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Aggiornato: 1 ora 29 min fa

Le Vitamine, anima della vita (Infografica)

Ven, 11/16/2018 - 01:04

Le vitamine non vengono sintetizzate dal nostro organismo – o non in misura sufficiente – e quindi vanno introdotte con la dieta.
Conosciamole meglio e scopriamo a cosa servono.

Clicca qui per vedere l’infografica più grande

 

Infezioni antibiotico-resistenti: Italia prima in Europa per numero di casi e di morti

Gio, 11/15/2018 - 23:36

Le infezioni antibiotico-resistenti provocano ogni anno in Europa quasi 700 mila casi e oltre 33 mila decessi. Un terzo delle infezioni e delle morti attribuibili all’antibiotico-resistenza si verifica in Italia, dove si contano più di 200 mila casi e quasi 11 decessi che fanno del nostro Paese il primo in Europa. Un primato di cui andare tutt’altro che fieri. I dati arrivano da uno studio del Centro Europeo per il Controllo delle Malattie (Ecdc) pubblicato sulla rivista Lancet Infectious Diseases, che sottolinea come la cifra dei decessi a livello europeo sia pari a quella dei morti per Hiv, tubercolosi e influenza messi insieme.

Seconda in classifica c’è la Francia, “staccata” però dall’Italia di ben 80 mila casi di infezioni antibiotico-resistenti e 5 mila morti, mentre la Germania, pur essendo al terzo posto, con 54 mila infezioni e duemila decessi fa registrare cifre pari a un quarto rispetto alle nostre.

Antibiotici di ultima generazione

La ricerca, condotta sui dati del 2015 ottenuti dal network di sorveglianza dell’Ecdc per cinque tipologie di infezioni antibiotico-resistenti, ha messo in evidenza che il 39% dei casi è causato da batteri resistenti anche all’ultima generazione di farmaci, tra cui i carbapenemi e la colistina.

Molte le infezioni in ambito ospedaliero

Dai dati raccolti è inoltre emerso che le resistenze agli antibiotici sono dovute nel 75% dei casi – cioè in tre casi su quattro – a cure somministrate in ambito ospedaliero, suggerendo che è necessario lavorare ancora molto sulla sicurezza del paziente anche in questo settore potenziando le misure di prevenzione delle infezioni batteriche.

Giornata Mondiale del Cordone Ombelicale per promuovere l’utilizzo delle cellule staminali

Gio, 11/15/2018 - 10:07

Il 15 novembre si tiene la Giornata Mondiale del Cordone Ombelicale, World Cord Blood Day, un’occasione utile per promuovere la conoscenza del cordone ombelicale e del suo prezioso patrimonio di cellule staminali che nella maggior parte dei casi vengono gettate via. Invece potrebbero essere utilizzate per la ricerca su malattie serie e per trattare numerose patologie, dai linfomi all’anemia.

La data di questo appuntamento è stata scelta perché il 15 novembre del 1988 è stato effettuato il primo trapianto con le cellule staminali cordonali. Si tratta del caso del paziente Matthew Farrow affetto da Anemia di Falconi. All’età di 5 anni è stato curato grazie al sangue cordonale prelevato dalla sorella che dalla diagnosi prenatale è risultata non affetta dalla malattia.

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IL SITO

Incontri Etnici

Gio, 11/15/2018 - 01:44

Lo sapevate che… alcune fra le donne più affascinanti del mondo sono un incrocio, o meglio un INCONTRO, tra diverse etnie. Nella prima foto qui sotto Ebony Anderberg, Russia + Svezia + Ghana

Aleksandra Wo: Polonia + Singapore + Thailandia

Kiana Garrison: Afroamerica + Germania

Altre foto su 15 volti che mostrano il fascino unico dell’incrocio di etnie lontane

Qui alcuni uomini

Ronnie Cash: Africa + America + Russia

Louis Mayhew: Scozia + Francia + sangue nativo americano + Africa

Hideo Muraoka: Giappone + Brasile

Molto interessante anche il progetto fotografico di CYJO, visual artist americano, che ha fotografato alcune famiglie di sangue misto. Il progetto si chiama appunto Mixed Blood.

Le ricette di Angela Labellarte: Caramelle con Ricotta e Pere

Gio, 11/15/2018 - 01:39

Ingredienti

Per la pasta
Semola 100 gr.
Farina 0 200 gr.
Uova 3
Sale 1 pizzico
Olio 1 cucchiaio

Per il ripieno
Ricotta di pecora 500 gr.
Pere 400 gr.
Sale
Timo 1 mazzetto + rametti per la decorazione
Parmigiano 2 cucchiai

Per il condimento
Noci
Burro
Parmigiano

Preparazione
Mettete tutti gli ingredienti per la pasta in un cutter o in una planetaria fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo.
Trasferite il composto in una ciotola, copritelo con un piatto e lasciatelo riposare per 30 minuti per farlo ammorbidire.
In una ciotola mescolate la ricotta, le pere sbucciate e tagliate a dadini, il timo, il parmigiano e il sale. Amalgamate gli ingredienti mescolando delicatamente.
Prendete la pasta risposata e preparate una sfoglia sottile, utilizzando un mattarello o l’apposita macchinetta. Tagliate la sfoglia a rettangoli, aggiungete il ripieno, arrotolate ciascun rettangolo su se stesso e sigillate formando una caramella (non vi diamo le misure del rettangolo così potete realizzare caramelle della misura che più piace o che meglio riesce!).
Cuocete le caramelle in una pentola con acqua in ebollizione per qualche minuto, disponetele su un piatto da portata, condite con una salsa composta dalle noci, il burro fuso e il parmigiano e decorare con qualche rametto di timo.

Foto di Angela Prati

Venezia abbandonata dai veneziani? Forse sta morendo…

Gio, 11/15/2018 - 01:07

In Italia ci sono oltre 7 milioni di immobili vuoti, inutilizzati. In un surreale paradosso, molte persone ogni giorno lottano per il diritto alla casa, mentre in altre zone del Paese si assiste ad un lento spopolamento. Accade al Sud ma accade anche in una città come Venezia, sfinita dall’overtourism, dal turismo selvaggio mordi e fuggi che ha spinto gli affitti alle stelle e costretto i veneziani a trasferirsi a malincuore nelle zone limitrofe.

Senza i veneziani, Venezia ha perso gran parte del suo sapore autentico e si è tramutata in un meraviglioso luna park gigante – Veniceland, la chiamano – in cui pezzi di storia vengono svenduti per diventare hotel e case vacanze e i residenti non trovano alloggi a prezzo dignitoso. Gli attivisti dell’ASC da anni tentano di fermare questo meccanismo e chiedono politiche abitative che favoriscano chi vuole prendere residenza in città: entrano negli immobili pubblici inutilizzati, si fanno carico dei lavori di restauro e adeguamento e – seppur in maniera non legale, dunque – operano una serie di azioni di riqualificazione urbana al solo scopo di tornare a vivere e lavorare nella città in cui sono nati e a cui è stata tolta l’anima. Il 10 ottobre l’ennesima protesta è sfociata nell’occupazione del Comune. In questa lunga intervista, Nicola Ussani dell’ASC ci spiega meglio cosa sta succedendo a Venezia e quali sono le ragioni degli attivisti.

E’ evidente, a Venezia ci sono ormai più turisti che residenti. La città sembra il set di un film popolato da comparse e con enormi navi che solcano il Canal Grande sullo sfondo. Dove sono i veneziani? Ci spiega le ragioni questo lento ma continuo spopolamento?

