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Aggiornato: 29 min 41 sec fa

Brutti, sporchi e cattivi: puntata 31

Gio, 08/15/2019 - 09:29

Gestione virtuosa dei rifiuti: il modello Contarina

Gio, 08/15/2019 - 08:28

Contarina è il braccio operativo nella gestione dei rifiuti di 49 Comuni del trevigiano, Treviso compreso. Le scelte fatte sono patrimonio del territorio, ci spiega il Presidente Franco Zanata, non solo logica industriale.

Grazie alla raccolta porta a porta e alla “tariffa puntale sui rifiuti” (paghi in base quanti rifiuti non riciclabili produci) sono riusciti ad arrivare all’85% di raccolta differenziata.

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Ferragosto: perché lo festeggiamo (e come farlo green)

Gio, 08/15/2019 - 07:00

Il Ferragosto, oggi sinonimo di grigliate, gavettoni e gite fuori porta con gli amici, venne istituito duemila anni fa, nel 18 avanti Cristo, dal primo imperatore romano Ottaviano Augusto. La storia narra che l’imperatore decise di concedere questo giorno come un momento di riposo dalle attività lavorative. Il termine, che trova le sue origini nel calendario pagano, deriva dal latino Feriae Augustalis (o Augusti) e tradotto letteralmente significa riposo di Augusto.

Inizialmente istituito come periodo di riposo e festeggiamenti che si svolgevano nella prima parte del mese di agosto, vede la sua origine nella tradizione dei Consualia, due feste pagane che celebravano la fine dei lavori agricoli dedicate al dio Conso, dio della terra e della fertilità.  In tutto l’Impero venivano organizzate feste e celebrazioni dove al centro dell’attenzione erano posti gli animali da tiro che, esentati eccezionalmente dai lavori agricoli, venivano adornati di fiori e ghirlande. Era anche usanza che, durante i giorni di festeggiamenti nell’arco del mese di agosto, i contadini porgessero gli auguri ai proprietari dei terreni, ricevendo in cambio, dagli stessi, una mancia. Nessuno lavorava, uomini e animali avevano la possibilità di riposarsi, poiché i contadini, con l’indispensabile contributo della forza animale, avevano già provveduto a raccogliere i frutti della terra nei loro campi.

L’adozione della festività pagana da parte della Chiesa cattolica

L’antica ricorrenza fu assimilata intorno al VII secolo dalla Chiesa cattolica, che fissò al giorno del 15 agosto la celebrazione dell’Assunzione di Maria in cielo. L’istituzionalizzazione di questa celebrazione ne permise la diffusione, seppur non in modo omogeneo, in tutti i paesi cattolici.

Come festeggiare in modo Green il nostro Ferragosto?

Pochi punti di seguire per festeggiare in modo ecologico, sostenibile e attento all’ambiente questa festa tanto attesa:

1) Se decidi di passare questo giornata in compagna di amici e parenti con un picnic fuori porta assicurati di utilizzare stoviglie e piatti compostabili e/o di ceramica in alternativa a quelli usa e getta. Inoltre, al termine della giornata dedica qualche minuto per controllare di non aver dimenticato i rifiuti della scampagnata. Ricorda: differenziare la spazzatura è sempre possibile e doveroso!

2) Se di abitudine festeggi questa giornata con l’accensione di un tradizionale falò, assicurati di farlo nel rispetto delle leggi vigenti e in totale sicurezza. Ricorda che all’interno dei boschi non è possibile accendere fuochi laddove non vi sia un’area attrezzata. Inoltre, anche questa estate siamo stati testimoni di terribili incendi in tutta l’Europa e nel mondo, assicurati di non dimenticare rifiuti infiammabili e non gettare mai mozziconi di sigaretta in un ambiente naturale.

3) Il Ferragosto coincide con l’inizio delle tue ferie estive o hai deciso di cogliere l’occasione per dedicarti un giorno di relax lontano da casa? Trova soluzioni alternative al viaggio in macchina o, se proprio non puoi farne a meno, condividi il tuo tragitto sui siti appositi offrendo (o ricevendo) un passaggio, più economico e sostenibile rispetto a un viaggio in solitaria!

(Foto di G-tech da Pixabayultimo agg. 14/08/2019)

Decreti “End of Waste”

Mer, 08/14/2019 - 18:00

Il primo è stato il Decreto sul recupero dei pannolini, firmato poche settimane fa dal Ministro dell’Ambiente, ma ne sono stati annunciati altri per carta da macero, plastiche miste, gomma vulcanizzata granulare e rifiuti da costruzione e demolizione.

Alla normativa manca ancora il passaggio cruciale della pubblicazione in Gazzetta prima di entrare in vigore, ma la sua approvazione introduce informazioni importanti su come riciclare prodotti come pannolini e assorbenti per dare a questi rifiuti una seconda vita, diventando così materie prime seconde. Non solo pannolini per bambini, ma tutti i pap, ovvero i prodotti assorbenti per la persona che fino a oggi venivano gettati assieme ai rifiuti indifferenziati, a partire dall’entrata in vigore del Decreto potranno essere smaltiti separatamente, con raccolta differenziata.

Nel corso dei primi tre anni di vita si stima che un bambino utilizzi circa 6.000 pannolini: circa una tonnellata di rifiuti fino a ora non differenziabili che per il loro smaltimento in discarica impiegherebbero circa 500 anni per essere degradati e che, se invece finiscono negli inceneritori, devono essere comunque pretrattati per motivi igienici e per permettere al materiale di bruciare correttamente. 

La fase sperimentale di un impianto pilota per il riciclo dei pap è stata avviata nella provincia di Treviso e ha dato esiti positivi. L’impianto realizzato da Fater, l’azienda che produce e commercializza in Italia prodotti a marchio Lines, Lines Specialist, Pampers e Tampax, permetterà, una volta divenuto industriale, di riciclare tutti i prodotti assorbenti.

Le aziende che gestiscono i rifiuti urbani dovranno gestire però il carico della raccolta differenziata, meglio se fatta porta a porta per le famiglie, e coi sistemi collettivi di raccolta per asili e strutture sanitarie. Queste sono le soluzioni necessarie che permetteranno all’impianto di ricevere solo prodotti adatti al riciclo e garantirà ai cittadini uno smaltimento più semplice dei rifiuti.

