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La Cina costruirà 300 città forestali entro il 2025

Sab, 07/14/2018 - 02:51

Il 9 e 10 luglio si è tenuta una sessione straordinaria dell’Assemblea nazionale del popolo (Apn), il Parlamento cinese che ha esaminato «un rapporto sull’attuazione della legge sul controllo dell’inquinamento dell’aria e un progetto di decisione sul rafforzamento della protezione globale dell’ambiente e il sostegno alla lotta contro l’inquinamento nel rispetto della legge»

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Starbucks a Milano: via le tazze monouso

Sab, 07/14/2018 - 02:44

Si avvicina l’apertura del primo Starbucks in Italia: sarà Milano ad ospitare il primo locale della catena americana che tutti associamo con bicchieroni di caffè lungo bollente.

Ma i mega bicchieroni devono essere necessariamente monouso? Se lo sono chiesti dall’Associazione Comuni Virtuosi, l’associazione che riunisce più di 100 Comuni italiani impegnati nello sviluppo sostenibile dei loro territori, insieme a Greenpeace Italia, WWF Italia,  Zero Waste Italy, Zero Waste Europe e  Reloop, piattaforma a sostegno dell’economia circolare.

Secondo stime del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente, se non si cambia il modello di proposta al pubblico, pur promuovendo il riciclo, per sostenere la richiesta di risorse dalla popolazione mondiale nel 2030 avremo bisogno del 40% in più  di legno e fibre di cellulosa.

L’Economia Circolare, promossa anche dalla Commissione Europea per evitare che in un futuro le risorse mondiali finiscano, è realizzata infatti anche grazie al ripensamento dell’intera filiera dei prodotti, nell’ottica di minimizzare gli sprechi e i rifiuti alla fonte.

Sul sito dell’Associazione dei Comuni Virtuosi si spiega:

“Apprezziamo gli sforzi compiuti da Starbucks nella promozione della sua tazza riutilizzabile da passeggio, nello scoraggiare l’utilizzo della tazza monouso con un addebito di 5 penny applicato in alcune caffetterie di Londra, e per le importanti risorse finanziarie stanziate nel progetto per sviluppare tazze usa e getta che possono essere riciclate o compostate. Tuttavia il perseguimento di una politica aziendale principalmente volta al riciclo – invece che al riutilizzo – non elimina il consumo di materie prime“.

Questo specialmente se pensiamo che vengono distribuite negli Starbucks di tutto il mondo ben 600 miliardi di tazze in carta o plastica ogni anno.

Quindi le associazioni ambientaliste lanciano un appello, di cui chiedono la massima condivisione e a cui People For Planet aderisce con entusiasmo, perché Starbucks in Italia cominci “bene da subito”:

“In Italia potremmo evitare qualsiasi tipo di azione correttiva ex post partendo con il piede giusto, servendo cioè bevande, aperitivi in stoviglie di ceramica, vetro o in contenitori da passeggio riutilizzabili. Combinando così  in un’offerta molto più sostenibile la miscela di caffè americano appositamente sviluppata per l’Italia e la nostra tradizione nel bere il caffè”.

Sul sito dei Comuni Virtuosi potete leggere l’appello completo.

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Building Information Modeling: i software che rendono l’edilizia più efficiente e più eco compatibile

Sab, 07/14/2018 - 02:25

Il Building Information Modeling, che ha BIM come acronimo, non è solo un software,  né  un prodotto, ma è un vero e proprio nuovo processo di lavoro con cui si può, oggi, concretamente realizzare la ricerca ottimale per l’ottimizzazione dei tempi, dei costi, l’uso dell’alta tecnologia, la creazione, il monitoraggio, la modifica, l’aggiornamento dell’intero ciclo di vita di un edificio o qualsiavoglia opera, dall’ideazione e progettazione sino alla sua demolizione.
Parola d’ordine per il BIM, dunque è: miglioramento. In una prospettiva in cui il futuro delle costruzioni, dell’ingegneria, dell’architettura è digitale, il BIM ad oggi garantisce il massimo potenziale virtuale a disposizione.

Una delle definizioni più comuni del BIM è “un processo di generazione e gestione dei dati di progetto durante l’intero ciclo di vita di un edificio o opera“. Per capirsi meglio: il BIM è uno strumento che consente l’ottimizzazione della pianificazione, realizzazione e gestione di costruzioni tramite l’aiuto di software ad hoc che raccogliendo, combinando e collegando digitalmente tutti i dati rilevanti di un progetto costruttivo, consente di visualizzare la costruzione come un modello tridimensionale e di simulare una serie di parametri, ottenendo non soltanto una perfetta integrazione del processo, ma anche una forte riduzione in termini di costi, logistica e tempistiche.

Operativamente con questa tecnologia un edificio, o qualsivoglia altra opera, viene costruita digitalmente con un modello virtuale accurato e completo, una digitalizzazione dell’opera integrata, dove per integrata si intende che contenga almeno questi punti chiave:  digitale, spaziale, misurabile, comprensibile (deve trasmettere l’idea progettuale, le prestazioni dell’edificio, la sua realizzabilità sia per la sequenzialità delle operazioni da compiere che per i risvolti economici finanziari), accessibile (interfaccia intuitiva e possibilità di interoperabilità), durevole (per tutta la vita dell’edificio attraverso le sue diverse fasi).

Il modello BIM parte dal dimensionamento e posizionamento degli impianti sino a giungere alla modellazione e al computo metrico, e lo fà con la partecipazione e l’interscambio di tutti i protagonisti del processo di sviluppo, tra cui architetti, geometri, ingegneri e investitori. Al modello 3D vengono connessi diversi software di modellazione virtuale – analisi strutturali, acustiche, termo fluidodinamiche, illuminotecniche; le proposte di progetto possono essere ispezionate, modificate e ristrutturate, in modo che eventuali problemi o modifiche potranno essere organizzati e completati durante l’intero processo di costruzione, con le successive ed eventuali variazioni inserite da tutte le parti in causa.
Con il software BIM i prospetti sono meccanicamente prodotti dal programma perchè collegati al solido 3D ed ogni minima modifica ad esso applicata aggiorna automaticamente, riducendo i tipici errori di distrazione, propri del disegno a mano e con il CAD.
Una riduzione fino al 80% del tempo previsto per un preventivo di spesa, margini di errori ridotti al 3% massimo, una diminuzione dei tempi progettuali abbreviati del 7%, abbassamento dei costi di costruzione fino al 30%, chiarezza di dialogo e integrazione con tutti quei dispositivi informatici , maggior controllo del progetto ed un migliore coordinamento con i settori progettuali.
I dati vengono raccolti in un database,  l’archivio completo di informazioni, le librerie BIM per l’esattezza, rappresentano la naturale progressione dei blocchi CAD ma con informazioni maggiormente dettagliate e numericamente superiori; le criticità vengono così gestite e meglio superate.