Assistiamo a un lento ma inesorabile spopolamento/esodo dal centro storico verso la terraferma, che nell’unicità della nostra città è un compartimento stagno rispetto al centro storico, sia per tradizioni e morfologia del territorio, ma soprattutto per il fatto che la città lagunare è divisa da quella di terra da un ponte, il che rende quindi due elementi completamente a sé stanti il centro storico e la “periferia”, che appunto periferia non è.
Oltre all’arcinoto saldo negativo tra nascite e morti di sicuro la città sta diventando sempre meno appetibile per la popolazione giovane e desiderosa di metter su famiglia. Occorre precisare, per considerare le mutazioni del tessuto sociale veneziano, che Venezia è una città mediamente molto vecchia, con una fascia 50/60 anni molto importante.
L’aspetto base della vicenda sono i costi della casa: a Venezia, se una coppia in procinto di avere un figlio volesse comprarsi casa, non scenderebbe al di sotto dei 300.000 euro per un appartamento di 45/50 mq da ristrutturare; a Mestre o zone limitrofe un appartamento della stessa metratura completamente nuovo e conforme alle norme di legge comporterebbe una spesa al massimo di 120-150.000 euro. Ma occorre anche considerare tutto il “sottobosco” di limiti che “impediscono” a un residente di potersi comunque approcciare al mercato privato anche solo degli affitti.
Gli annunci immobiliari sono ormai quasi tutti transitori e per non residenti. A un proprietario conviene sempre di più, in linea con la deriva affaristica ed economica che ha il mercato immobiliare, affittare più spesso e per periodi più brevi, a locatari che “promettono” la più breve permanenza possibile, aumentando il plusvalore della casa, che quindi a seconda dei casi può valere 300, 500,1000 euro settimanali. Il residente è quindi un ostacolo, a prescindere dalle possibilità economiche: è molto più rischioso avere un residente (come dice la parola stessa, qualcuno che risiede e di conseguenza voglia stabilirsi in loco) abbiente, che un non residente di breve periodo e meno ricco ma che offra una rendita che può variare, uno che si può cambiare (o sloggiare) in qualsiasi momento si voglia.
E poi la mancanza di case pubbliche. Fasce sociali a rischio, l’impoverimento del cosiddetto “ceto medio” e la crisi globale portano giocoforza alcune (ormai ex) categorie protette a dover accedere al mercato della casa pubblica, a rivolgersi alle istituzioni per poter accedere a graduatorie per l’assegnazione di una casa comunale, o comunale ma di proprietà di enti autonomi. Il problema però è che le case pubbliche che rimangono sfitte restano non recuperate né recuperabili per anni, da un minimo di 3 – 4 anni fino ad arrivare a incredibili situazioni di case vuote sfitte da 30 anni! Chiaramente più passa il tempo, più aumentano le case vuote, meno soldi ha la pubblica amministrazione per recuperarle, creando di fatto il paradosso di un sacco di persone senza case ma anche un sacco di case senza persone. In più, le assegnazioni sono sempre fatte “fotografando” una realtà socio/familiare ormai vecchia di 50 anni (e in effetti le case pubbliche furono costruite per le situazioni fordiste) e i nuovi bandi “comprendono” fasce di reddito che non sono necessariamente a rischio, o che magari hanno redditi che consentirebbero loro di accedere al mercato privato. Insomma, non c’è spazio per i poveri ma nemmeno per i ricchi.

Quindi chi sono i veneziani di oggi? E dove vivono? Dove lavorano? Come vivono la mancanza di spazi per loro in una città che ogni anno accoglie migliaia di turisti?

Veneziano è chi vive, abita e ama la città.
Se ci fermiamo al pezzo di carta chiamato “residenza” è ovvio che siamo spacciati, resteremo sempre di meno, si contano attualmente 54.000 residenti.

Venezia è attraversata, oltre che da quasi 30.000.000 (!!!) di turisti l’anno, anche da moltissimi studenti, pendolari (ma non troppo), laureandi e dottorandi, praticanti di master, lavoratori precari che amano e risiedono in città vivendola tutti i giorni, facendoci la spesa, spendendo nelle attività commerciali di prima necessità e, soprattutto, lottando nei vari gruppi di attivismo cittadino per il “bene comune”. A tutti questi elementi, che vorrebbero la residenza ma molto spesso (per i motivi di cui vi parlavo) sono impossibilitati ad averla, dovrebbe esser dato lo status non ufficiale di “semi-residente”. In fin dei conti, queste persone sono cittadini a tutti gli effetti.
I cittadini sono distribuiti abbastanza equamente nella città storica, non ci sono vere e proprie zone di densità: di sicuro le zone più popolari sono ancora quelle in cui vive più della metà della popolazione (i sestieri di Cannaregio e Castello), mentre stiamo assistendo a un lento ma concreto aumento della popolazione dell’isola della Giudecca. Potremmo ridurlo a una semplicistica tesi: in Giudecca ci sono solo due alberghi, posizionati tra l’altro ai due estremi di un’isola che si sviluppa soprattutto in lunghezza, e vige la quasi mancanza di attività commerciali turistiche, se non quelle di una certa qualità e che richiamano i turisti non di passaggio ma che arrivano appositamente a visitare l’isola. In Giudecca quindi si assiste ad un’inversione del trend dello spopolamento che si ha in tutte le altre zone della città.
Per la quasi totalità dei lavoratori in centro storico (esclusi chiaramente i “mestieri” e i trasporti), le rendite e i redditi arrivano dal terziario, che nello specifico è il turismo. Purtroppo, anche molte attività di “servizio” (edicole, tabaccherie, supermercati, ecc.) hanno man mano “aperto” alle necessità del turista, con conseguenti mutazioni dell’esposizione della merce, variazione della tipologia di vendita, introduzione di “segnaletica” in più lingue e molti altri stratagemmi per incuriosire non solo il veneziano, ma anche il turista, soprattutto del tipo “mordi e fuggi”.
Chiaramente, la turistificazione di massa porta spesso a un intolleranza endemica del cittadino verso il turista, non riuscendo più nemmeno a discernerne quello di qualità, intelligente, amante della città da quello “tout-court” che passa con la testa tra le nuvole senza curarsi della morfologia, a volte caotica, che ha la città stessa. Ogni spazio è occupato da un turista: solo alcune zone sono risparmiate dalla “transumanza”, ma unicamente durante la sera, e in luoghi di aggregazione appositi, anche se spesso si “evade” in terraferma solo per evitare di incontrare turisti durante i momenti di svago lavorativo.

Da qualche anno il vostro gruppo ha deciso di passare all’azione, anzi, all’occupazione. Di fatto è però un’occupazione che punta non a togliere abitazioni a proprietari legittimi ma a ridarne una ai veneziani che non vogliono vedere soffocare Venezia. Con il tempo avete riqualificato il patrimonio edilizio e urbano. Ci dice di più?

L’A.S.C. nasce nel 1998 durante le iniziative e le manifestazioni nazionali delle “tute bianche”, o gli “invisibili”, dal momento che i manifestanti (oltre alla citata tuta bianca) indossavano una maschera completamente bianca, uguale per tutti, per mostrare appunto l’invisibilità e inaccessibilità delle nuove fasce precarie al mondo del lavoro e per reclamare l’accesso ai diritti e ai servizi, al complesso mondo dello studio, dei trasporti, della cultura e non per ultima della casa.
A Venezia si occupa la “prima” (rigorosamente tra virgolette: tra fine anni 80 e inizi anni 90 furono diverse le occupazioni di case abbandonate, da parte dei movimenti e dei comitati cittadini locali) casa proprio durante una manifestazione cittadina di tute bianche.
Inizialmente gli occupanti si compongono per la totalità di attivisti e studenti e la pratica si caratterizza in iniziative dirette e alla luce del sole, rivendicando quindi l’azione dell’occupazione di case sfitte e soprattutto non a norma, quindi inassegnabili.
Infatti, la base primaria su cui si poggia l’ASC è la pratica dell’autorecupero: spesso le case che occupiamo versano in condizioni catastrofiche, raccontano il degrado in cui le istituzioni le lasciano e “fotografano” una realtà anacronistica e fuori tempo, a partire dai servizi igienico/sanitari che, anche nei casi in cui siano in uno stato di “leggero” abbandono, sono comunque risalenti agli anni 40/50, quindi privi di doccia/vasca e di bidè.
All’interno di queste case viene appunto messo in atto un ripristino delle principali funzioni di muratura, intonaco e impiantistica. Chiaramente dove non arrivano le esperienze e le abilità si impiegano tecnici specializzati che certificano i lavori fatti a norma.
Un appartamento non può essere assegnato se non a norma, a meno che non venga messo in atto dal comune un bando di autorecupero, che però si rivela spesso essere una farsa clamorosa. Ecco dunque la prima cosa su cui siamo inattaccabili: non portiamo via case a chi ne avrebbe diritto.

