ogni anno, per un totale che oscilla tra le 20 e le 50mila vittime l’anno. Il numero più alto di tutta Europa, appunto.

A questo dobbiamo aggiungere l’inquinamento indoor: un mix composto certamente dall’aria esterna, a cui si sommano le emissioni domestiche: detersivi, detergenti, deodoranti e profumi, riscaldamento, muffe, emissioni di elettrodomestici (come in particolare gli aspirapolvere o le asciugatrici) e da tutta una serie di sostanze chimiche dannose rilasciate da mobili, divani (pensiamo alle sostanze ignifughe) e dall’arredamento in generale. Secondo un calcolo dell’Oms, l’inquinamento dell’aria domestica solo da agenti biologici (quindi muffe e batteri che proliferano nei condizionatori o nei radiatori) aumenta il rischio di malattie respiratorie del 50%.

Per questi motivi, il mercato dei purificatori d’aria è in costante e fortissima crescita. Secondo i dati emersi lo scorso aprile a Lisbona, al Global Press Conference di IFA, tra le vendite mondiali più interessanti c’è proprio questo comparto, cresciuto in un anno del 20% per un fatturato di 1,9 miliardi. Secondo Statista, le vendite del settore, partendo dai 5,97 milioni di purificatori venduti globalmente nel 2015, arriveranno a 21 milioni nel 2021. Anche perché oggi, adulti e bambini passano in ambienti chiusi la stragrande maggioranza del loro tempo: anzi, siamo fortunati se durante l’inverno stiamo all’aria aperta 20-30 minuti al giorno. E sembra chiara l’importanza di purificare almeno quell’aria, se fosse possibile.

Ma i purificatori sono efficaci? Ne esistono di testati in modo scientifico? Secondo Angelo Manetti, ricercatore del Centro Sicurezza e Medicina del Lavoro di Milano, ci siamo quasi. La vera svolta per questi gingilli sarà l’introduzione, in parte già esistente, ma non testata in modo indipendente, di purificatori provvisti sì di filtri Hepa (acronimo per High-Efficiency Particulate Air) e filtri ai carboni attivi, ma soprattutto provvisti di lampade UV super efficienti, in grado di abbattere la composizione chimica delle sostanze nocive, e soprattutto di mantenere batteriologicamente pulito il filtro. Proprio come per i purificatori dell’acqua, infatti, il problema non è tanto filtrare, ma trovare il modo di mantenere pulito il filtro: altrimenti, in breve tempo, diventa un ricettacolo di batteri potenzialmente pericolosi che possono peggiorare la situazione.

L’innovazione è nata come applicazione militare negli Usa, ed è straordinaria anche perché ha una manutenzione molto semplice ed economica – mi spiega Manetti.– Al contrario dei purificatori in commercio finora, che promettono miracoli ma non hanno dati scientifici robusti a dimostrarne l’efficacia, questo sistema abbatte fino all’80% gli inquinanti più pericolosi. Una delle aziende che sta lavorando a un prodotto domestico con questa tecnologia è la Refineair di Salerno, in collaborazione con l’Università locale”. Al momento però non è ancora disponibile una versione “compatta”, da casa o da ufficio.

Maria Pia Pedeferri lavora su questi temi da 15 anni al Politecnico di Milano e conferma l’utilità del sistema che integra lampade UV. Attualmente sul mercato le troviamo in pochi modelli (Daikin, AirKnight e Philips), che non hanno una documentazione scientifica a supporto della loro efficacia. Hanno una tecnologia intelligente, ma nessuna certificazione valida o indipendente che la attesti.