Fra i principali vantaggi del BIM dunque ci sono:

  • una riduzione dei costi e tempi del ciclo di vita,
  • una minimizzazione degli errori di progettazione,
  • un’ottimizzazione della gestione dei progetti e
  • un supporto per la progettazione sostenibile.

L’uso di materiali sempre più performanti nelle prestazione energetiche e strutturali di un edificio, la progettazione di sistemi tecnici ed impianti sempre più efficienti e l’integrazione delle fonti rinnovabili sono alla base delle fasi costruttive di edifici eco compatibili nuovi o ristrutturati. Ed è proprio in queste fasi che l’uso del BIM ottimizza l’integrazione della varietà di esperienze e competenze di molteplici figure professionali, necessarie allo sviluppo dell’intero ciclo di vita di un edificio, a maggior ragione se questo edificio deve garantire prestazioni eccellenti dal punto di vista energetico, climatico, del comfort ed anche ambientali.

Il BIM offre anche il vantaggio indubbio nella fase di offerta di un progetto pubblico, di quantificarne precisamente e rapidamente i materiali richiesti e di stimare con maggiore accuratezza anche i costi di progettazione, produzione ed installazione. Nella fase tecnica poi ci sono altre importanti ottimizzazioni, ovvero è possibile effettuare un’analisi delle interferenze tra involucro architettonico e struttura.
Per questo la metodologia  è già utilizzata, anche all’estero, nei grandi studi e nelle grandi opere, ci sono molti esempi che dimostrano i vantaggi associati a queste procedure per la gestione degli appalti e per la realizzazione delle opere più complesse.

Il Italia un passo importante verso il BIM  è stato definito già nel 2016 all’interno del Nuovo Codice Appalti, il quale ha stabilito che un decreto del Ministero delle Infrastrutture dovrà fissare le modalità e i tempi di progressiva introduzione dell’obbligatorietà del BIM sia per le amministrazioni sia le imprese, al fine di razionalizzare le attività di progettazione e delle connesse verifiche, andando a migliorare e snellire processi che fino ad oggi hanno influito su tempi e modi di partecipazione agli appalti. Questo decreto, che definisce le modalità e i tempi di progressiva introduzione  da parte delle stazioni appaltanti, delle amministrazioni concedenti e degli operatori economici dell’obbligatorietà dei metodi e degli strumenti elettronici come il BIM  nelle fasi di progettazione, costruzione e gestione delle opere e relative verifiche, è stato ufficialmente pubblicato sul sito del MIT il 12 gennaio 2018.

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti adotta così il “Decreto BIM“, che per la sua portata rivoluzionaria ha monopolizzato l’attenzione del settore in questo ultimo anno. Con l’entrata in vigore del decreto scatterà dal 2019 l’obbligo per le stazioni appaltanti di prevedere l’utilizzo del Building Information Modeling per tutti i lavori di importo superiore a 100 milioni di euro. Progressivamente poi, fino al 2025, l’obbligo verrà esteso agli appalti di scaglioni di importo inferiori fino a introdurre tale modalità in tutto il sistema dei lavori pubblici.
Secondo alcuni studi ed esperienze, questo tipo di progettazione innovativa può consentire almeno il 10% di risparmi di spese di gestione e risparmi lungo tutto il ciclo dell’opera, abbattendo il ricorso alle varianti e prevedendo per tempo le manutenzioni necessarie.

Ma come già si è anticipato, la modellazione informativa (BIM) può essere utilizzata ampiamente e con vantaggi non solo per ottimizzare tempi, risorse e logistica, ma anche nella progettazione e costruzione sostenibile.
Con la locuzione Green BIM si identificano tutte quelle attività svolte con l’ausilio della modellazione informativa (BIM) e finalizzate alla progettazione e costruzione sostenibile. In particolare, quelle attività volte all’analisi e all’archiviazione delle caratteristiche dell’edificio relative alla sostenibilità ambientale, alla riduzione/ottimizzazione dei consumi energetici e alla sostenibilità socio-economica.
L’edilizia del futuro va in un’ottica di sempre maggiore sostenibilità, necessaria in un settore fra i più energivori al mondo. Quantificare i risparmi energetici e di materiali, evitare dispersioni termiche ed idriche e utilizzare quote parte di energie da fonti rinnovabili e sistemi di recupero, ma non solo; con il BIM si può efficacemente progettare in maniera coerente ed adeguata al contesto e alle diverse necessità. Che possono essere date: dal clima, dalle condizioni esterne, dall’utenza (dalla cultura locale, le abitudini e i principi di confort abitativo), nonchè  dalle risorse disponibili.

Tutto ciò sta diventando un imperativo, basta vedere come anche le direttive europee si stiano muovendo in maniera decisa verso l’uso dei materiali riciclati e verso gli edifici near zero energy. E i nuovi strumenti digitali sono un valido alleato per coadiuvare il movimento in questa direzione.

Per il futuro ci si aspetta che il machine learning così come l’intelligenza artificiale siano alla base di strumenti in grado di suggerire in modo automatico le scelte da implementare per ottenere una riduzione di costi, materiali, consumi energici e idrici ed emissioni inquinanti.  Sia l’intelligenza artificiale che il machine learning coinvolgono tutte quelle operazioni caratteristiche dell’intelletto umano ed eseguite da computer, che includono la pianificazione, la comprensione del linguaggio, il riconoscimento di oggetti e suoni, l’apprendimento e la risoluzione dei problemi. Il “machine learning” che è stato coniato successivamente all’AI, si distingue da questa perché è sì  la capacità di una macchina di apprendere, ma è in grado di farlo senza essere programmata esplicitamente. L’apprendimento automatico è un modo quindi per “educare”, o per meglio dire “addestrare”, un algoritmo in modo che possa apprendere da varie situazioni ambientali. L’addestramento, implica l’utilizzo di enormi quantità di dati e un efficiente algoritmo al fine di adattarsi (e migliorarsi) in accordo alle situazioni che si verificano.

L’algoritmo impiegato in questi casi dovrà riconoscere determinati oggetti, distinguendoli tra animali, cose e persone, e nello stesso tempo imparando dalle situazioni,ovvero ad  avere memoria di ciò che si è fatto per impiegarlo efficacemente nelle prossime acquisizioni di visione artificiale, come sta già accadendo nei suoi impieghi nel  settore dell’Automotive.

L’evoluzione del BIM potrebbe andare verosimilmente in questa direzione, ma questo è un capitolo che è ancora da scrivere.

 

Fonti:

NZEB, quanto costa un edificio a ‘energia quasi zero’?