Con il tempo, a inizi Duemila, si sperimenta la pratica del “biomattone” in terra cruda, cioè un’esperienza di supporto alle murature completamente naturale, composta da un miscuglio di terra, paglia e acqua. L’esperienza, recentemente, porta alla collaborazione attiva con artisti della Biennale che condividono tale pratica di architettura naturale e investono i loro saperi anche nel restauro di una casa occupata alla Giudecca.
L’ente che ha il maggior numero di case (e quindi anche di case vuote) è l’ATER (Azienda Territoriale per l’Edilizia Residenziale), di conseguenza il primo obiettivo da sanzionare diventa ATER stesso.
L’acronimo ASC inizialmente sta per Agenzia Sociale per la Casa, in quanto tra i primi obiettivi di lotta ci furono le agenzie immobiliare e la speculazione che in quel periodo veniva fatta su città a grosso impatto turistico e universitario. Gli affitti, a ridosso del cambio lira/euro, venivano perlopiù gestiti da queste agenzie che nascevano a velocità elevata e ufficialmente spaccavano il mercato con richieste che non erano più alla portata di studenti e precari. La voce grossa delle agenzie immobiliari si univa alla mala gestione delle politiche abitative in città, così il tema casa cominciava a diventare un serio problema anche per diverse tipologie di persone. ASC quindi “assegna” le case a chi non può permettersi un canone libero.
E’ verso il 2011 che il ritorno dell’ASC, dopo alcuni anni di trattative con le istituzioni per “riscattare” alcune situazioni di occupazioni conclamate, assume i suoi connotati definitivi e passa ad “Assemblea Sociale per la Casa“. E’ in questi anni appunto che il ceto medio, diventato improvvisamente “impoverito” dalle politiche di austerità, che in questa città si traducevano in “crisi e scomparsa dell’artigianato e delle attività ad esso connesse”, comincia a non poter permettersi più un affitto regolare da privati. Precarietà di contratti lavorativi, a fronte magari di un reddito “normale” ma non più sostenibile per gli affitti triplicati, spinge molte persone a rimettersi in gioco e, complice il silenzio delle istituzioni, le fa avvicinare all’ASC e ne fa condividere gli obbiettivi, trasformando e aprendo la discussione sul tema casa in una grande assemblea itinerante per la città, che in momenti diversi interviene nei quartieri occupando spazi lasciati al degrado e relazionandosi col quartiere stesso.
Il decreto Lupi e precedentemente lo “sblocca sfratti” del governo Renzi negli ultimi anni hanno di certo acuito il problema e hanno tentato (senza risultato, peraltro) di disincentivare l’occupazione di casa, provando a vietare l’erogazione di utenze a chi non fosse in possesso di un qualsiasi titolo per star dentro a una casa. In particolare, lo sblocca sfratti ha generato una nuova ondata di potenziali homeless e ha di sicuro dato una mano ai proprietari per trasformare celermente i loro appartamenti in futuri b&b, contribuendo quindi al selvaggio “cambio di destinazione d’uso” applicabile anche su palazzi storici.

Le istituzioni cosa dicono? E i cittadini? Quali reazioni suscitate? La vostra è, di fatto, un’iniziativa illegale e non lo nascondete…

Le istituzioni locali da circa 20 anni sono sorde a questo tipo di nostra iniziativa.
Il colore politico delle varie giunte non ha mai prodotto un reale tentativo di conoscenza del problema, seppur ci sia stato una sorta di quieto vivere sulle prime occupazioni e un tentativo di “congelare” le situazioni abusive, senza però fare un reale passo in avanti per poter discutere su come provare a risolverle. Di certo noi siamo pronti a parlare con tutti, ma non faremo mai nessun passo indietro, né lasceremo mai le nostre case: questa è la condicio-sine-qua-non da cui si parte per poter intavolare qualsiasi tipo di discussione. Ultimamente, con l’insediamento del governo locale di centro-destra, si palesa una reale intenzione di repressione, con minacce di sgombero per tutte le situazioni senza titolo, e non sono mancati alcuni tentativi di accesso con forza pubblica, ai quali chiaramente l’ASC ha risposto coi propri corpi e le proprie facce respingendo le forze dell’ordine che avrebbero voluto rientrare in possesso dell’immobile. Di sicuro questo ci rende forti, coesi e strutturati in casi del genere; ed è anche questa la forza che ci ha fatto ben volere dalla cittadinanza.

Sebbene infatti l’occupazione di casa venga vista ancora come una pratica illegale (lo è) fine a se stessa, negli ultimi anni la cittadinanza ha cominciato a capire i nostri percorsi, soprattutto quando scendiamo in piazza per bloccare sgomberi da privati, ponendoci quindi come filtro tra le istituzioni e il cittadino che subisce lo sfratto, spesso per morosità incolpevole, ma sempre più per fini di lucro da parte del proprietario. Questa nostra recente pratica scoperchia i vari vasi di pandora che si celano dietro alla gestione del problema casa a Venezia: ci si accusa sempre di illegalità, di abusivismo ma non viene mai toccato il paradosso “persone senza casa – case (vuote) senza persone”, dimostrando quindi che l’unico interesse della giunta comunale è svuotare la città di residenti per riempirla di turisti.

Il recente decreto sicurezza del nuovo governo, inoltre, è un altro passo verso la sterilizzazione delle pratiche virtuose che, sì, partono dalle occupazioni di casa e di immobili, ma gridano verso l’alto una necessità di recuperare gli spazi abbandonati per destinarli alla collettività.
A chi poi ci accusava, nella più classica delle guerre tra poveri, di portare via case a chi ne avesse diritto, abbiamo sempre risposto con quello che facciamo da sempre: occupando case inassegnabili e vuote da anni. Ormai, l’occupazione di casa sta diventando una pratica trasversale e inarrestabile. Nella città, oltre a una settantina di case ASC, ce ne sono quasi altrettante di occupate “autonomamente”, segno che la precarietà non può essere risolta con gli inesistenti servizi delle istituzioni locali, ma prevede una azione diretta di riscatto e rivendicazione.

Occupare una casa – lo ribadiamo – è un’azione illegale: seppur depenalizzata nel corso degli anni, resta non lecita. Chi occupa una casa va comunque incontro all’esclusione dei bandi per un’eventuale assegnazione e sa che quotidianamente è sotto sgombero: è questa consapevolezza e questo mettersi in gioco rischiando lo sloggio che ci caratterizza in tutte le nostre attività e che ci fa andare avanti nella lotta senza paura.

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Non ce ne andiamo da questa città!