Il riciclo di questi prodotti, dopo la sterilizzazione, genererà nuove materie: plastica destinata a nuove produzioni come le strutture dei parchi giochi urbani, cellulosa per biocarburante, e capi d’abbigliamento in viscosa e polimero superassorbente, il principale materiale di cui sono composti questi prodotti.

Si potranno recuperare così 900 mila tonnellate all’anno di pannolini, che non dovranno essere mandati né in discarica né a incenerimento, con una tecnologia tutta italiana e con impianti che andranno a creare nuovi posti di lavoro, dando realizzazione alla gerarchia dei rifiuti fissata dall’Unione europea.

Per quanto riguarda lo stato di avanzamento degli altri Decreti:

È stato inviato all’Ispra (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per l’acquisizione del parere tecnico lo schema di decreto sulla carta da macero, che consentirà l’utilizzo di carta e cartone recuperati come materia prima nella manifattura di carta e cartone a opera dell’industria cartaria (secondo la norma Uni En 643).

– È invece al vaglio dell’ufficio legislativo del Ministero il decreto sulle plastiche miste, che ammontano a circa 450 mila tonnellate annue (che derivano già dalla raccolta differenziata). Il provvedimento prevede numerose applicazioni delle plastiche miste recuperate: come aggregati nelle malte cementizie, nei bitumi e negli asfalti, come sostituti di materiale vergine in diverse tecnologie di trasformazione secondo la norma Uni ‪10667-16 e in processi di riduzione in impianti siderurgici.

– Sarà a breve predisposto l’invio al Consiglio di Stato, che ha richiesto il parere dell’Ispra e dell’Istituto Superiore di Sanità dopo le prescrizioni della Commissione europea, il Decreto sulla gomma vulcanizzata granulare, che consentirà che il materiale ottenuto dal trattamento sia utilizzato in processi manifatturieri per la produzione di articoli, o componenti, in gomma, materiali compositi bituminosi, asfalti o conglomerati cementizi alleggeriti, materia prima per l’industria chimica. Per rendere l’idea delle quantità da gestire, in Italia vengono raccolte ogni anno circa 350 mila tonnellate di pneumatici fuori uso.

Altre fonti:
https://www.minambiente.it/comunicati/rifiuti-firmato-il-primo-decreto-end-waste-riciclare-i-pannolini
https://www.altroconsumo.it/vita-privata-famiglia/mamme-e-bimbi/news/riciclo-pannolini
https://www.lastampa.it/2019/06/04/scienza/rifiuti-in-dirittura-darrivo-altri-decreti-end-of-waste-i1CseDR0XKkY1ERRUjK3DK/pagina.html

Immagine di copertina: Disegno di Armando Tondo

Brutti, sporchi e cattivi: puntata 30

Mer, 08/14/2019 - 09:29

Affacciarsi alla vita in un mare di coccole e di plastica

Mer, 08/14/2019 - 09:01

Oltre 4700 marchi e 150.000 visitatori. La più frequentata; certamente tra le più ambite dai produttori di materie prime artificiali e sintetiche, che Marco Benedetti ha visitato per noi.

Come dunque saranno e come vivranno i bambini della seconda decade del secolo?

Saranno iper-connessi fin dal primo battito nel ventre della mamma che si applicherà un bottone sulla pancia in grado di registrare tutto quel che succede in diretta anche condivisa con i cari grazie ad una app.

Saranno a contatto con un mondo di plastica e di silicone anche nell’igiene dopo il primo vagito: il pannolino a contatto con la pelle continuerà ad avere filtranti che sono “soffici come cotone” – dice il produttore sul pacco – ma solo come sensazione perché plastica e chimica sono dei miracoli della scienza più che della natura e “sembrare” non è mai stato sinonimo di “essere”.

Saranno controllati a vista da un app installata in un materassino che registrerà anche il numero delle volte che si gira nel letto, il ritmo dei battiti del cuore e come si metteva un tempo da parte il primo ciuffetto di capelli tagliati per ricordarlo da grandi, così oggi si mette da parte un file di battiti cardiaci, di allarmi intercettati, di pipì fatte, insomma un nuovo romanticismo – finché almeno l’evoluzione tecnologica non ci farà più leggere il file registrato anni prima.

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Ponte Morandi: a un anno dal crollo la zona rossa rinasce con la street art

Mer, 08/14/2019 - 07:00

Oggi del vecchio Ponte Morandi e delle case che erano state costruite sotto le sue campate resta ben poco. Detriti, per lo più. Detriti, foto e ricordi.

Il 28 giugno scorso un’esplosione degna di un set cinematografico ha annientato quel che restava in piedi della struttura. Di quel vecchio Brooklyn di cemento armato e delle case ormai demolite nella zona rossa, la città intera porterà i segni per sempre. Resterà indelebile nella sua storia il 14 agosto 2018, la data maledetta in cui una parte del ponte crolla all’improvviso, 43 persone perdono la vita e Genova cambierà per sempre e aggiungerà alla sua lista altre vittime da piangere. Ancora una volta. Ma si guarda oltre, mentre si attende che la giustizia faccia il suo corso. Da un anno si parla di rinascita, in una città che in realtà non si è mai fermata. “Resilienza” la chiamano un po’ ovunque nel mondo. Capacità di adattarsi, di mutare, di assumere forme differenti per non fermarsi a farsi risucchiare dal dramma. Ma questa parte è soltanto l’involucro della storia del crollo del Ponte Morandi.