Edilizia del futuro: la tecnologia a servizio del green building

Il Decreto BIM è legge


www.mit.gov.it/sites/default/files/media/normativa/2018-01/Decreto%20Ministro%20MIT%20n.%20560%20del%201.12.2017.pdf (link testo)
http://www.edilportale.com/news/2017/12/bim-news/bim-partir%C3%A0-nel-2019-l-obbligo-di-digitalizzare-gli-appalti-pubblici_61320_72.html
http://www.studiofanfulla.it/330-il-building-information-modeling-e-la-nuova-sfida-del-futuro.html

 

Copertina: disegno di Michele Sbicca, giugno 2018

 

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Per le zanzare è una “questione di sangue”

Ven, 07/13/2018 - 04:54

Ma sono fastidiose e possono dare reazioni allergiche

E, poiché sono in grado di trasmettere malattie, l’uomo ha messo a punto nel tempo diversi sistemi per difendersi da questi insetti. Ecco come funzionano repellenti e insetticidi compresi quelli biologici, che ci proteggono senza gravare sull’ambiente

Le zanzare hanno bisogno del nostro sangue per nutrire le loro larve e farle crescere, per permettere loro di svilupparsi e diventare adulte. Le uniche a pungere sono le femmine, che sono le sole responsabili della deposizione delle uova e della loro cura: ogni volta che uccidiamo una zanzara, quindi, non facciamo altro che eliminare una madre di famiglia che sta solo cercando di procurarsi nutrimento per i suoi piccoli. Può suonare crudele, ma è proprio questo che accade.

Sistemi anti-zanzare

Poiché però, oltre a essere fastidiose e a provocare reazioni allergiche in diverse persone, alcune specie possono risultare pericolose per l’uomo perché portatrici di malattie anche gravi come la malaria, per limitare il più possibile l’incontro con le zanzare l’uomo ha messo a punto nel tempo diversi sistemi: dalle barriere meccaniche come le zanzariere, all’uso di sostanze zanzaricide in grado di uccidere questi insetti, all’impiego di repellenti per tenerle lontane.

Gli insetticidi chimici

Due sono le tipologie di sostanze zanzaricide chimiche in grado di eliminare le zanzare: quelle che agiscono sulle larve (larvicidi) – funzionano soprattutto per ingestione, ovvero vengono inserite nell’acqua in cui vivono le larve che, una volta filtrata, risulta letale – e quelle che agiscono sulle zanzare adulte (adulticidi) – che funzionano perlopiù per contatto, in seguito al quale la zanzara adulta muore. “I larvicidi funzionano in maniera molto mirata e bastano pochi grammi di prodotto per debellare interi focolai di zanzare – spiega Claudio Venturelli, entomologo dell’Ausl Romagna – , mentre le sostanze adulticide per agire devono essere impiegate in grandi quantità, con spese economiche più alte e maggiore impatto sull’ambiente, senza contare la minore efficacia rispetto ai larvicidi”.

L’impatto sull’ambiente: oggi meglio di ieri

L’impatto sull’ambiente dovuto all’utilizzo di queste sostanze non è di poco conto, se si considera che soprattutto delle sostanze adulticide viene fatto un ampio uso a livello urbano per le disinfestazioni delle città, con utilizzo di grandi quantità di prodotti diverse volte all’anno, e in ambito agricolo per bonificare aree a rischio. “In passato gli insetticidi chimici prodotti erano tutti ad ampio spettro e dunque a maggior impatto sull’ambiente, come il famoso Ddt, il cui uso ha comportato la rarefazione di alcune specie di insetti non nocivi. Adesso la ricerca si sta specializzando nella messa a punto di insetticidi più selettivi, mirati all’eliminazione delle sole zanzare, ad esempio  mediante l’arresto del processo di crescita, a tutto vantaggio dell’ambiente”, spiega Venturelli.

Gli insetticidi biologici

Per debellare le zanzare senza nuocere all’ambiente basta utilizzare insetticidi biologici: “Attualmente sul mercato sono disponibili insetticidi biologici realizzati a partire da un batterio isolato da alcune larve di zanzara trovate morte in Israele. Sono molto selettivi perché in grado di uccidere solo le larve di zanzare e pochi altri insetti, e a bassissimo impatto sull’ambiente”.

I repellenti

Esistono diversi tipi di repellenti: alcuni si spalmano sulla pelle, altri si spruzzano sui vestiti. L’obiettivo comune è confondere l’olfatto delle zanzare, disincentivandole dall’avvicinarsi troppo alla nostra cute. “Il Deet (o dietiltoluamide o N-dietil-m-toluammide) è quello che funziona meglio. La molecola venne selezionata a metà dello scorso secolo prima per essere utilizzata per uso militare: venne impiegata in Vietnam e in Cambogia per evitare che i soldati venissero punti dalle zanzare del posto, portatrici di malaria. Ha un’ottima riuscita contro le zanzare e una bassa tossicità sulle persone, se ben utilizzata”, spiega Venturelli. “Un’altra sostanza repellente per le zanzare è l’icaridina, che insieme al Deet è la sostanza chimica anti-zanzare più diffusa nelle preparazioni in commercio. Poi ci sono diversi repellenti naturali a base di aromi estratti da piante (geraniolo, mentolo, citronella), ma meno persistenti”.

Zampironi e citronelle

Quanto ad altri due metodi molto utilizzati per tenere lontane le zanzare da giardini e portici, zampironi (così chiamati per via del cognome del farmacista italiano che li ideò nel 1800, detti anche “spirali fumogene”) e candele con varie profumazioni (prima tra tutte la citronella) sono molto utilizzate. “La loro efficacia, però, è limitata pochi metri nel raggio della combustione”, precisa Venturelli.

Dispositivi a ultrasuoni

Piuttosto diffusi sono poi i dispositivi a ultrasuoni calibrati per imitare il richiamo amoroso della zanzara maschio: risultano come repellenti per la zanzara femmina che, gravida e in cerca di sangue per nutrire la propria covata, cerca di sfuggire al maschio in cerca di attenzioni. Fino ad oggi sono stati messi in commercio diversi dispositivi, ma la loro efficacia sembra essere piuttosto limitata.

Forse non tutti sanno che…

Le larve di zanzara sono in grado di filtrare l’acqua stagnante e di renderla pulita, assorbendo alghe, funghi e batteri.

In Italia ci sono diversi tipi di zanzare e ognuna ha le sue ore preferite per pungere: la zanzara tigre (Aedes albopictus) preferisce agire nelle ore diurne, la Anopheles punge di notte, mentre la Culex pipiens (zanzara comune), che è quella più tipica del nostro Paese, punge sia di giorno che di notte.

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Capsula Mundi. Riposare per sempre sotto un albero

Ven, 07/13/2018 - 02:46

Ebbene, quest’idea poetica e romantica di ricongiunzione con la natura rappresenta la nuova frontiera dell’aldilà. Tra i più originali progetti in auge, c’è Capsula Mundi, che propone un nuovo concetto di sepoltura sostenibile e un diverso approccio al tema della morte, ancora oggi visto come tabù.
Già dal 2015 Anna Citelli e Raoul Bretzel, gli ideatori di Capsula Mundi, hanno deciso di ridisegnare la classica bara utilizzando materiali ecologici, e di riferirsi a simboli di vita, laici e universali, quali l’uovo, la posizione fetale e l’albero.
L’obiettivo del progetto è la rinascita del corpo all’interno di “boschi sacri

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Un drone in Italia

Ven, 07/13/2018 - 02:23

 

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L’airbag per le anche

Gio, 07/12/2018 - 05:19

Segnalato da Fabio Folla, grazie!