Pubblicato da ASC Venezia Mestre Marghera su Mercoledì 10 ottobre 2018

Crede che ci sia una via di scampo per Venezia? Da un lato, sembra non si riescano ad arginare le conseguenze dell’overtourism, dall’altro è spuntato persino un divieto dell’utilizzo del monopattino – altra penalizzazione per i pochi residenti coraggiosi o fortunati – e si continuano a vendere immobili storici e di pregio ai grandi imprenditori che li vogliono trasformare in hotel di lusso… 

Le vie di scampo ci sono, o ci sarebbero. E’ opportuno però fare dei distinguo e non voler per forza fare la guerra ai mulini a vento, ma ragionare sul costrutto e sulle potenzialità che si hanno e non vengono utilizzate.
Venezia a metà anni Duemila si è caratterizzata come laboratorio sociale per esperienze sul welfare sociale. Di conseguenza, ogni tipo di attività legata alla progettualità dal basso prevede percorsi virtuosi che potrebbero essere all’avanguardia su scala nazionale. Al tavolo del Comune, ad esempio, da tempo abbiamo presentato un progetto di riscatto e autorecupero di un parco case tramite gestione collettiva e assegnazioni interne a turnover. Questo consentirebbe di garantire il diritto (anche solo transitorio) di vivere in una casa a Venezia a canone molto agevolato (in modo non ufficiale questo lo facciamo già: le case più vecchie hanno avuto diversi abitanti nel corso della loro “vita”) e contemporaneamente di restituire alla collettività un bene che, altrimenti, resterebbe a marcire nel degrado o acquistato da enti o piattaforme facoltose per essere usufruito come locazione turistica. Questa gestione permetterebbe inoltre – contrariamente alle vetuste assegnazioni “statiche” finché-morte-non-ci-separi che mette in pratica l’amministrazione pubblica – di rigenerare quartieri abbandonati e creare situazioni artistico culturali, ludiche e di commercio solidale. Il bisogno di eliminare la pressione turistica non può prescindere da una sana e corretta politica abitativa sul residente e sui servizi ad esso legati. Ma, mentre la prima prevede percorsi più elaborati che riguardino il tipo di turismo, la provenienza e il controllo della massa (spesso legata indissolubilmente alle grandi navi, che per la maggior parte portano molto poco in termini di ricchezza alla città ma molto in termini di danno all’ecosistema, di inquinamento e di scarsa consapevolezza da parte degli ospiti di questi condomini galleggianti), per la seconda manca la volontà politica di affrontare sperimentazioni che parlano una lingua molto più semplice, pop, logica e aperta a un pubblico di varie fasce. Portare nuovi residenti significherebbe riportare anche nuove attività commerciali ad uso non turistico, in modo tale da provare almeno a dare dignità al centro storico.

Al pari delle “gestioni collettive del parco case” dovrebbe valere lo stesso discorso per i ben più grandi palazzi abbandonati. Il sindaco di Napoli De Magistris già ha sperimentato questo tipo di assegnazione e restituzione al pubblico degli spazi vuoti per renderli rinnovati e pieni di contenuti, attività, iniziative dal basso e una new economy che porti una distribuzione del lavoro più solidale e sociale.
Il nuovo regolamento sul divieto di monopattino è senz’altro una dichiarazione di guerra del sindaco ai residenti: incarna in tutto e per tutto la volontà di repressione della vita cittadina contro la liberalizzazione della mercificazione della città storica, delegittimando di fatto chi (ancora) vive e resiste qui per dare spazio a un parco giochi tematico dove si attraversano gli spazi a mo’ di zombie.
“Veniceland” è purtroppo una realtà, ma la nostra indole sognatrice e guerriera ci impone di non alzare mai bandiera bianca.

C’è un altra Venezia, apparentemente nascosta ma viva e terribilmente agguerrita. E che ha un’idea di città completamente diversa da quella che vuole offrire al mondo intero un sindaco che, nemmeno a farlo apposta, non è residente nel comune, per cui non si è nemmeno auto-votato.
Partiamo anche da questo piccolo/grande paradosso per riprenderci tutti la nostra Venezia.


Foto di copertina: Armando Tondo
Altre immagini gentilmente fornite da Nicola Ussari per ASC Venezia

Ma Obama è davvero così bastardo?

Mer, 11/14/2018 - 21:30

Anch’io, come moltissimi spettatori, guardando “Fahrenheit 11/9” , l’ultimo docu-film di Michael Moore (vincitore dell’Oscar per il miglior documentario con il bellissimo “Bowling a Columbine”) sono rimasto scandalizzato nel vedere l’indifferenza e la strafottenza mostrata da Obama davanti al dramma dell’acqua contaminata da piombo della città di Flint, nel Michigan. La realtà, però, è ben diversa da come viene mostrata da Moore.

L’antefatto.
Nell’aprile del 2014, il Governatore dello Stato del Michigan, il repubblicano Rick Snyder, dispone di cambiare la fonte d’approvvigionamento per l’acqua dei residenti di Flint (città natale di Moore, a maggioranza afroamericana, povera e devastata dalla crisi dell’auto) passando dal Lago Huron al fiume Flint: è più inquinato, ma prendere l’acqua da lì è più economico. Questo cambiamento causa un aumento dei livelli di piombo nell’acqua delle tubature. Secondo dati dell’inizio del 2016, a Flint si è registrato un aumento dei casi di legionellosi, una grave infezione dell’apparato respiratorio che si può contrarre se esposti ad acqua contaminata: 87 persone sono state colpite dalla malattia e 10 sono morte. Scoppia uno scandalo nazionale.
Il 4 Maggio 2016 in città arriva il presidente Obama. Nel film di Moore viene mostrato l’arrivo di Obama, atteso dalla popolazione come il Messia che finalmente farà giustizia. Invece il presidente, stando al film, davanti alla folla allibita chiede un bicchiere d’acqua di Flint e ne beve un sorso. Poi riprende la sua gigantesca auto e risale sull’Air Force One. Subito dopo la camera si sposta su alcuni cittadini e di Flint delusi e inferociti contro il presidente. In sostanza, Moore ci mostra un Obama che sottovaluta la gravità del fenomeno e tratta gli abitanti come dei paranoici allarmisti. 
Ma le cose stanno proprio così?
 No, per numerosi motivi.

– Tre mesi prima, il 16 gennaio 2016, Obama aveva dichiarato lo stato di emergenza per la città di Flint e stanziato fondi federali per fornire ai cittadini acqua e soprattutto filtri per poterla bere. Secondo il Guardian del 4 maggio 2016, da gennaio all’inizio di maggio gli aiuti federali hanno fornito a Flint oltre 9 milioni di litri d’acqua, 50mila filtri ( popolazione totale è di 100mila persone) e l’estensione dell’assistenza medica a 14mila bambini e mille donne incinte.

– Mentre beve l’acqua incriminata, Obama sottolinea un elemento chiave che nel film non è citato. ”Se si usa il filtro l’acqua a questo punto è potabile” afferma Obama (cito da l’Ansa del 4 maggio 2016). L’unica eccezione, precisa, è per le donne in gravidanza e per i bambini con meno di sei anni, che devono continuare a bere acqua in bottiglia come precauzione. ‘’L’acqua filtrata è sicura. Lavorando con le autorità locali, i filtri sono disponibili per tutti ora” mette in evidenza Obama, precisando che questo non significa che le tubature non vadano cambiate.
Il particolare è decisivo: non è potabile la “tap water”, l’acqua del rubinetto, ma l’acqua filtrata. Obama intendeva rassicurare la popolazione che con le dovute precauzioni poteva bere, non certo dire che non esisteva alcun problema nel bere acqua del rubinetto.

– Per sostituire le condutture d’acqua di Flint danneggiate dal piombo, il 16 dicembre 2016 Obama stanzia 170 milioni di dollari.

Nulla di tutto questo è citato nel per altri versi ottimo film-documentario di Michael Moore. 
Moore avrebbe potuto dire che Obama è intervenuto tardivamente e che poteva fare di più. E probabilmente avrebbe detto il vero. Ma l’effetto sul pubblico sarebbe stato molto più leggero. Omettendo alcuni “particolari”, se vogliamo chiamarli così, ottiene invece quell’effetto “pugno nello stomaco dello spettatore” che desiderava. 
Considero Michael Moore un ottimo regista e credo che i suoi film siano molto utili alla causa progressista. Penso anche che la tesi del film – se Trump ha vinto, è colpa anche degli errori dell’establishment democratico: la speranza per il futuro sono i movimenti di base e i candidati della sinistra del partito Democratico – sia tutt’altro che priva di fondamento. 
Sarebbe meglio però se la portasse avanti senza forzare la realtà fino a distorcerla.

Natale, le persone che decorano casa in anticipo sono più felici: lo dice la scienza!