La tragedia ha spostato finalmente l’attenzione verso la Valpolcevera, un territorio bellissimo e martoriato dall’industrializzazione selvaggia e dal successivo abbandono delle grandi aziende. Nella periferia isolata dalla zona rossa è iniziata una rinascita nella rinascita. Il quartiere di Certosa non è certo un quartiere turistico. Lo conoscono bene i genovesi, ma per lo più come capolinea della metropolitana. La fermata nemmeno ne porta il nome. Questo quartiere popoloso, un tempo frenetico, oggi decentrato e poco sotto i riflettori almeno fino al crollo del ponte, ha ripreso vita grazie ad progetto artistico che porta il nome di “On The Wall”. Il riscatto passa dalla street art, dalla creatività impressa sui muri, dal colore che nei decenni scorsi ha dovuto lasciare spazio al grigio del cemento. Più che resilienza, forse dovremmo chiamarla “ricompensa” per anni di trascuratezza e disattenzione e per quest’ultimo anno di isolamento forzato.

Da luglio i protagonisti delle strade sono stati famosi writers internazionali, che hanno dato vita ai loro murales su una serie di spazi – pareti e facciate – individuati dal Comune. Capofila dell’organizzazione proponente è stata l’associazione genovese Linkinart, già nota in città per aver decorato i piloni della sopraelevata nell’ambito del progetto “Walk the Line”. Il filo conduttore e tema generale è la Gioia. “Anche i dolori sono, dopo lungo tempo, una gioia, per chi ricorda tutto ciò che ha passato e sopportato”, scriveva Omero, citato nella presentazione del progetto.

Gli interventi hanno interessato luoghi strategici del quartiere. Le opere d’arte visibili su muri e facciate avranno il compito di aumentare il senso di appartenenza al luogo. E di attirare lo sguardo dei turisti coraggiosi che si spera allunghino il proprio itinerario alla scoperta di una parte di Genova autentica e ricca di sorprese, aggiungiamo noi. Altre opere sono state realizzate lungo l’argine del fiume Polcevera, proprio nell’area in cui svettava il Ponte Morandi. Il loro ruolo sarà quello di “connettori visivi portatori di memoria e, al tempo stesso, portali per la parte di città rimasta isolata ‘al di là’”. Qua e là, anche alcune saracinesche del quartiere saranno decorate. E ci sono due omaggi nell’omaggio: il murale di Caktus&Maria ispirato alla canzone “Le acciughe fanno il pallone” di Fabrizio de André e quello Rosk & Loste, che hanno regalato al quartiere il volto di un altro amato genovese, Paolo Villaggio, nei panni del ragionier Ugo Fantozzi, con tanto di inconfondibile berretto.

Lo sguardo è proiettato in avanti. In strada, le persone ci tengono a rimarcare quella sensazione di salvezza e rinascita portata dalla street art.

È tornata la bellezza, finalmente.

Nei discorsi non manca mai una parola per le vittime, ma il genovese è pragmatico, non sa abbandonarsi alla disperazione cieca. La città ha bisogno di quel connettore vitale, è inutile girarci intorno.

Il nuovo ponte è stato progettato da Renzo Piano e si farà portatore del ricordo delle 43 vittime. Ad illuminarlo saranno 43 vele di luce. Durerà almeno mille anni, dice Piano, e sarà un ponte agile, snello, leggero, dalle sembianze vagamente somiglianti alla prua di una nave (in copertina se ne può vedere il rendering).
Così lo descrive l’architetto genovese di fama mondiale, che già dalle prime ore dopo il crollo si era mostrato profondamente turbato e aveva manifestato l’intenzione di donare alla città il progetto di una nuova struttura: «Semplice e parsimonioso, ma non banale. Sembrerà una nave ormeggiata nella valle; un ponte in acciaio chiaro e luminoso. Di giorno rifletterà la luce del sole ed assorbirà energia solare e di notte la restituirà. Sarà un ponte sobrio, nel rispetto del carattere dei genovesi».

Un ponte bello e sobrio, come la città che lo ospita, dunque. Sarà inaugurato nella primavera del 2020, se tutto andrà come si spera.

Nadia Toffa se ne va, resta il fango degli haters

Mar, 08/13/2019 - 14:00

Nadia Toffa è morta a causa del cancro. Aveva 40 anni. Chissà se i tanti haters che a suo tempo le avevano dedicato insulti accusandola di strumentalizzare la sua malattia, distribuire illusioni, spettacolarizzare la sofferenza, eccetera, troveranno il tempo di ritagliarsi qualche minuto di dignitosa vergogna. E magari capire che, alle volte, non è necessario avere un’opinione su tutto e che perlomeno non è necessario renderla nota.

Che la si apprezzi o meno come professionista, Nadia Toffa è sempre stata chiara sull’argomento delle cure mediche, tant’è che fu presa a botte dalla attrice e conduttrice tv 58enne Eleonora Brigliadori, da anni seguace del “metodo Hamer”, che sostiene la teoria per cui la genesi delle malattie sarebbe legata a traumi o conflitti non risolti e che di conseguenza il cancro, anziché con la chemioterapia, si curerebbe con metodi sciamanici. Sul tema Nadia Toffa realizzò un servizio per Le Iene, proprio perché, che la si apprezzi o meno come professionista, è sempre stata chiara sull’argomento. Dunque, doppiamente, le polemiche dei beoti virtuali che si chiedevano perché mai la giornalista del programma tv Le Iene fosse ricorsa alla chemioterapia per sconfiggere il cancro valgono poco meno di zero. Lo stesso caso Stamina, uno degli autogol più clamorosi di Le Iene, fu seguito dal suo collega, Carlo Goria, non da lei. Dei tanti servizi di Nadia Toffa è il caso ricordare l’inchiesta sull’Ilva, quando il caso Ilva era ancora una questione rimandabile per il Governo. Oltre all’impegno giornalistico, Nadia Toffa organizzò una raccolta fondi per assumere due oncologi pediatri al Moscati di Taranto, permettendo la raccolta record di 400mila euro. Molti tarantini, per molti anni a venire le dedicheranno un “grazie”. 

In Italia, si sa, “l’importante è la salute”. La salute è mitizzata, oggetto di scaramanzia, ambizione, cura, attenzione spasmodica. Nadia Toffa ebbe l’ardire di definire la malattia che oggi l’ha uccisa “un dono”.