 

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Impiegati di tutto il mondo ribellatevi: la cravatta fa male!

Gio, 07/12/2018 - 05:18

Gli studiosi dell’Ospedale Universitario dello Schleswig-Holstein (Germania) hanno raccolto 30 volontari e li hanno divisi in 2 gruppi: il primo ha indossato una cravatta (dicono le cronache, con un nodo modello Windsor) il secondo no. Poi hanno esaminato con la risonanza magnetica il flusso ematico verso il cervello. Nel gruppo con la cravatta hanno riscontrato una riduzione del CBF (flusso ematico cerebrale) del 7,1%! E questo minore afflusso potrebbe compromettere il funzionamento cognitivo dell’individuo, con conseguenze sulle capacità cerebrali e una riduzione delle capacità motorie.

Del resto che la cravatta non faccia bene lo si intuisce anche nei gesti della vita quotidiana: quando un portatore di cravatta vuole mettersi a proprio agio si slaccia la cravatta, non la allaccia.

E gli strozzini, i ricattatori, sono chiamati anche, non a caso, “cravattari” perché, come una cravatta, stringono al collo le loro vittime.

L’uso della cravatta – che ora sappiamo essere potenzialmente dannoso – è associato a ritualità ritenute obbligatorie in determinati contesti: nei regolamenti della Camera italiana è previsto che i visitatori maschi debbano indossare giacca e cravatta, in alcuni ambienti di lavoro (ad esempio le banche) la cravatta è un “dovere” per i funzionari, anche se non ufficiale.

E’ un uso che per fortuna tende ad incrinarsi. L’anno scorso lo Speaker della Camera dei Comuni inglese, la madre di tutti i parlamenti, ha annunciato che indossare una striscia di stoffa attorno al collo non è più obbligatorio per i parlamentari inglesi. In Italia, Giachetti (PD) ha presieduto una riunione del Parlamento con il colletto della camicia slacciato. Molti tra i suoi detrattori sui social, evidentemente poco informati dei fatti della politica, lo hanno accusato (proprio lui, ex avversario di Virginia Raggi alle comunali di Roma) di essere un “cafone pentastellato”, “come tutti i 5 stelle poco rispettoso delle istituzioni”…

Si può sperare che l’uso di questo accessorio, potenzialmente dannoso, tramonti come sono tramontati altri oggetti di abbigliamento dannosi come i corsetti ottocenteschi delle donne o le parrucche settecentesche.

I difensori della cravatta citano frequentemente una frase di Oscar Wilde: “Un bel nodo di cravatta è il primo passo serio nella vita”.

Dimenticano di citarne un’altra, sempre di Oscar Wilde: “Con un cravattino, chiunque può far credere di essere una persona civile”.

Impiegati, ribellatevi! La cravatta fa male.

Fonte: http://www.uksh.de/

 

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La breve e triste storia dell’uomo licenziato dal computer

Gio, 07/12/2018 - 04:42

In un’azienda Usa un computer licenzia un dipendente, per un errore, senza che nessuno riesca a interrompere la catena di eventi che in poche ore lo vede scortato fuori dall’edificio dagli agenti della sicurezza. Storie del XXI secolo, di quando i lavoratori sono “risorse”, accidentalmente umane.

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Le Ricette di Angela Labellarte: agnello in salsa al timo

Gio, 07/12/2018 - 02:18

Ingredienti per 2 persone

Costolette di agnello 4
Farina 50 gr.
Sale q.b.
Olio EVO 50 gr.

Per la salsa
Timo 1 cucchiaio
Aglio 1 spicchio
Salsa Worcester 1 cucchiaio
Succo di limone 1 cucchiaio

Preparazione
Infarinare le costolette di agnello e metterle in una teglia con olio e sale. Infornare a 220° C per 15 minuti, avendo cura di girarle a metà cottura.
In un pentolino rosolare l’aglio con 50 gr di olio, aggiungere 1 cucchiaio di salsa Worcester, 1 cucchiaio di succo di limone e un cucchiaio di foglioline di timo. Cuocere per 1 minuto.
Servire le costolette in un piatto da portata, condire con la salsa e decorare con timo fresco e 1 spicchio di limone.

N.B: la cottura al forno delle costolette può essere sostituita con la cottura in padella.

Tempo di preparazione: 20 minuti

Ph: Angela Prati

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240 milioni di anni fa Milano era a due passi dall’Oceano

Mer, 07/11/2018 - 09:45

La Terra è cambiata radicalmente nel corso di milioni di anni. Ma il software engineer Ian Webster grazie ai dati raccolti dagli studiosi consente di trovare dove sarebbe stata casa nostra nell’antico mega-continente Pangea. Ecco la posizione delle principali città del mondo 240 milioni di anni fa.

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All you can eat (and abuse): Greenpeace svela cosa c’è dietro il sushi

Mer, 07/11/2018 - 02:43

L’indagine condotta per oltre un anno da Greenpeace e tristemente ribattezzata Misery at the Sea accende i riflettori su un modello di business praticato da uno dei colossi mondiali del mercato del pesce, che viola diritti umani, codici etici e norme ambientali. Con il tacito nullaosta delle istituzioni.

“Condotte per più di un anno, le nostre indagini mostrano che la catena di approvvigionamento della pesca di Taiwan è ancora viziata da violazioni dei diritti umani, nonostante il cambio di legge all’inizio del 2017 per proteggere i pescatori migranti sulle navi di Taiwan”, ha dichiarato Yi Chiao Lee, responsabile delle ricerche per Greenpeace nella zona dell’Est asiatico.

Taiwan è un anello cruciale nella catena del mercato del pesce su scala mondiale. Nonostante l’ammonimento emesso nel 2015 dall’Ue, fra i principali importatori di pesce proveniente dall’Oceano Pacifico, la pesca continua ad essere praticata con metodi illegali che sfidano i codici internazionali, e l’azione del Governo di Taiwan, a detta di Yi Chiao Lee, risulta tutt’ora insufficiente, specie in materia legislativa:

“Il Governo di Taiwan deve mettere in atto una legislazione che protegga i lavoratori e i diritti umani e ne garantisca la piena attuazione; e aziende come la Fcf Fishery devono rivedere urgentemente i loro modelli di business e mettere in atto mezzi per garantire che le violazioni dei diritti umani e i cattivi standard ambientali endemici di parti di questo settore siano effettivamente eliminati”.

In attesa del riesame che i funzionari dell’Ue formuleranno a settembre 2018, decidendo così se rievocare l’avvertimento oppure procedere con ulteriori provvedimenti nei confronti di Taiwan, l’attenzione ora è tutta rivolta a Fcf Fishery (Fong chun Formosa Fishery Company), l’azienda che un dettagliato dossier di Greenpeace metterebbe sotto scacco.