Mer, 11/14/2018 - 10:23

Hai già tirato fuori l’albero e sei pronto per addobbare casa con le luci natalizie? Non sei strano, sei solo una persona felice.
Ogni anno è sempre la stessa storia: gli amanti del Natale vorrebbero tirar fuori dalla cantina luci e albero al cambio dell’ora legale. I non amanti del Natale, invece difendono l’idea che “la casa non va addobbata a novembre, ma dall’8 dicembre in poi”.

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La nuova dieta per i polli: olio di insetti

Mer, 11/14/2018 - 05:16

Il progetto si chiama Innopoultry, arriva dal Dipartimento di Scienza Veterinaria dell’Università di Torino ed è finanziato dall’Unione Europea.

Lo studio prevede la sperimentazione di una nuova dieta per i polli d’allevamento integrando l’abituale soia con una certa percentuale di olio ricavato dalla farina di insetto.
Si prevede che questa variazione porterà una maggiore resistenza dei volatili ai microrganismi patogeni come la salmonella e il campylobacter.

Sembra che i primi dati della sperimentazione siano positivi: di qui la richiesta da parte dell’Efsa – l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare – di una regolamentazione più attenta in materia di allevamento degli insetti in quanto mancano i dati per poter affermare che il loro consumo sia privo di pericoli sia come mangimi sia riguardo all’alimentazione umana.

I polli alimentati finora con l’olio di insetti godono di ottima salute. La nuova dieta non ha comportato variazioni negative sulla crescita e l’intestino è più sano rispetto alla dieta a base di sola soia. E un intestino più sano significa minore bisogno di ricorrere agli antibiotici per combattere le infezioni.
L’olio di insetto è ricco di acido laurico, particolarmente indicato per la salute intestinale.
Dichiara Riccardo Negrini, referente scientifico dell’AIA – Associazione degli allevatori italiani – ad Altroconsumo: “Stiamo lavorando per mettere a punto delle linee guida per regolamentare l’utilizzo di insetti nell’alimentazione dei polli, nella speranza che succeda quello che già si fa con l’allevamento dei pesci, dove l’utilizzo di sottoprodotti derivanti dagli insetti è già stato approvato”.
Ci crediamo molto” continua. “Perché l’uso di insetti risolve diversi problemi, tra cui il benessere animale e l’impatto ambientale”.

E i consumatori che ne pensano?
Sono perplessi e pure scettici. Secondo un’indagine condotta sempre da Altroconsumo su 1018 persone tra i 18 e i 74 anni, il 55% degli intervistati presta molta attenzione al tipo di alimentazione dei polli acquistati e vorrebbe avere maggiori informazioni. Il 31% è disposto a mangiare polli allevati con mangime anche a base di derivati di insetti e il 54% sarebbe disposto a mangiarli avendo però la certezza che questo mangime rende i polli più sani.
E non si può dare loro torto. E’ anche vero che gli insetti fanno parte dell’alimentazione dei polli da sempre: quelli allevati nelle aie dei contadini trovano che i grilli siano simpatici aperitivi saltellanti.

Fonte: Altroconsumo, mensile ottobre 2018

Il drone che fa “volare” il sangue

Mer, 11/14/2018 - 01:39

Per la prima volta al mondo un drone ha trasportato e consegnato sacche di sangue, riducendo i tempi di trasporto da un’ora a 10 minuti nella simulazione avvenuta.

L’esperimento, che è andato a buon fine,  è stato condotto sabato 21 ottobre da ABzero (spin-off della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa) per verificare il robot volante da loro progettato per quanto riguarda il mantenimento delle condizioni di temperatura e umidità di sangue, o medicinali o  in futuro, di organi. Il drone si è alzato in volo dal piazzale del Centro Trasfusionale dell’ospedale “F. Lotti” di Pontedera (Pisa) e ha volato per circa un chilometro e mezzo.

L’obiettivo del volo è stato quello di validare il metodo di trasporto attraverso i droni, valutando l’impatto sui globuli rossi e sulle piastrine, ha spiegato il direttore dell’Unità Operativa di Immunoematologia e Trasfusione di Pontedera, Fabrizio Niglio.

La diretta del volo è stata documentata da ANSA Scienza e Tecnica, mentre in questo video il servizio del Tg1 sul “volo del primo drone al mondo per il trasporto di farmaci e sangue sviluppato da azienda spinoff della Scuola Sant’Anna”

Per una panoramica su droni, sensori e auto intelligenti, ovvero mezzi di trasporto più evoluti e sistemi per ridurre il traffico e non solo, ma dalle svariate possibili applicazioni leggi qui.

Altre fonti:

https://www.huffingtonpost.it/2018/10/21/in-italia-il-primo-trasporto-di-sangue-al-mondo-con-un-drone_a_23567156/

https://tg24.sky.it/scienze/2018/10/21/pontedera-primo-trasporto-sangue-drone.html

 

Tu mi dai un figlio, io ti do la terra. Governo caro, non funziona così

Mer, 11/14/2018 - 01:31

“Che ne sai tu di un campo di grano / poesia di un amore profano”. Sembra uscito dalla canzone di Lucio Battisti l’art. 49 della Legge di bilancio che prevede di assegnare in concessione per un periodo minimo di 20 anni un appezzamento di terra incolta a ogni famiglia che metterà al mondo il terzo figlio nel triennio 2019-2021.

L’ilarità che ne è scaturita è molta, qualcuno ha ventilato l’ipotesi che al quarto figlio ci si possa aggiudicare il Molise, altri hanno urlato al Medioevo, ignari che il Medioevo tutto è stato meno che il periodo buio che volgarmente si dipinge. Molti, e per fortuna non soltanto le donne, hanno denunciato il peso della proposta, sproporzionatamente a carico della donna.

L’assurdità dell’iniziativa del Governo non sta in un plausibile ritorno alla terra al fine di procacciarsi da vivere. L’idea di vivere faticando in sé non ha nulla né di nobile né di ridicolo. La fatica è una condizione necessaria al vivere. In Occidente mangiamo cibi prodotti tendenzialmente in altri Paesi, per mezzo della fatica di persone tendenzialmente più colorate di noi. Prodotti che paghiamo con i soldi ottenuti in cambio di lavori tendenzialmente meno faticosi su un piano strettamente fisico. Anche se, con buona pace del bon sauvage che alberga silente in ogni occidentale che si rispetti e che vorrebbe ancora gli agricoltori su aratri trascinati da buoi, l’agricoltura, come ogni altro settore, non è esente dal processo di automatizzazione.

A rendere assurda l’iniziativa goliardicamente soprannominata ‘podere al popolo’ sono piuttosto gli scopi che si prefigge. In primo luogo, “favorire la crescita demografica”, in secondo luogo, arrestare lo spopolamento delle aree rurali e così rilanciare il settore agricolo.

Chi scrive non ha ricette per sopperire al fenomeno della denatalità in Italia, ma forse si potrebbe favorire la crescita demografica con azioni diverse: garanzie che tutelino la donna contro le discriminazioni lavorative a cui va incontro in gravidanza; l’introduzione del congedo parentale anche per gli uomini; l’aumento delle borse di studio; la gratuità degli asili nido, per altro grande promessa della Lega durante la campagna elettorale.

Chi scrive non è nemmeno un agronomo, ma forse più produttivo sarebbe stimolare nuovi consorzi in grado di assumere nuove maestranze. Anche perché le le campagne che l’iniziativa si prefigge di ripopolare non sono esattamente da ripopolare. La dimensione media dell’azienda agricola italiana non raggiunge gli 8 ettari, contro i 53 dell’azienda in Francia o i 152 in Repubblica Ceca. L’eccessiva frammentazione – questa sì, erede del sistema latifondista dell’Italia medievale – è forse uno dei motivi che più indebolisce la filiera agroalimentare italiana e rende l’Italia poco competitiva sul mercato globale.