Questo termine scatenò l’ira di tutti quelli che invece ritengono, a ragione, la malattia una immensa sfortuna e un bagno di dolore. Questo perché affidare allo strumento dei social un concetto così complesso intorno alla malattia è estremamente difficile. Facebook è un luogo troppo piccolo, totalmente inadatto a contenere la grandezza del dolore, quale che sia. Il “dono”, come ebbe a specificare in seguito Nadia Toffa, era la metafora per definire la visione del mondo che cambia quando una persona sa che probabilmente, come poi è accaduto, presto lo abbandonerà. Stoicismo, memento mori, la tradizione della filosofia e della letteratura occidentale è piena di definizioni del “dono” a cui alludeva Nadia Toffa. La fecero a pezzi.

Il turismo sostenibile piace, se lo fanno gli altri…

Mar, 08/13/2019 - 12:00

L’VIII rapporto “Gli italiani, il turismo sostenibile e l’ecoturismo” realizzato da Ipr Marketing per la Fondazione Univerde rivela che sempre più italiani (78% contro il 76% del 2017) conoscono la definizione di turismo sostenibile, inteso come vacanza che rispetta l’ambiente, cerca di ridurre i consumi di energia e di risorse del territorio ma pochi lo praticano veramente (solo il 20% contro il 18% del 2017). Il 41% lo considera eticamente corretto e il 28% vicino alla natura.
Il rapporto riguarda anche l’ecoturismo (o turismo responsabile), dove alla sostenibilità ambientale si unisce anche il rispetto delle popolazioni locali. Il 64% (contro il 62% nel 2017) degli intervistati conosce la definizione di ecoturismo. Il turista responsabile, per fare un esempio, rifiuta che i profitti dell’attività turistica rimangano in mano ai proprietari o ai gestori senza un vero guadagno per la popolazione locale, situazione molto diffusa in alcuni Paesi in via di sviluppo.

Turismo Sostenibile
(Definizione adottata dall’Organizzazione Mondiale del Turismo)
Il turismo sostenibile è definito come quella forma di turismo che soddisfa i bisogni dei viaggiatori e delle regioni ospitanti e allo stesso tempo protegge e migliora le opportunità per il futuro.

Turismo Responsabile
(Definizione adottata dall’Associazione Italiana turismo Responsabile)
Il turismo responsabile è il turismo attuato secondo i principi di giustizia sociale ed economica nel pieno rispetto dell’ambiente e delle culture. Riconosce la centralità della comunità locale ospitante e il suo diritto ad essere protagonista nello sviluppo turistico sostenibile e socialmente responsabile del proprio territorio. Opera favorendo la positiva interazione tra industria del turismo, comunità locali e viaggiatori.

Qui 8 percorsi di trekking in Italia. Il trekking è la forma di turismo sostenibile più in voga

Fonti:

http://www.viaggiarelibera.com/turismo-sostenibile-e-responsabile/

http://www.adnkronos.com/sostenibilita/tendenze/2018/06/26/turismo-sostenibile-agli-italiani-piace-pochi-praticano_0gMXqDPcrVb0it1Mte8MhK.html

Immagine di copertina: disegno di Armando Tondo

Brutti, sporchi e cattivi: puntata 29

Mar, 08/13/2019 - 09:29

La nuova regola sul fallo di mano è ancora calcio?

Mar, 08/13/2019 - 07:00

Pronti via, in Francia e Inghilterra la nuova regola sul fallo di mano provoca polemiche e divide il mondo del calcio.

Nel campionato francese, la Ligue1, l’arbitro assegna un rigore al Psg per un fallo di mano che potremmo definire più fisiologico che involontario. Il difensore ha il braccio sul petto e il pallone gli sbatte contro. La stessa cosa accade in Premier nel match tra Leicester e Wolverhampton: su un calcio d’angolo, due calciatori della squadra di Jorge Mendes saltano e accidentalmente uno dei due, mentre è in volo, colpisce il pallone con la mano, la sfera finisce sui piedi del compagno di squadra che appoggia in rete. Wolverhampton in vantaggio. Ma il Var annulla. In Premier l’insofferenza al Var era già montata, soprattutto perché spezza troppo il gioco. Gli inglesi non amano le polemiche, amano darci dentro e al fischio finale si vede chi ha vinto. Poi un’altra birra e ci si rivede la settimana prossima. Col Var la si tira troppo per le lunghe. Agli inglesi non piace perdere tempo nel tipo di gioco, figuriamoci nell’attesa di un replay.

Tornando al fallo di mano, la nuova regola stabilisce che qualsiasi tocco di mano viene punito. Anche quelli involontari. Il quotidiano sportivo francese L’Equipe probabilmente centra il punto. Comincia col definire il Var un capello che cade in una zuppa, a prescindere dalla bontà della zuppa. E aggiunge: «Gli arbitri ormai fischiano tutti i colpi di mano, è un buon modo per schivare le polemiche». In effetti è così, è passato il principio della deresponsabilizzazione. Ed è un altro colpo al calcio come è stato tradizionalmente inteso per oltre cento anni: la volontarietà è sempre stata fondamentale per stabilire se il colpo di mano fosse o mano punibile. Adesso il calcio ha eliminato questa distinzione.

L’Equipe scrive: «tutti cominciano ad abituarsi a questa assurdità ma noi non siamo così sicuri che sia il modo migliore per rispettare questo gioco. Il povero Pablo Martinez (l’autore del fallo) non voleva toccare il pallone con la mano, non riusciamo a comprendere come avrebbe potuto evitare il tocco e non c’è nessuno che lo abbia sottolineato: sia in campo sia in tribuna». La conclusione è orwelliana: «niente resiste alla verità di un fermo immagine». Conta il video, conta l’immagine. Tutto il resto è stato depennato. È come se il calcio considerasse troppo rischioso il ragionamento.

E in questo caso, nel caso del pallone, il fermo immagine non rivela una verità celata ai più come nel caso di Blow-up. È solamente la resa a un’interpretazione burocratica e per alcuni ottusa del regolamento. E, soprattutto, meno discrezionale. È probabilmente questo l’intento dei signori del calcio: sottrarre potere all’arbitro, assegnarne alla forza delle immagini. Come scrisse peraltro lo stesso Casarin, ex grande fischietto italiano: «Gli arbitri rigettano il Var perché sono gelosi del proprio potere».