Lo scandalo del colosso del mercato ittico

Sfruttamento minorile, lavori forzati, maltrattamenti e abusi, queste le accuse a Fcf Fishery, che recentemente ha fatto parlare di sé per essersi spesa parecchio per migliorarsi sotto il profilo della responsabilità sociale d’impresa e ambientale, tanto da ricevere un premio. L’azienda, che esporta frutti di mare e sushi nei mercati giapponesi, europei e americani, con le sue oltre 30 filiali, basi di pesca e agenti di spedizione copre gran parte della flotta peschereccia internazionale di Taiwan.

A destare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle condizioni di vita dei lavoratori sui pescherecci è stata la morte sospetta di un pescatore indonesiano. Supriyanto, un lavoratore sano e giovane di età, è morto in agonia dopo avere lavorato  per 4 mesi a bordo della nave di Taiwan, la Fu tsz Chiun. Dalle immagini emerge che  l’uomo è stato picchiato e maltrattato, ciò nonostante non è stato preso alcun provvedimento dalle autorità giudiziarie. Ad aggravare le accuse è però un dato emerso dalle analisi satellitari.  La nave avrebbe proseguito con le ordinarie attività di pesca nei giorni successivi alla morte del lavoratore, ignorando le condizioni di deterioramento del cadavere e il rischio di contaminazione a danno della qualità e l’integrità della merce pescata.

Il sindacato locale che lotta per i diritti dei pescatori taiwanesi (Ylan Migrant Fisherman Union) e che ha collaborato nelle indagini sulla morte di Supriyanto, da tempo denuncia la negligenza delle istituzioni sulle attività dei pescherecci, a partire dai reclutamenti. Chi lavora a bordo delle navi di Taiwan che collaborano con le aziende responsabili della maggior parte del sushi che raggiunge le nostre tavole, è infatti spesso un migrante, minorenne, proveniente dal Sud-Est asiatico e reclutato da trafficanti di esseri umani.

Immediata la reazione del presidente della Fcf Fishery, Max Choud, che rimanda al mittente le accuse e precisa l’estraneità dell’azienda rispetto alle vicende – di cui quella riportata è soltanto la punta dell’iceberg – e si smarca da possibili corresponsabilità con il Governo di Taiwan, nonostante i legami e gli interessi commerciali  che li vedono legati.

“Ci rendiamo conto che, essendo uno dei maggiori fornitori mondiali di prodotti per la catena di fornitura integrata con più di 30 filiali, basi di pesca e agenti di spedizione in tutto il mondo, siamo un obiettivo primario per le organizzazioni che cercano di ottenere pubblicità”.

In attesa del verdetto di settembre, è difficile non pensare che, ancora una volta, e stavolta fuori dai confini europei, l’Europa sia chiamata a pronunciarsi sulla questione dei migranti, sia pure indirettamente. Se mai fosse necessario ribadirlo, il  fenomeno delle migrazioni è tutt’altro che prerogativa delle frontiere europee o messicane, e il modello delle multinazionali che sfrutta le risorse di un Paese e che spinge un individuo a migrare è il medesimo che lo raggiunge in quell’altrove, di nuovo, abusando della sua condizione di migrante, specie quando gli manca la terra sotto i piedi, letteralmente.

 

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A tree of you, con un gioco on line si piantano alberi veri

Mar, 07/10/2018 - 02:43

Si chiama “A tree of you“, (cioè un albero di te), ed è un gioco on line che si trasforma in un gesto concreto per la tutela del patrimonio forestale. In sostanza, consente di creare un albero virtuale e i primi 500 saranno davvero piantati.
L’impegno è dell’industria cosmetica Davines.

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Il sito di A tree of you

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Canapa Legale: cosa ne pensano gli italiani?

Mar, 07/10/2018 - 02:27

Il controverso tema della Cannabis light è ormai ricorrente in Italia; recentemente è stato ripreso dai media e discusso sui social per l’improvviso colpo di scena da parte del CSS (Consiglio Superiore di Sanità) che ha portato un clima di incomprensione e incertezza sul futuro di questo, ormai, business da milioni di euro. Ma andiamo con ordine:

Con la Legge 242 del 2016, viene autorizzata in Italia la coltivazione e creazione della filiera agroindustriale della cannabis sativa, purché essa:

  • Abbia un valore di THC non superiore allo 0,6%
  • Rientri tra le qualità ammesse dalla normativa europea (art. 17 direttiva 2002/53/CE del 13 giugno 2002).

Nel giro di poco tempo abbiamo assistito letteralmente a un boom, un’esplosione di una vera e propria New canapa economy”, un nuovo settore che vede coinvolte più di mille aziende, agricole e commerciali. Ad oggi, si contano circa 1300 ettari coltivati in Italia, numero tre volte superiore rispetto ai dati del 2013 e destinato a crescere. Stando ai dati, alla domanda e offerta del mercato italiano, si può affermare che siamo testimoni di un giro d’affari con un potenziale altissimo sia in termini economici che di posti di lavoro.

Cannabis light legale da fumare, ma anche olii al CBD, estratti e resine, cristalli, tisane, trinciati di canapa, aromi e liquidi per sigarette elettroniche… una scelta vastissima di prodotti disponibile non solo nei punti vendita ad hoc, ma anche online (come EasyJoint pioniere in Italia), e in tabaccherie e farmacie che si stanno recentemente affacciando a questo tipo di commercio.

A giugno 2018, dal CSS, organo di consulenza tecnico-scientifica del Ministero della salute, arriva un colpo ferale per un mercato in pieno boom. Un parere negativo sulla vendita della marijuana light, che mette in crisi consumatori e venditori e divide l’opinione pubblica.

Cosa pensano gli italiani della libera possibilità di vendere e acquistare Canapa Legale da punti vendita ufficialmente autorizzati?

Glielo abbiamo chiesto.

Nel mese di giugno, prima della divulgazione del parere espresso dal CSS, abbiamo pubblicato un sondaggio sulla pagina Facebook di People For Planet con la seguente domanda:

La Cannabis Light ha conquistato l’Italia a un anno dalla legge che ne ha legalizzato la vendita.
Sei d’accordo o è un rischio?

Dei quasi 200 utenti che hanno risposto il 90% del totale si è definito in accordo con la legalizzazione di questo commercio. Un campione piccolo, è vero, ma che rilascia un esito  significativo e decisamente schierato. A seguito di questo risultato, abbiamo deciso di approfondire chiedendo direttamente e in modo casuale alle persone.

Così mi sono recata per strada, vicino all’ingresso di uno shop autorizzato alla vendita di prodotti contenti CBD e THC, e senza fare troppe selezioni di genere e età ho deciso di fermare i passanti chiedendo di rispondere alla seguente domanda: Sei d’accordo con la vendita della Canapa Light?