I terreni che renderanno di nuovo glorioso l’italico granaio sono in Libia e in Eritrea? Vien da chiederselo, visto che difficilmente le fortunate famiglie (che il Ministro Fontana vorrebbe rigorosamente sposate, pena l’esclusione del diritto alla terra) si vedranno assegnare i campi flegrei o le colline del Monferrato. Le terre buone il demanio le ha vendute da un pezzo. È evidente che la maggior parte dei campi incolti è rimasta incolta per motivi orografici, o per mancanza di capitali e di strumenti, più che per mancanza di volontà. Coltivare la terra costa più soldi che fatica, e non tutti i terreni possono essere destinati all’attività agricola. La conformazione geografica e le montagne che ogni anno attraggono milioni di turisti in Italia sono le stesse che non permettono una coltivabilità indiscriminata. L’Italia è bella anche per questo.

E che dire, poi, dell’eventualità che gli assegnatari della terra si limitino a richiedere sussidi agricoli per l’agricoltura biologica – un terreno incolto è per definizione un terreno biologico – e ci vivino di rendita senza produrre?

Il Governo si rassegni, il desiderio di mettere al mondo un figlio è affare privato, insondabile quanto una terra non fertile.

Siamo andati al Maker Faire 2018 di Roma!

Mer, 11/14/2018 - 01:23

In una parola: tecnologia. Foto di Armando Tondo, Maker Faire Roma, ottobre 2018.

Eni, main sponsor, ha presentato il ristorante circolare, dove è stato possibile conoscere alcune delle tecnologie che l’azienda utilizza per trasformare i rifiuti in nuova energia.

Un flipper costruito in legno riciclato.

Al Maker Faire 2018 non potevano mancare i robot, questi suonano!

Protagonisti del Maker Faire 2018 i droni. Questi in foto servono a raggiungere zone inaccessibili all’uomo, in tutta sicurezza (presenza di esplosivi, zone bloccate da frane, terremoti).

SPECIALE MOBILITA’

Mobilità sostenibile al Maker Faire 2018: nella foto un elicottero ibrido dell’azienda romana Invicta Aviation. Ha due motori, uno endotermico e uno elettrico.

Due foto della straordinaria Emilia 4, prototipo italiano di auto solare vincitore dell’American Solar Challenge. E’ stata progettata dall’Università di Bologna.

Prototipo di moto elettrica con installati speciali pannelli solari fotovoltaici a ventaglio. Geniale!

 

Italiani ancora brava gente?

Mar, 11/13/2018 - 23:19

Tanti segnali…
La politica degli sgomberi dei luoghi di accoglienza, precari e su base volontaria, ultimo in ordine di tempo ancora una volta Baobab a Roma, senza che gli sgomberati, pur avendo diritto ad un alloggio, se ne vedano offerto uno.
Le sanzioni sempre più diffuse a chi mendica.
Fino alla progressiva scomparsa delle panchine nei luoghi pubblici: stazioni, giardini… o la loro trasformazione in trappole scomode per chi ci si siede per scoraggiare il loro uso prolungato da parte di chi non ha alternative.
Sono tanti tasselli che fanno nascere un dubbio: noi italiani siamo ancora brava gente, amichevole, accogliente, tollerante, come secondo tradizione ci siamo sempre considerati e vantati di essere?

Vi ricordate di Gentilini?
Vent’anni fa fece scalpore la decisone dell’allora Sindaco di Treviso Gentilini di togliere le panchine “perché le usavano gli immigrati”, ora la cosa si è diffusa a macchia d’olio e sembra diventata normale, non ci si fa più caso.

La strage delle panchine.
Perfino nell’ipertecnologica stazione dell’Alta Velocità di Bologna, come abbiamo già raccontato e denunciato (clicca qui), non sono state installate le panchine lungo le piattaforme di attesa dei treni. E in quel caso le spiegazioni date dalla presidente di Grandi Stazioni a Jacopo Fo (clicca qui) hanno rasentato il surrreale: “perché sedersi vicino ai binari è pericoloso” (quindi stare in piedi no…), “se ne mettessimo qualcuna poi magari alle persone piacerebbero e dovremmo metterne tante…”.
Il caso della mancanza di sedute nelle stazioni oltre che a ragioni di deterrenza nei confronti dei tanto temuti senza fissa dimora si mescola anche con ragioni di calcolo economico: se vuoi sederti hai a disposizione le sedie dei bar, dei ristoranti interni… e quindi se vuoi sederti paghi, se puoi…
E, stando così le cose, c’è chi si arrangia come si vede dalla foto qui sotto.

Orban e noi.
Ha fatto scandalo (non tra tutti gli italiani, a dire il vero) la decisione del governo ungherese di mandare in galera i senza fissa dimora che si rifugiano nei luoghi pubblici (clicca qui) dopo aver sequestrato e distrutto i loro pochi beni. Le immagini dello sgombero del Baobab, con la distruzione delle masserizie di chi ci abitava in modo precario, non sono molto dissimili.

La sedia, la panca, il trono… rappresentano il grembo della Grande Madre, il ventre immaginale e infinito della natura in cui tutto viene concepito… Perfino nelle sedie comuni è visibile la presenza della dea, nelle loro gambe, braccia e schiene… Per le persone abituate a sedersi per terra, una sedia rappresenta una forma di elevazione” (Traduzione da ARAS, Archive for Research in Archetypal Symbolism)

Fonti immagini: Left.it, RomaSociale.com, Dire.it

Via libera al Dl sicurezza e immigrazione: ecco cosa prevede

Mar, 11/13/2018 - 10:28

Il decreto legge sicurezza e immigrazione n. 113/2018 approvato senza sorprese con voto di fiducia dal Senato in prima lettura (163 Sì, 59 no e 19 astenuti, con 5 dissidenti nel Movimento 5 Stelle; ora passa alla Camera) si articola in tre parti (un quarto capitolo si occupa delle disposizioni finanziarie e finali) in materia rispettivamente di immigrazione (articoli 1-14), sicurezza pubblica (articoli 16-31) e organizzazione del ministero dell’Interno e dell’Agenzia nazionale per i beni sequestrati o confiscati alla criminalità organizzata. Il tema più controverso del provvedimento è senz’altro quello dell’immigrazione.

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Trump deve ai democratici il suo potere

Mar, 11/13/2018 - 09:39

Un film meraviglioso che ci fa capire perché e come i democratici Usa hanno spianato la strada a Donald Trump. I finti progressisti non ascoltano la gente e quindi diffondono un veleno sociale del quale i veri reazionari approfittano. Con alcune cose che forse non sapevi sui Clinton e su Obama, che tanto amavamo.

Qui potete vedere tutto il film di Moore in italiano

Cosa sono i pannelli solari 2 in 1 o ibridi?

Mar, 11/13/2018 - 03:55

La DualSun è una start up francese fondata nel 2010 da due ingegneri dell’Ecole Centrale di Parigi che hanno creato un pannello solare unico in grado di produrre simultaneamente  elettricità e acqua calda. Il pannello viene realizzato al 100% in Francia e nel 2013 è stato il primo al mondo a ricevere la nuova “certificazione ibrida” – unendo le certificazioni europee IEC e Solar Keymark. E’ attualmente protetto da due brevetti ed ha da poco effettuato l’immissione sul mercato italiano.

La tecnologia solare ibrida DualSun è il risultato di una duplice constatazione sui pannelli fotovoltaici:
1. quando sono esposti al sole, i pannelli fotovoltaici producono molto più calore (85%) che energia elettrica (15%);
2. il rendimento dei pannelli fotovoltaici diminuisce con l’aumento della temperatura.

In base a queste constatazioni, l’azienda ha realizzato un pannello che utilizza del calore generato dalle celle fotovoltaiche per riscaldare l’acqua della casa e migliorare il rendimento delle celle stesse (potenziale aumento del 5-15% con il raffreddamento adatto) e, rispetto a un impianto fotovoltaico tradizionale, è riuscita ad ottenere fino al doppio di energia in più per un’abitazione singola e fino a quattro volte di più per un edificio ad uso collettivo.