Il punto è capire come all’estero ne metabolizzeranno l’uso, soprattutto in Premier che è il campionato più ricco. Il calcio non tornerà indietro ma se il Var inciderà sul business, si potrebbe fare uno strappo alla regola. Gira e rigira, il nodo è sempre quello. 

Immagine: Photo by Fachry Zella Devandra on Unsplash

Anche nascondere i soldi sotto al materasso comporta dei rischi

Lun, 08/12/2019 - 15:00

Siete dei risparmiatori o degli investitori?

Il risparmiatore è colui che trattiene una parte del proprio reddito e la lascia lì, in bella mostra sul conto corrente o in un cassetto di casa, in attesa di consumarla in futuro per un evento imprevisto o per l’acquisto di un bene. Non pianifica, non si pone obiettivi e accumula risparmi in attesa di «fare qualcosa».

L’investitore, invece, non si accontenta di questo. Vuole aumentare la sua ricchezza impiegando i sui risparmi nel tempo. Pertanto si «priva» dei suoi risparmi per un periodo definito con l’intento di farli crescere, in modo da raggiungere un preciso obiettivo di vita: per esempio, procurarsi la somma necessaria per iscrivere il figlio a un master all’estero.

Il risparmiatore vive alla giornata, l’investitore pianifica per obiettivi di vita.
Il risparmiatore mantiene tutto liquido o liquidabile in poco tempo, l’investitore si priva del suo risparmio per periodi lunghi, puntando a buoni rendimenti e proteggendosi dall’inflazione.
Il risparmiatore concentra il suo patrimonio finanziario, l’investitore tende a diversificare.
Il risparmiatore non vuole correre alcun rischio, l’investitore sa che nulla è esente da rischi, neppure tenere i soldi sul conto corrente.
Molti risparmiatori, infatti, pensano di stare al sicuro lasciando i propri soldi sul conto corrente (o su altro strumento simile, per esempio un conto deposito) o addirittura sotto l’iconico materasso. La verità, invece, è che proprio questo comportamento apparentemente sicuro genera perdite certe, perché soggetto a un fenomeno molto sottovalutato dai risparmiatori: l’inflazione, che è come un nemico invisibile!

Perché il pericolo inflazione sia così sottovalutato (soprattutto dal risparmiatore) è inspiegabile. Un investitore, al contrario, conosce bene il fenomeno e cerca strumenti per proteggersi.
L’inflazione è un virus, un fenomeno subdolo e vigliacco, un tarlo che si insinua nel nostro patrimonio e lo erode lentamente, senza che ce ne accorgiamo. L’inflazione, infatti, non è altro che l’aumento generalizzato dei prezzi.

In pratica, se nel 2000 avevamo risparmiato 100 euro, con quei soldi potevamo comprarci quaranta pizze da 2,5 euro ciascuna; oggi con gli stessi 100 euro possiamo comprare solo venticinque pizze, perché il prezzo è salito a 4 euro. I 100 euro sono sempre gli stessi, ma non hanno più lo stesso valore, visto che non ci consentono più di comprare gli stessi beni di vent’anni fa.

Questo significa che se vi limitate a lasciare i vostri risparmi sul conto corrente, il tempo e l’inflazione genereranno una perdita certa, anno dopo anno. Si verifica cioè una riduzione del cosiddetto «potere d’acquisto», che non vi permetterà più di comprare le stesse cose che compravate prima.

Ecco una tabella di semplice interpretazione che mostra la perdita di potere d’acquisto di 100.000 euro nel corso degli anni per effetto della crescita dei prezzi (inflazione) del 2% all’anno. Come potete vedere, mantenendo i vostri soldi fermi sul conto corrente al cospetto di un’inflazione del 2%, in cinque anni il vostro capitale di 100.000 euro subirà una perdita certa di 9.426,92 euro. In dieci anni la perdita sarà di 17.965,17 euro, in venti di 32.702,87 euro e in trenta di ben 44.792,91 euro!

Di fronte a questi numeri vi renderete conto che, se avete del risparmio accumulato o prevedete di accumularlo, vi conviene cercare una remunerazione adeguata per i vostri soldi.

Ma tutto questo in banca ve lo spiegano? Avete consapevolezza di questi concetti basici?

La consapevolezza finanziaria, come specificato nel mio libro “Soldi Gratis” (Sperling&Kupfer), viene prima della educazione finanziaria. Non si può più pretendere che un pensionato, una casalinga, un operaio o un imprenditore possa afferrare la logica che muove i mercati della speculazione o degli investimenti, ma piuttosto si deve ai cittadini di comprendere e usare al meglio gli strumenti alla base del rapporto di fiducia con la loro banca. Si tratta di cittadini che non hanno più tempo per acquisire le competenze necessarie a capire i concetti più complessi della finanza: troppo tardi, ormai.
Piuttosto, hanno bisogno di indicazioni precise, pratiche, simili a quelle dei tutorial che cerchiamo sul web quando, per esempio, il nostro smartphone si blocca e vogliamo rimediare da soli. Lo facciamo tutti, senza avere una laurea in ingegneria informatica.

Foto di copertina di Alexas_Fotos da Pixabay

Solidarietà: a Chicago il fiume si tinge di giallo

Lun, 08/12/2019 - 10:00

Come ogni anno il fiume Chicago nell’omonima città dell’Illinois negli Stati Uniti, si tinge di giallo per qualche ora. Il colpo d’occhi lo regala una montagna di paperelle gialle di gomma che vengono scaricate da due tir. Il Chicago Ducky Derby è un’iniziativa benefica per la raccolta fondi destinata alla Special Olympics Illinois. Chiunque voglia ‘adottare’ una papera può farlo investendo 5 dollari, o acquistare pacchetti e donare di più. Una volta lasciate cadere in acqua, le papere vengono incanalate in una corsia finché non raggiungono il traguardo. Si tratta di una vera e propria gara. Al proprietario della vincitrice va un’automobile, una somma in denaro e una vacanza. Tutte le paperelle vengono recuperate a fine gara da un esercito di volontari per essere utilizzate nelle prossime edizioni dell’evento.