A mia sorpresa ho riscontrato una buona informazione sul tema: “molti shop autorizzati hanno al loro interno materiale informativo, inoltre su internet trovi di tutto”- mi informa, ad esempio, una studentessa universitaria. Sulla base di questi sondaggi e ricerche, ho cercato di tirare le somme per riassumere quello che è il pensiero degli italiani a riguardo. Cosa è emerso?

Chi è d’accordo con la commercializzazione della Canapa Light ne fa un discorso per lo più di sicurezza del mercato, sia in termini di possibilità di conoscere la provenienza della filiera produttiva e quindi sapere dove viene coltivata e com’è trattata, sia in termini di efficace contrasto al mercato illegale.

I già consumatori della canapa illegale sono passati a quella venduta regolarmente anche per una maggiore facilità di reperibilità del prodotto e per non cadere nell’illegalità: “questa (indicando la busta appena acquistata) la compro sotto casa e non rischio nulla. Ti pare poco?”

Un argomento emerso in modo ricorrente è proprio quello del contrasto al mondo illegale, alle mafie che si arricchiscono dagli stupefacenti spesso alterati con altre sostanze estremamente nocive: “fumo saltuariamente Canapa legale perché non contiene sostanze psicoattive che ti sballano”- mi racconta Andrea, sulla trentina, libero professionista – “mi piace rimanere lucido, ma ogni tanto mi concedo una serata dove fumo per rilassarmi”.

Chi dice no invece ne fa una questione di salute: “non si ha la certezza di quali danni fisici, celebrali e comportamentali si possono avere, inoltre siamo sicuri non provochi dipendenza?”. Tra alcuni intervistati, è comune l’opinione che anche le forze dell’ordine potrebbero essere in difficoltà: “come si può riconoscere una bustina di erba legale da una non legale? Il lavoro diventa più complesso e il sistema si ingolfa di pratiche per accertamenti” riporta una coppia di mezza età. (Guarda lo sketch di People For Planet tra un carabiniere e un consumatore).

“Non sono d’accordo sul fumare in generale figurati se sono d’accordo sul fumare Cannabis. Ma ognuno è libero di fare quello che vuole e in più ormai per molti questo mercato è diventato un lavoro” – le ultime parole di una donna intervistata, la più anziana.

Sono diverse dunque le opinioni degli Italiani, a favore o contro, riguardo al tema della legalizzazione della Cannabis Light, e tutte sottolineano interessanti punti che meritano un approfondimento. Ma il dato che rimane è che questo commercio, della Canapa ad uso non solo ricreativo, ma anche medico, agricolo, ambientale, edile…  ha introdotto un vero e proprio nuovo business che, oltre a portare oggi nuovo lavoro, potrebbe portare in futuro nuove opportunità.

Fonti:

Wired.it
Inchiesta People For Planet

 

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Commercial project: Poseidon

Lun, 07/09/2018 - 12:20

Un ragazzo di città prende un giorno libero per andare al mare, ma si dimostra troppo pigro per fare la cosa più semplice e naturale: buttare la spazzatura nel cestino. Ogni azione ha una conseguenza e quello che succede vi farà cambiare idea sui rifiuti.
POSEIDON è prodotto dall’ONG danese Plastic Change International, realizzato in diciassette settimane da un gruppo di studenti di animazione del secondo anno al The Animation Workshop.

 

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Islanda, scatta la parità di salari obbligatoria per legge

Lun, 07/09/2018 - 10:43

E’ scattata in Islanda la legge, la piú severa al mondo, che impone a istituzioni pubbliche e private, aziende, banche e a qualsiasi datore di lavoro con piú di 25 dipendenti di assicurare pari retribuzione alle donne a pari qualifica con gli uomini.
E Reykjavík, governata da una Grande coalizione a guida verde il cui premier è una donna, Katrin Jakobsdóttir, fa i primi bilanci.

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In autunno il varo dell’sola di plastica sul lago di Iseo

Lun, 07/09/2018 - 09:29

Si continua a parlare dell’isola di plastica riciclata sul lgo di Iseo. Leggi qui il progetto.

Leggi l’articolo online

 

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Via il monouso dalle mense: più salute, più ambiente, più soldi

Lun, 07/09/2018 - 04:38

Inquinano in modi non del tutto noti, e – non da ultimo – sono un grave spreco di denaro pubblico.
Perché fare lo sforzo di dotare scuole e ospedali di una lavastoviglie, e inserire negli appalti pubblici la clausola di servire le pietanze delle mense di scuole e ospedali nella ceramica, vetro e acciaio?

C’è un enorme risparmio di denaro pubblico. Marco Storchi, Direttore Servizi alla persona del Policlinico S. Orsola di Bologna, che ha introdotto i piatti in ceramica nel 2015, ha calcolato che solo riorganizzare la mensa, eliminando i piatti di plastica, e reintroducendo la ceramica e la lavastoviglie, si è ottenuto un risparmio che varia dai 60 ai 70mila euro in un anno. Solo per un ospedale.

Inoltre, con la ceramica c’è la sicurezza di un materiale sano, che non rilascia sostanze chimiche con le alte temperature; c’è la certezza di ridurre l’inquinamento da microplastiche, un dramma che ha ulteriori risvolti negativi per la salute pubblica. E poi si limita lo spreco di materie prime, la produzione e le relative emissioni di carta e plastica, il loro trasporto, mentre si riduce ovviamente anche la produzione e lo smaltimento di rifiuti.

Ci sono inoltre altri aspetti da non sottovalutare, che potremmo chiamare psicologici ed educativi: nelle scuole montessoriane – paradossalmente più diffuse all’estero che in Italia– il piatto in ceramica e il bicchiere di vetro si usano per responsabilizzare il bambino, aiutarlo a conoscere e capire il mondo che lo circonda sin dall’asilo nido, accrescere la sua autostima e renderlo autonomo. In più, usare un piatto lavabile educa le prossime generazioni al riuso, al rispetto dell’ambiente, allontanandole dalla cultura dell’usa-e-getta. Negli ospedali, il piatto in ceramica è una coccola, dà una sensazione di “casa” e di “bello” al paziente.

Eppure, ad oggi, nidi, primarie, elementari e ospedali hanno quasi sempre (pochissime le eccezioni, tipo Parma e altre piccole realtà) piatti e posate monouso, a volte in materiali compostabili, più spesso in plastica.

Serve un altro motivo per preferire la ceramica? E’ già successo – ed è successo a Roma – che piatti e bicchieri di plastica distribuiti nelle mense scolastiche fossero di qualità talmente scadente da sciogliersi completamente davanti agli occhi dei bambini.

Mentre si attende che tutto questo venga valutato a livello centrale – come ha fatto la Francia, che ha bandito l’usa e getta entro il 2020 – o imposto dall’alto anche a noi (L’Unione europea sta pensando di dimezzare entro il 2030 il consumo di plastica usa e getta) piccoli passi avanti li facciamo grazie ad amministrazioni e fornitori virtuosi. Tra gli ultimi c’è Poggibonsi, che si prepara a diffondere ovunque l’uso dei piatti di ceramica e bicchieri di vetro. La novità è stata introdotta nel servizio di mensa scolastica nell’ambito degli investimenti a cura di Cir Food, come previsto nel capitolato di gara. La spesa è ridicola rispetto ai vantaggi e comprende anche il rinnovo delle cucine del Comune (in totale 260mila euro) che saranno ripagati in breve tempo dal risparmio sull’acquisto di usa e getta (e comunque i costi sono per la ditta appaltante, come da accordi col Comune).