Con il progetto del pannello si è ottenuto un design verticalmente integrato dei componenti fotovoltaici e termici che gli ha fornito tre importanti caratteristiche:
1) lo scambiatore termico completamente integrato nel pannello (lo scambiatore termico permette un eccellente trasferimento del calore tra la faccia fotovoltaica anteriore e la circolazione dell’acqua);
2) uno spessore ridotto: il pannello DualSun presenta le dimensioni di un pannello fotovoltaico tradizionale (60 celle da 6 pollici);
3) celle fotovoltaiche monocristalline e ad alto rendimento (le celle fotovoltaiche sono raffreddate dalla circolazione dell’acqua).

Come primo passo – scrive il CEO Dual Sun, Jérôme Mouterde, sul sito aziendale – abbiamo posato una prima pietra tecnologica indispensabile: il DualSun. Si tratta di un pannello solare unico che produce contemporaneamente elettricità e acqua calda su una stessa superficie. Dopo tre anni di sviluppo, oggi questa tecnologia si è trasformata in un processo industriale, è protetta da vari brevetti e ha appena ottenuto le certificazioni europee che permettono la sua immissione sul mercato. Abbiamo installato DualSun su centinaia di edifici di riferimento per testarne il buon funzionamento. Tra le nostre realizzazioni vantiamo un immobile di edilizia sociale, un rifugio in alta montagna, una casa passiva in legno oltre alle innumerevoli abitazioni distribuite su tutto il territorio francese. In questi impianti l’acqua calda è immagazzinata nel serbatoio e l’elettricità o viene consumata in loco o viene rivenduta”.

Oggi, oltre 500 case ed edifici sono dotati di pannelli DualSun, in Francia, Svizzera, Benelux, Portogallo, Cile e ora in Italia dove sono in corso diversi progetti, tra cui un impianto in Sicilia presso l’Università degli Studi di Catania. I pannelli DualSun sono particolarmente adatti per applicazioni turistiche come hotel, piscine, campeggi e centri sportivi, dove le necessità di elettricità e acqua calda sono ingenti e quindi anche i costi, soprattutto nei mesi estivi.

Come sappiamo, gli edifici sono responsabili del 40% dei consumi energetici e rappresentano la prima causa del riscaldamento globale. Intervenire sulla riqualificazione del costruito è un importante passo per il raggiungimento degli obiettivi climatici e la normativa e i suoi sviluppi, anche a livello europeo, prevedono che parte delle esigenze di acqua calda ed elettricità siano coperte, in maniera sempre più rilevante, con fonti energetiche rinnovabili. Fino ad ottenere edifici Near Zero Energy, con primi passi per il nuovo, ma che si amplierà poi anche all’esistente.

Fonti:
http://www.infobuildenergia.it/notizie/dualsun/dualsun-pannello-solare-fotovoltaico-acqua-calda-1685.html
https://dualsun.fr/it/prodotto/pannello-solare-ibrido/

Photo by:  Juhasz Imre from Pexels

Nove italiani su dieci si sentono in colpa per il cibo sprecato

Mar, 11/13/2018 - 01:22

Nove italiani su 10 si rammaricano (91%) e ammettono i loro sensi di colpa (92%) per il cibo gettato. Quattro italiani su 5 giudicano un’assurdità irresponsabile buttare il cibo ancora buono e 4 su 10 dichiarano di aver ridotto gli sprechi nell’ultimo anno.
Come? Controllando cosa serve davvero prima di fare la spesa (96%) ma anche congelando il cibo cucinato in eccesso (92%). Nei primi 20 anni dalla nascita di Last Minute Market arriva il ritratto di un’Italia che si ‘ravvede’ dagli sprechi nei dati del rapporto 2018 dell’Osservatorio Waste Watcher presentato oggi a Bologna.
Ma quanto pesa il cibo sprecato in Italia? Sul piano della distribuzione, grava per 9,5 kg/anno ad ogni mq di superficie di vendita negli ipermercati e per 18,8 kg/anno ad ogni mq nei supermercati. Tradotto per ogni consumatore italiano significa una produzione di spreco di 2,89 kg/anno pro capite, vale a dire 55,6 gr a settimana e 7,9 gr al giorno solo sul piano distributivo.

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Fallisce l’accordo per proteggere l’Antartide

Mar, 11/13/2018 - 01:11

Sembrava mancare un semplice e piccolo passo, ma all’ultimo fallisce clamorosamente il progetto per la creazione della più grande area marina protetta di tutto il pianeta.

Il progetto

La proposta per la realizzazione di un santuario del mare risalente al 2014 viene approvata in linea di principio nel 2016 e bocciata pochi giorni fa durante l’incontro in Tasmania della CCAMLRCommissione per la conservazione delle risorse marine viventi dell’Antartide. Il progetto prevedeva di proteggere oltre 1,5 milioni di kmq del Mare di Ross, fra cui 1,1 milione di kmq riservati come zona di protezione generale, con divieto assoluto di pesca per salvaguardare specie fra cui pinguini, balene orca, balene blu e foche leopardo.

L’aera protetta, situata a Sud Est della Nuova Zelanda, sarebbe stata la più grande finora mai realizzata, un passo avanti fondamentale per la tutela dell’ecosistema, considerando anche che, secondo la comunità scientifica, tre quarti dei nutrienti che sostengono la vita negli oceani arrivano proprio dall’Oceano Antartico. Anche se in un luogo tanto remoto è evidente che il Mare di Ross ricopre un ruolo ecologico cruciale per l’equilibrio di tutti il pianeta.

Il no dai big del business

Non sono stati sufficienti i tentativi di sensibilizzazione delle associazioni ambientaliste, né i dati statistici di scienziati e ricercatori e tanto meno è stata rilevante la petizione firmata da milioni di persone in tutto il mondo. La proposta incontra il veto di Cina e Russia che nell’area interessata hanno un’intensa attività peschereccia. Ma non solo riserve ittiche, ma anche minerarie e fossili.

La Russia si oppone sia alla dimensione dell’aerea designata ad essere protetta, chiedendone una riduzione, sia al periodo di divieto di pesca, chiedendo di limitarlo a soli 10 anni. La Cina ha bocciato in toto la proposta.

Laura Meller di Greenpeace Nordic, si esprime con queste parole rispetto alla comportamento della Cina: «L’impegno dei leader cinesi ad essere i tedofori della protezione dell’ambiente e per il perseguimento di una comunità che condivida il futuro dell’umanità  sembra essere stato bypassato dalla loro delegazione all’Antarctic Ocean Commission, dove singolarmente non ha agito in buona fede come previsto da questi negoziati, invece, ha ostacolato tutte le opportunità per cooperare e creare la più grande area protetta marina del mondo».

Le conseguenze

L’Alleanza per l’Oceano Antartico, una coalizione di 30 gruppi ambientalisti fra cui Greenpeace e WWF, ha accusato Cina e Russia di impiegare tattiche dilatorie: “è tragico che mentre la maggioranza dei membri della Commissione sia più che pronto a creare una protezione marina significativa nelle acque antartiche, Cina e Russia abbiano ancora una volta bloccato ogni sforzo per negoziare un risultato positivo di negoziazione”  ha detto il portavoce dell’Alleanza, Steve Campbell.

Considerando i fenomeni atmosferici allarmanti di cui siamo testimoni in prima persona e l’importanza che sia i media che le comunità scientifiche stanno riportando sul tema clima e cambiamento climatico, la protezione di quest’area era da considerarsi più che urgente. Se consideriamo anche l’importanza che questa zona riveste per le risorse naturali dell’intero pianeta, per i nostri mari e per la vita nel resto degli oceani e oltre a questo ricordiamo il ruolo chiave che i mari dell’Antartide svolgono nell’affrontare il cambiamento climatico, in quanto assorbono quantità enormi di CO2 dall’atmosfera, allora la protezione di quest’area era da considerarsi fondamentali.

Prendiamo atto quindi dell’amara sconfitta per tutti coloro che amano il nostro pianeta blu e della vittoria, ancora una volta, di chi porta avanti i propri interessi puramente commerciali.