Fonte: Repubblica.it

Brutti, sporchi e cattivi: puntata 28

Lun, 08/12/2019 - 09:29

Gli animali del futuro? Topi e piccoli roditori

Lun, 08/12/2019 - 07:00

Topi e gerbillini saranno gli animali protagonisti del nostro futuro. Niente di eccitante, ma è questo ciò che prospetta la ricerca con uno studio che ha stimato come reagiranno le varie specie animali al restringimento degli habitat, dovuto all’intensificarsi dell’urbanizzazione, ma soprattutto alla crescita dell’industria agricola e degli allevamenti.

I piccoli animali sono quelli più capaci ad adattarsi ai cambiamenti, i più resilienti all’innalzamento delle temperature e alla scomparsa o alla strutturale modifica degli ecosistemi. Si calcola che mediamente la popolazione animale sarà più piccola del 25%, perché perderemo le specie più grandi, e meno adattabili, come i rinoceronti o le aquile. Tutti i roditori prevarranno, anche a seguito della perdita dei loro grandi predatori, mentre tra gli uccelli prevarranno gli uccellini di minori dimensioni. Lo studio è stato condotto dall’Università del Southampton e pubblicato sulla rivista Nature Communications. La previsione si riferisce ai prossimi 100 anni, se le condizioni attuali rimarranno immutate.

«Gli ecosistemi subiranno una sorta di collasso, a meno che non si intervenga radicalmente contro deforestazione, urbanizzazione e allevamenti intensivi», ha spiegato il relatore, Rob Cooke. «La sostanziale scomparsa delle specie più grandi porterebbe poi ulteriori conseguenze, perché, come noto, ogni specie contribuisce a sostenere l’ecosistema globale, e dunque il venir meno di diversi tasselli potrebbe con ogni probabilità accelerare altri cambiamenti».

Ma non tutto è perso. Mentre i Paesi emergenti mostrano spesso scarsa sensibilità verso l’ambiente e la biodiversità (Perché è importante la biodiversità? Leggi la spiegazione semplice dell’Onu) «in realtà in Europa e in Italia molti grandi mammiferi sono in ripresa, basti pensare al lupo, allo sciacallo, ai cinghiali e ai cervi», spiega Spartaco Gippoliti, esperto di conservazione della biodiversità e membro del Conservation Committee dell’International Primatological Society (IPS).

«È vero inoltre che alcune specie di piccole dimensioni, come l’arvicola acquatica, sono sicuramente in declino in Italia, anche se troppi pochi studi si occupano di monitorare la variazione di questi animali, ed è dunque difficile avere un quadro chiaro delle specie in via di recupero e di quelle a rischio, almeno a livello nazionale», conclude Gippoliti.

Vacanze: 3 consigli preziosi per l’estate dei nostri amici animali

Lun, 08/12/2019 - 02:55

Se state organizzando le vostre vacanze e ancora non avete trovato una soluzione per cani e gatti, le nuove risorse a disposizione sono molte, con qualche accortezza…e una dritta: trasportarli con noi non è mai stato così facile.

Regola numero uno: non lasciate i gatti in un gattile, salvo non ci sia proprio alcuna altra possibilità. I gatti sono territoriali, e aggiungere all’assenza dei “padroni” il cambiamento di scenario è uno stress per loro ancor maggiore che per un cane. I gatti non hanno bisogno di uscire, quindi senza troppa fatica si dovrebbe riuscire a trovare qualcuno disposto a passare a trovarlo, nutrirlo e ripulire la sabbietta una volta al giorno.
Anche un vicino di casa, un parente o un amico, vanno bene: qualcuno a cui poter ricambiare il favore, risparmiando, e che il gatto conosce, anche se magari superficialmente.
In alternativa, le risorse – anche online – sono molte: oggi le pagine facebook di quartiere, le cosiddette social street, offrono mille possibilità a chi cerca e offre lavoretti di questo tipo, specie nelle città medio-grandi: uno studente o un pensionato troverà vantaggioso arrotondare i guadagni rimanendo nella propria zona e facendo un lavoro poco impegnativo e super flessibile. Ancora, siti di riferimento come petme restano una certezza per le vacanze ma anche per la vita di tutti i giorni, quando non sappiamo a chi lasciarli.

Regola numero due: anche se il cane soffre meno la pensione, si può pensare anche per lui a un amico-vicino che venga a casa. Questa scelta è certamente più impegnativa, visto che il cane deve uscire almeno 2 volte al giorno, meglio se 3, e almeno una volta deve potersi sfogare e correre liberamente giocando all’aria aperta. Per questo, una buona struttura può rivelarsi la soluzione più facile. Ma quali caratteristiche deve avere?
La spesa minima per una struttura seria è di 10 euro a notte per un gatto, e intorno ai 20-25 per un cane. Come per l’ingresso di un bambino all’asilo, ci vogliono due o tre giorni per l’inserimento nell’ambiente nuovo: il proprietario dell’animale deve accompagnarlo e stare con lui, e nel frattempo verificare le caratteristiche del posto: che ci siano pasti personalizzati (ogni cambiamento aggiuntivo, come il cambio di crocchette, può essere un ulteriore stress) che siano garantite, e dove, le corse mattutine e serali, che gli spazi chiusi siano adeguati e protetti da sole o pioggia, che la struttura sia pulita e non ci siano odori sgradevoli.
Non abbiate timore di controllare che ci siano le autorizzazioni sanitarie e del Comune, che i dipendenti abbiano i requisiti professionali, e che la pensione sia convenzionata con un veterinario. Come in tutte le cose che riguardano gli animali domestici (e gli esseri umani) il segreto del successo sta in una soluzione al “problema estate” al quale i nostri amici siano abituati sin dall’infanzia. Quindi se siete indecisi, sappiate che un cane anziano che non ha mai fatto questa esperienza soffrirà di più.
Per quanto riguarda i rimedi anti-stress, aiuta molto una maglietta con il vostro odore, la cuccia dell’animale trasportata fino alla pensione, e naturalmente i suoi giochi preferiti.