E poi c’è chi si è rifiutato di cambiare, di assecondare la “tentazione” di semplificare le cose, ma solo all’apparenza. Il Comune di Parma ha sempre mantenuto la “vecchia” tradizione delle mense scolastiche con piatti in ceramica, e oggi ne gode le conseguenze, anche di immagine. L’assessora Ines Seletti, alla Scuola e al Servizio di Integrazione Scolastica, è recentemente stata intervistata da Rai3, per un servizio che – come il nostro – ha potuto sottolineare l’attenzione ambientalista della giunta pizzarottiana, che non solo è uno dei più grandi Comuni a scegliere il riuso nelle mense scolastiche, allargandola agli ospedali, ma vi ha anche portato l’acqua in caraffa. Qualcosa che, di nuovo, permette ampi risparmi economici e ambientali e che è anche preferibile per la salute. L’acqua del rubinetto è generalmente più controllata di quella in bottiglia, accusata recentemente di nascondere microplastiche al suo interno. “Abbiamo assunto allo scopo una tecnologa – mi spiega l’assessora Seletti – che decide i tempi di sedimentazione dell’acqua e i controlli necessari, che mette in atto l’Asl come minimo una volta al mese”. Controlli serratissimi: ad esempio a Milano, dove pure si serve acqua in caraffa nelle scuole (ma piatti, posate e bicchieri sono interamente monouso), i controlli non sono previsti dall’amministrazione comunale. E’ la ditta che fornisce i pasti – Milano Ristorazione – a controllare sua sponte, ma solo una, due volte l’anno, l’acqua che eroga ai bambini.

“Abbiamo a Parma un procedimento preciso – mi spiega Annalisa Fortini, la tecnologa comunale, esperta in scienze e tecnologie alimentari. L’acqua viene raccolta dal rubinetto dopo averla lasciata scorrere per almeno 5 minuti. Poi deve evaporare almeno 15 minuti, meglio mezz’ora, che è il tempo di evaporazione del cloro. Il procedimento segue il capitolato d’appalto, e comprende anche regole come quella di svitare il frangiflutto, il piccolo filtro all’estremità del rubinetto, e lavarlo ogni giorno, perché è lì che più spesso si annidano le impurità, il calcare e i batteri. Tra le altre norme, bisogna far scorrere di più l’acqua dopo la chiusura delle scuole, controllarla ogni mese, su ogni scuola, con l’analisi di circa 15 parametri fisici, chimici e microbiologi. Se ci sono anomalie, viene sospesa l’erogazione in caraffa, si contatta la asl e si rifanno le analisi, si incrociano i risultati e si capisce se il problema è a valle o a monte. Questo in teoria, finora non ne abbiamo mai avuta la necessità, viste le regole preventive”.

Tornando alla questione piatti in ceramica, Fortini ci conferma che la soluzione è migliore anche dal punto di vista della salute. “C’è un range di temperature all’interno del quale usare piatti e posate di plastica, ammesso che si tratti di materiale a norma, non crea problemi di contaminazione del cibo. Al di fuori di queste temperature esiste un rischio che la plastica rilasci sostanze dannose“.

Oltre alle scuole, Parma ha portato piatti e posate di ceramica anche nel proprio ospedale. Ma ci sono ancora altri programmi a favore dell’ambiente e dell’economia. “Ad esempio abbiamo programmi per insegnare alle classi un uso corretto del cibo e l’abitudine a non sprecare”, ci dice Seletti. Caso più unico che raro, a Parma poi i bambini si servono da soli: decidono la quantità in base all’appetito, imparano l’autogestione ai fini anti-spreco e imparano come si impiatta con cura. “Inoltre il cibo in avanzo è dato alle mense dei poveri e all’emporio solidale, che potremmo chiamare il supermercato per non abbienti. Abbiamo programmi in partenza a settembre per imparare poi cosa è bene mangiare per stare in salute, mentre un equipe di genitori – che seguono un corso di preparazione apposito – fa sopralluoghi nelle mense per valutare scarti e freschezza del cibo. Il menù è totalmente bilanciato tra cereali e proteine vegetali. Per questo la qualità del nostro menù scolastico e ospedaliero ha un’ottima posizione nei ranking nazionali. Abbiamo un bando molto restrittivo, che prevede solo biologico e km zero, e siamo contro la logica di altre città che valutano solo la spesa economica quando scelgono la ditta che produce e distribuisce il cibo nelle mense. I nostri pasti ci costano 6.90 euro l’uno: una cifra che parla da sola rispetto a una media per le altre città che punta al ribasso e si attesta sui 3.5 euro a pasto mediamente”.

Qualità, e qualità che ripaga, nel breve e nel lungo periodo. L’Europa vuole ridurre entro il 2030 il monouso perché ogni anno sono 25 milioni le tonnellate di rifiuti che produciamo, solo noi europei, mentre ne ricicliamo appena il 30% (14% a livello mondiale). La Francia ha già organizzato il bando dell’usa-e.getta, il Regno Unito ha posto una tassa sui bicchieri monouso per disincentivarli, e si riscoprono servizi come il lattaio a domicilio che consegna in vetro e ritira i vuoti a perdere. Sistema che la Germania da tempo usa anche per festival e sagre: niente monouso ma vuoto a rendere.

“Si sa che le plastiche possono essere interferenti endocrini – ha spiegato a Rai3 Maurizio Simmaco, docente di Biologia Molecolare all’Università Sapienza di Roma, parlando proprio del caso-Parma – possono liberare sostanze che alterano i segnali alle cellule e il funzionamento di alcuni enzimi. Inoltre le plastiche disperse nell’ambiente si diffondono come microplastiche, inquinano le falde entrano nella catena alimentare e si accumulano nell’organismo. Non si conosce del tutto il loro effetto, ma è ben noto per esempio il danno alla fertilità maschile e femminile. Ci sono tanti studi in merito, e tutti arrivano alla stessa conclusione: è difficile capire quanta plastica viene rilasciata dai contenitori in plastica agli alimenti che contengono: non sappiamo quanto fa male, ma per un principio di cautela conviene considerarla qualcosa a rischio”.