Egonu, il bacio tra due donne fa ancora notizia

Mar, 11/13/2018 - 01:08
I gesti

Desta più clamore un bacio o una mano portata all’orecchio? Non ce ne voglia Nanni Moretti ma non soltanto le parole, anche i gesti sono importanti. Nello sport, talvolta diventano cult. Come la mano di Mourinho protesa all’orecchio alla fine di Juventus-Manchester United. Un gesto di sfida nei confronti dei tifosi juventini che lo avevano insultato. Se n’è parlato tutta la settimana. Del resto ancora si parla del gesto delle manette di Mou.

Di ben altro peso politico fu il gesto di Tommie Smith e John Carlos alla premiazione della finale dei 200 metri Olimpiadi del 1968. Del loro pugno contro la discriminazione razziale ancora si parla dopo cinquant’anni esatti.

La normalità di avere una fidanzata

Un bacio, però, non è un gesto. È un semplice bacio. Ma se viene scambiato tra due ragazze, diventa una notizia. Almeno in Italia, ma probabilmente non solo. È il caso della pallavolista Paola Egonu e della sua fidanzata la polacca Katarzyna Skorupa. Egonu, grande protagonista ai recenti mondiali femminili di pallavolo, non smette di sorprendere. Prima ha voluto scrollarsi di dosso l’etichetta di simbolo dell’Italia anti-Salvini («Non mi sento pronta ad avere questa responsabilità sulle spalle») e poi ha voluto sfidare l’arretratezza culturale italiana affermando con nonchalance in un’intervista al Corriere della Sera che lei dopo la finale persa in Giappone è tornata in albergo e ha chiamato la fidanzata: “Piangevo e lei mi ha consolata, mi ha detto che le sconfitte fanno male, ma sono lezioni che vanno imparate. E che ci avrei sofferto, però, poi, sarei stata meglio”. Per poi aggiungere, alla sorpresa della giornalista: “Sì, ho una fidanzata, lo trovo normale”.

Lei lo trova normale. Non tutti la pensano come lei, visto che la Gazzetta dello Sport in settimana ha pubblicato la lettera di un nonno di Modena che ha confessato di aver nascosto i giornali per non mostrarli alle sue due nipotine: “Come faccio a spiegare, soprattutto alla più piccola, che il suo idolo ha una fidanzata?” E, riferendosi a Paola Egonu, ha aggiunto: “Non può fare tutte le battaglie che vuole, per un personaggio pubblico la discrezione è una valore”.

Non dev’essere stata l’unica lettera ricevuta in redazione alla Gazzetta se ieri, dopo la foto del bacio, il quotidiano si è visto costretto a tornare sul tema per ricordare che il mondo è cambiato. “Non c’è alcun dubbio che quel bacio lasci molto più perplesse le generazioni di ieri, come testimoniano anche le lettere che sono arrivate in redazione in questi giorni, di quanto capiti con i ventenni o anche con i ragazzi e le ragazze più piccoli”.

Il circo

Le parole più tristemente ragionevoli sono quelle rilasciate a Repubblica da Miriam Sylla anche lei vicecampionessa del mondo di pallavolo: “Non è normale l’attenzione che si è scatenata intorno a questa dichiarazione, il circo che è nato. Denota la grande arretratezza del nostro Paese su certi argomenti. In Italia per far accettare una cosa così, bisogna dare spiegazioni. Finché continueremo a considerare eccezionale la normale espressione di un sentimento e il suo renderlo pubblico, non andremo lontano, resteremo piccoli”.

Ci riesce impossibile darle torto. L’ultimo pensiero della settimana va a Marianna Pepe, 39 anni, medaglia d’argento nel tiro alle Olimpiadi di Atene. È morta in settimana, forse suicida, di certo con una brutta storia di violenze subite dal suo ex compagno. Purtroppo questa vicenda fa meno notizia del bacio tra due donne.

 

Il miracolo italiano delle lumache prelibate

Lun, 11/12/2018 - 12:27

Sono a Bra, nel tempio del cibo Slow Food: qui all’Osteria del Boccondivino, dove è nato tutto.
Petrini era entusiasta che avessero trovato sede in una via con un nome così culturale: via della Mendicità Istruita 14.
Silvio Barbero, amico da tempo immemorabile, una colonna dello Slow Food, prima che esistesse, quando la Banda Petrini aveva iniziato a mettere su libreria, supermercato autogestito, radio libera mi racconta cosa sta combinando adesso (oltre a sognare la prima università diffusa del gusto).
La sua ultima esperienza è in sostegno dell’Istituto di Elicicoltura di Cherasco. Che certo con i nomi hanno problemi perché ELICICOLTURA non è una parola ma uno scioglilingua. Comunque la storia è incredibile. Innanzi tutto c’è una grande potenzialità delle chiocciole: siamo grandi consumatori ma per il 70% le importiamo dal Nord Africa e dal Sud America, soprattutto perché allevarle in Italia era problematico: a partire dai problemi burocratici (ma chi l’avrebbe mai detto!). Infatti, come la classifichi la lumaca? Non puoi metterla tra i crostacei marini perché è una bestia meno problematica dal punto di vista sanitario, la chiocciola non c’ha i vibrioni del colera! È pulita, educata, mangia solo vegetali all’aria aperta. Quindi la prima battaglia che hanno dovuto fare quelli dell’Istituto della Chiocciola (cambiate nome!) è stata dimostrare che siccome essa vive nei prati e mangia l’erba non è una creatura marina ma è tale e quale a una mucca. Più piccola e senza orecchie ma è una mucca. E l’hanno spuntata!

Poi a Cherasco si sono messi a studiare la situazione e hanno inventato il Metodo Cherasco che non solo è bio e rispettoso della vita e dei sentimenti della chiocciola ma si basa su una ricerca pazzesca sui cibi che la rendono più buona. Allevarle non è semplice perché dopo un po’ che stanno in un recinto hanno sbavato dappertutto e non mangiano l’erba che loro stesse hanno sbavato.
Il metodo tradizionale era quello di mettere dei cartoni nel recinto, le lumache sono golose di cellulosa e ci si buttavano sopra. Poi però ne morivano parecchie perché nel trasporto cadevano dal cartone oppure facevano indigestione di cellulosa e di colla del cartone. Allora hanno inventato la migrazione spontanea che si basa su campetti limitrofi: le chiocciole si spostano attirate dall’erba fresca e altre delizie tipo carote e foglie di cavolo, non devi neanche spingerle. Certo non puoi pretendere che corrano perché sono delle lumache ma comunque si spostano… Basta un po’ di Santa Pazienza.
Ma l’altra genialità di questi prodi piemontesi riguarda la bava di lumaca. Preziosissima come cicatrizzante e come riparatrice dei danni del tempo sulla pelle. Una Mano Santa! (Scusate la pioggia di maiuscole ma a me la chiocciola mi rende religioso). Anche qui una botta di genio e di umanità amorevole.
Il sistema tradizionale per mungere le chiocciole era quello di buttare loro addosso sale, aceto o sostanze acide che facevano soffrire orribilmente le chiocciole. Per difendersi emettevano bava. Dopodiché non erano commestibili e venivano abbattute e buttate via.
A Cherasco hanno inventato Muller One, un macchinario che fa godere la lumaca mettendola al calduccio con un po’ di ozono. La lumaca gode ed emette bava di alta qualità. E oltretutto l’ozono è un battericida! Praticamente fai fare alla chiocciola un giro in sauna!!! Che genialità.

E la cosa straordinaria è che la bava di chiocciola è preziosa e rende agli allevatori quanto la carne. Insomma c’è il mercato, c’è sia l’ecotecnologia che la super qualità, ci sono chiocciole adatte a tutti i climi italici, è ora di farlo sapere in giro: servono centinaia di cowboy armati di lazo e speroni che allevino le chiocciole selvagge.

Ps: Attenzione, il caviale di lumaca è invece una sòla perché costa un botto ma non sa di niente. Il solito colpo di testa dei francesi!

Altre informazioni sul Metodo Cherasco qui