Regola numero tre: forse riuscite a organizzarvi per portare con voi i vostri animali! Sappiate che le cose negli ultimi anni sono parecchio cambiate: quest’anno addirittura sui treni ad alta velocità di Italo, a luglio e agosto, il biglietto è offerto dall’Editore Pizzardi (quello dei mitici Amici Cucciolotti); se gli animali di taglia piccola sono ammessi gratuitamente tutto l’anno, chiusi nel loro trasportino, questa opzione apre gratuitamente in estate anche ai cani che superano i 10 chili, per i quali sarà previsto uno spazio a fianco dei padroni (in tutte le categorie di viaggio), con un kit speciale che include un tappetino monouso per accucciarsi e una ciotola per il cibo o per l’acqua (prenotazioni allo 06.0708).

Trenitalia ammette gratis trasportini di dimensioni non superiori a 70x30x50 nella prima e nella seconda classe di tutte le categorie di treni (solo uno per passeggero però!). Per cani extra large la tariffa fissa di Trenitalia è 5 euro. Accettabile.

In aereo, Easyjet e Ryanair restano ostili al trasporto di animali domestici, mentre Vueling accoglie a bordo cani, gatti, ma anche uccelli, pesci e tartarughe. Per viaggiare in cabina con il proprietario (come noto la stiva degli aerei è un’opzione molto pericolosa, per possibili problemi di pressurizzazione che possono risultare mortali) il trasportino con l’amico dentro non deve superare gli 8 chili, e le misure 45x39x21, al costo di 40 euro a tratta sui voli interni, 50 sugli internazionali e per le Canarie. Con Alitalia, il trasportino può pesare fino a 10 chili (ma le dimensioni richieste sono molto rigide e si fermano a 40x20x24) per tariffe che variano da 40 euro, in Italia, a 75 per Europa e Nord Africa (fino a 200-250 per i voli transoceanici). Un po’ più economici Air France e Tap. Occorre prenotare in anticipo, in genere per telefono.

Per quanto riguarda i traghetti: Moby, Tirrenia e Toremar mettono a disposizione cabine per ospitarli con i proprietari (con l’aggiunta di 50 euro), fino a un massimo di tre animali per cabina. Ulteriori dettagli su TraghettiWeb.

Immagine di copertina: Fotomontaggio di Armando Tondo

Gli strani casi dell’animo umano: “Quelli che in macchina…”

Dom, 08/11/2019 - 10:00

Del suo modo di collocarsi nello spazio, di aggredirlo, subirlo, disegnarlo o anche, solo, assecondarlo. E del rapporto con il prossimo; che, in altri abitacoli, è contemporaneamente troppo vicino e irrimediabilmente (provvidenzialmente?) lontano.

Il traffico cittadino e lo scorrere autostradale amplificano ed estremizzano tendenze caratteriali e tipologie umane, fino a consentirci di stilare un elenco quasi esaustivo – ed esasperante – di fenomeni. Tale termine è qui da intendersi in un doppio significato: accadimenti ricorrenti e personaggi improponibili.
Vediamone alcuni:

Quelli che, avvicinandosi al semaforo, rallentano col giallo e poi, presi da un improvviso brivido di iniziativa, invece passano. Lasciandoti lì, al rosso, come un cretino.
#TantoTiRipiglio
#AncheMenoCarattere
#SecondoMeHaiIlCappello

Quelli che mettono la freccia a destra ma, prima di svoltare, allargano tantissimo a sinistra.
#AQuestoPuntoMettiLaDoppiaFreccia
#DannatiPassaggiNoLook

Quelli che prima vanno lentissimi ma, mentre li stai superando, rosicano e accelerano alla tua destra per non farti passare.
#FattiUnaVita
#SeiMaschioAncheSeTiSupero

Quelli che inveiscono attraverso i finestrini chiusi, senza farti capire con quale generazione di tuoi cari se la stiano prendendo. #LApprossimazioneNonGiovaAllEfficaciaDellaComunicazione

In tal caso, comunque, si suggerisce di rispondere con due o tre rudimenti base di linguaggio LIS (Lingua dei Segni).
#StimolareSensiDiColpaUnaTantum
#GneGneGne

Quelli a piedi che ti devono dire come parcheggiare («vieniii, vieniiii, ancora un po’…») e poi, dopo averti trattata come un’imbecille,  vogliono pure essere ringraziati.
#CompratiUnaMacchinaEVediamoComeParcheggi #SoTuttiCapaciColSuvDegliAltri

Quelli in doppia fila. Che arrivano, dopo che suonavi da 10 minuti, con aria sorpresa: «che ce l’ha con me?» 
#CieloMioMarito

Quelli col motorino, parcheggiati in doppia fila dietro una macchina. #@fhgydowq@tkgh

Quelli che guidano i motorini al centro della carreggiata come se fossero macchine e quelli che guidano le macchine zigzagando come se fossero motorini.
#LeDimensioniContano

Quelli che ti si appiccicano dietro (nel traffico) e ti fanno i fari. #LaTuaMacchinaStaFischiandoAlDiDietroDellaMia #TantoLaMiaNunGlielaDà

Quelli che ritengono che la corsia sulla destra sia disdicevole e vanno a 80/h in quella di sorpasso in autostrada.
#PoiDiceCheUnoSiButtaASinistra 

Quelli che ti superano rombando e poi ti si piazzano davanti a 20/h facendoti “tappo”
#LaTuaMacchinaÈBipolare
#MrMagooGuidaMeglio

Quelli che, mentre superano, si girano come a dire: «voglio vedere che faccia hai». A cui rispondono – con intensità uguale e contraria – i «cazzo guardi». Inutile dire che tutti noi siamo soggetti attivi di entrambe le manifestazioni. #AnchePassiviMaPoiCertiUominiSiSpaventanoASentirloDire

Quelli davanti che vanno più lenti di noi.
Tutti quelli dietro che vorrebbero andare più veloci di noi.
Eh. Ah. Ops. Ok. Forse tutti quanti abbiamo bisogno di più serenità, alla guida.
Andiamo in ferie con il proposito di assecondare la strada e sorriderci dagli abitacoli, allora? Dai!