 

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Consigli per la scelta della Pensione Complementare

Lun, 07/09/2018 - 02:36

La settimana scorsa abbiamo introdotto il tema della gravissima situazione in cui si trova il nostro sistema pensionistico e della necessità del ricorso a forme di previdenza complementare. Vista infatti la situazione in cui versa il nostro sistema pensionistico pubblico, per cercare di mantenere un livello di tenore di vita decoroso anche dopo il collocamento a riposo, i lavoratori devono guardare alla previdenza complementare come una valida soluzione. Nonostante esista da quasi 20 anni, il bilancio complessivo dell’introduzione del cosiddetto “secondo pilastro” non può essere considerato soddisfacente. Ma non voltiamoci indietro. Più che addentrarsi sulle cause della modesta adesione dei lavoratori, è forse più importante cercare di capire quali sono oggi i fattori rilevanti da valutare per una adesione consapevole e proficua.

Perché, ricordiamo, si tratta di districarsi in una giungla di offerte, istituti di credito, compagnie di assicurazioni, bancari e promotori.

Cominciamo dal ‘fattore tempo‘, che può essere vissuto dal potenziale aderente talvolta come un ostacolo, tralaltro come un vantaggio. Tenendo ben presente che, mentre da un lato il lavoratore ha la tendenza a non decidere rinviando la scelta («tanto c’è tempo» è il pensiero più diffuso quando si parla di previdenza complementare), dall’altro andrebbe ben considerato che il timing è la variabile più importante. Aderire da giovani a un fondo pensione consente di impegnare modeste risorse poco per volta e sfruttare la rivalutazione dei mercati finanziari, ottenendo così importi più rilevanti al termine della propria vita lavorativa. Lo stereotipo del risparmiatore previdenziale è quindi un “giovane” lavoratore, costante, tenace, consapevole e che vuole essere più protagonista del suo futuro. E qui per “giovane”, visto l’allungamento della età pensionabile, intendiamo un lavoratore con età massima di 50-55 anni e che quindi ha ancora a disposizione un periodo di tempo di almeno 10-15 per poter integrare la pensione pubblica.

Un’altra regola basica da tener presente nella scelta dei piani previdenziali si basa sul concetto che più si è lontani dalla pensione e più è necessario accettare il rischio. I fondi pensione sono particolarmente adatti alla calmierazione del rischio attraverso un’ attenta diversificazione imposta per legge. Da non sottovalutare al riguardo, visto quanto avvenuto per i risparmiatori di Etruria &Co, il fatto che i capitali investiti sono totalmente separati dai capitali (e i relativi rischi) delle società proponenti. A tal proposito l’approccio più corretto è il cosiddetto Life Cycle. Si tratta di un modello che rimodula nel tempo le varie componenti di attivo in base all’orizzonte temporale, diminuendo progressivamente la parte azionaria, fino ad arrivare a scadenza con il portafoglio investito al 100% sul mercato monetario. In sintesi, il rischio del portafoglio previdenziale andrà diminuito con l’avvicinarsi del momento della percezione della prestazione.

Per questo consigliamo specifici programmi pensionistici che vengono proposti dagli intermediari con l’offerta di fondi multicomparto che consentano a questa tecnica di sviluppare tutte le sue potenzialità. Nel Fondo pensione multicomparto sono previste più linee d’investimento (o comparti) che offrono differenti profili di rischio e di rendimento. I comparti sono classificati in base alle seguenti categorie:
– obbligazionario puro (solo obbligazioni con esclusione dell’investimento in azioni);
– obbligazionario misto (è consentito l’investimento in azioni, che assume carattere residuale e comunque non superiore al 30 per cento);
– azionario (almeno il 50 per cento del comparto è investito in azioni);
– bilanciato (in tutti gli altri casi).

Il lavoratore ha la possibilità di scegliere il comparto cui aderire in funzione del proprio profilo di rischio-rendimento, delle sue esigenze e dell’orizzonte temporale di permanenza nel fondo. Ricordiamo ai consulenti e promotori che, cosi come scritto in occasione del mio esordio a People for Planet, l’aggettivo possessivo «proprio» identifica il profilo originale del richiedente e non quello modificato secondo le esigenze commerciali della banca/assicurazione. L’imminente introduzione della normativa Mifid III imporrà ancor più che in passato gli operatorii di mercato a obblighi di trasparenza ex ante ed ex post vendita dovendo, attraverso i loro professionisti, verificare costantemente l’adeguatezza tra profilo di rischio del cliente e portafoglio d’ investimento, evitando così storture che sono quotidianamente sotto i nostri occhi.

Il risparmio fiscale è un’ altra importante opportunità; lo Stato infatti favorisce l’adesione a programmi di previdenza complementare attraverso la progressiva riduzione della pressione fiscale sulle prestazioni finali. Le aliquote applicate sono inversamente proporzionali agli anni di partecipazione al fondo pensione, passando da un massimo del 15% a un minimo del 9%. Più anni ci rimani, meno paghi di tasse.

Importante incentivo alla adesione a forme di previdenza complementare viene anche dalla deducibilità degli accantonamenti annui, fino ad un tetto massimo annuo di € 5.164 dal proprio reddito, secondo l’aliquota marginale Irpef (la più alta). Così come non è da trascurare il fatto che, in caso di scelta di una rendita vitalizia in luogo di un capitale in unica soluzione al momento del collocamento in pensione, questa non costituirà ulteriore reddito, rimanendo tassata solo per la parte della sua rivalutazione annua.

Per i lavoratori dipendenti poi va considerato un altro aspetto positivo: in Italia vanno in pensione almeno un anno prima degli autonomi e mediamente con pensioni superiori. Oltre a un’ aliquota contributiva previdenziale che mediamente è di un terzo in più, hanno a disposizione altri due strumenti importanti per potenziare il loro secondo pilastro previdenziale: il Tfr, che può essere convogliato verso il fondo pensione e, nel caso in cui venga stipulato un accordo collettivo aziendale, un contributo dell’azienda frutto della contrattazione;unitamente al contributo del lavoratore l’accantonamento annuo potrà così aggirarsi attorno al 10% della retribuzione lorda annua. Abituiamoci nella finanza previdenziale a ragionare in termini percentuali più che in valori assoluti. Si tratta di un altro elemento di accortezza che salvaguarderà la prestazione finale dagli effetti carsici dovuti all’inflazione.

Una pensione di 2.000 euro, oggi prevista per il 2032 e considerata coerente con il proprio stile di vita, potrebbe non avere lo stesso valore reale al momento della erogazione. Infine, una scelta così importante, una volta fatta, richiede anche un monitoraggio costante che non consiste solo nella rendicontazione annuale (peraltro in molti casi approssimativa), ma soprattutto dell’aiuto di seri professionisti che rappresentino società di provata tradizione in materia, che sappiano avvalersi di società di gestione con respiro internazionale e che tengano conto dei continui mutamenti normativi e finanziari, facendo dell‘innovazione anti obsolescenza il loro core-business.

Occhio quindi ai bancari (ma anche ai promotori finanziaria) che vogliono fare gli assicuratori (cosi come agli assicuratori che vogliono fare i bancari). Tutto ciò ovviamente ha un costo e i risparmiatori più consapevoli sanno che un servizio è buono quando funziona ed è accessibile ad un costo ragionevole.

Ne parliamo prossimamente.

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