Comunque sì, un purificatore domestico oggi può migliorare l’aria indoor. Lo faceva già 10 anni fa, ma oggi non c’è più la sola filtrazione: come detto, si sfrutta la fotocalisi, ovvero la luce ultravioletta che accelera le reazioni dei filtri. Lo stesso principio che si trova, ad esempio, nel cemento mangiasmog, quello del Palazzo Italia di Expo per capirci: la luce solare accelerava le azioni di degrado. L’aspetto più interessante nell’ambito domestico è la riduzione della carica batterica, mentre si catturano patogeni pericolosi come le polveri ultra sottili”. Queste applicazioni arriveranno a breve anche nelle cappe domestiche, che andrebbero lavate o sostituite ogni 2-3 mesi ma in pochissimi lo fanno: rendendone di fatto inutile se non dannoso l’utilizzo. Speriamo arrivino anche negli sfiatatoi delle pizzerie a legna: una fonte di inquinamento inaccettabile, perché enorme e facilmente evitabile, almeno nelle grandi città.

Stiamo lavorando molto su questo tema, da parecchio tempo, anche se restiamo in un ambito ancora in fase di ricerca e sviluppo. In tempi ragionevoli ci aspettiamo in commercio dispositivi molto più efficaci di quelli attuali – conferma anche Alberto Cigada, docente al Politecnico di Milano -. L’inquinamento aereo si compone di 3 grossi fattori: il particolato solido (pm 10 e 2.5), gli inquinanti chimici, i NOx e i composti volatili da cottura di cibi e il fumo. Ma il terzo e più importante fattore è la carica batterica, specialmente se andiamo a vedere l’aria in uscita dagli impianti di condizionamento, che possono diffondere legionella e altri batteri pericolosi. I nuovi prodotti in arrivo avranno un enorme potenziale, e la tendenza sarà di ridurli alle dimensioni di una pliche da appendere al muro, avranno la stessa funzione di una lampada, ma saranno in grado di rendere davvero più pulita l’aria”.

In definitiva abbiamo una certezza. L’aria delle aree chiuse in cui viviamo è pessima: parte male o malissimo alla fonte, e peggiora ferocemente per via degli impianti di riscaldamento e raffreddamento che fanno proliferare i batteri. Infine, peggiora ulteriormente per via per esempio di quel che usiamo nel tentativo di pulire, e che invece, in realtà, sporca, come la maggior parte dei detersivi, o a causa delle emissioni che dertivano dall’arredamento. Un purificatore può aiutare? Sì, e modelli ancora più efficaci di quelli esistenti stanno per entrare in commercio.

Quello che non possiamo comunque ignorare è che per migliorare la qualità dell’aria che respiriamo dobbiamo intervenire prima di tutto sulle nostre abitudini. Limitando il riscaldamento e umidificando gli ambienti, riducendo l’uso di detersivi e scegliendoli tra i meno dannosi per le persone e l’ambiente, preferendo un arredamento il più possibile naturale e vernici atossiche.

Anche le piante, notoriamente, possono aiutarci molto, perché assorbono inquinanti, ma mai quanto fornire le stampanti (a casa o in ufficio) di banalissimi filtri che costano pochi euro, o lavare periodicamente quelli degli  aspirapolveri, dei condizionatori o delle cappe della cucina.

Sapevate che in Cina, dopo aver ritinteggiato, le famiglie lasciano l’appartamento anche per tre mesi? E non a caso stiamo preparando un’inchiesta sulle pitture atossiche…
Sapevate che ogni nuovo pezzo del vostro arredamento può continuare a emettere sostanze nocive per mesi o anni dopo l’acquisto?

Un ultimissimo, banale, ma fondamentale passo da fare per migliorare l’aria delle nostre case è poi contribuire a migliorare quella fuori casa: di nuovo abbassando il riscaldamento, eliminando stufe e camini a legna o pellets (oggi finanziati con soldi pubblici in Italia), e passando alla mobilità sostenibile, sfruttando il più possibile i nostri piedi per muoverci, i mezzi pubblici e la bicicletta. Ricordandoci anche che utilizzare un nuovo, l’ennesimo, elettrodomestico, per pulire l’aria è in fondo un controsenso: aumenteremo il nostro consumo di energia, contribuendo direttamente a inquinare. A meno che l’energia non la si prenda dal sole!

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La trama (Puntata 9)

Mer, 04/11/2018 - 03:56

 

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