Buone vacanze, buoni viaggi, buona permanenza… buoni, insomma: buoni.

#WhyNot
#PontiNoMuri
#AbitacoliAmici
#BoooniiiStateBoniiii

Photo by Yogi Purnama on Unsplash

Brutti, sporchi e cattivi: puntata 27

Dom, 08/11/2019 - 09:29

Fairbnb, l’alternativa etica ad Airbnb

Dom, 08/11/2019 - 07:00

Se dovessimo descrivere in poche parole Fairbnb, basterebbe dire che si pone come un’opzione più sostenibile rispetto a piattaforme come Airbnb, che offrono un servizio simile per i viaggiatori alla ricerca di una sistemazione temporanea. La differenza che salta immediatamente all’occhio è che, in questo caso e secondo le promesse, al territorio rimangono metà dei profitti.

Resta però una questione aperta: la sharing economy porta indubbi vantaggi ma a volte sa anche mietere vittime: gli alberghi lamentano di essere stati colpiti duramente da questi nuovi competitor che si muovono su un terreno normativo più agevole. Di sicuro al cliente non dispiace questa nuova forma di ospitalità.

Fairbnb.coop nasce nel 2016. Tre anni fa era un movimento con l’obiettivo di creare un’alternativa alle piattaforme di home sharing esistenti che fosse equa.

Le città di partenza sono state Venezia, Amsterdam e Bologna, poi hanno iniziato ad aderire altri gruppi da tutta Europa che hanno contribuito a sviluppare il modello finale che ad oggi è in fase di attuazione.

Alla fine dello scorso anno è stata creata una cooperativa che agisse da entità legale di supporto al progetto, un’organizzazione aperta in cui si pensa di accogliere altri aderenti.

Fairbnb.coop si definisce come “una comunità di cittadini attivi, ricercatori e persone provenienti dalle più varie esperienze professionali che mirano a riportare la parola share (condivisione) nella sharing economy”.

L’idea alla base è che la comunità ospitante va posta al centro e che vanno privilegiate le persone prima che il profitto. Allo stesso tempo, l’offerta ai turisti è di esperienze di viaggio autentiche e sostenibili, con ricadute positive a livello sociale.

Secondo il progetto, metà dei ricavi vanno investiti in progetti di sostenibilità locali che mirano a contrastare gli effetti negativi del turismo. Se i profitti restano il più possibile all’interno delle comunità e dei territori la piattaforma si pone anche come mezzo di supporto e miglioramento attraverso iniziative che spaziano dal social housing ai giardini comunitari.

Quel “fair” che compare nel nome della piattaforma è frutto di più fattori, tra cui l’intenzione di condividere, con la massima trasparenza, i propri dati con le amministrazioni locali perché possano analizzare il reale impatto del turismo; inoltre, si applica la regola “1 casa – 1 host” per evitare l’ingresso di multi-proprietari nella piattaforma e poter identificare un tipo di host sostenibile con il mercato immobiliare per i residenti. Fin qui nessuna obiezione. Ma le anche idee tanto sostenibili possono avere ripercussioni.

Abbiamo già affrontato il problema di come la sharing economy e la sua degenerazione, soprattutto in città d’arte e mete turistiche, abbia portato ad una trasformazione sregolata del patrimonio immobiliare e della sua destinazione d’uso, sottratto ai residenti a favore del turista mordi e fuggi. Venezia è l’esempio più citato: l’overtourism sta soffocando la città e la maggior parte degli annunci immobiliari  sono ormai transitori e per non residenti. Conviene affittare per periodi brevi, con ricavi anche fino a mille euro alla settimana, piuttosto che ai residenti. Nel caso di Venezia abbiamo documentato il paradosso per cui mancano alloggi di edilizia residenziale pubblica per i veneziani, case che in realtà esisterebbero ma restano sfitte e non recuperate né recuperabili per anni: i residenti che vogliono riappropriarsi della propria città non trovano spazi e si ritrovano “costretti” a occupare quelle case sfitte, a rimetterle in sesto a proprie spese, nell’illegalità di fatto, ma ripopolando giorno dopo giorno un territorio privato dell’autenticità che soltanto un residente sa conferire. Tutto questo mentre le strade sono invase selvaggiamente da turisti per lo più ignari della situazione, che alloggiano in appartamenti affittati a caro prezzo o edifici interi anche di pregio trasformati in hotel di lusso.

Ma il problema è molto più ampio. Parallelamente all’affermarsi di Airbnb e simili c’è una categoria particolare che si è sentita minacciata e lamenta la carenza di regole ferree applicate agli host. Gli albergatori si sentono minacciati. L’associazione che li rappresenta, Federalberghi, ha denunciato più volte, l’ultima proprio recentemente, il fenomeno: si moltiplicano gli alloggi su Airbnb così come le attività extralberghiere, con un conseguente aumento di servizi fai-da-te che producono una concorrenza sleale senza precedenti. Un far west, in cui gli annunci online non sono affatto una forma integrativa del reddito ma una vera attività, spesso con soggetti che gestiscono più alloggi, peraltro messi a disposizione ben oltre i sei mesi all’anno fissati come regola.  I dati confermano i timori: si registra un notevole calo di presenze e di fatturato per gli hotel. Solo a Roma, nel 2018 i numeri parlano di un -7,3% dei ricavi rispetto al 2017 nonostante l’aumento del prezzo delle stanze. Airbnb ha replicato più volte alle accuse, intanto varie città nel mondo sono corse ai ripari. A Barcellona  si possono affittare al massimo due stanze per appartamento, per non oltre 4 mesi all’anno e a patto che il proprietario vi risieda. Stessa regola della residenza del proprietario anche a New York, non è possibile affittare appartamenti interi. A Parigi si può affittare non oltre i 120 giorni all’anno, i proprietari devono iscriversi in un registro pubblico e l’amministrazione comunale ha dichiarato di voler vietare l’affitto nei primi quattro arrondissement per evitare uno spopolamento ulteriore del centro cittadino.

Fonte foto: https://fairbnb.coop/it/

Brutti, sporchi e cattivi: puntata 26

Sab, 08/10/2019 - 09:29